Qui non si fermò l'attività e il valore del marchese d'Este. Venuto a Ferrara con grande sforzo di genie, ne cacciò Salinguerra capo de' Ghibellini. E allora fu che il popolo di Ferrara, per mettere fine alle interne sue turbolenze, determinò di mettersi nelle braccia d'un solo, e di proclamare per suo signore il marchese. Fu eseguito il pensiero, e data a lui una piena balia sopra quella città e suo distretto con uno strumento che si legge nelle Antichità Estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 39.]. Di questo suo dominio in Ferrara abbiamo anche la testimonianza di Gherardo Maurisio. Negli Annali antichi di Modena [Annal. Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] è scritto che Salinguerra, cacciato da Ferrara, si ricoverò in Modena. E merita riflessione che il predetto marchese Azzo fu il primo, per quanto io sappia, che acquistasse principato in città libere per volere de' cittadini, acciocchè cessassero gli abbominevoli effetti delle fazioni e guerre civili: il che servì poscia d'esempio ad altre per fare lo stesso. Venivano allora così fatti principi considerati come capi delle repubbliche, perchè tuttavia restava il nome e l'autorità d'esse repubbliche. La lega fatta dallo stesso marchese colla città di Cremona, nelle suddette Antichità Estensi si può leggere. E d'un'altra stabilita col popolo di Ravenna parla Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Parisius de Cereta, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.]. Ricuperò ancora il marchese la fortezza di Peschiera, e quivi caduti nelle sue mani i Montecchi, li mandò nelle carceri d'Este. A quell'assedio intervennero i Veronesi e Mantovani coi loro carrocci. Truovasi poi nei suddetti Annali di Modena che in questo anno il popolo modenese andò in aiuto de' Mantovani, perchè loro si era ribellata Suzara. Secondo la Cronica di Reggio [Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.], all'assedio di quella terra furono i Mantovani, il marchese d'Este, i Modenesi e Cremonesi. Ma sopraggiunti i Reggiani coi loro collegati, si sciolse quell'assedio. Quali fossero questi collegati, si raccoglie dagli Annali di Modena, nei quali è scritto sotto il presente anno: Bononienses cum suo carroccio. Imolenses, et Faventini iverunt in servitio Regiensium per burgos civitatis Mutinae. Ed ecco come in questi tempi erano sempre in armi e in moto i popoli della Lombardia, per opprimersi o difendersi l'un l'altro. La lor libertà era un gran bene, ma insieme un gran male la loro ambizione ed inquietudine. Se crediamo agli storici moderni della Sicilia, Inveges, Pirro ed altri, il pontefice Innocenzo III nell'anno presente per mare si portò a Palermo, e vi arrivò nel dì 30 di maggio, per dar sesto agli affari del re Federigo. Sono favole, fondate, a mio credere, sopra una lettera d'esso papa, in cui dice d'essere entrato nel regno. Ma questa sua entrata altro non vuol dire, se non ch'egli andò a Sora, ricuperata con altre terre in quest'anno dalla tirannide degli uffiziali tedeschi, delle quali creò egli conte Riccardo suo fratello. Poscia se n'andò a San Germano e a Monte Casino. Questo è tutto quello che di lui raccontano l'autore anonimo della sua Vita [Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], l'Anonimo Casinense [Anonymus Casinensis, in Chron.] e Riccardo da San Germano [Richardus de S. Germano, in Chron.]. Se il pontefice avesse fatto un viaggio fino in Sicilia, siccome avvenimento tanto più considerabile, non l'avrebbono taciuto quegli autori. Aggiungasi che esso Riccardo storico e Giovanni da Ceccano [Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.] minutamente descrivono i passi di questo pontefice, con dire ch'egli nel dì 16 di giugno, uscito di Roma, andò ad Anagni, poscia a Piperno, al monistero di Fossanuova, e nel dì 23 d'esso mese a San Germano, dove tenne un parlamento coi baroni del regno per aiuto del re Federigo, e per la pace di quelle contrade. Che luogo dunque resta all'immaginato suo viaggio in Sicilia?

Racconta Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 241.] che in quest'anno i Milanesi, udita l'esaltazione di Ottone IV re, non più dubbiosa, gli spedirono ambasciatori fino a Colonia, pregandolo di venire a ricevere la corona del regno d'Italia. Duranti le discordie passate fra la nobiltà e la plebe di Brescia, era venuta alle mani de' Cremonesi la terra di Ponte Vico. Vollero i Bresciani ricuperarla, e la strinsero d'assedio. Si mossero bensì i Cremonesi, con avere in aiuto il marchese d'Este; ma sopraggiunti i Milanesi collegati de' Bresciani, misero in rotta il campo cremonese, con far prigionieri quattrocento de' loro uomini a cavallo; e Ponte Vico tornò in potere de' Bresciani. Nella Cronichetta di Cremona [Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.] è scritto di Assagito da San Nazario, potestà in quest'anno di Cremona: Hic suo tempore cepit Pontevicum, et suo tempore perdidit. Aveva Arrigo conte di Malta [Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.] fiancheggiato dai Genovesi, tolta ai Veneziani l'isola di Creta, ossia di Candia, nell'anno 1206. Inviarono in quest'anno i Veneziani una flotta contra di lui; ma furono rotti, e restò prigione Rinieri Dandolo loro ammiraglio. L'insigne storico veneto Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] differentemente parla di questi affari: cioè che nell'anno 1206 fu spedito Rinieri Dandolo con una armata di galee trentuna, il quale prese Leone Vetrano corsaro genovese con galee nove di suo seguito; dal che nacque guerra fra i Genovesi e Veneziani. Impadronissi ancora il suddetto Rinieri di Corfù, Modone, Corone, Atene e d'altri luoghi. In questi tempi Arrigo chiamato Pescatore, conte di Malta, colle forze de' Genovesi mise piede in Candia, coll'impadronirsi di molto paese. Nell'anno 1207 l'armata veneta giunta colà, ricuperò la capitale dell'isola, e mise in fuga il Maltese, con prendergli quattro navi. Nell'anno presente, uscito in campagna esso Rinieri Dandolo contra d'alcuni ribelli, ferito da una saetta in un occhio, terminò i suoi dì, e fu seppellito nella città di Candia. Seguitò poi la guerra coi Genovesi; ma pare che l'isola di Candia restasse interamente sotto il dominio veneto. Ebbero anche i Veneziani il possesso di Negroponte e di Cefalonia, ed infeudarono quei paesi per lor minore fastidio ad alcuni nobili.


MCCIX

Anno diCristo MCCIX. Indizione XII.
Innocenzo III papa 12.
Ottone IV imperadore 1.

Solennizzò in quest'anno con dispensa pontificia Ottone IV re de' Romani in Wirtzburg le sue nozze con Beatrice figliuola del re Filippo ucciso [Abbas Urspergensis, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron., et alii.]. Aveva egli messo al bando dell'imperio Ottone conte palatino di Witelspach uccisore del medesimo, e confiscati i di lui Stati, con distribuirli a varie persone. Questi nell'anno presente colto da Arrigo di Calendin maresciallo, restò con più ferite tolto dal mondo. Inviò in Italia Volchero patriarca d'Aquileia a riconoscere i diritti imperiali, e a disporre le città per la sua venuta. Sopra di che è da leggere il Sigonio. Acconciò egli intanto tutti i suoi affari con papa Innocenzo III, per poter passare a Roma, e ricevere la corona imperiale. Tutto quanto seppe dimandare il pontefice, fu liberalissimamente accordato e promesso da lui, mentre era nella città di Spira, con obbligarsi di restituire alla Chiesa romana tutta la terra di Radicofani sino a Ceperano, la marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, la terra della contessa Matilda, la contea di Bertinoro, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, e tutto quanto era espresso in molti privilegii d'imperadori e re dai tempi di Lodovico Pio. Ciò fatto, Ottone, dopo aver celebrata in Augusta la festa de' santi Apostoli Pietro e Paolo, con forte esercito per la valle di Trento calò in Italia. Passò l'Adige sopra un ponte fabbricato dai Veronesi [Gerard. Maurisius, Hist. tom. 8 Rer. Ital.], da' quali pretese e ricevette la rocca di Garda. Furono a pagargli il tributo de' loro ossequii Azzo VI marchese d'Este, ed Eccelino da Onara, fra' quali passavano nimicizie, ed, altercando insieme, si sfidarono alla presenza d'esso re. Curioso è quanto racconta il Maurisio dell'incontro di questi due emuli, e della cura ch'ebbe Ottone di pacificarli, e de' sospetti poi conceputi di loro. Ne ho parlato nelle Antichità Estensi. Ordinò egli al marchese di rimettere in libertà i prigioni; e fu ubbidito. Venne Ottone verso Modena [Annales Veteres Mutinens., tom, 11 Rer. Italic.], e si attendò nel distretto di Spilamberto. Indi, per testimonianza di Ottone da San Biagio [Otto de S. Blasio, in Chron.], passò a Bologna, dove concorsero tutti i principi e deputati delle città d'Italia, e vi fu fatta gran corte e festa. Di là portossi a Milano, ricevuto con gran pompa ed allegria da quel popolo. In tale occasione gli storici milanesi scrivono [Gualvan. Flamm., in Manip. Flor., cap. 244. Corius, Bossius, et alii.] che esso re prese nella basilica di santo Ambrosio la corona del regno d'Italia, nè per tal funzione volle chiedere o ricevere quella contribuzion di danaro che, secondo il costume, si pagava dai popoli. Tristano Calco [Tristan. Calcus, Histor. Mediolan.] differisce all'anno seguente la di lui coronazione italica: il che sembra poco verisimile, l'uso essendo stato che la corona del regno d'Italia precedentemente alla romana si conferisse. Ma certo non sussiste il dirsi da Galvano Fiamma, che Ottone fosse coronato nel sabato santo di quest'anno, perchè egli non era per anche disceso in Italia; e tal asserzione può piuttosto persuaderci l'opinione del Calchi, che riferisce la di lui coronazione in Milano al sacro giorno di Pasqua dell'anno susseguente. Dopo aver quivi dato ordine agli affari del regno d'Italia, si rimise in viaggio il re Ottone, e, passato l'Appennino, per tutta la Toscana fu ben veduto ed accolto. Trovò a Viterbo papa Innocenzo [Johan. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.], che l'aspettava; e concertata con lui la coronazione romana, e confermati i giuramenti, continuò il viaggio alla volta di Roma coll'esercito suo, accresciuto di molte migliaia d'Italiani, e andò ad accamparsi nelle vicinanze di san Pietro, cioè della basilica vaticana. In essa poi dalle mani di papa Innocenzo III ricevette l'imperial corona e benedizione. Il giorno di sì solenne funzione è controverso fra gli storici [Otto de S. Blasio, in Chron., Arnold. Lubec. Godefridus Monach. Matthaeus Paris. Histor. Angl.]. Alcuni la scrivono fatta nel dì 27 di settembre, giorno di domenica, altri nella seguente domenica, giorno 4 d'ottobre. Non ho io trovato finora lumi bastanti per decidere questo dubbio, parendomi nulladimeno più probabile la seconda opinione. Accompagnò Ottone colla corona in capo il pontefice sino alla porta di Roma fra la gran calca delle sue truppe, e tornossene dipoi al suo padiglione.

Ma questa gran festa ed allegria mutò ben presto aspetto. Ossia, come vogliono alcuni [Abbas Urspergens., in Chron. Jordanus, in Chron.], che accidentalmente venissero alle mani i Romani coi Tedeschi a cagione di qualche danno o insolenza loro fatta; oppure, secondo altri, che il popolo romano pretendesse quei grossi regali, che da alcuni precedenti Augusti erano stati lor fatti nella coronazione romana, e Ottone ricusasse di soddisfarli; certo è che seguì fra i Romani e Tedeschi una calda baruffa, e la peggio toccò alle genti del novello imperadore. Non sine strage magna suorum, dice Riccardo da San Germano [Richard. de S. Germ., in Chron.]. Giordano ed Alberico monaco dei tre Fonti [Albericus Monachus, in Chronic. Appendix ad Robert. de Monte.] amplificando, a mio credere, questo avvenimento, scrivono: Multi de Teutonicis occisi sunt, et plurimi damnificati, ita quod dictum est postea, in illo bello mille centum equos amisisse imperatorem, praeter homines occisos, et alia damna. Non ci è fondamento bastante di credere così gran perdita. Ma verisimilmente per questo accidente cominciò a turbarsi la buona armonia fra il papa e l'imperadore, il quale, venuto in Toscana, parte quivi e parte in Lombardia passò il verno seguente, con aver licenziata la maggior parte dell'armata sua. Parmi ancora credibile che non tardasse molto l'Augusto Ottone ad occupare o a non restituire alcuni degli Stati della Chiesa romana, non ostante la promessa e il giuramento da lui prestato. La storia è qui molto scarsa, nè ci scuopre le cagioni tutte che produssero dipoi tanti sconcerti fra la santa Sede e il suddetto imperadore. Sappiamo da tutti che papa Innocenzo III accusò di usurpazione e perfidia Ottone; e che, all'incontro, Ottone pretendeva di non operar contro il giuramento fatto in favor del pontefice, con dire ch'egli prima avea nella sua coronazione germanica giurato di conservare e ricuperare gli Stati e i diritti imperiali. Si può credere che mettessero la zampa nel consiglio imperiale i legisti politici, con rappresentare ad Ottone l'esempio de' suoi predecessori, che aveano goduto il dominio di quegli Stati, e date ne aveano le investiture: il che era stato praticato anche da Arrigo I imperadore santo. Forse ancora chiamarono ad esame i diplomi delle concessioni fatte ai papi dagli imperadori fin da' tempi di Lodovico Pio sino a questi, con trovarvi delle difficoltà. Comunque sia, egli è fuor di dubbio che grande strepito fece il pontefice contra di Ottone, l'ammonì per mezzo dell'arcivescovo di Pisa, ma indarno sicchè giunse infine ad atterrarlo, siccome vedremo. Più che mai seguitava intanto il vigilantissimo papa a tenersi ben unito con Federigo II re di Sicilia, considerando il bisogno che potrebbe occorrere di quel principe, qualora le speranze da lui concepute di Ottone IV rimanessero deluse. Fu egli dunque che consigliò a Federigo di accasarsi; fu egli ancora mediatore del matrimonio di lui con Costanza figliuola del re d'Aragona. Nel mese di febbraio del presente anno, essendo stata condotta questa principessa a Palermo, con rara magnificenza se ne celebrarono le nozze. Abbiamo da Gerardo Maurisio [Gerard. Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Ital. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] e da altri storici che in quest'anno Salinguerra capo de' Ghibellini in Ferrara, co' suoi aderenti seppe far tanto, che rientrò in Ferrara, spogliò di quel dominio Azzo VI marchese d'Este, e cacciò in esilio tutti i di lui partigiani. Trovavasi allora il marchese collo esercito suo accompagnato dai Veronesi e Vicentini verso la Brenta, per passare alla distruzione della nobil terra di Bassano, dove Eccelino da Onara nemico suo signoreggiava. Erano anche in armi i Trivisani, per dar aiuto ad esso Eccelino. Arrivò al marchese la nuova della perdita di Ferrara: allora precipitosamente levò il campo e tornossene a Vicenza, ubbidiente in questi tempi ai suoi cenni, e fu inseguito da Eccelino sino alle porte di quella città. Non andò più innanzi questa briga, perchè, arrivato il re Ottone, che veniva allora dalla Germania, ad Orsaniga, tanto il marchese che Eccelino dovettero ire alla corte, siccome ho di sopra accennato. In Cremona [Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Italic.] ancora nell'anno presente v'entrò la discordia. Il popolo si divise in due fazioni: l'una teneva la città vecchia, e l'altra la nuova, di modo che arrivarono nell'anno seguente cadauna delle parti ad eleggere il suo podestà.


MCCX

Anno diCristo MCCX. Indizione XIII.
Innocenzo III papa 13.
Ottone IV imperadore 2.