Sul principio di quest'anno ricevette Lottario imperadore gli ambasciatori a lui spediti dal padre [Annales Franc. Bertiniani.] per insinuargli la riverenza ed ubbidienza filiale, e fargli premura di stabilire una buona riconciliazione e concordia fra loro. Diede gran calore ad una tale spedizione la stessa imperadrice Giuditta, la quale considerando la sanità ogni dì più declinante dello Augusto suo consorte, e temendo che se egli veniva a mancare, corresse pericolo il suo figliuolo Carlo, per la ancor tenera età di restar preda de' suoi maggiori fratelli, giudicò spediente il provvedere per tempo alle rotture che tuttavia duravano fra lei e il figliastro Lottario. Anzi l'Astronomo [Astronom., in Vit. Ludov. Pii.] avverte che fu creduto miglior partito di tutti il tirar dalla sua esso Lottario, perchè l'imperadrice non si dovea fidar molto degli altri due figliastri, che aveano fatto conoscere anch'essi una smoderata ingordigia di stati. Non dispiacque a Lottario questa proposizione, e però nel mese di maggio mandò all'Augusto suo padre molti de' suoi baroni a trattar seco. Capo dell'ambasceria era Walla, già per cura di Lottario divenuto abbate nell'insigne monistero di Bobbio, e uno dei suoi più intimi consiglieri. Perdonò con somma clemenza l'imperador Lodovico a Walla; accolse con singolare amore lui e tutti gli altri inviati; e spianate le difficoltà che poteano impedir la pace, li rimandò in Italia con ordine di dire al figliuolo che andasse in persona a dar compimento al trattato con pieno salvocondotto per la sua andata e pel suo ritorno. Ma rimase in sospeso l'affare, perchè Lottario cadde pericolosamente malato, e l'infermità sua fu assai lunga, durante la quale non mancò l'amorevol padre di mandare Ugo suo fratello abbate di san Quintino, e Adalgario conte a visitarlo. Mancarono in quest'anno di vita il suddetto Walla abbate, due vescovi e la maggior parte di quegli altri nobili franzesi che erano stati della fazion di Lottario contra dell'imperador Lodovico, ed egli, all'avviso della lor morte, non se ne rallegrò punto, anzi ne fece conoscere un non finto dolore. Erano questi i più assennati cervelli della Francia. Si riebbe finalmente della sua pericolosa e lunga malattia Lottario Augusto; ma o sia che se era seguita la division de' regni poco fa accennata fra i suoi fratelli, questa l'alterasse non poco; o pure ch'egli, siccome cervello bisbetico e caparbio, fosse portato alla discordia, non solamente ricusò d'andare a trovar il padre, ma si lasciò intendere che non si riputava tenuto alla promesse ultimamente autenticate dai suoi giuramenti. Dispiacque ciò sommamente all'imperador Lodovico; ma quello che più gli trafisse il cuore fu d'intendere che Lottario avea cominciato ancora a dar delle vessazioni alla Chiesa romana, con far uccidere alcuni degli uomini della medesima. Niuna cosa con maggior premura avea raccomandato Carlo Magno ai suoi figliuoli, e successivamente anche Lodovico Pio ai suoi, quanto la difesa e protezion della Chiesa romana, sì per motivo di religione, come ancora a titolo di gratitudine e di buona politica, perchè i re di Francia aveano ricevuto dai papi l'imperio, e disgustandoli poteano temere di perderlo. Va il cardinal Baronio all'anno seguente cercando in che mai potesse consistere questa novità di Lottario ed immagina che egli, non contento del regno d'Italia, si volesse anche usurpare gli stati della Chiesa romana, dispiacendogli che una sì nobil parte d'Italia fosse in mano altrui. Ma egli così pensò perchè persuaso che gl'imperadori nulla avessero allora di dominio sugli stati della Chiesa. La più natural immaginazione è di credere che Lottario appunto, siccome principe borioso ed inquieto, si abusasse della sua sovranità in pregiudizio di quel dominio e di quella autorità che godeano e dovevano, secondo i patti, godere i papi.

Mandò l'imperador Lodovico dei legati per questo affare a Lottario, per ricordargli, che quando gli diede il governo del regno d'Italia, specialmente gli raccomandò la difesa della Chiesa romana, e che desistesse da sì fatte violenze. Mandò anche a dirgli che gli preparasse le tappe per tutto il viaggio fino a Roma, perchè egli era risoluto di portarsi colà: cosa che poi non ebbe effetto per le sopravvenute incursioni de' Normanni in Francia. Dagli Annali bertiniani sappiamo particolarmente che di tre altri negozii erano incaricati gli ambasciatori di Lodovico: cioè di trattare con Lottario della sua andata in Francia; di indurlo a restituire alle chiese di Francia molti beni ad esse spettanti in Italia, che i suoi cortigiani o pur egli avea usurpato; e di rendere ai vescovi e conti, da' quali era stata condotta in Francia l'imperadrice Giuditta, le lor chiese, i governi, feudi ed allodiali. Verum et de episcopis, atque comitibus, qui dudum cum Augusta fideli devotione de Italia venerant, ut eis et sedes propriae, et comitatus, ac beneficia, seu res propriae redderentur. Fan queste parole conoscere che non sussiste il dirsi da Andrea prete nella sua Cronica, essere stato Lottario stesso quegli che mandò l'Augusta matrigna a suo padre in Francia. Cosa precisamente conchiudesse Lottario, non si legge, se non che abbiamo dall'Annalista bertiniano, che egli mandò alcuni suoi inviati al padre, con fargli sapere alcune sue difficoltà e scuse per le quali non poteva interamente sopra que' punti uniformarsi alla di lui volontà. Per conseguente possiam conghietturare che Bonifazio marchese di Toscana, Rataldo vescovo di Verona e Pippino figliuolo del già re Bernardo, i quali avevano procurata la fuga dell'imperadrice Giuditta, fossero in disgrazia di Lottario, ed avessero perduti i lor posti e beni, senza poter conoscere se Lottario alle istanze del padre si arrendesse per ora in favor de' medesimi. Nell'anno seguente ad una dieta tenuta in Aquisgrana si trovarono presenti Rataldo vescovo e Bonifazio conte: segno che non doveano potere stare in Italia. Ora fra gli ambasciatori inviati dall'imperador Lodovico al figliuolo in Italia vi fu Adrevaldo abbate noviacense, e questi avea particolar commessione di passare a Roma, per prendere maggior contezza degli aggravii fatti da Lottario al papa. Giunto egli a Roma, trovò il pontefice Gregorio in poco buono stato di salute a cagione di un flusso di sangue che di tanto in tanto gli usciva pel naso. D'incredibil consolazione riuscì al buon papa una tal visita, e il conoscere che era per lui scudo il piissimo imperador Lodovico nelle agitazioni che gli recava il figliuolo. Ritenne seco per alcuni giorni Adrevaldo, gli fece molti regali, e finalmente il rispedì accompagnando seco Pietro Vescovo di Cento Celle, oggidì Civita vecchia, e Giorgio vescovo regionario, che andavano suoi nunzii all'imperador Lodovico. Saputa da Lottario questa spedizione di ministri pontificii, non gli piacque, temendo forse che si potesse manipolar qualche trattato contra di lui; e però inviò a Bologna un certo Leone, di cui egli allora molto si fidava, con ordine di adoperarsi in maniera, prima con esortazioni, poi con minacce, acciocchè non andassero innanzi. Fu ben servito, ma Adrevaldo fatta scrivere da essi una lettera all'imperador Lodovico, per mezzo di un uomo vestito da povero mendicante gliela mandò oltramonti con tutta felicità. Altro di più non sappiamo intorno a questo affare. Facevano in questi tempi a gara i vescovi e monaci di Francia e Germania per avere reliquie di santi da Roma e dall'Italia. Altro non s'udiva che traslazioni di corpi santi in quelle parti. E tutte solennizzate con gran pompa. Furono anche nel presente anno rubate in Ravenna le sacre ossa di s. Severo vescovo, e portate a Magonza da Otgario arcivescovo di quella città. D'altre simili traslazioni parla la storia ecclesiastica.


DCCCXXXVII

Anno diCristo DCCCXXXVII. Indiz. XV.
Gregorio IV papa 11.
Lodovico Pio imperad. 24.
Lottario imperadore e re di Italia 18 e 15.

Tutte le applicazioni dell'imperadrice Giuditta, siccome abbiam detto, erano per ottenere al figliuolo suo Carlo una ricca porzion di stati in retaggio. E in fatti nell'anno presente gli riuscì di fargli assegnare dall'Augusto suo consorte la Neustria, cioè un tratto vastissimo di paese, le cui città son tutte annoverate da Nitardo [Nithardus, Hist., lib. 1.] e dagli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.]. Parigi era fra queste. Tutti que' vescovi e popoli gli giurarono fedeltà. Crede il Baluzio [Baluz., Capitular., tom. 1, p. 685.] che sia da riferir qui la divisione de' regni espressa in un capitolare da lui pubblicato fatta da Lodovico imperadore fra i tre minori suoi figliuoli, ad esclusion di Lottario; ma non concorda col racconto degli storici quell'atto, nè il paese che si dice loro assegnato. Se crediamo all'Annalista bertiniano, questo assegno di stati al giovinetto Carlo seguì, adveniente atque annuente Ludovico (re di Baviera) et missis Pippini (re d'Aquitania) et omni populo, qui praesentes in Aquis palatio adesse jussi fuerant. Ma lo autore della vita di Lodovico Pio [Astronom., in Vit. Ludov. Pii.] e Nitardo, autori contemporanei, ci assicurano che Lodovico e Pippino, figliuoli di esso Augusto, udita che ebbero tanta esaltazione del minore lor fratello Carlo, se ne risentirono forte, e seguì ancora un abboccamento fra loro per cercar le vie di disturbare il già fatto. Ma o per qualche riverenza al padre, oppure perchè conobbero talmente disposte le cose da non poterle mutare, si tacquero, e fecero vista che loro non dispiacesse la risoluzion presa dall'Augusto lor genitore. Aveva già quattordici anni il suddetto principe Carlo, o, per dir di meglio, li avea già compiuti; laonde per testimonianza di Nitardo, l'imperador suo padre gli diede la corona regale. Intanto i Normanni sempre più cominciavano ad insolentir contro la Francia, e nell'anno presente appunto commisero molti ammazzamenti, e fecero gran bottino nella Frisia. Questo fu il motivo per cui Lodovico Pio non potè eseguire il desiderio e disegno suo di passare a Roma. Nella Pasqua ancora di quest'anno si lasciò vedere una cometa, descritta dall'autore anonimo della vita di esso imperadore, il quale non potè celare il suo sospetto al medesimo autore, che quello fosse un presagio della sua morte, secondo la volgare credenza. Tuttavia si fece animo, e servì a lui questo fenomeno per abbondar di limosine in favor de' canonici e dei monaci, per accrescere le orazioni, e darsi ad atti di carità e religione. Sappiamo parimente dagli Annali bertiniani che nell'anno presente l'imperador Lottario fece fortificar le chiuse dell'Alpi con sodissime mura. Dio sa, qualora l'Augusto suo padre avesse veramente impreso il viaggio di Roma, come sarebbe stato ricevuto dal figliuolo, che tuttavia si mostrava sì alterato e malcontento di lui. Noi troviamo esso Lottario Augusto nel dì 3 di febbraio di quest'anno nel monistero di Nonantola sul modenese, dove egli concedette a que' monaci la facoltà di eleggersi il loro abbate. Il diploma si vede Actum Nonantula III nonas februarii anno Domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV, senza punto farvi menzione dell'imperador Lodovico suo padre [Antiquit. Ital., Dissert. LX.]. Dice di aver loro conceduto questo privilegio, perchè dum nos caussa orationis monasterium adissemus Nonantulae tantamque devotionem divino munere ibidem in divinis cognovissemus, sperava che le orazioni di que' monaci gioverebbono alla stabilità del suo regno e alla perpetua sua felicità.

Poco potè godere del ricuperato suo governo Giovanni doge di Venezia [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], perciocchè, formata contra di lui una congiura, fu preso nella chiesa di s. Pietro, dove egli s'era portato nel dì della sua festa, e tagliatagli la barba e i capelli, fu per forza fatto ordinar cherico nella chiesa di Grado, dove a suo tempo terminò la carriera de' suoi giorni. In luogo suo fu dal popolo alzato al trono ducale Pietro cognominato Tradonico, originario di Pola, ed allora abitante in Rialto, il quale dopo non molto tempo ottenne dal medesimo popolo che Giovanni suo figliuolo fosse dichiarato collega nel ducato. Per attestato di Giovanni Diacono, autore contemporaneo, a Buono console, ossia duca di Napoli, uomo cattivo, mancato di vita nell'indizione XII, cioè nell'anno 834, succedette in quel dominio Leone suo figliuolo. Ma questi, appena passati sei mesi, fu abbattuto e scacciato da Andrea suo suocero, il quale si fece eleggere console. Cavò egli di prigione il già carcerato Tiberio vescovo, e il confinò sotto buona guardia in una camera davanti alla chiesa di s. Gennaro. Ora avvenne che Sicardo principe di Benevento, non men di quel che facesse Sicone suo padre, mosse aspra guerra ai Napoletani. Andrea, non avendo altro ripiego per salvarsi, mandò in Sicilia a far venire una grossa flotta di Saraceni. Allora Sicardo intimorito diede ascolto ad un trattato di pace, per non poter di meno, e restituì tutti i prigionieri ad Andrea. Ma non sì tosto furono partiti verso la Sicilia i Saraceni, che Sicardo ruppe la pace fatta, e più che mai si diede a perseguitare il popolo e la città di Napoli. Racconta l'Anonimo salernitano [Anon. Salernit., Paralip. P. II, tom. a Rer. Italic.], che la rottura fra Sicardo e i Napoletani procedette dall'avere il duca di questi ultimi differito di pagare al primo i tributi secondo le convenzioni precedenti. Però infuriato Sicardo, nel mese di maggio dell'anno 856, come consta dalla vita di santo Anastasio vescovo di Napoli [Vita S. Athanasii Neapolit., Part. II, tom. 2 Rer. Italic.], si portò con tutte le sue forze all'assedio di Napoli, e per tre mesi diede il guasto al paese, e ne asportò i corpi de' santi e gli ornamenti delle chiese. Era già a mal partito il popolo della città, specialmente per mancanza di viveri, quando si pensò alla maniera di placare lo sdegnato principe loro nimico. Spedirono dunque nel mese di luglio un monaco di buona fama, il quale arrivato alla tenda di Sicardo, subito ch'egli spuntò, s'inginocchiò piangendo a' suoi piedi, con chiedere misericordia per i suoi concittadini, e fargli credere ch'essi non avrebbono difficoltà ad arrendersi. Intenerito Sicardo, ordinò a Roffredo suo favorito di entrare nella città per vedere se aveano pur voglia di sottomettersi. Ammesso, diede una girata per Napoli, ed avendo osservato nella piazza una picciola montagna di grano, ne dimandò il perchè. Gli fu risposto, che avendo le lor case piene di frumento, il rimanente lo aveano gittato colà; ma quella montagna non era che di sabbia, sulla cui superficie aveano fatta una coperta di grano, il quale già cominciava a rinascere. In questa maniera restò deluso Roffredo. La comune credenza nondimeno fu che i Napoletani il regalassero d'alcuni fiaschi creduti di vino, ma pieni di soldi d'oro, che fecero secondo il solito, un mirabile effetto; perchè Roffredo con significare a Sicardo la gran quantità di grano da lui osservata nella città, il trasse a contentarsi d'una capitolazione, in cui i Napoletani salvarono la lor libertà, ma con obbligarsi al puntual pagamento del tributo al principe di Benevento. La carta dell'accordo scritta nell'indizione 14, cioè nell'anno precedente, è fatta con Giovanni vescovo eletto di Napoli, e con Andrea maestro de' militi, ossia duca di quella città; e tuttavia si conservava ai tempi dell'Anonimo suddetto nell'archivio della città di Salerno; e per buona ventura parte d'essa è stata pubblicata da Camillo Pellegrino, scrittore diligentissimo e giudizioso della storia dei principi longobardi. Da essa apparisce che Amalfi e Sorrento erano allora città sottoposte al ducato di Napoli e quivi si leggono varii riti considerabili per l'erudizion di quei tempi. Ma, siccome dissi, non durò gran tempo questa pace e convenzione, e forse in quest'anno Sicardo ricominciò di bel nuovo a far delle prepotenze contro dei Napoletani, e in fine ripigliò l'armi contro la loro città. Potrebbe anch'essere ch'egli in quest'anno occupasse la città d'Amalfi; del che parleremo all'anno 839. Anche l'autore della vita di santo Antonino abbate di Sorrento [Acta Sanctor., in Vit. S. Antonini Ab. Surrent.; ad diem 14 februarii.] fa menzione (senza accennarne l'anno) dell'assedio di Sorrento, fatto dal medesimo Sicardo. Se vogliam prestar fede a quello storico, egli se ne ritornò, perchè il santo abbate apparendogli in sogno, non solamente lo sgridò, ma gli lasciò anche un buon ricordo con delle bastonate. Che i santi vogliano o possano venire dal paradiso in terra per menare il bastone, non c'è obbligazione di crederlo fuori delle divine Scritture.


DCCCXXXVIII

Anno diCristo DCCCXXXVIII. Indiz. I.
Gregorio IV papa 12.
Lodovico Pio imperadore 25.
Lottario imperadore e re di Italia 19 e 16.