Progenies ambas grandes, et honore micantes.
Da essa schiatta gibertina sembra che discendesse il suddetto antipapa. Aspirava da gran tempo alla cattedra di san Pietro esso Guiberto, uomo, quanto privo dello spirito ecclesiastico, altrettanto provveduto di mondana politica. Il primo de' suoi pensieri era l'ambizione, l'ultimo il timore di Dio. L'esaltazione di questo mal uomo succedette nel dì 25 di giugno. Nel decreto di tale elezione, rapportato dall'abbate urspergense [Urspergensis, in Chron.], si spacciarono non poche stomachevoli calunnie contra di papa Gregorio, suggerite da Ugo il Bianco cardinale scomunicato, e che si leggono anche nell'empia diceria delle scismatico Bennone. Scrisse dipoi Arrigo allo stesso Gregorio pontefice e al popolo romano lettere infami per avvisarli dell'idolo ch'egli avea introdotto nella casa di Dio. Fu inoltre spedito in Italia il novello antipapa, per tirare nel suo partito tutti i simoniaci e i nemici del vero papa; nè a lui fu difficile di trovarne molti e di mettere insieme un'armata.
Il presentimento di questo colpo, e gli avvisi di quel che andava succedendo in Germania, quegli sproni dovettero essere che finalmente indussero e ad affrettarono papa Gregorio a rilasciare la sua severità contra di Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia, ed accordarsi con lui. Roberto anch'egli si trovava in qualche disordine per le molte città che gli s'erano ribellate, e gli era utile l'accomodarsi ai voleri del papa. Però il pontefice post octavas Pentecostes, circa il dì 7 di giugno, siccome abbiamo detto di sopra, andossene ad Aquino [Cardinal de Aragon., in Vit. Gregor. VII.], accompagnato da Giordano principe di Capoa, e quivi riconciliatosi con Roberto, l'assolvè dalle censure, e diedegli l'investitura di tutti quegli Stati che gli erano stati conceduti da Niccolò II e da Alessandro II pontefici predecessori, con aggiugnere: De illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalfia, et pars Marchiae Firmanae, nunc te patienter sustineo in confidentia Dei omnipotentis et tuae bonitatis, ec. Probabilmente questo era stato il punto principale che avea fin qui ritardata la pace fra loro. Giurò all'incontro fedeltà ed omaggio al papa il duca Roberto, con promettere ancora di pagar ogni anno alla Chiesa romana dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi di tutti i suoi Stati. Già s'è, a mio credere, assai dimostrato di sopra all'anno 1078 non sussistere l'opinione del padre Pagi, che tal riconciliazione seguisse nell'anno 1077, e star forte quella del Sigonio e del cardinal Baronio, da' quali fu riferita al presente anno 1080. Aggiungo ora, che gli atti d'essa investitura e del giuramento di Roberto son posti fra le lettere del libro ottavo di Gregorio VII, che riguardano gli affari di quest'anno. E nella lettera settima d'esso libro il pontefice dà avviso a tutti i fedeli di aver parlato cum duce Roberto et Jordane, ceterisque potentioribus Nortmannorum principibus, che gli aveano promesso soccorso contra di ognuno in difesa della Chiesa romana, con palesar eziandio la risoluzione presa di marciare con un'armata contra di Ravenna, per liberar quella chiesa e città dalle mani dell'empio Guiberto, già alzato dalla perfidia al sacrilego grado di antipapa. Finalmente abbiamo dalla Cronichetta normannica da me pubblicata [Chron. Normann., tom. 5 Rer. Ital., p. 278.], che anno MLXXX Robertus dux amicatus est cum Gregorio papa in mense junio, et confirmata fuit ab illo omnis terra, quam habebat Robertus dux in Apulia, Calabria et Sicilia. Guglielmo pugliese anch'egli narra [Guillelm. Apulus, Poemat., lib. 4.] sotto il presente anno la concordia suddetta; anzi la fa succeduta dopo la morte del re Ridolfo: nel che egli s'inganna. Dalla stessa Cronichetta abbiamo che il duca Roberto nell'aprile di quest'anno ricuperò la città di Taranto e Castellaneta. Presentossi ancora coll'esercito sotto Bari, e colla fuga di Petronio conte tornò ad impadronirsene. Fece anche lo stesso della città di Trani. Notizie tutte confermate da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] e dall'Anonimo barense [Anonymus Barensis, apud Peregrin.]. Era già stato, siccome accennai, da Niceforo Botoniata precipitato dal trono imperiale d'Oriente Michele Parapinacio con Costantino suo figliuolo, e genero del duca Roberto, ed obbligato a prendere l'abito di monaco. Una curiosa scena avvenne in quest'anno. Eccoti comparire in Puglia davanti il duca Roberto un uomo vilmente vestito, che si spaccia per Michele imperator deposto, e chiede aiuto contro l'occupator dell'imperio, spezialmente rappresentando che la sua rovina era proceduta dalla parentela contratta con esso Roberto, principe troppo odiato da' Greci. Fu accolto con grande onore, vestito di abiti imperiali, e trionfalmente condotto per la città. Credette, o mostrò di credere il duca Roberto che costui veramente fosse il deposto Michele. Anna Comnena [Anna Comnena, in Alexiad., lib. 1.] sostiene nella sua Storia che questa fu una finzione, procurata da Roberto stesso, principe che in astuzie politiche non avea pari, per prendere da ciò pretesto di assalire la monarchia dei Greci. Gaufredo Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 13.], tuttochè Normanno, pure anch'egli inclina a credere che questo Michele fosse un tiro di politica e una fantasima atta a commuovere i popoli alle imprese che Roberto, sbrigato dalle guerre civili, andava già macchinando, e alle quali cominciò nell'anno presente a prepararsi. Da una lettera di papa Gregorio [Gregor. VII, lib. 8, Epist. 6.] si scorge che anche a lui fu fatta credere la venuta in Italia dell'Augusto Michele. Il Malaterra suddetto mette la comparsa di questo fantoccio nell'anno 1077, ma i più nell'anno presente 1080, nel quale comparve in Sicilia Raimondo conte di Provenza a chiedere per moglie Matilda figliuola primogenita del conte Ruggieri. Furono con gioiosa solennità celebrate quelle nozze, e lo sposo contento condusse la moglie alle sue contrade. Ebbero maniera i Saraceni di rientrare in questo anno nella città di Catania per tradimento di Bencimino governator d'essa, musulmano di professione, ma creduto di gran fede da Ruggieri. Udita questa dispiacevol nuova, non perdè tempo Giordano figliuolo del conte Ruggieri ad accorrere colà con un piccolo corpo di cavalleria. Trovò schierati i Saraceni sotto quella città, gli assalì con incredibil valore, e talmente li riempiè di terrore, che, non credendosi sicuri neppure nella città, l'abbandonarono con ritirarsi in Siracusa.
Intanto in Germania avvenne una terribile mutazion di cose [Marianus Scotus, in Chron. Bertholdus Constant., in Chron. Bruno, Hist. Bell. Saxon. et alii.]. Nel dì 15 di ottobre seguì la quarta battaglia campale fra i due re Arrigo e Ridolfo. Gran varietà si truova fra gli scrittori nella descrizion di essa, chi sostenendo che furono messi in fuga i Sassoni, e chi essersi dichiarata la vittoria per loro. Quel che è certo, in quel conflitto restò mortalmente ferito, e di lì a non molto morì il re Ridolfo. L'autore della Vita di Arrigo IV presso il Reubero [Auctor. Vit. Henrici IV, apud Reuberum.] pretende ch'egli fosse ucciso da' suoi medesimi soldati, guadagnati con danaro del re Arrigo. Questo colpo sconcertò sommamente gli affari della lega cattolica non solo in Germania, ma anche in Italia, ed espose alle dicerie de' nemici il pontefice Gregorio VII. Se merita fede Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], avea predetto esso papa che in quest'anno sarebbe morto il falso re, intendendo di Arrigo, ma in vece sua finì di vivere il re Ridolfo. Potrebbe essere una favola; ma certo egli, scrivendo a tutti i fedeli [Gregor. VII, lib. 8, Epist. 7 et 9.], avea fatto loro sperare, nefandorum perturbationem merita ruina cito sedandam, et sanctae Ecclesiae pacem et securitatem (sicut de divina clementia confidentes promittimus) proxime stabiliendam. Si raccoglie lo stesso da altre sue lettere. Però fecero grande schiamazzo i partigiani di Arrigo per l'avvenimento tutto contrario alle promesse o speranze pontificie. Loro ha già risposto il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], e meritano intorno a ciò d'esser lette anche le riflessioni dell'abbate Fleury [Fleury, Hist. Eccl., tom. 13, dans la Pref.]. A questo infausto accidente un altro se ne aggiunse in Italia. Risoluta la celebre contessa Matilda di sostener gl'interessi del romano pontefice, e di tentare, secondo il concerto fatto, di cacciar da Ravenna l'antipapa Guiberto, avea raunate le sue forze nel territorio di Mantova, città allora a lei ubbidiente. Ma fu anche in armi quasi tutta la Lombardia in aiuto di Arrigo, e con un potente esercito si portò alla Volta, luogo del Mantovano [Bertold. Constantiensis, in Chron.]. Quivi vennero alle mani le due armate, e a quella della contessa toccò la rotta nel dì 15 di ottobre, cioè nel giorno stesso in cui seguì l'altro infelice conflitto della Germania, dove il re Ridolfo perdè la vita. Leggesi parimente nella Vita di Gregorio VII [Cardinal. de Aragon., Vit. Gregor. VII, part. I, tom. 3 Rer. Italic.], che dopo la morte di Ridolfo evolutis paucis diebus, Henricus filius ejus (di Arrigo IV) cum exercitu llustris comitissae Mathildis pugnavit. Et quia, sicut fieri solet, varius est eventus belli, victoriam habuit. Che Enrico, ossia Arrigo, sia questo figliuolo del re Arrigo IV, non truovo io scrittore che me l'additi. Forse quello (dice il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.]), che senza nome presso Donizone morì poi nell'assedio di Montebello. Certamente non fu Arrigo V, poscia imperadore, perchè si crede nato solamente nell'anno seguente. A me è ignoto se Arrigo IV avesse de' figliuoli bastardi. Nondimeno improbabil cosa non sarebbe che ne avesse avuto. Fece in quest'anno la suddetta contessa Matilde una donazione al monistero di san Prospero, oggidì di san Pietro, dei Benedettini di Reggio. La carta fu scritta [Antiquit. Italic., Dissert. XXII.] anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo octuagesimo, die IX mensis decembris, Indictione tertia. L'indizione corre qui sino al fine dell'anno; ma potrebbe dubitarsi che fosse qui adoperato l'anno pisano, e che lo strumento appartenesse all'anno precedente, nel cui settembre cominciò a correre l'Indizione III. Tenne inoltre essa contessa un placito in Corneto, terra del contado di Toscanella [Mabill., Annal. Benedict.], VII kalendas aprilis, Indictione III, dove decise la lite d'una chiesa in favore di Berardo abbate di Farfa.
MLXXXI
| Anno di | Cristo MLXXXI. Indizione IV. |
| Gregorio VII papa 9. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 26. |
Insuperbito il re Arrigo per le felicità nel precedente anno occorse all'armi sue, calò nel presente con molte forze in Italia [Berthold. Constantiensis, in Chron. Annalista Saxo.]; e siccome uomo infaticabile e fervido nel mestier della guerra, dopo aver celebrata la Pasqua in Verona, s'inviò a Ravenna, dove si preparò per passare a Roma, fingendo di voler pace, ma consigliatamente per tentare, se potea, d'intronizzar nella sedia di san Pietro lo scomunicato Guiberto. Confessò in una sua lettera Gregorio VII [Gregor. VII, lib. 9, Ep. 3.] che la maggior parte de' suoi, atterriti dalle prosperità d'Arrigo, il consigliava di far pace, e massimamente perchè Arrigo prometteva di gran cose. Eravi anche apparenza che la contessa Matilda, quasi unico antemurale della parte cattolica in Italia, per difetto non già di volontà, ma di forze, avesse da cedere alla potenza d'Arrigo. Contuttociò mirabil fu la costanza ed intrepidezza di Gregorio; nè si lasciò egli mai piegare ad alcuna viltà. Animo a lui fra i mezzi umani faceva la speranza di essere soccorso da Roberto Guiscardo, e il vedere i Romani concordi per sostenerlo. Se si ha a credere agli storici fiorentini, Arrigo assediò inutilmente Firenze dall'aprile fino al dì 21 di luglio. Il Villani [Giovanni Villani, lib. 4, cap. 23. Ammirati, Istor. di Firenze, cap. 1.] scrive che nel dì 12 d'aprile terminò quell'assedio. Comunque sia, certo è che comparve circa la Pentecoste coll'esercito e coll'antipapa a Roma il re Arrigo [Cardinal. de Aragonia, in Vita Gregor. VII.]. Trovò quella città ben disposta alla difesa, e fu non men egli che Guiberto onorato di quanti ingiuriosi titoli e villanie seppe inventare la satirica facondia di quel popolo. Accampossi nel prato di Nerone, aspettando pure di far qualche bel colpo; ma inutilmente tutto, perchè odiato da' Romani tutti. Intanto gli aderenti suoi di Lombardia faceano guerra alle terre della contessa Matilda, devastando paesi, assediando castella, ma con ritrovar dappertutto nelle di lei genti il coraggio della medesima principessa. Ne fa menzion Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 1.], ma con tacerne una a lui svantaggiosa, discoperta nondimeno dall'avveduto Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.]. Cioè, che in questi tempi cotanto prevalse in Lucca la fazione degli scismatici, istigata principalmente da alcuni scapestrati del clero, che quella città si ribellò alla contessa Matilda e si diede ad Arrigo. Ciò si ricava dai diplomi di esso re, dati in quest'anno a que' cittadini, e alle chiese di essa città, de' quali fa anche menzione Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Annal., tom. 1 Rerum Ital.]. Di questa ribellione eziandio siamo assicurati dall'autore della Vita di santo Anselmo vescovo di Lucca, il quale in tal congiuntura fu cacciato dalla sua sedia, e si ricoverò sotto la protezion di Matilde, senza più potere ricuperar quella chiesa, in cui fu intruso al dispetto dei sacri canoni un Pietro diacono, fiero fomentatore del partito del re. Intanto i Sassoni e varii principi e vescovi di Germania, co' quali Arrigo aveva indarno trattato di tregua, per potere con più sicurezza far guerra a papa Gregorio, tennero una solenne dieta [Bertholdus Constantiensis, in Chron.], con eleggere in essa un re nuovo, cioè Ermanno di Lucemburgo Lorenese, nella vigilia di san Lorenzo. Non è in questo luogo da seguitare il Baronio nè il p. Pagi, che fidatisi di Mariano Scoto, della Cronica d'Ildeseim, e di qualche altro minore storico, differirono sino all'anno seguente la promozione di Ermanno. Bertoldo da Costanza, uno dei migliori scrittori di questi avvenimenti, ci assicura ch'egli fu promosso alla corona in quest'anno. Così ha anche Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], così la Cronica di Augusta [Chron. Augustan.]; e, quel che più importa, Brunone storico contemporaneo della guerra di Sassonia [Bruno, Hist. Bell. Saxon.], e che ne termina la descrizione in quest'anno, scrive che in natali sancti Stephani protomartyris, a Sigefredo moguntinae sedis archiepiscopo Hermannus in regem venerabiliter est unctus, quum jam MLXXXII annus Incarnationis dominicae fuisset inceptus. Cominciavano i Tedeschi nel Natale del Signore l'anno nuovo. Perciò alcuni autori mettono il principio del suo regno nell'anno seguente, perchè egli fu coronato nella festa di santo Stefano. Mariano Scoto negli ultimi tre anni della sua Cronica ha degli anacronismi che non si possono salvare. E forse quella è una giunta fatta da qualche penna posteriore; eppure egli si scuopre mal informato.
Ora per disturbar la dieta e l'elezione suddetta che dissi fatta nella vigilia di san Lorenzo di quest'anno, erano accorsi i principi fedeli ad Arrigo con assaissime squadre d'armati. L'esercito loro di molto superava in numero quello di Ermanno. Contuttociò, passata la festa di san Lorenzo, il novello re insieme con Guelfo duca di Baviera all'improvviso andò ad assalirli nel luogo di Hoctet, celebre per una gran giornata campale de' nostri giorni, e gli sconfisse. Assediò dipoi Augusta, e, non potendola vincere, si rivolse ad altre parti della Germania. Finalmente ben accolto dai Sassoni, nella festa di santo Stefano di quest'anno, siccome dissi, da Sigefredo arcivescovo di Magonza ricevette la corona e la consecrazion regale. Mentre se ne stava attendato l'esercito di Arrigo intorno alla città leonina, valorosamente difesa dai Romani, cominciò l'aria, anche allora malsana di quei contorni, a far guerra a lui e a' suoi soldati. Non poche migliaia vi lasciarono per le infermità la vita; laonde, non potendo egli reggere a questa persecuzione, giudicò meglio di levare il campo e di ritornarsene in Toscana. Dalle memorie del Fiorentini suddetto costa ch'egli tuttavia dimorava all'assedio di Roma nel dì 23 di giugno. Poscia si truova in Lucca nel dì 25 di luglio. Un suo diploma, da me dato alla luce nelle Antichità italiane [Antiquitat. Italic., Dissert. XXXI, pag. 949.], cel fa vedere ivi nel dì 19 d'esso mese di luglio. Di là, se vogliamo stare all'asserzione di Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.], si ridusse a Ravenna, e in quelle parti svernò. Fu in questi tempi ch'egli tentò di tirar dalla sua Roberto Guiscardo duca di Puglia, con proporre il matrimonio di Corrado suo figlio con una figliuola del medesimo Roberto. Ma il duca stette forte nell'unione col papa. Niuno aiuto nondimeno, benchè richiesto, potè o volle dare allo stesso papa, perchè allora ad altro non miravano le sue vaste idee che a stendere le sue conquiste nell'imperio de' Greci, forse con isperanza di farsi imperadore d'Oriente. A questo fine fece un gran preparamento di navi e di gente in Brindisi e in Otranto, e con questa poderosa armata, dopo aver dichiarato principe di Puglia e Sicilia e suo erede il figlio Ruggieri, mosse contra de' Greci, menando seco il suo creduto finto imperadore Michele. S'impadronì dell'isola di Corfù, prese Botontrò e la Vallona, e s'inviò per mettere l'assedio alla forte città di Durazzo. Anna Comnena nella sua Alessiade scrive [Anna Comnena, Alexiad., lib. 1. Malaterra, lib. 3, cap. 24.], che la di lui armata navale patì una fiera burrasca, e che vi perì gran copia di gente e di navi; ma che nulla potendo atterrire il cuore intrepido di Roberto, egli continuò il suo viaggio contra di Durazzo. Seco era Boamondo, a lui nato dalla prima moglie, che nel valore e nella maestria della guerra, benchè giovane, compariva veterano, eletto perciò generale dell'armata dal padre. Fu dunque dato principio all'assedio di quella città. In questo medesimo anno avendo Alessio Comneno guadagnato in suo favore l'esercito greco, fu proclamato imperadore nel dì primo d'aprile in Andrinopoli [Zonar., in Annal. Anna Comnena, Alex., lib. 3.], e passato a Costantinopoli, quivi si fece solennemente imporre la corona imperiale. Trovavasi allora gravemente oppresso l'imperio orientale dai Turchi, che aveano eletta per lor capitale Nicea, e vivamente era minacciato da Roberto Guiscardo nella Dalmazia.
Fece egli perciò pace co' Turchi; e per resistere al Guiscardo, spedì lettere e ambasciatori al papa, al re Arrigo, ed anche a quasi tutti i principi d'Occidente, senza che alcuno volesse alzare un dito contro ai Normanni. I soli Veneziani, sempre fin qui uniti co' Greci, in aiuto di lui concorsero con un'armata navale. Guglielmo pugliese [Guilielm. Apulus, lib. 4.] ci fa conoscere con un superbo elogio, come già fosse cresciuta fin d'allora la potenza veneta, con dire d'essa flotta: