Anno diCristo DCCCXXXIV. Indiz. XII.
Gregorio IV papa 8.
Lodovico Pio imperadore 21.
Lottario imperadore e re di Italia 15 e 12.

L'aspro ed indegno trattamento fatto da Lottario all'imperador Lodovico suo padre induceva ogni dì più a compassione chi non aveva avuta parte nel di lui abbassamento, e svegliava pentimento in chi avuta ve l'avea [Tegan., cap. 45.]. Fra gli altri Lodovico re di Baviera suo figliuolo, prima ancora che terminasse l'anno precedente, tornato in sè stesso, cominciò ad assumere la di lui difesa, e venuto a Francforte, spedì ambasciatori a Lottario pregandolo di usar più umanità verso del padre. Lottario li ricevè assai freddamente. Altri successivamente ne mandò esso re di Baviera, nè a questi fu permesso di vedere l'imperador prigioniere. Venuto poi Lottario a Magonza, quivi con lui si abboccò il fratello Lodovico, ma senza neppur riportarne buone parole, per gli cattivi consiglieri che Lottario aveva ai fianchi. Questa durezza di Lottario e le premure di molti nobili fautori dell'oppresso imperadore e massimamente di Dragone vescovo di Metz, indussero il suddetto re di Baviera a trattare col re Pippino, altro suo fratello, una lega contra di Lottario, per procurar la liberazion del padre. In fatti amendue coi loro eserciti da due parti si mossero per andare a trovare ostilmente il fratello; e crebbero per via le loro forze, concorrendo di qua e di là gente a questo pio uffizio; di modo che Lottario giunto a Parigi, veggendo sì gran turbine che minaccioso si appressava, lasciato quivi il padre in libertà nel monistero di s. Dionisio, si diede alla fuga sul fine di febbraio, seguitato da alcuni vescovi suoi aderenti, fra' quali specialmente si contò Agobardo arcivescovo di Lione [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.]. Non volle il buon imperador Lodovico ripigliare il cingolo militare e le insegne imperiali, se prima non venne assoluto dai vescovi e da loro rimesso in possesso del primiero comando con incredibil giubilo del popolo. Ritiratosi Lottario Augusto nella Provenza, recò non pochi aggravii a quelle contrade; e perchè la città di Cavaglione ricusò d'ubbidirlo [Annal. Franc. Bertiniani.], la espugnò e diede alle fiamme; e presi quei conti che la difendevano, tre ne fece morire e gli altri cacciò in prigione. Colà inviò l'imperador suo padre degli ambasciatori per significargli come gli perdonava tutti i passati eccessi, esortandolo a venirsene a lui pacificamente, che sarebbe ben ricevuto. Non fidandosene Lottario, continuò nelle risoluzioni di prima. Stava intanto confinata in Tortona l'imperadrice Giuditta, ed era stato secretamente inviato in Italia un certo Rodberto laico, menzionato da Walafrido Strabone in uno dei suoi poemi, per procurar la sua liberazione; nè mancavano in Italia dei gran signori fedeli all'imperador Lodovico. Sparsasi poi voce che esso Augusto era stato rimesso in libertà e che si macchinava contra la vita della medesima imperadrice, per attestato dell'Annalista bertiniano, Ratoldo vescovo, Bonifazio conte e Pippino parente dell'imperadore, ed altri non pochi con gran prestezza inviarono persone che destramente, o pure per forza la misero in salvo, e menaronla felicemente ad Aquisgrana, dove la presentarono sana all'imperador suo consorte. Ma egli non volle ripigliarla, se prima ella in pubblico non si purgò dai reati che le venivano apposti col giuramento. Quel Ratoldo vien creduto dal padre Pagi [Pagius, ad Ann. Baron.] vescovo di Soissons. La verità è ch'egli era vescovo di Verona, appellato da altri Rataldo. Bonifazio era conte di Lucca, e probabilmente marchese della Toscana, come abbiam veduto di sopra all'anno 828. Pippino parente dell'imperador Lodovico altro non fu che Pippino figliuolo di Bernardo giù re d'Italia, del quale parimente abbiam fatta menzione di sopra. Ma Andrea prete italiano [Andreas Presbyt., Chron. tom. 1 Scrip. Menchenii.], e scrittore di questo secolo, lasciò scritto essere stato Lottario stesso quegli che, pentito dei passati trascorsi, ed infuriato contra chi gli avea dato di sì cattivi consigli (perlochè molti per ordine suo furono uccisi, ed altri mandati in esilio), restituì egli stesso la matrigna al padre. E parrebbe assai verisimile questo racconto, non sapendosi intendere come i tre suddetti personaggi si arrischiassero senza permissione o comando d'esso Lottario a levar dalla guardia e ricondurre l'imperadrice in Francia. Ma all'anno 836 vedremmo che non s'accorda con questo supposto la più autentica storia d'allora.

Continuava Lottario Augusto nel suo furore, per cui trovata in Cavaglione Gerberga monaca, sorella di Bernardo già duca della Settimania [Thegan., cap. 52.], la fece affogare nel fiume Sona, e dopo avere riportato qualche vantaggio contra le milizie del padre, passò coll'esercito suo fino ad Orleans. Lodovico imperadore, chiamati in suo aiuto gli altri due figliuoli Pippino e Lodovico colle lor truppe, andò a postarsi con una potentissima armata nel mese d'agosto in faccia a Lottario. Marquardo abbate di Prumia, da lui spedito prima al figliuolo per ricordargli i comandamenti e lo sdegno di Dio, ed esortarlo a sottomettersi, se n'era tornato indietro, altro non riportando che un cattivo trattamento e delle minacce. Ma il misericordioso imperadore, non ributtato per questo, mandò altri ambasciatori al pertinace figliuolo per vincerlo pur colle buone, e per risparmiare il sangue de' suoi popoli. Furono questi Baradado, o pur Badurado vescovo di Paderbona, Gebeardo nobilissimo duca, e Berengario uomo saggio e parente suo, il quale, secondo l'Eccardo [Eccar., Rer. Franc., lib. 29.], fu figliuolo di Unroco conte, e fratello di Eberardo marchese del Friuli, ch'era marito di Gisela figliuola d'esso imperador Lodovico. Egli da Tegano è chiamato duca fedele e saggio; ed essendo mancato di vita nell'anno seguente, la morte sua lungamente fu pianta dallo stesso imperadore e da' suoi figliuoli. Ora ammessi questi legati all'udienza di Lottario, il vescovo animosamente gli comandò da parte di Dio che si levasse da' fianchi i malvagi consiglieri suoi seduttori, ed ascoltasse le proposizioni di pace. Chiese Lottario un po' di tempo per pensarvi: e richiamatili, domandò loro parere. Il consigliarono di venire a' piedi del suo buon padre, con assicurarlo di pace e di perdono e con presentargli, come si può conghietturare, un salvocondotto. Andò in fatti Lottario, e trovato il padre Augusto sotto un alto padiglione alla vista di tutta la sua armata, con gli altri suoi due figliuoli a lato, si gittò a' suoi piedi con Ugo suocero suo e cogli altri complici, confessando d'aver stranamente fallato. Contentossi il pio imperadore che Lottario gli giurasse di nuovo fedeltà, e di ubbidire a tutti gli ordini suoi, e che se ne venisse in Italia, da dove non si avesse a muovere giammai senza sua licenza. Giurarono anche gli altri, e a tutti fu conceduta, non solamente la vita, ma anche il possesso de' loro beni patrimoniali. Lottario se ne tornò in Italia; e a tal fine ebbe quella memorabil tragedia, in cui non si può abbastanza ammirare l'insolenza d'un figlio e la pazienza e carità di un padre. Secondo i conti di Camillo Pellegrino [Camill. Peregr., in Serie Abb. Casinens. tom. 5 Rer. Ital.], Deusdedit abbate di Monte Casino uomo di molta santità, cacciato in prigione da Sicone principe di Benevento, fu chiamato da Dio in quest'anno dalle miserie della carcere all'eterno riposo. Erchemperto [Erchemp., Chron. cap. 13, P. I, tom. 2 Rer. Ital.] è testimonio che al sepolcro suo succedevano molte miracolose guarigioni. Nel Martirologio romano [Martyrologium, ad diem 9 octob.] si celebra la di lui memoria. Il suddetto Erchemperto, dopo aver narrata la morte di Sicone, ci accenna il tempo, in cui questo abbate fu sacrilegamente cacciato in carcere, con iscrivere: Prius enim quam obiret, ut cumulus suae perditionis justius augeretur, pro amore pecuniae, spectabilem et Deo dignum virum, sanctitate conspicuum Deusdedit nomine, beatissimi Benedicti vicarium, a pastorali monasterio monachorum, saeculari magis potentia, quam congrua ratione, deposuit, et custodiae mancipavit. Con questa enormità si preparò Sicone per comparire al tribunale di Dio.


DCCCXXXV

Anno diCristo DCCCXXXV. Indiz. XIII.
Gregorio IV papa 9.
Lodovico Pio imper. 22.
Lottario imperadore e re di Italia 16 e 13.

Nella villa di Teodone tenuta fu in quest'anno dall'imperador Lodovico una dieta [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], in cui si trattò di que' vescovi che aveano cospirato contro la di lui persona e contro l'imperio suo nell'anno precedente. Fra gli altri essendo stato citato Agobardo arcivescovo di Lione; nè comparendo, gli fu di poi nell'anno susseguente levata la chiesa. Alcuni di quei vescovi erano fuggiti in Italia; per questi non si fece gran rumore, affine di non alterar maggiormente l'animo di Lottario Augusto, che gli avea sotto la sua protezione. Quivi ancora con più solennità fu da tutti i vescovi abolito e dichiarato ingiustamente fatto tutto ciò nell'anno addietro era stato operato in disonore dell'Augusto Lodovico. Poscia nella chiesa di santo Stefano di Metz fu di nuovo da que' prelati coronato. Ebbone arcivescovo di Reims v'intervenne anch'egli, dopo di che confessando i suoi falli, si protestò decaduto dal vescovato e fu confinato in un monistero. Attese in quest'anno Lodovico Augusto a riparare i disordini cagionati in Francia dalle passate turbolenze con essere cresciuti i ladri, essere stati usurpati i beni delle chiese, oppressi i poveri: al qual fine spedì varii messi, o sieno giudici straordinarii, per le provincie, e gastigò coloro che non aveano soddisfatto al loro dovere nell'amministrazion della giustizia e nel procurare la sicurezza delle strade. Han creduto il Cointe, il Pagi e l'Eccardo che a quest'anno s'abbia da riferire una nuova divisione dei regni fatta dall'imperador Lodovico fra i suoi tre figliuoli Pippino, Lodovico e Carlo, senza parlare in esso di Lottario, la quale dal Baluzio viene rapportata all'anno 837. Comunque sia, certo è ch'esso imperadore nulla più aveva a cuore, quanto di assicurare al suo quartogenito Carlo una buona porzion di stati, e a questo fine slargò molto quella ancora degli altri due figliuoli con isperanza di contentarli, e di tor loro di cuore la voglia di nuocere al minor fratello. Veggonsi in quest'anno alcuni diplomi spediti in Italia da Lottario Augusto, ne' quali non fa menzione alcuna dell'imperadore suo padre, forse per vendicarsi del medesimo padre, che in Francia faceva altrettanto, senza nominare il figliuolo ne' suoi atti e privilegii. Uno d'essi diplomi, riferito dal Puricelli [Puricellius, Monument. Basilic. Ambros.], è dato VIII idus majas, anno domni Lotharii Pii imperatoris XVIII. Indicione XIII: Actum Papiae palatio regio. L'epoca è presa dall'anno 817. In esso egli dona alla basilica milanese di sant'Ambrosio la corte di Lemonta pro remedio animae Hugonis fratris ipsius Hermengardis (cioè dell'Augusta sua moglie) puerili aetate ab hac luce subtracti. Fu dato un altro suo diploma rapportato dal Margarino [Bullar. Casinens., tom. 2, p. 23.] in favore di Amalberga badessa di s. Giulia di Brescia, Actum Moringo, palatio regio, XVII kalend. jannuarias anno imperii Hlotharii XVIII, Indictione XIV: la qual indizione ebbe principio nel settembre di quest'anno. Abbiamo parimente dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedictin., tom. 2. Append.] uno strumento di Cunegonda vedova del fu Bernardo re d'Italia. Quivi ella dona al monistero di santo Alessandro di Parma molti beni posti ne' contadi di Parma, Reggio e Modena, pro remedio animae senioris sui (cioè di Bernardo) et suae, filiique sui Pippini, cioè dello stesso che abbiam veduto nell'anno precedente favorevole all'imperadrice Giuditta. Fu scritta quella carta in Parma civitate, regnantibus dominis nostris Hludowico et Hlothario imperatoribus, anno XXII et XVI, septimodecimo kal. julias, e sottoscritta da Lamberto e Norberto vescovi, e da Adalgiso conte e da varii, ciascun dei quali s'intitola Gartio (oggidì garzone, forse allora paggio) ex genere Francorum; dal che non si può francamente concludere, come ha credulo taluno, che questa principessa fosse di nazione franzese, perchè le mogli solevano seguitar la legge del marito, e secondo quella regolarsi ne' contratti. Circa questi tempi abbiamo dal Dandolo [Dandulus, Chron. tom. 12 Rer. Ital.] che Massenzio patriarca d'Aquileia, assistito dall'imperadore Lottario, obbligò i vescovi dell'Istria a riconoscere lui per metropolitano, con sottrarli dall'ubbidienza del patriarca di Grado, e a nulla giovò che papa Gregorio l'ammonisse di desistere da questa novità. Accadde ancora che in Venezia alcuni principali di quella città scacciarono il loro doge Giovanni, il quale andò in Francia con fare ricorso all'imperador Lodovico. Occupò dopo la di lui fuga il ducato un certo Caroso tribuno, figliuolo di Bonicio tribuno, e per sei mesi lo tenne; ma unitisi molti, a' quali dispiaceva una sì fatta usurpazione, gli misero le mani addosso nel palazzo, e cavati che gli ebbero gli occhi, il mandarono in esilio: con che Giovanni doge se ne tornò al suo governo.


DCCCXXXVI

Anno diCristo DCCCXXXVI. Indiz. XIV.
Gregorio IV papa 10.
Lodovico Pio imperadore 23.
Lottario imperadore e re di Italia 17 e 14.