Ante suam faciem concessit papa venire

Regem, cum plantis nudis a frigore captis.

Cioè nel dì 25 di gennaio diede il papa udienza ad Arrigo, che prostrato a' suoi piedi, dimandò misericordia de' suoi falli. Celebrò il pontefice la messa, e presa la sacra ostia nelle mani, perchè i suoi nemici lo spacciavano per simoniacamente asceso al papato, si purgò da questa calunnia. Esibì ad Arrigo di fare altrettanto, s'egli si credeva innocente, e non reo di tante accuse prodotte contra di lui. Ma egli con varie scuse se ne guardò. Fu poscia al pranzo col pontefice, il quale lo avea ben assoluto della scomunica, ma con lasciare in sospeso l'affare del regno, e rimettere ai principi germanici e ad una dieta il decidere s'egli dovesse deporre la corona, oppure ritenerla. Dopo ciò il papa venne a Reggio, dove si trovava Guiberto arcivescovo di Ravenna, il più maligno degli avversarii del papa, con gli altri vescovi simoniaci, aspettando il compimento delle promesse di Arrigo.

Convien ora sapere, essersi appena inteso in Lombardia come era passato il congresso del re col papa in Canossa [Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], che infinite mormorazioni ed insolenze si sparsero non men contra dello stesso pontefice, trattandolo da tiranno, da omicida, da simoniaco, quanto contra d'Arrigo, perchè sì vilmente si fosse suggettato ad un sì indegno trattamento. Fu proposto di creare Corrado figliuolo di Arrigo, benchè di tenera età, re: tutti fuggivano, o vilipendevano Arrigo, e le città gli serravano le porte in faccia. Ora tra per questo, e perchè non già di buon cuore, ma per necessità de' suoi affari, egli avea fatta quella concordia col papa, se ne pentì egli ben presto. Gli stava a' fianchi il suddetto Guiberto con altri vescovi scomunicati, a' quali non fu difficile il fargli ritrattare il fatto, e ricominciar lo sprezzo delle condizioni già accettate, e la nemicizia col papa. In questa maniera ricuperò Arrigo a poco a poco la buona grazia de' vescovi e dei popoli della Lombardia [Paulus Benried., in Vita Greg. VII, c. 86.]. Ma non potè ottenere dal papa la licenza d'essere coronato re d'Italia colla corona ferrea in Monza. Riassunse nondimeno le insegne di re, benchè si fosse obbligato col papa di vivere in maniera privata, finchè in Germania fosse decisa la di lui causa. Un suo diploma da me pubblicato [Antiquit. Italic., Dissert. XXXI, pag. 948.] cel fa vedere in Pavia nel dì 3 d'aprile dell'anno presente. Se s'ha a credere a Donizone [Donizo, lib. 2, cap. 1.], egli tentò ancora di tirare il papa ad una conferenza, con disegno di prenderlo. Ma avvertitane la contessa Matilde, fece sventare la mina e condusse il papa alle montagne. Fece Arrigo prendere anche Geraldo vescovo d'Ostia, mandato dal papa per suo legato a Milano. Di tutto questo andò avviso in Germania. Non volle poi Arrigo portarsi alla dieta intimata a Forcheim, come avea data parola. Vi si trovarono bensì i legati del papa, e quivi i duchi Ridolfo, Guelfo e Bertoldo, gli arcivescovi di Magonza e di Maddeburgo, e i vescovi di Virtzburg, di Metz e di altre chiese, i quali trattarono della maniera di restituir la pace, come essi credevano, o almen desideravano, alla Germania; e fu risoluto di creare un nuovo re [Bruno, Histor., Bell. Saxon.]. Fu dunque eletto Ridolfo duca di Suevia, tuttochè egli resistesse un pezzo ad accettar questa pericolosa dignità. A buon conto nello stesso giorno della sua consecrazione, che fu il dì 26 di marzo dell'anno presente [Bertholdus, Constantiensis, in Chron.], si sollevò contra di lui una sedizione in Magonza. Quel che è più strano, apparisce dalle lettere di papa Gregorio [Gregor. VII, lib. 4, Epistol. 23, 24, 28.] che esso pontefice non approvò l'elezion di Ridolfo, e si riserbò la conoscenza di tal causa, per decidere a chi de' due contendenti fosse dovuta la corona; del che poi fece gravi doglianze la fazione d'esso Ridolfo, scrivendone al medesimo papa. Ricorse in questi tempi Arrigo al medesimo pontefice, implorando il suo aiuto contra di Ridolfo usurpatore della corona. Ebbe per risposta, che non si potea soddisfarlo, mentre esso Arrigo teneva tuttavia prigione s. Pietro nel suo legato Geraldo, il quale poi diede fine alle sue miserie, chiamato da Dio a miglior vita sul principio di dicembre dell'anno presente. Ora il pontefice, dopo essersi fermato per tutto giugno in Bibianello, Carpineto e Carpi, terre del Reggiano, allora della contessa Matilde, e in Figheruolo sul Po; chiarito abbastanza che l'animo di Arrigo, lungi dall'essersi mutato, era disposto a far peggio, s'incamminò per la Toscana alla volta di Roma. Il re Arrigo anch'egli seppe trovar via di penetrare in Germania, dove raunato un picciolo esercito, cominciò la guerra contra del nuovo re Ridolfo [Bertholdus, Constantiensis, in Chron.]. Morì nel dì 14 di dicembre in quest'anno l'imperadrice Agnese sua madre in Roma, lasciando dopo di sè il concetto di molta pietà e prudenza. Mancarono anche in questo anno di vita Sigeardo patriarca d'Aquileia (a cui fu surrogato Arrigo canonico d'Augusta) ed Imbricone vescovo d'Augusta, fautore di Arrigo. Ma quel che dovette far più rumore, fu la morte di Gregorio vescovo di Vercelli, cancelliere in Italia d'esso re. Aveva egli intimata una dieta del regno da tenersi ne' prati di Roncaglia circa il dì primo di maggio dell'anno avvenire, con disegno, se mai potea, di deporre il papa; ma una morte improvvisa prima di quel dì troncò le sue trame, e senza lasciargli tempo di penitenza.

Secondo Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.], in quest'anno Roberto Guiscardo duca di Puglia fece l'acquisto importante della città e del principato di Salerno. Ma per conto dell'anno è da maravigliarsi come cotanto discordino fra loro gli scrittori. L'anonimo casinense [Anonymus Casinens., in Chron.] accenna questo fatto all'anno 1075; Romoaldo salernitano [Romualdus Salernit., in Chron.] all'anno 1076. Quantunque io non vegga stabili nella lor cronologia questi autori, forse per difetto de' loro testi alterati dai copisti, pure stimo più verisimile che all'anno presente s'abbiano da riferir tali avvenimenti, per le ragioni che andremo adducendo. Erano in questi tempi gli Amalfitani sotto Gisolfo principe di Salerno [Guillelmus Apulus, lib. 3.], ed aggravati da lui oltre il dovere e costume con dei tributi. Ricorsero essi a Roberto Guiscardo, che a bocca aperta stava aspettando l'opportunità e uno specioso pretesto per insignorirsi di quel nobile paese. Avendo egli presa ben volentieri la lor protezione, fece con ambasciata sapere a Gisolfo suo cognato che trattasse più umanamente quel popolo. Sdegnosamente gli rispose Gisolfo. Allora Roberto, che avea delle nimicizie con Riccardo I principe di Capoa, stabilì con esso lui pace, e fra le condizioni gl'impose di aiutarlo nell'impresa di Salerno. Infatti amendue colle lor forze e colle macchine militari posero l'assedio a Salerno per terra e per mare. Abbiamo da Pietro diacono [Petrus Diaconus, Chron. Casin., tom. 3, cap. 45.] continuator dell'Ostiense, che presentita questa guerra papa Gregorio, che amava non poco Gisolfo, gli spedì Desiderio abbate di Monte Casino per esortarlo a trattar di pace; ma che Gisolfo neppur gli volle dare risposta. Dappoichè fu intrapreso l'assedio, tornò l'abbate casinense, e fatto abboccar Riccardo principe di Capoa con Gisolfo, gli consigliarono tutti di venire a concordia col duca Roberto. Egli più che mai pertinace nulla si curò del loro parere. Crebbe la fame nell'assediata città a tal segno, che il povero popolo si ridusse a cibarsi delle carni più immonde; e non potendo più reggere, aprirono le porte ai Normanni octavi tempore mensis. Ritirossi il principe Gisolfo nella torre o rocca fortissima, fabbricata sulla cima del monte. Stretto ancor ivi, finalmente fu forzato a rendersi a patti di buona guerra, ed ebbe la libertà d'andarsene. Soggiunge Pietro diacono che papa Gregorio il fece governatore della Campania. Dopo la presa di questa città, ch'era allora delle più belle e deliziose d'Italia, e celebre spezialmente per la scuola della medicina, colà per questo concorrendo anche gli oltramontani bisognosi di guarigione, il duce Roberto vi fece fabbricar nella pianura un castello inespugnabile. Anche nella Cronichetta amalfitana [Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 214.] l'acquisto di Salerno è attribuito all'anno presente. Diedesi ad esso duca anche Amalfi, città allora mercantile al sommo, piena d'oro, piena di popolo e di navi. Di essa così scrive Guglielmo pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 3.]:

Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe

Regis et Antiochi. Haec (ratibus) freta plurima transit.

Hic (an heic?) Arabes, Indi, Siculi noscuntur et Afri:

Haec gens est totum prope nobilitata per orbem,

Et mercanda ferens, et amans mercata referre.