Sordibus a cunctis sum munda Canossa, sepulcri
Atque locus pulcher mecum. Non expedit urbes
Quaerere perjuras, patrantes crimina plura.
Che voglia dire con queste ultime parole Donizone, non si può ben intendere. Ma ben si capisce che Pisa era in questi tempi un famoso emporio e porto franco, dove erano ammessi gl'infedeli orientali ed africani: il che parve a Donizone un'indegnità, e perciò più meritevole la sua patria Canossa, per cagione della sua purità in materia di religione.
Le determinazioni prese in Roma contro del re Arrigo, quelle furono che finirono di determinare i primi principi della Germania a ritirarsi dal re Arrigo scomunicato, e a seriamente divisare dei mezzi di rimettere la quiete in quelle contrade [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron. Berthold. Constant., in Chron.]. E giacchè vedeano più che mai ostinato il re nelle sue violenze e in altri vizii, passarono a liberar sè stessi e i popoli da un principe nato solamente per rendere infelici i suoi sudditi. I primarii dunque che l'abbandonarono, furono Ridolfo duca di Suevia, Bertoldo duca di Carintia e Guelfo duca di Baviera, il cui padre, cioè il marchese Alberto Azzo II, signore d'Este, di Rovigo e di altri Stati in Italia, parzialissimo fu sempre anch'egli della santa Sede, e dovea ben promuovere gl'interessi d'essa presso il figliuolo duca. Andò a dismisura crescendo il loro partito, e v'entrarono moltissimi vescovi. In una dieta da essi tenuta in Tribuna dopo la metà d'ottobre, dove intervennero anche i legati della santa Sede, fu progettato di creare un nuovo re. Arrigo venuto alla villa di Oppeneim, fra cui e Tribuna scorreva il Reno, affine di schivar l'imminente nembo, spediva di tanto in tanto legati, con promettere emendazion di vita, soddisfazioni, benefizii; e perchè niun si fidava di un principe che tante volte avea mancato alle promesse, e venivano rigettate le di lui belle parole, non lasciò egli indietro sommissione e preghiera alcuna per placarli. Finalmente gli fu accordato del tempo, e conchiuso che al romano pontefice sarebbe rimesso questo affare, e che esso papa sarebbe pregato di trovarsi in Augusta per la Purificazione di santa Maria; ed esaminate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si starebbe al giudicato di sua Santità, con altre condizioni da eseguirsi al presente, che io tralascio. Non così fecero i più dei vescovi di Lombardia [Cardin. de Aragon., Vit. Greg. VII.]. Erano stati eglino scomunicati insieme con Guiberto arcivescovo di Ravenna nell'ultimo concilio romano, e da papa Gregorio. Però esso Guiberto, e Tedaldo arcivescovo di Milano con altri vescovi scismatici, raunato un conciliabulo in Pavia, scomunicarono anch'essi lo stesso papa Gregorio. Questo partito a sè favorevole in Italia fece risolvere il re Arrigo di non aspettare in Germania la venuta del pontefice romano, ma di portarsi egli a dirittura ad implorare la di lui misericordia di qua dall'Alpi. E tanto più credette migliore questo spediente, perchè temeva di soccombere nella dieta germanica alla folla di tanti accusatori delle sue enormità, delle quali ben sapeva di non avere scusa; e che gli riuscirebbe più facile lungi da tanti suoi avversarii di guadagnare il romano pontefice. Ma perciocchè i duchi di Baviera, Suevia e Carintia aveano chiuso con gente armata i passi per i quali si cala in Italia, egli colla moglie Berta e col piccolo figliuolo Corrado, accompagnato da pochi, prese il cammino della Borgogna [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], e celebrò il santo Natale in Besanzone. Continuando poscia il viaggio, quum in locum, qui Civis dicitur, venisset, obviam habuit socrum suam (cioè Adelaide marchesana di Susa) filiumque ejus Amedeum nomine, quorum in illis regionibus et autoritas clarissima et possessiones amplissimae, et nomen celeberrimum erat. Non saprei dire se qui si parli della terra di Civasco. Fu onorevolmente ricevuto da essi Arrigo IV; ma se volle continuare il viaggio, gli convenne conceder loro cinque vescovati d'Italia contigui ai loro Stati: senza di che non voleano lasciarlo passare. Parve ciò duro al re, ma i suoi interessi più premurosi il fecero cedere a tali istanze. Il Guichenone [Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 1.] pretende che questi vescovati fossero in Borgogna, e forse il Bugey. Ma Lamberto chiaramente scrive quinque Italiae episcopatus. Talmente era in questi tempi cresciuta la fama e potenza di Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia, che Michele Duca imperadore d'Oriente concertò di avere una di lui figliuola per moglie di Costantino Duca Porfirogenito Augusto suo figliuolo e collega nell'imperio. Giovanni Zonara attesta [Zonaras, Annal., tom. 2, pag. 288. Guillelm. Apulus, cap. 3. Malaterra, lib. 3, cap. 13.] che la figliuola fu condotta a Costantinopoli, e, secondo l'uso de' Greci, le fu posto il nome di Elena. Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] nota anch'egli sotto l'anno presente le suddette nozze. Ed aggiugne che Ruggieri conte di Sicilia e fratello d'esso Roberto fece prigione un nipote del re d'Africa, che era venuto in Sicilia a Mazzara comandante di cento cinquanta legni. Ma questa sarà l'impresa medesima che il Malaterra [Malaterra, lib. 3, cap. 10.] mette sotto l'anno precedente, e, per conseguente, potrebbe anche essere accaduto il matrimonio nobilissimo della figliuola di Roberto Guiscardo in esso anno. Resto io in dubbio se in questi tempi il medesimo Roberto facesse l'impresa di Salerno, come vuole Romoaldo salernitano [Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7. Rer. Ital. Malaterra, lib. 3, cap. 10.], oppure nel seguente, dove ne parleremo. In Sicilia avea lasciato esso conte Ruggieri per suo luogotenente Ugo di Gircea, marito di una sua figliuola bastarda. Questi, voglioso di segnalarsi con qualche bella impresa, benchè ne avesse un divieto dal conte, insieme con Giordano, figliuolo anch'esso illegittimo d'esso Ruggieri, diede addosso a Benavert saraceno governatore di Siracusa. Ma caduto in una imboscata, vi lasciò la vita co' suoi, e Giordano appena si salvò con pochi. Affrettò per questa disavventura il conte Ruggieri il suo ritorno in Sicilia, e fece per allora quella vendetta che potè, con dare il sacco a qualche castello e paese de' Mori vicini.
MLXXVII
| Anno di | Cristo MLXXVII. Indizione XV. |
| Gregorio VII papa 5. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 22. |
Secondo il concerto, s'era messo in viaggio il pontefice Gregorio con disegno d'andare alla dieta già intimata da tenersi in Augusta nel principio di febbraio di quest'anno [Lambert. Schafnaburgensis, in Chronico. Cardinal. de Arag., in Vita Gregorii VII.]. Uno dei più atroci verni che mai sieno stati, si provava allora in Lombardia. Contuttociò l'animoso pontefice si mise in viaggio, e, scortato dalla contessa Matilde, arrivò fino a Vercelli: quando eccoti nuova che il re Arrigo era giunto in Piemonte. Infatti dopo incredibili patimenti aveva egli valicate le Alpi piene di ghiacci e nevi, e corso più volte pericolo della vita colla moglie e col figliuolo; ma per timore che passasse l'anno dopo la scomunica contra di lui fulminata, egli si espose ad ogni rischio e fatica, tantochè pervenne in Italia. Sparsasi la fama del suo arrivo, corsero a visitarlo ed onorarlo i vescovi simoniaci di Lombardia e i conti; ed in breve si vide alla sua corte un conflusso innumerabil di gente. Ora non sapendo il papa se Arrigo venisse o con buona o con cattiva intenzione, tenuto consiglio, giudicò bene di retrocedere e di ritirarsi colla contessa Matilda alla di lui inespugnabil rocca di Canossa sul Reggiano. Colà comparvero molti vescovi e laici di Germania, venuti per disastrose ed inusitate strade a chieder l'assoluzion della scomunica, e dopo qualche giorno di penitenza l'ottennero. Vi comparve ancor il re Arrigo, e fatta chiamar la contessa Matilde ad un abboccamento, eam precibus ac promissionibus oneratam ad papam transmisit, et cum ea socrum suam (Adelaide marchesana di Susa) filiumque ejus (Amedeo) Azzonem etiam marchionem (dal quale abbiam detto che discende la real casa di Brunswich e la ducale d'Este) et abbatem cluniacensem (Ugo), et alios nonnullos ex primis Italiae Principibus, quorum auctoritatem magni apud eum momenti esse non ambigebat, obsecrans, ut excomunicatione absolveretur, ne principibus teutonicis, qui ad accusandum eum stimulo invidiae magis quam zelo justitiae exarsissent, temere fides haberetur. Somma fatica si durò da tutti per muovere il papa a commiserazione ed accordo. Lasciossi in fine piegare, purchè Arrigo deponesse le regali insegne, e desse veri segni di pentimento. Seguì pertanto quella scena, che fece allora e dipoi grande strepito, e farallo anche nei secoli avvenire: cioè fu ammesso Arrigo entro la seconda cinta di muro di quella rocca, che tre ne avea. Quivi accompagnato da tutti, senza alcun segno dell'esser suo di re, con veste di lana, co' piè nudi, mentre un eccessivo freddo regnava sopra la terra, restò un giorno, e poi l'altro, ed anche il terzo, con farlo ivi digiunare sino alla sera. Tempo viene talvolta che la superbia, primo mobile dei regnanti, cede il trono all'interesse. Dopo i tre dì, e come scrive Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 1.]:
Ante dies septem, quam finem Janus haberet,