Troppo oramai rincresceva all'arciduca Alberto il peso della guerra colle Provincie Unite; anzi non ne poteva di più, perchè trovava come seccate le fontane dell'oro di Spagna, senza le quali a lui era impossibile di sostentarsi: laddove gli Olandesi sempre più venivano rinvigoriti dal loro commercio per mare, che ogni giorno andava crescendo, sino a mettere flotte in mare, le quali non temevano delle spagnuole, siccome in questo anno ancora avvenne, avendo nel dì 24 d'aprile verso il promontorio di San Vincenzo essi Olandesi data una rotta all'armata navale di Spagna, colla morte di circa due mila persone dalla parte dei vinti e colla perdita di alquante galee. Il perchè l'arciduca, ottenutane la permissione dalla corte di Madrid, fece muovere parola di pace colle Provincie suddette. Non negarono orecchio a qualche pratica di accomodamento gli Olandesi, con richiedere nondimeno per preliminare che il re di Spagna e l'arciduca li riconoscessero per popoli liberi. Si trovarono delle speciose ragioni per accordar questo punto colle parole, attribuendosi poi i monarchi il privilegio di poterle interpretare in varii sensi, allorchè si presentano più favorevoli occasioni. Quindi si pensò a trattar daddovero di sì importante negozio: al qual fine seguì una sospension d'armi per otto mesi. Ma perchè le ratificazioni e i mandati che venivano di Spagna, come troppo generali o intriganti, non soddisfaceano agli Olandesi, e il conte Maurizio sopra gli altri faceva di mano e di piedi per interrompere ogni pratica d'accordo, per timore che una pace desse troppo gran tracollo alla propria autorità: nulla si conchiuse di più nell'anno presente. Si provarono in questi tempi le galee di Ferdinando gran duca di Toscana di sorprendere con una improvvisata la città di Famagosta in Cipri, per l'avviso da buona parte venuto della smilza guarnigione che vi tenevano i Turchi. Ma giunte colà, vi trovarono maggior presidio di quel che credevano: del che, siccome già accennammo, furono incolpati i Giudei, quasichè avessero preventivamente avvisati di quella spedizione i Musulmani. Si trovarono le scale preparate non assai lunghe pel bisogno, e la porta destinata riempiuta di terra nel di dentro. Però furono rigettati i cristiani con perdita di cento di essi, e gli altri durarono fatica a rimbarcarsi. Se ne tornarono essi ben confusi alle lor case, con prendere solamente per viaggio tre fuste turchesche. Fu cagione nondimeno il lor tentativo che dei poveri Greci abitanti in Famagosta molti furono presi, e per lievi indizii che avessero avuta intelligenza coi Toscani, condannati a cruda morte. Fece gran rumore nell'anno presente tanto in Italia che fuori d'essa l'avvenimento di fra Paolo servita, famoso teologo della repubblica di Venezia, dopo aver egli sostenuto le di lei ragioni nella lite con Roma. Per quanto si ha da Vittorio Siri nelle memorie recondite, fu egli onoratamente avvertito dal cardinal Bellarmino di stare in guardia, perchè si macchinava contro la sua vita. Per questo, d'ordine dello Stato, andò egli per qualche tempo armato di giacco sotto la tonaca. Stanco di quel peso, lo depose. Assalito un giorno da appostati sicarii, fu steso come morto a terra con ventitrè pugnalate o ferite, salvandosi poi coloro in una peota ben armata, che il nunzio tenea da parecchi giorni preparata. Guarì poi fra Paolo, e il Siri scrive, essere stato innocente di quel fatto il papa, e che ne fu comunemente incolpato il cardinal Borghese suo nipote.


MDCVIII

Anno diCristo MDCVIII. Indizione VI.
Paolo V papa 4.
Rodolfo II imperadore 33.

Se poco riportò il pontefice Paolo dalle precedenti liti colla repubblica veneta, provò ben gran gioia nel presente anno per la solenne comparsa di Carlo Gonzaga duca di Nevers, spedito alla santità sua da Arrigo IV re di Francia per suo ambasciatore, affine di attestare la filial sua ubbidienza e riverenza verso la santa Sede. Venne questo principe con gran pompa, e si presentò sul fine di novembre alla pubblica udienza del pontefice nel sacro concistoro: il che cagionò un giubilo universale al riconoscere sempre più quel principe geloso della religione cattolica. Parimente in quest'anno giunse a Roma don Antonio marchese di Funesta, Moro di nazione, ambasciatore del re del Congo, cioè di un regno situato nella costa occidentale dell'Africa di là dalla linea equinoziale. Introdotta la fede di Cristo per opera de' Portoghesi in quelle parti, maggiori progressi vi fece in questi tempi; laonde il re don Alvaro II professore di essa religione, volle in forma distinta farsi riconoscere per divoto figlio al capo visibile della medesima, con ordine insieme di supplicare il papa che inviasse colà de' pii operai per coltivare quella vigna del Signore, dove anche oggidì faticano gesuiti, cappuccini ed altri religiosi. Ma questo ambasciatore con un meschino accompagnamento appena giunto a Roma, senza che gli restasse tempo di andare all'udienza, s'infermò, e pietosamente visitato dal pontefice, diede poi fine al suo vivere, e gli fu fatto un magnifico monumento in santa Maria Maggiore. Insorse nel presente anno una gara non molto onorevole fra l'arciduca Mattias e Rodolfo II Augusto, per ismorzar la quale lo zelante papa Paolo spedì in Germania il cardinal Giovanni Mellini Romano. Cercò Mattias in una dieta di tirare i cristiani dell'Ungheria a riconoscerlo per lor capo e signore. Altrettanto fece ancora co' popoli dell'Austria. Dispiacque non poco all'imperadore Rodolfo un tale attentato, siccome troppo ingiurioso ai diritti e all'autorità sua. Però in Boemia, dove egli soggiornava, annullò quanto avea operato l'arciduca, e cominciò a far gente; quando ecco comparire colà il medesimo Mattias con un poderoso esercito di venti mila persone tra fanti e cavalli. Rodolfo, buon principe, che dovea aver fatto voto di vivere in santa pace, il più che potesse, pregò il legato pontificio d'interporsi per un convenevole accordo. Ottenne l'arciduca forse più di quel che pensava; perchè l'imperadore si contentò di rilasciargli il dominio del regno d'Ungheria e dell'arciducato di Austria con varii patti che non importa riferire. Con somma magnificenza ed incessanti viva del popolo entrò dipoi questo principe in Vienna nel dì 14 di luglio, ed ivi fu proclamato re d'Ungheria, e poi coronato in Possonia con indicibil contento di que' popoli, ma con grave pregiudizio della religion cattolica, perchè fu necessitato a permettere la libertà di coscienza a tante sette di eretici che aveano già infestata del pari l'Austria che l'Ungheria.

Continuarono in quest'anno ancora i trattati di pace fra i deputati del re di Spagna e dell'arciduca Alberto dall'un canto, e quei delle sette Provincie Unite dall'altro; al qual fine fu prorogata la precedente tregua. Pretesero gli Olandesi in primo luogo che il re Cattolico e l'arciduca non solamente riconoscessero le lor provincie per libere, ma che rinunziassero ed ogni ragione e pretensione che potessero aver sopra delle medesime, tanto per sè che per li lor successori. Parve insolente ai cattolici questa dimanda. Più duro ancora fu il nodo che si trovò pel commercio nelle Indie Orientali, pretendendo gli Spagnuoli che dagli Olandesi si rinunziasse affatto alla navigazione in quelle parti, quando, all'incontro, questa era la pupilla degli occhi degli Olandesi, i quali avendo già provato che immensi guadagni facessero i loro mercatanti in que' viaggi, fin d'allora prevedevano che la conservazione e l'accrescimento della lor potenza avea da provenire dalle Indie suddette. Però, quantunque s'interponessero anche i ministri di Francia e d'Inghilterra per la concordia, pure s'intralciò talmente l'affare, che andò per terra il trattato. Non si perderono perciò d'animo i ministri dell'arciduca, uno de' quali era il marchese Ambrosio Spinola, in cui non si sa se maggior fosse il senno o il valore. Giacchè, secondo le presenti disposizioni, speranza non restava di pace, proposero essi una tregua di alquanti anni, e perciò nel maneggio di questa si spese il rimanente dell'anno. Ebbe l'Italia nel presente anno più motivi d'allegrezza per li magnifici maritaggi de' suoi principi. Imperciocchè già progettati e conchiusi quei dell'infanta Margherita figlia di Carlo Emmanuele duca di Savoia col principe Francesco Gonzaga figlio primogenito di Vincenzo duca di Mantova, e dell'infanta Isabella, parimente figlia di esso duca di Savoia, col principe Alfonso d'Este primogenito di Cesare duca di Modena; fu risoluto il compimento di tali alleanze nel carnovale di quest'anno. Per attestato del Guichenone, si portò per questo in persona il duca di Mantova col figlio in Piemonte con isplendido accompagnamento di nobiltà. Magnifica sopra modo fu la loro entrata in Torino, essendo venuto a quella corte in sì lieta occasione anche il duca di Nemours Carlo Gonzaga, loro cugino, di ritorno da Roma. Scrive il medesimo Guichenon che esso duca di Nemours, come procuratore del principe Francesco, sposò, nel dì 20 di febbraio, la principessa Margherita; eppure il principe, secondo lui, era in Torino. Nel giorno seguente il duca di Savoia col cardinale e cogli altri principi suoi figli, e col duca di Nemours, andò a Chieri a visitare il cardinale Alessandro d'Este giunto colà col principe Alfonso suo nipote, i quali nel susseguente giorno entrarono anche essi in Torino colla medesima pompa con cui erano entrati i principi di Mantova. Scrive il suddetto Guichenon, che lo sposalizio dell'Estense seguì nel dì 16 di febbraio. Discorda egli da sè stesso. Oltre di che il Vedriani nella Storia di Modena scrive che il cardinal d'Este e il nipote si partirono da Modena per Torino nel dì 5 di marzo, e ci tornarono poi a dì 8 d'aprile. Ma poco importa l'accordar questi testi. Certo è che in Torino si fecero feste e divertimenti di gran magnificenza per questi sposalizii. In Mantova, allorchè vi giunsero i principi sposi, furono fatti spettacoli di tanta sontuosità e rara invenzione, che riempierono ognun di stupore. Nè inferiori divertimenti cavallereschi e splendide feste vide in tale congiuntura Modena, ai quali intervennero non solamente i principi di Savoia, ma anche i cardinali Pietro e Silvestro Aldobrandini, mentre erano in viaggio alla volta di Torino.

In questo anno ancora si effettuò il matrimonio di Cosimo de Medici, primogenito di Ferdinando gran duca di Toscana, con donna Maria Maddalena d'Austria, figliuola del fu Carlo arciduca, e sorella dell'arciduca Ferdinando. Fu questa principessa da Trieste condotta sul principio di novembre ad Ancona con grandioso equipaggio di nobiltà e di galee. Arrivata a Firenze, trovò tutta quella città in gran gala, ed ivi ancora più giorni si spesero in solennizzar le sue nozze con varii nobilissimi solazzi. Era ben felice allora l'Italia; godeva l'insigne benefizio della pace; aveva i suoi proprii principi, e questi nelle loro funzioni gareggiavano nella splendidezza. Si sono ben mutati i tempi; la fortuna d'Italia è ben declinata. Nè si dee tacere che nel verno dell'anno presente in Venezia, Modena ed altre città di Lombardia si provò sì aspro freddo, che memoria non v'era d'un somigliante rigore. Cadde anche tal copia di nevi, che arrivò all'altezza di ventiquattro oncie, e fece col peso cadere gran quantità di tetti, e rendè impraticabili le contrade e strade. Per l'impresa di Famagosta, sì infelicemente riuscita nell'anno precedente, era in collera il gran duca di Toscana, e volendo con qualche altra impresa risarcire il suo onore, rinforzò la squadra delle sue galee con cinque vascelli, tutti ben corredati e muniti di gente, e la spedì in Africa sotto il comando di Silvio Piccolomini, personaggio che nelle guerre di Fiandra avea acquistato gran nome. La città di Ippona, oggidì Bona, celebre pel vescovato di sant'Agostino, insigne dottor della Chiesa, fu l'oggetto delle lor prodezze. Con tal vigore restò essa assalita dalle armi cristiane, che nulla valse la resistenza de' Mori, dei quali assaissimi furono trucidati, molti più fatti prigioni. Dopo il sacco e l'incendio di essa città, se ne tornarono i cristiani a Livorno. Nel dì ultimo di giugno mancò di vita il grande annalista della Chiesa Cesare cardinal Baronio. Il merito insigne di questo porporato ha esatto da me il farne menzione.


MDCIX

Anno diCristo MDCIX. Indizione VII.
Paolo V papa 5.
Rodolfo II imperadore 34.