Grandi consulte si tennero alla corte di Madrid nel verno di quest'anno pel progettato accomodamento fra la Fiandra e le Provincie Unite. In Anversa ancora fra gli scambievoli deputati delle parti seguirono amichevoli e lunghi combattimenti per questo negozio. Consistevano le principali difficoltà a vederne il fine nel pretendere il re di Spagna che fosse libero ai cattolici nell'Olanda l'esercizio della religione; alla qual dimanda era specialmente spronato dallo zelo del pontefice, e che non fosse permessa agli Olandesi la navigazione all'Indie: punti ai quali troppa resistenza mostravano le provincie eretiche. Finalmente bisognò che l'altura degli Spagnuoli e i desiderii dell'arciduca Alberto cedessero alla mala situazione de' loro interessi, non sapendo essi come continuar la guerra con gli Olandesi, favoriti sempre sotto mano da' Franzesi ed Inglesi. Però infine si conchiuse, nel dì 9 d'aprile, una tregua di dodici anni, in cui fu dichiarato che l'arciduca trattava colle Provincie Unite come con provincie e Stati, sopra i quali non pretendeva cosa alcuna. Si lasciò andare la pretension della religione. Quella dell'Indie si acconciò con imbrogliate parole, restando vietato agli Olandesi l'entrare ne' paesi del re fuori dell'Europa, senza nominar le Indie. Conviene ben credere che la corte di Spagna e l'arciduca avessero gran bisogno e sete di questo accomodamento, perchè neppur poterono indurre le Provincie Unite, possedenti alcuni forti sulle rive della Schelda, a levar gli esorbitanti dazii imposti a chi volea navigare per quel fiume: il che finì di distruggere il commercio di Anversa, città che nei tempi addietro era stato il più ricco e celebre emporio de' Paesi Bassi, ed angustiata fece maggiormente volgere esso commercio ad Amsterdam e ad altri porti dell'Olanda e Zelanda. Per questa tregua non si può dir quanto fosse il giubilo delle provincie cattoliche della Fiandra, le quali dopo tante e sì lunghe tempeste sperarono di godere una volta il sereno. In Anversa per segno di eccessiva allegrezza, dopo tanti anni di silenzio, si fece udire lo strepitoso suono di quel campanone, a sonar il quale, secondo il Doglioni, vi si adoperano almeno ventiquattro uomini nerboruti. Per ordine di Filippo III re di Spagna nell'anno presente furono cacciati da Granata e molto molto più da Valenza i Mori, fin qui tollerati come sudditi della corona in quelle parti, perchè si scoprirono delle intelligenze e trame di essi coi Mori d'Africa e col gran signore, e fin coi re di Francia e d'Inghilterra, per una ribellione. Nel mese d'ottobre sino al fine di gennaio dell'anno seguente uscirono del regno di Valenza più di cento trentaquattro mila di costoro, imbarcati parte in legni proprii, e parte in somministrati dal re. Erano la maggior parte battezzati, molti nondimeno finti e non veri cristiani. Indarno esibirono al re tre milioni d'oro per potervi restare. Chi scrive che gli usciti di Spagna furono novecento mila, e chi li fa ascendere ad un milione, ed anche a due, pare che non meriti fede. Gran piaga che fu questa per la Spagna, sì pel salasso di tanta gente, come per lo trasporto d'immense somme d'oro, argento, gioie ed altre cose preziose fuori del regno. Molti di costoro passarono in Italia e Francia, e gli altri in Africa. Essendo restate incolte per questo moltissime terre, il re invitò a coltivarle i popoli stranieri, con privilegii ed esenzioni per dieci anni. Ve ne andarono non pochi dall'Italia, e fra gli altri cinquecento Genovesi, raccolti alla sordina dai ministri del re.

Finì nel dì 7 di febbraio dell'anno presente i suoi giorni Ferdinando I gran duca di Toscana, principe che lasciò dopo di sè memoria di una somma saviezza e magnificenza. Era signore di grave aspetto, amator della caccia, ma senza che i divertimenti pregiudicassero punto al negozio e al buon governo de' suoi Stati, col quale cercò di farsi molto più amare che temere. Oltre ad altri figliuoli, ebbe Cosimo II, che come primogenito a lui succedette nel ducato; e Carlo, che nel 1615 in età di diecinove anni fu decorato della sacra porpora da papa Paolo V. In questi tempi Carlo Emmanuele duca di Savoia, siccome principe dotato di un maraviglioso ed insieme sempre inquieto spirito, meditò di nuovo di sorprendere la città di Ginevra; ma, scoperta la mena, gli andò fallito il colpo. Avea egli cominciata anche una tela coi cristiani del regno di Cipri per le giuste pretensioni che la casa di Savoia conservava su quella isola. Si esibivano essi cristiani, forse ascendenti al numero di trentacinque mila, di rivoltarsi per iscuotere il giogo turchesco, ogni qual volta comparisse colà per mare un grosso corpo di truppe regolate dal duca. Andarono innanzi e indietro persone travestite, maneggiando questo affare, finchè intercetta una lettera dai Turchi, li mise in sospetto di qualche trama. Di qua venne la rovina di que' poveri cristiani, e il duca rimase deluso nelle sue speranze. Ma se a questo principe d'alti pensieri andava a male una idea, cento altre ne metteva egli immediatamente in campo. Di ricche pensioni aveva ottenuto dalla corte di Madrid per li suoi figli; pure internamente era malcontento degli Spagnuoli anzi gli odiava. Però in questi tempi si trattò colla corte di Francia per collegarsi seco, proponendo al re Arrigo IV la conquista dello Stato di Milano, il matrimonio della primogenita del re col primogenito suo principe di Piemonte, e di una delle sue figlie col Delfino di Francia. Il re Arrigo, tutto che sapesse quante macchine avesse fatto il duca contra di lui, vivente il maresciallo di Birone, pure, conoscendo il gran talento di questo principe, ne avea conceputa una singolare stima, e però diede volentieri ascolto alle di lui proposizioni, e si crede che sarebbe concorso all'esecuzione dei suoi grandiosi disegni, se non fosse intervenuto ciò che è riserbato all'anno seguente. Non lasciava per questo il duca di trattar con gli Spagnuoli a fin di ottenere maggiori vantaggi, facendo loro sempre paura con lasciar traspirare anche i suoi maneggi col re Cristianissimo.


MDCX

Anno diCristo MDCX. Indizione VIII.
Paolo V papa 6.
Rodolfo II imperadore 35.

Quasi niuno avvenimento degno di memoria ci somministra l'anno presente, fuorchè il sommamente tragico della Francia. Era il re Arrigo IV intento in questi tempi a raunare una potente armata. Credevasi che le sue mire fossero per sostenere i principi protestanti contro i cattolici nella gran disputa che bolliva allora per la successione del ducato di Cleves, ancorchè il pontefice Paolo per mezzo del suo nunzio facesse il possibile per farlo smontare da questa risoluzione non lodevole in un monarca cattolico. Tenevano altri ch'egli sotto quell'ombra meditasse unicamente di muovere guerra allo Stato di Milano, e che a questo fine fosse come fatta una lega con Carlo Emmanuele duca di Savoia. I motivi del suo disgusto colla corte di Madrid erano nati dall'essersi negli anni addietro ritirato in Fiandra, e poscia a Milano, Arrigo di Condè, primo principe della casa reale dopo la linea regnante. E vogliono che non propriamente nascesse tanta amarezza in cuore del re a ragion della fuga di esso principe, ma perchè questi avesse sottratto alle voglie di quel monarca sua moglie di rara avvenenza, cioè Enrichetta Carlotta figlia del gran contestabile di Memoransì, per la quale esso re vivea spasimato. Non si può negare: Arrigo IV, principe sì celebre pel suo valor guerriero, per l'animo suo sommamente perspicace e generoso, e per altre sue impareggiabili qualità, per le quali si comperò l'universal amore dei suoi popoli, altrettanto famoso si rendè per l'intemperanza sua negli amori donneschi, talmente che il più accreditato autore della di lui vita confessa che si sarebbe potuto formar dieci o dodici romanzi delle sue debolezze in questa passione: tanto era egli perduto verso il sesso femmineo. Gran cosa! Tengo io per arte fallacissima, anzi fallita l'astrologia: pure scrivono che più di uno predisse in quest'anno la di lui morte violenta, allegando spezialmente le Centurie di Gian Rodolfo Camerario, stampate in Francoforte l'anno 1607, nelle quali secondo l'oroscopo veniva chiaramente predetta essa morte d'Arrigo IV nell'anno cinquantanove, mesi nove e giorni ventuno di sua vita, siccome dicono che appunto avvenne. Ma probabilmente si ingannano, perchè solamente correva in quest'anno il cinquantesimo settimo di sua età. Potrebbe anche dubitarsi di qualche impostura, cioè di una finta antidata. Tralascio altre predizioni, fabbricate forse dopo la morte di lui, e fatte passare per cose anteriori per dar credito alla mercatanzia. La verità si è, che meditando egli di uscire in campagna, e volendo lasciare la regina Maria de Medici sua moglie reggente del regno con piena autorità, durante l'assenza sua, la fece coronare in San Dionigi nel dì 15 di maggio con gran pompa e solennità: dopo di che si restituì a Parigi per vedere il superbo apparato che ivi si facea pel ricevimento ossia per l'ingresso di lei in quella gran città. Nel dì seguente 14 di maggio, quattro ore dopo il pranzo, uscito egli in carrozza con alcuni duchi e marescialli, gli convenne fermarsi in una strada stretta per l'incontro d'alcune carrette: nel qual tempo Francesco Ravagliac, uomo fanatico, che da gran tempo meditava di ucciderlo, se gli presentò improvvisamente alla carrozza, e con due coltellate verso il cuore il privò all'istante di vita. Avrebbe questo scellerato, con gittare il coltello e mischiarsi nella folla, probabilmente potuto salvarsi; ma egli come glorioso di tanta iniquità, tenendo in mano l'insanguinato ferro, fu conosciuto e preso. Non si potè con tutti i tormenti ricavar da lui che alcuno fosse Stato promotore o complice dell'orrido fatto, sostenendo di aver creduto di fare con questo esecrabil parricidio un'opera piacente a Dio in bene della cristianità; onde venne poi condannato ad una tormentosissima morte. Non si può dire quanto fosse compianto da' suoi popoli il funestissimo e non meritato fine d'un re sì glorioso, sì amato, a cui poscia fu dato il titolo di Grande. Nel dì seguente venne proclamato re Lodovico XIII suo figlio primogenito, che non avea per anche compiuti i nove anni e la reggenza del regno restò appoggiata alla regina Maria sua madre. Fu poi solennemente coronato il novello re nell'ottobre seguente, e il principe di Condè pacificamente se ne tornò a Parigi.

Essendosi oramai scoperti tutti i precedenti imbrogli del duca di Savoia col fu re Arrigo, e svanitane per la di lui morte ogni esecuzione, grande amarezza contra di lui concepì la corte di Madrid; e perciocchè il conte di Fuentes governator di Milano aveva ammassata una poderosa armata, gran timore fu in Italia di guerra in Piemonte. L'intrepido duca anch'egli dal suo canto fece quell'apparato che potè di milizie, ed ottenne dalla regina reggente che il maresciallo Lesdiguieres con un corpo di combattenti venisse in Delfinato, per accorrere alla sua difesa, occorrendo il bisogno. Ma si dissiparono poi questi nuvoli, non solo perchè il papa, i Veneziani e gli altri principi d'Italia si studiarono alle corti di Spagna e Francia d'impedire ogni rottura, ma ancora perchè cessò di vivere esso conte di Fuentes, personaggio di sommo credito nell'arte della guerra, e più desideroso d'essa che della pace. Abbiamo dal Doglioni, essere stato sì esorbitante lo squagliamento delle nevi nelle montagne, fra le quali è situato il nobile marchesato di Ceva in Piemonte, che, inondata tutta quella valle, vi restarono annegate più di quattro mila persone con innumerabil quantità di pecore e di altri bestiami, e che rovinarono quattro ben forti rocche e trentadue borghi con tutte le lor case. Aggiunse il medesimo storico che l'Arno (vorrà dire il Tanaro) anch'esso scorrendo per mezzo la città di Ceva, tanto crebbe nel dì 13 di gennaio, che menò via un ponte sopra esso fondato già con dodici archi di pietre quadre, e con fortissime catene congiunto, con cento venti edificii fabbricati sopra esso (il che par cosa da non credere), che da mezza notte spiantandosi fu la morte di tutti quegli abitanti. Il seguente giorno più crescendo l'inondazione, la parte più bassa della città rimase tutta abbattuta; e si fe' conto che vi perirono più di mille e cinquecento persone senza le robe e case. Conoscendo il pontefice Paolo di quanto decoro, e molto più di quanta utilità per la religione cattolica potrebbe essere lo studio delle lingue ebraica, greca, latina ed arabica, nel dì 28 di settembre dell'anno presente pubblicò una bolla, con ordinare che in ogni studio di religiosi regolari, sì mendicanti che non mendicanti, vi fosse un maestro delle tre prime lingue, e negli studii maggiori quello ancora dell'arabica. Lodevolissimo e nobil pensiero, e comandamento degno di un zelante pontefice, il quale meritava e tuttavia merita maggior esecuzione, massimamente in Italia, dove certo non mancarono ingegni alti a tutte le belle arti.


MDCXI

Anno diCristo MDCXI. Indizione IX.
Paolo V papa 7.
Rodolfo II imperadore 36.