Nel dì 14 di settembre passò l'esercito ispano la Sesia, ed incamminossi verso la Motta e Villanuova, dove s'era trincierato il duca, con disegno di dar battaglia. Ma fu prevenuto dal duca, il quale con una imboscata all'improvviso si scagliò contro la vanguardia spagnuola al passaggio di un fosso, e cominciò a menar le mani. Duro fu il conflitto; ma accorso tutto il campo del governatore, il duca fu astretto a ritirarsi colla peggio, avendo perduto più di quattrocento fanti e di sessanta cavalli, oltre ai feriti. Pareano indirizzate le mire del Toledo sopra Crescentino; il duca, ancorchè il passaggio gli fosse quasi precluso, pure arditamente portatosi colà, fece passar la voglia ai nemici di tentar quella terra. Seguirono poscia altre fazioni, avendo il duca occupati varii luoghi nel Monferrato, e all'incontro il governatore di Milano Santià e San Germano; per la quale ultima piazza, troppo vilmente renduta, fu d'ordine del duca tagliato il capo a chi ne avea il governo. Intanto l'autunno cominciava colle pioggie a difficoltar il campeggiare; e perciocchè il governatore desiderava pure di segnalarsi con qualche fatto, accadde che il duca mosse l'armata sua per andare a postarsi alla Badia di Lucedio: laonde fu spedita parte della cavalleria spagnuola con fanti in groppa ad assalire la di lui retroguardia. A poco a poco si andarono impegnando le parti ad un fiero conflitto, sostenuto valorosamente dai ducheschi, finchè sopraggiunsero le schiere tedesche, le quali per fianco assalirono con tal vigore i reggimenti franzesi del duca, che li misero in fuga; nè con tutte le esortazioni e preghiere di esso duca si poterono ritenere i fuggitivi. Andò dunque in rotta e si disperse l'esercito duchesco, con lieve strage nondimeno, essendo restati sul campo poco più di quattrocento uomini, circa mille feriti e ducento prigionieri, colla perdita di undici insegne di fanteria e tre di cavalleria: laddove dalla parte degli Spagnuoli solamente vi perirono cento soldati, ed altrettanti furono i feriti. Dopo di che l'armi del governatore occuparono varii luoghi e spezialmente Gattinara, di modo che venne Vercelli a restar come bloccato. Intanto dalla parte del mare il signor di Broglio avea mossa guerra a Nizza; in Savoia tuttavia si vivea con sospetti del duca di Nemours; molti Franzesi dell'armata duchesca chiedevano congedo, e quel che più afflisse il duca, fu l'essere stato imprigionato in Parigi il principe di Condè, principal suo sostegno e speranza nei presenti travagli.

Trovavasi perciò il duca Carlo Emmanuele sbattuto dalla fortuna da tutte le parti; e pure l'eroico suo animo giammai non s'invilì in tante disgrazie e pericoli. Ricorse allora all'accortezza sua, per guadagnar tempo, al cardinal Lodovisio e al signor di Bethunes ambasciatore di Francia, facendoli muovere di nuovo proposizioni di pace con don Pietro di Toledo, il quale volentieri vi prestò l'orecchio, parte perchè stanco dei disagi della guerra, e parte perchè tutto gonfio credeva di avere talmente abbassato il duca, che più non potesse alzare il capo. In questo mentre non solamente respirò Carlo Emmanuele, ma cominciarono anche a prendere miglior piega gli affari suoi in Savoia e Nizza, per essere seguito un accordo col duca di Nemours. Oltre a ciò, il re di Francia gli promise di non abbandonarlo; e i Veneziani, coi quali egli avea fatta dianzi lega, gl'inviarono buone somme di denaro, e promesse di settantadue mila ducati il mese, durante la guerra, in guisa tale, ch'egli andò da lì innanzi inventando nuovi sotterfugi per non accordare giammai alcuna delle condizioni poco onorevoli per lui, proposte dal governatore. Parlò poscia con tuono più alto, dacchè intese che l'esercito spagnuolo notabilmente ogni dì più scemava per le malattie e per le diserzioni, stante il non correre le paghe. Si ridusse poi a tale il Toledo, che gli convenne ritirar le sue truppe dal Piemonte, con lasciar solamente ben presidiato San Germano, e con saccheggiare e incendiare Santià. Venuto intanto il duca a scoprire che il principe di Masserano era in trattato col governator di Milano di prendere presidio spagnuolo, sotto le feste di Natale gli spedì addosso il principe di Piemonte suo figlio con cinque mila fanti e mille cavalli, che forzò quella terra a rendersi. Tali furono nel presente anno gli avvenimenti del Piemonte.

Quanto alla guerra de' Veneziani cogli Austriaci, continuò questa senza fatti meritevoli, che io mi fermi a raccontarli. Solamente accennerò che ad essi Veneti riuscì nel dì 19 di marzo d'impossessarsi della fortezza di Mascheniza, e poi di Sorisa, nido d'Uscocchi. All'incontro, venne fatto agli Austriaci di occupar la Pontieba de' Veneziani, dove fecero buona preda. Ma non tardò il provveditor Foscarini col conte Francesco Martinengo a ricuperar quel luogo, e poscia ad occupar anche la Pontieba Austriaca, posta di là dal fiume, con tutte le mercatanzie e robe di molto valore che ivi si trovarono. Restò anche preso dai Veneziani Caporetto, luogo d'importanza, con istrage di alcune centinaia d'Austriaci, e ben fortificato dipoi. Don Giovanni de Medici passò in questo anno al servigio dei Veneziani con titolo di governator generale. Nè si dee omettere che, andando in corso nell'anno presente la squadra delle galee di Napoli nel Mediterraneo, s'incontrò nella flotta de' Turchi, e venne furiosamente alle mani. Dicono che si contarono affondate sei galee di que' Barbari, e sedici altre danneggiate oltre modo dalle artiglierie de' cristiani, e che vi rimasero estinti più di due mila Musulmani. Probabilmente la fama avrà ingrandita questa vittoria, non sapendosi che i cristiani andassero a contare gli estinti dell'armata nemica. Parimente dalle galee del gran duca, correndo il mese di maggio, furono prese due turchesche, con guadagno di più di cento mila scudi, e liberazione di quattrocento trenta schiavi cristiani, in luogo dei quali furono posti al remo ducento quaranta Turchi. Medesimamente vennero in potere delle galee di Malta sette legni turcheschi colla morte o prigionia di cinquecento giannizzeri, che vi erano sopra.


MDCXVII

Anno diCristo MDCXVII. Indizione XV.
Paolo V papa 13.
Mattias imperadore 6.

Già vedemmo che nella pace d'Asti fra la Spagna e il duca di Savoia fu concordato che, in caso di inosservanza dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo di Lesdiguieres dovesse accorrere in aiuto del duca. Fece Carlo Emmanuele così chiaramente conoscere il mancamento degli Spagnuoli in questo particolare, che Lesdiguieres si credè obbligato come persona privata a mantener la parola. Per li recenti matrimonii regali passava allora fra le due corti di Parigi e di Madrid buona armonia, e però i ministri di Spagna gran rumore ed opposizion faceano alla risoluzione del maresciallo. Ma questi infine la vinse, sostenendo che l'onor suo, e più quel della corona vi era impegnato, per sostenere la pace fatta per ordine del re Cristianissimo. Arrivò egli dunque a Torino nel dì 5 di gennaio dell'anno presente con sette mila pedoni e cinquecento cavalli: soccorso, che, come venuto dal cielo, fu accolto dal duca con gran giubilo, siccome il suo condottiere, con ogni dimostrazione di onore e d'affetto. Erasi ritirata la principessa di Masserano coi figli in Crevacuore, dove avea ammesso presidio spagnuolo. Il duca, senza perdere tempo, spedì colà con assai forze Vittorio Amedeo suo figlio principe di Piemonte, che, disposte le artiglierie, cominciò a bersagliare la piazza. Per soccorrerla inviò il Toledo un corpo di gente sotto il comando di don Sancio di Luna castellano di Milano, il quale, trovato ben trincierato il principe, altro far non potè che accamparsi in vicinanza di lui. Ma nel visitare i posti insorta una scaramuccia, restò egli ucciso, e Carlo di Sanguinetto, mastro di campo, con un terzo di Napoletani vi fu fatto prigione. Intanto la guernigione con capitolazione onesta rendè il castello. Passò dipoi il duca coi figli Vittorio e Tommaso, con Lesdiguieres e con tutte le sue forze nel Monferrato; impiegò ventiquattro pezzi di bombarde a battere la fortezza di San Damiano da quattro lati. Dentro vi era un debole presidio. Mentre un dì si dava un furioso assalto ad una parte, i difensori quasi tutti accorsi colà ne lasciarono esposta un'altra al tentativo della cavalleria franzese, la quale, messo piede a terra, si arrampicò sul muro. Presa fu la terra, e tutta messa a sacco, ed anche usata crudeltà contro le vite dei difensori. Vennero, d'ordine del duca, smantellate le mura, affine di restar libero da quello stecco sugli occhi, venendo il caso della restituzione. Nella città d'Alba poche munizioni, scarso presidio si trovava. Vi fu inviato dal duca il conte Guido di San Giorgio con sufficiente corpo di fanteria, cavalleria ed artiglieria a visitarla. Giacchè il governator di Milano si guardava dal mettere in pericolo i suoi, nè volle soccorrerla, dopo dodici giorni d'assedio, venne essa città all'ubbidienza del duca, il quale s'impadronì anche di Montiglio, terra che infelicemente anch'essa andò a sacco.

In un bell'auge erano già gli affari del duca, quando pel tanto pontare della regina Maria madre del re Cristianissimo, ben affetta agli Spagnuoli e alla casa Gonzaga, Lesdiguieres, per timore di perdere il governo del Delfinato, se ne tornò di là dai monti con grave dispiacere del duca: sennonchè da lì a poco tempo risorsero le speranze sue per le mutazioni avvenute in Francia. Trovavasi pel favore della regina suddetta salito si alto il Concino Fiorentino, che occupava tutta la confidenza di lei e del giovinetto re Lodovico XIII, dipendente tuttavia dai voleri della madre. Era costui conosciuto solamente col nome di maresciallo d'Ancre, a cui l'invidia per l'eccedente sua fortuna avea tirato addosso l'odio di quasi tutti i principi, disgustati del governo della regina, sino a rivoltarsi contra del medesimo re. Ma finalmente avvertito esso monarca onde procedessero tanti torbidi e disordini, ordinò che l'Ancre fosse fatto prigione. Perchè egli volle difendersi (così fu dato a credere al re), una delle guardie l'uccise, e contro il cadavere di lui infierì dipoi la plebe parigina. Colla morte di costui tornò la quiete nel regno; i principi sollevati dimandarono perdono, ed ottennero grazia; e la regina madre fu mandata a Blois in riposo. Vittorio Siri, fra gl'Italiani, ed alcuni ancora degli scrittori franzesi, non han lasciato senza apologia la memoria dell'Ancre, confessandolo immeritevole d'un sì lagrimevol fine. Sperò allora il duca Carlo Emmanuele di essere meglio assistito. Ma intanto don Pietro di Toledo governator di Milano sì grossi rinforzi avea ricevuto dalla Fiandra e da don Pietro di Girona duca di Ossuna vicerè di Napoli, che fu creduto ascendere l'esercito suo adunato a venti mila fanti e cinque mila e cinquecento cavalli. Fu parere di un saggio sperimentato capitano che per cogliere nel vero si avesse ordinariamente a detrarre quasi un terzo del decantato numero delle armate. Ora il Toledo con tante forze, senza neppure comunicar i suoi disegni al consiglio, all'improvviso, passata la metà di maggio, comparve sotto Vercelli; e fu sì inaspettato questo colpo, che quattro compagnie di cavalli, uscite di quella città per ispiar gli andamenti de' nemici, restarono tagliate fuori e disperse. Al primo avviso di queste novità fu sollecito il duca a spedire mille e cinquecento fanti ed alcune compagnie di cavalli, con degli ingegneri, che a man salva entrarono in Vercelli. Ma essendo già formati i trincieramenti, e dato principio all'espugnazione di quella città, volle il duca spignere colà cinquecento cavalli, cadauno con un sacchetto di polvere in groppa; e se n'ebbe ben a pentire. Perciocchè assaliti e respinti dalle milizie spagnuole, accidentalmente s'attaccò fuoco a quella polve, e con miserabil spettacolo, a riserva di cinquanta, gli altri morirono pel fuoco, o si annegarono nella vicina Sesia, o abbrustoliti rimasero prigionieri. Altri tentativi fece il duca per introdurre soccorsi, massimamente di polve da fuoco, in quella città, e male di tutti gli avvenne. Una memorabil difesa intanto faceva il presidio duchesco, e per quanti assalti dessero gli Spagnuoli, venivano sempre con gran mortalità respinti. Vi perirono fra gli altri il signor di Quen mastro di campo de' Valloni, don Alfonso Pimentello generale della cavalleria, don Luigi da Leva, Ottavio Gonzaga, il mastro di campo Cerbellone, il conte di Montecastello, don Garzia Gomez generale dell'artiglieria, ed altri uffiziali che io tralascio. Nulla dico delle lor soldatesche, le quali, tra per le ferite e per le malattie patirono un notabil deliquio. Essendo persistito quell'assedio dal dì 24 di maggio sino al dì 26 di luglio, fatta un'onorevole capitolazione, ne uscì la guernigion duchesca, e cedette il posto alla spagnuola. Le stanche milizie furono appresso mandate ai quartieri.

Intanto lentamente procedeva per terra la guerra de' Veneziani contro gli Austriaci, quando una nuova ne fu loro suscitata per mare dal duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Nemico egli dichiarato del nome veneto, ed insieme voglioso di dar braccio alla casa d'Austria, fece un bell'armamento di galeoni, o, vogliam dire, vascelli, e li inviò nell'Adriatico sotto il comando di Francesco Riviera Granatino, per fare una diversione alle armi venete. Immantinente ancora la repubblica unì diciotto galee sottili, due galeazze e sette galeoni, e spintele in mare, fece ritirare in fretta il Riviera a Brindisi. Fu allora che gli Uscocchi, animati dal movimento de' Napoletani, uscirono con assaissime barche in mare, e presero quanti legni mercantili ebbero la disavventura di cader sotto le loro unghie, giugnendo coloro a far prede fino sui lidi della città di Venezia. Ma più che mai ostinato il duca d'Ossuna in questa impresa, a forza di nuovi aggravii e gabelle radunato assai danaro, accrebbe sì fattamente la sua flotta, che giunse ad avere trentatrè galee e diecinove galeoni, tutti bene armati di soldatesca veterana, e inoltre di quattro altre migliaia di combattenti. Ne fu generale don Pietro di Leva, e voce correa che volessero procedere contro la stessa città di Venezia: voce al certo troppo boriosa, ma per cui i saggi Veneziani non lasciarono di far tosto le dovute provvisioni, con accrescere di fortificazioni e di guardie le bocche delle lagune, dando perciò l'armi a tutto il popolo. Passò il capitan generale, ossia provveditor veneto, Gian-Giacomo Zane a Liesina colla sua flotta, composta di quaranta galee sottili, quaranta barche lunghe, sei galeazze e quindici galeoni; ma quantunque più di venti mila persone si contassero in essa, pure appena tre mila ve ne erano di addottrinate nel mestier dell'armi. Arrivò colà anche l'armata dell'Ossuna; e quando ognun si aspettava un fiero combattimento, al quale si erano preparati gli Spagnuoli, il general veneto inaspettatamente si ritirò nel porto, lasciando indietro una tartana che restò preda de' nemici. Dalla forza de' venti trasportato il Riviera verso la Dalmazia, s'incontrò in dieci galee e due barche grosse de' Veneziani due delle quali galee, chiamate maone, siccome ancora le barche, erano cariche di merci. Ebbero la fortuna di salvarsi sette di quelle galee; ma le due maone colle due barche ed una galea andarono precipitosamente ad afferrare il lido: con che fuggirono gli uomini in terra; ma i legni rimasero in poter degli Spagnuoli con tutte le merci e danaro, il valsente delle quali (forse non senza millanteria) si fece ascendere ad un milione di ducati. Presero essi dipoi diversi altri legni carichi di merci e di vettovaglie, perchè liberamente scorreano pel golfo, senza che il provveditor Zane si volesse affrontar con loro: perlochè fu dipoi processato, ma anche per buone ragioni assoluto in Venezia. Perchè in questi tempi si aprì un maneggio di pace alla corte di Madrid, il re Cattolico ordinò che si ritirasse dall'Adriatico la sua flotta. Ma giunti in soccorso della repubblica quattro mila e trecento Olandesi, guidati dal conte Giovanni di Nassau, allora i Veneziani varcarono il Lisonzo, e tentarono di passare sotto Gorizia. Dappertutto trovarono forti ostacoli, laonde vi perirono molti lor bravi uffiziali, e fra gli altri Orazio Baglione e Virginio Orsino di Lamentano. Anzi fu creduto che tra per il ferro e per le malattie trenta mila soldati veneti lasciassero ivi la vita; laddove degli Austriaci ne mancarono (per quel che ne fu detto) solamente quattro mila.

Trattavasi intanto alla gagliarda di pace nella corte di Madrid, essendo perciò giunte colà le procure tanto della repubblica veneta, che di Carlo Emmanuele duca di Savoia nella persona di Pietro Gritti ambasciator veneto, andando ben d'accordo d'interessi queste due potenze. Furono bensì stabiliti gli articoli dell'accomodamento; ma a ratificarli si trovarono renitenti non meno i Veneziani, che il duca di Savoia e il duca di Mantova. I primi richiedevano la restituzione delle prede fatte dal duca d'Ossuna, e voleano garante della pace il re Cristianissimo. Il duca di Savoia, perchè pretendeva che la restituzion di Vercelli precedesse al disarmo. Quel di Mantova stava forte in richiedere il pagamento dei danni sofferti nel Monferrato, e troppa ripugnanza sentiva a perdonare al conte Guido di San Giorgio. Si giocò un pezzo colla più fina politica e con incredibili raggiri in questi trattati, e vi ebbero a perdere la tramontana e la pazienza i ministri del papa e del re di Francia, ansanti sempre di ridurre gli alterati animi alla concordia. Ma ecco sopraggiugnere in Piemonte verso il principio d'agosto il maresciallo di Lesdiguieres (benchè senza approvazione del re Cristianissimo, per quanto si fece poi credere), il conte d'Auvergne generale della cavalleria di Francia, il duca di Roano, i conti di Candale, Schombergh, ed altra fiorita nobiltà franzese, con buone brigate di fanteria e cavalleria; siccome ancora il marchese di Baden, e il principe d'Ainault con molti Tedeschi, e tre mila Bernesi, tutti in soccorso del duca di Savoia. Rinvigorito da queste forze il duca, uscì in campagna, e nel dì primo di settembre prese d'assalto la terra di Felizzano, dove circa mille e cinquecento Trentini rimasero, parte tagliati a pezzi, parte prigioni. Quindi s'impadronì di Quattordici, Refrancor, Ribaldone, Soleri, Corniento ed altri luoghi dell'Alessandrino; poscia di Annone e della rocca d'Arasso: per li quali progressi il Toledo governator di Milano, impotente a campeggiare, si trovava in non lieve imbroglio. Ma ne fu liberato dai monarchi di Francia e Spagna, che daddovero voleano la pace d'Italia. Però nel dì 6 di settembre questa fu conchiusa, con istabilire che il duca di Savoia restituisse tutto l'occupato nello Stato di Milano, e nel Monferrato, e disarmasse; ed altrettanto facesse ancora il governator di Milano; essendo rimesse all'imperadore le pretensioni della casa di Savoia contro quella di Mantova. Per conto dei Veneziani, l'arciduca Ferdinando, già divenuto re, dovea restituire ogni luogo tolto ad essi, e slontanare gli Uscocchi da Segna e dalle vicinanze del mare; siccome ancora i Veneziani doveano restituire ogni luogo occupato agli Austriaci. Mostrossi dipoi adirato il senato veneto contra de' suoi ministri, che aveano acconsentito a' suddetti articoli; e il duca di Savoia per varie ragioni ricalcitrò. Ma convenne cedere al re Cristianissimo, che risentitamente nè comandò l'esecuzione, e fece anche arrestare in Lione per questo l'ambasciator Contarino. E perciocchè i Veneziani non s'erano mai voluti ritirare dall'assedio di Gradisca, e questa oramai agonizzava, il governator di Milano ostilmente entrò nei territorii di Bergamo e di Crema, e recò eccessivi danni a quegl'innocenti popoli. Da questa diversione risultò la salute di Gradisca.