Anno diCristo DCCCXXXII. Indizione X.
Gregorio IV papa 6.
Lodovico Pio imperad. 19.
Lottario imperadore e re di Italia 15 e 10.

Non senza nuovi affanni passò l'Augusto Lodovico quest'anno ancora a cagione de' suoi figliuoli. L'improvvisa fuga e disubbidienza del re Pippino gli avea trafitto il cuore. Per cercare rimedio a questi disordini intimò una nuova dieta in Orleans [Annal. Franc. Bertiniani.], dove eziandio furono invitati Lottario Augusto dall'Italia, e Lodovico re dalla Baviera. Ma non andò molto che arrivò nuova come il suddetto suo figliuol Lodovico, messa insieme una poderosa armata di Bavaresi e Schiavoni disegnava d'invadere l'Alemagna, ossia la Suevia e di torla al picciolo fratello Carlo e di passar poscia in Francia per sottomettere al suo dominio tutto quanto quel paese che potesse. Tegano [Thegan., de Gest. Ludovici Pii, cap. 39.] ci vuol far credere mosso questo principe dai consigli di Lottario, al quale veniva forse troppo facilmente da alcuni attribuito ogni malanno d'allora. Altri ne fanno autore Malfrido conte di Orleans, a cui l'imperadore avea donata la vita. A tali avvisi non tardò Lodovico Pio a mettere in piedi un grosso esercito di Franzesi e di Sassoni, co' quali marciò contra del figliuolo. Si trovarono a fronte le due armate presso a Vormazia, e parea disposto il figliuolo a venire ad un cimento; ma perchè riconobbe vana la speranza a lui data che passerebbono nel campo suo le soldatesche del padre, e nello stesso tempo il buon imperadore, non mai dimentico che quegli era suo figliuolo, il mandò a chiamare; andò coraggiosamente il giovane Lodovico a trovarlo. Fu dal buon padre benignamente accolto, e con sì amorevoli parole esortato alla pace, che restò dissipato tutto questo nuvolo, ed amendue si separarono con apparenza di grande amore. Non fu già così per l'altro figliuolo Pippino. Questi fuggito, come dicemmo, s'ebbe avviso che meditasse anch'egli delle novità; però fu obbligato l'imperador suo padre a mandar ordine perchè sul principio di settembre si facesse la raunanza dell'esercito ad Orleans, dove si portò per tenere la dieta. Colà fu chiamato, e colà finalmente venne, ma contra sua voglia, il re Pippino. Lo sgridò il padre, perchè senza chiedere licenza si fosse ritirato dalla corte nell'anno addietro, e messolo sotto buona guardia, gli comandò di andare a Treveri, e di guadagnarsi il perdono del passato coll'ubbidienza in avvenire. Le promesse del figliuolo furono quali si desideravano da un padre, ma i fatti non corrisposero. Non andò molto ch'egli tornò a fuggire. Il perchè l'imperador Lodovico avendo non poco fondamento che il figliuolo fosse pervertito dai consigli d'alcune malvage persone, e specialmente da Bernardo duca della Settimania, autore in addietro di tanti mali, e dimorante allora in Aquitania, fece citar costui a render conto di sua persona. L'imputazione era di fellonia. Egli elesse la detestabil via del duello per provare l'innocenza sua. Non si venne al combattimento per mancanza di chi volesse uscire in campo contra di lui. Ciò non ostante, egli venne degradato, e liberato il pubblico da sì pernicioso arnese. Presero qui occasione Lottario Augusto e Lodovico re di Baviera di profittare dello sdegno del padre contra del loro fratello Pippino [Astronomus, in Vita Ludov. Pii.], con tirarlo a fare un'altra divisione della monarchia in vantaggio d'essi e di Carlo, quarto loro fratello; ma questa non ebbe poi effetto. In questi medesimi tempi la Cristianità e l'Italia ebbero di che piagnere, perciocchè, secondo la Cronica arabica [P. II, tom. 1 Rer. Ital.], riuscì ai Saraceni di forzare alla resa la città di Palermo; con che venne la maggiore e miglior parte della Sicilia sotto il loro giogo. Ne abbiamo anche la testimonianza di Giovanni Diacono [Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol., P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.], che fiorì in questi tempi, e racconta che tutti i Palermitani furono stati schiavi, e che il solo Luca eletto vescovo di quella città, e Simeone spatario dell'imperadore greco con pochi altri ottennero dipoi la libertà. Circa questi tempi ancora diede fine a questa mortal vita Antonino abbate benedettino di Sorrento. Leggesi la breve sua vita pubblicata dal padre Bollando [Bollandus, in Act. Sanct. ad diem 13 februarii.], e poi ristampata dal padre Mabillone [Mabill., Saecul. IV Benedict.], dove dice ch'egli morì sexto decimo kalendas martii, consule Probiano. Non riguarda già questa nota cronologica l'anno di Cristo 471, in cui fu console Probiano, ma bensì l'anno presente, o i due vicini, ne' quali Probiano console ossia duca di Sorrento vivea. Ancorchè nulla di riguardevole o per virtù o per miracoli si narri di lui nella vita suddetta, pure in que' tempi barbari egli meritò il titolo di santo e lo si ritien tuttavia in quella città.


DCCCXXXIII

Anno diCristo DCCCXXXIII. Indiz. XI.
Gregorio IV papa 7.
Lodovico Pio imperadore 20.
Lottario imperadore e re di Italia 14 e 11.

Intorno a questi tempi si può credere accaduto ciò che narra Anastasio bibliotecario [Anast. Bibliothec., in Vit. Gregor. IV.]. Quasi tutta la Sicilia era già caduta in mano de' Saraceni africani, e cominciarono tosto a provarsi i funesti effetti della maggiore loro vicinanza all'Italia, facendo quei barbari corsari delle scorrerie per tutto il litorale del Mediterraneo. Questa calamità diede molto da pensare al sommo pontefice Gregorio, per la giusta apprensione che le città di Porto e d'Ostia potessero un dì restar preda degl'infedeli. Tanto maggiore era la di lui ansietà, perchè se coloro avessero presi quei due luoghi alla sboccatura del Tevere e peggio se vi avessero fermato il piede, Roma non era sicura, o certo correva gran pericolo la venerata basilica vaticana coi corpi de' santi Apostoli, giacchè era essa in questi tempi fuori di Roma. Però il vigilante papa determinò di fabbricare una nuova città nel sito d'Ostia. Vi si portò egli in persona e diede principio con vigore alle mura, che riuscirono alte, con porte ben fortificate, troniere e petriere e con buona fossa all'intorno. Questa nuova Ostia ordinò egli che in avvenire si nomasse dal suo nome Gregoriopoli. Cessò di vivere secondo i conti di Camillo Pellegrino [Part. I, tom. 2 Rer. Italic.], nel presente anno Sicone principe di Benevento, il cui epitaffio resta tuttavia e vien registrato nella storia de' principi longobardi del suddetto Pellegrino. Quivi è detto ch'egli regnò per quinos annos, anni quindici, i quali dedotti dall'anno 817, ci possono far dubitare che la sua morte accadesse piuttosto nell'anno precedente. Comunque sia, fra le sue lodi si conta ch'egli difese il ducato beneventano dall'ira de' Franchi; assediò vigorosamente Napoli, ed obbligò quel popolo a pagargli il tributo, e di là condusse a Benevento il corpo di san Gennaro vescovo e martire, in onore del quale fabbricò un tempio e fece grandi donativi d'argento. A proposito dell'assedio di Napoli narra Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 10.], aver egli talmente stretta e bersagliata quella città con arieti e mangani, che diroccato un buon pezzo di muro vicino al mare, i Beneventani erano già alla vigilia di entrarvi per forza. Allora il duca di Napoli mandò a trattar della resa per ischivare il sacco, e diede per ostaggio la madre e due suoi figliuoli. Impetrarono i legati che Sicone entrasse solamente nel giorno appresso nella città; ma non v'entrò già egli mai, perchè nella notte stessa i Napoletani alzarono bravamente nella parte smantellata un nuovo muro, e sul far del giorno comparvero sopra di esso coll'armi più che mai risoluti di difendersi. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., P. II. edit. Peregr.] aggiugne che fu inviato Orso, eletto vescovo di Napoli, ad implorar misericordia e pace da Sicone, il quale, cedendo alle esortazioni e preghiere del prelato, venne ad un accordo; cioè si obbligò il duca napoletano di pagare ogni anno tributo al principe di Benevento. Abbiamo inoltre dal prefato Salernitano che Landolfo seniore conte di Capua per ordine di esso Sicone fabbricò una nuova forte città nel monte Trilisco non lungi dalla medesima città di Capua. Fu pregato Sicone di venirla a vedere e giunto colà chiese parere a' suoi baroni, qual nome si potesse porre a questa nuova città. Tutti ad una voce risposero Sicopoli, fuorchè uno il qual disse: piuttosto che Sicopoli, chiamiamola Rebellopoli. Montò in collera Sicone a questo motto, e gli dimandò perchè parlasse così. Perchè, disse colui, dappoichè i Capuani hanno un luogo sì ben fortificato, dureran fatica ad ubbidirvi; e questo vi succederà quando non si formi una buona lega d'animi fra i Beneventani e Capuani col mezzo di varii matrimoni. Non cadde in terra questo avvertimento; e Sicone da lì innanzi procurò varie parentele fra que' due popoli. A Sicone defunto succedette nel principato di Benevento Sicardo suo figliuolo, già dichiarato suo collega, principe, al dire di Erchemperto, anch'esso divoratore de' suoi sudditi.

L'anno fu questo in cui si vide una scandalosa rivoluzion di stato, che non si può rammentar senza orrore e senza obbrobrio della Francia e di que' tempi. Tornarono peggio che prima a rivoltarsi contro l'imperador Lodovico i suoi tre maggiori figliuoli Lottario, Pippino e Lodovico. Le cagioni di sì fatti abbominevoli movimenti non sono ben registrate dagli storici. Per quel ch'io credo, e per quanto si può dedurre da Agobardo [Agobardus de Comparat. utriusq. Regimin.], celebre arcivescovo di Lione, l'invidia e gelosia di stato rimise l'armi in mano a que' principi dimentichi della riverenza dovuta ad un padre. Si lasciava pur troppo il buon imperadore menar pel naso dalla imperadrice Giuditta loro matrigna, e si può in parte prestar fede a quanto di lei in questo proposito lasciarono scritto Pascasio Ratberto [Paschasius, Ratbertus in Vit. Walae, lib. 1.] ed Agobardo. Le mire dell'ambiziosa donna tendevano tutte ad ingrandir l'unico suo figliuolo Carlo; e in quest'anno ancora le era riuscito di fargli assegnar l'Aquitania, con levarla al figliastro Pippino, come attesta Nitardo [Nithardus, Hist., lib. 1.], Aquitania, Pippino demta, Carolo datur, et in ejus obsequio primatus populi, qui cum patre sentiebat, jurat. Questi passi sì svantaggiosi agli altri figliuoli e il timore di peggio, fecero perdere la pazienza a Lottario, Pippino e Lodovico; e tanto più perchè non mancavano segreti istigatori che malignamente accendevano il fuoco e nulla più desideravano che di veder discendere dal trono il cristianissimo e clementissimo loro monarca. Passata dunque intelligenza fra i tre suddetti fratelli, dopo aver trattato indarno di concordia col padre in lontananza, Lottario dall'Italia, Pippino dall'Aquitania, Lodovico dalla Baviera, marciarono coi loro eserciti per andarlo a trovare in persona. L'Augusto Lodovico, subodorati questi movimenti, anch'egli s'armò come potè, e venne in Alsazia, dove a fronte di lui arrivarono anche i figliuoli, risoluti di dare alla monarchia quel regolamento che al loro senno, o, per dir meglio, alla loro detestabile ambizione parea più proprio. Quel sito acquistò da lì innanzi il nome di Campo della bugia, o di Campo mendace. Avea Lottario fatto venire d'Italia e condotto seco papa Gregorio IV, figurandosi che niun personaggio fosse atto più di lui, siccome padre comune e di tanta autorità, a maneggiar un trattato di pace fra un padre e i suoi figliuoli. Ma fu presa in sospetto dall'imperador Lodovico la venuta del romano pontefice, quasichè egli si fosse unicamente mosso per favorire i disegni del figliuolo Lottario, cioè di chi era arbitro dell'Italia. Fece in oltre delle doglianze perchè egli fosse venuto, senz'averne preventivamente avuto da lui ordine alcuno, ed anche dopo essere venuto, tardasse tanto a lasciarsi vedere da lui. Anzi gli stessi vescovi franzesi del partito d'esso imperador Lodovico, essendosi sparsa voce che il papa per troppa parzialità nudrisse pensiero di scomunicar l'imperadore e i vescovi, se alcun di loro si mostrasse disubbidiente al volere di lui e de' figliuoli di esso Augusto, si lasciarono trasportare all'eccesso con fargli sapere, secondochè narra l'autore della vita di Lodovico [Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.], nullo modo se velle ejus voluntati succumbere. Sed si excommunicaturus adveniret, excommunicatus abiret: quum aliter se habeat antiquorum canonum auctoritas. Finalmente fu permesso al papa di andar ad abboccarsi coll'imperador Lodovico, che il ricevette con poco garbo, e senza la riverenza usata da' suoi maggiori al vicario di Cristo. Per testimonianza di Tegano [Theganus, de Reb. est. Ludovici, cap. 42.], Gregorio gli presentò grandi e innumerabili regali, si fermò con lui qualche giorno e trattò seco de' correnti scabrosi affari, per quanto si può conghietturare, con tutta onoratezza e vera intenzione di rimettere la buona armonia fra lui e i figliuoli. Da Pascasio Ratberto si può ricavare ch'egli proponeva ed insisteva che stesse salda la prima division dell'imperio fatta dall'imperadore, giacchè l'averla egli guasta, per esaltare il fanciullo quartogenito Carlo, avea troppo disgustato i tre maggiori figliuoli. I seguenti successi ci danno a conoscere che o Lodovico Augusto, o i figliuoli non vi vollero acconsentire. Però il papa licenziato si restituì al campo di Lottario, nè gli fu più permesso di tornar a parlare coll'Augusto Lodovico.

Intanto lavoravano sott'acqua i figliuoli tirando a poco a poco con doni o con minacce nel loro partito i seguaci del padre, di modo che non andò molto che esso Lodovico si vide quasi affatto abbandonato dai suoi e costretto a far sapere ai figliuoli che andrebbe alle lor tende, persuadendosi bene che non mancherebbono di rispetto verso di lui e verso la moglie, nè di amore verso il loro fratello Carlo. Andò e fu ricevuto col figliuolo nel padiglione di Lottario, che era il principal promotore di questa esecrabil briga. Allora fu che i tre fratelli si divisero fra loro la monarchia franzese, e si fecero giurar fedeltà dai popoli. Quindi Lottario mandò in esilio l'imperadrice Giuditta in Italia, confinandola nella città di Tortona [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], con promessa giurata fatta al padre di non nuocere al corpo nè alla vita di lei. Fu anche levato da lato dell'imperadore con suo gran rammarico il tanto da lui amato figliuolo Carlo e relegato nel monistero di Prumia nella Germania. Papa Gregorio al vedere cotali sregolate violenze, le disapprovò, nè soffrendogli più il cuore d'essere spettatore di sì brutta tragedia, se ne ritornò malcontento a Roma. Pippino e Lodovico fratelli di Lottario se ne tornarono ai regni loro. Restò l'infelice Augusto Lodovico nelle mani di Lottario, il quale, avendo già prese le redini del governo, seco il condusse, come privata persona e a guisa di prigioniere sotto buona guardia, a Soissons, con adoperare intanto emissarii e segrete esortazioni per indurlo a rinunziare spontaneamente l'imperio e a monacarsi, siccome altre volte pareva che avesse avuta intenzione di fare. Per muoverlo più agevolmente, gli fu dato a credere che l'imperadrice avesse già dato l'addio al secolo con prender l'abito monastico, o fosse morta, e che il figliuolo Carlo già fosse tonsurato in un monistero. Ma Lodovico non si arrendè per questo, e tanto più perchè segretamente fu avvertito della falsità di quelle voci, ed esortato a tener forte per quanto potesse lo scettro. Non valendo questi mezzi, si venne al più vigoroso e fu quello di raunare nel mese di ottobre in Compiegne molti vescovi, alla testa de' quali era Ebbone arcivescovo di Reims, fazionario di Lottario, uomo di vil nascita, ma di una crudeltà che non avea pari. Videsi in tal occasione, con vergogna del nome cristiano, empiamente impiegata dai ministri di Dio la santissima religione per ispaventare e detronizzare quel misero principe con indurlo a chiamarsi colpevole delle seguenti imputazioni. Cioè, di aver permessa la morte del re Bernardo suo nipote e fatti monacare per forza i suoi fratelli naturali, tuttochè di ciò egli avesse già fatta penitenza. Di aver contro i giuramenti rotta la divisione da lui già stabilita dell'imperio, ed astretti i sudditi a due contrari giuramenti: dal che erano venuti spergiuri e gravi turbazioni. Di avere in tempo di quaresima intimata al popolo una spedizion generale: cosa che avea cagionata una gran mormorazione. Di aver maltrattato chi dei suoi fedeli era ito ad informarlo dei malanni correnti e delle insidie a lui tese, con cacciarli in esilio e confiscar loro i beni; siccome ancora d'aver cagionato del discredito ai sacerdoti e monaci. Di aver esatto contro la giustizia varii giuramenti da' suoi figliuoli e popoli. Di aver fatto varie spedizioni militari che aveano prodotti tanti omicidii, sacrilegii, adulterii, rapine ed incendii, con oppression de' poveri: mali tutti, de' quali era reo presso Dio. Di aver fatto delle divisioni dell'imperio a capriccio, turbata la pace comune, armati i popoli contra de' suoi figliuoli, in vece di pacificarli coll'autorità paterna e col consiglio de' suoi fedeli. E finalmente d'aver messo a pericolo d'infinite uccisioni i suoi sudditi, quando l'obbligo suo era di procurar loro la salute e la pace. Con questi mal inventati capi di reati diedero que' vescovi ad intendere al piissimo imperadore ch'era scomunicato e che gli era d'uopo di farne penitenza, se voleva salvar l'anima sua. Lasciossi il meschino principe trattar come vollero que' vescovi che aveano venduta la lor coscienza a Lottario, con deporre la spada e le insegne imperiali, e vestirsi di cilicio, e vituperar le sue passate azioni, e con pericolo di verificar l'antico proverbio: Heroum filii noxae. Questo bastò a Lottario per credere decaduto il padre: benchè non fidandosi di lui, nè del popolo, seguitasse a tenerlo sotto più rigorosa guardia, senza permettergli di parlare, se non con pochi destinati al di lui servigio. Il popolo, terminata questa scena, se ne tornò tutto confuso e mesto a casa. Lottario si fermò in Aquisgrana quel verno, facendola da padron dell'imperio. Walla abbate di Corbeia, per levarsi da così deforme spettacolo, avea ottenuto da lui di potersi ritirare in Italia, e venuto al celebre monistero di san Colombano di Bobbio, quivi coll'aiuto di Lottario fu eletto abbate. Da un documento veronese pubblicato dal Panvinio e poi dall'Ughelli [Ughell., tom. 5, Ital. Sacr. de Episcop. Veronens.], che fu scritto nell'anno 837 pare che nell'anno presente Lottario Augusto mandasse a Verona Mario (forse nome scorretto) conte bergense (s'ha verisimilmente da scrivere bergomense) ed Eriberto vescovo di Lodi, ut muros qui ad portam, quae dicitur Nova, diruebant, sive in castello, aliisve necessariis locis restituerent. Dicesi ordinata questa riparazione eo anno, quando imperator Lotharius cum exercitu in Franciam cum fratribus ad patrem perrexit.


DCCCXXXIV