Era tornata in Lombardia e nel Friuli la calma mercè della pace suddetta, ma non cessò per questo la burrasca nelle parti dell'Adriatico. Aveano i Ragusei dato ricetto e viveri all'armata navale del duca d'Ossuna; amareggiati perciò i Veneziani ordinarono alla loro armata navale di danneggiar le terre di quella repubblica. Essendo ricorsi quei di Ragusi all'Ossuna, spedì egli di nuovo il Riviera alla lor difesa con una squadra di galee e galeoni armati di tutto punto. Nel dì 10 di novembre furono a vista le due nemiche flotte. La veneta era di lunga mano superiore all'altra in numero di legni, ma non assai fornita di marinaresca, nè di combattenti. Nel dì seguente le artiglierie diedero principio in lontananza alla lor sinfonia. Ma non si venne mai all'abbordo; perciò, dopo aver la capitana spagnuola cagionato gran danno colle bombarde e colla moschetteria alle navi nemiche, talmente si sgomentarono le soldatesche venete, che, per quanto facesse e dicesse il prode lor generale Veniero, non ne potè avere ubbidienza. Cresciuto poi il vento, si separarono le due armate; la veneta verso l'Albania e Schiavonia, con perdersi cinque delle sue galee sottili per la furia del mare, e la spagnuola a Manfredonia e Brindisi. Ebbero poscia il meritato gastigo gli uffiziali veneti che aveano mancato al loro dovere. Il Veniero fu premiato. Non tanto per isventare altri tentativi che potesse far l'Ossuna, quanto per risarcire il suo onore, il senato veneto immediatamente formò una maggiore armata navale di vascelli e di altri legni da guerra, sì bella e potente, che da gran tempo non se ne era veduta una somigliante, e vi imbarcò, oltre ad altre milizie, tre mila Olandesi. Corse questa flotta per tutto il golfo anche nell'anno seguente, senza trovare nemico alcuno, perchè l'Ossuna non si arrischiò da lì innanzi a fare il bravo per mare. Ma quella guerra ch'egli non potè più fare apertamente ai Veneziani, insidiosamente non cessò egli di continuarla contra di loro nel cuore della stessa Venezia, siccome diremo. Trovavasi in questi tempi l'imperador Mattias senza successione; neppure ne aveano i due suoi fratelli, cioè gli arciduchi Alberto e Massimiliano. Però l'arciduca Ferdinando Aglio del fu arciduca Carlo, pensando per tempo ai proprii interessi, e ad assicurare per sè la corona imperiale, dopo avere ottenuta dai suddetti due arciduchi una cessione, assistito dalla corte di Madrid, si diede a tempestare Mattias, perchè almeno gli cedesse il titolo di re di Boemia. Non sapeva indursi il buon imperadore a veder vivente il funerale della sua autorità. Tuttavia, prevalendo l'esempio di quello stesso che egli avea fatto, e molto più le premure del re Cattolico, aggiunto il timore che potesse uscir fuori dell'augusta casa di Austria lo scettro imperiale, si arrendè, ed adottò esso Ferdinando in figlio, con riserbare a sè l'amministrazione degli Stati. Fu dunque Ferdinando solennemente coronato re di Boemia nel dì 29 di giugno. Erasi nei tempi addietro incapricciato Ferdinando Gonzaga duca di Mantova di Camilla Erdizina Casalasca, ed era giunto a sposarla. Se ne svaghì egli dipoi, secondo il costume di chi fa simili salti; e furono trovate ragioni per far dichiarare illegittimo e nullo quel matrimonio. Ciò fatto, cercò ed ottenne in moglie Caterina de Medici, sorella di Cosimo II gran duca di Toscana. Nel dì 16 di febbraio del presente anno si solennizzarono le loro nozze.
MDCXVIII
| Anno di | Cristo MDCXVIII. Indizione I. |
| Paolo V papa 14. | |
| Mattias imperadore 7. |
Era ben colle carte stata data la pace nell'anno precedente all'Italia, ma non per anche si mirava l'esecuzion della stessa pace. E ciò, perchè diffidando il duca di Savoia del Toledo, torbido governator di Milano, e degli Spagnuoli, non si sapea risolvere a disarmare, sempre temendo di essere beffato, e che restasse ineffettuata la restituzion di Vercelli. Nè i Veneziani dal canto loro si voleano quetare re, se nello stesso tempo non vedeano soddisfatto al pattuito in favore del duca lor collegato. Oltredichè, un fiero ondeggiamento tuttavia durava fra essi e il duca d'Ossuna, facendo questi continue istanze che la repubblica ritirasse dal golfo la sua armata navale, e licenziasse gli Olandesi; altrimenti minacciava con somma altura di rinnovar la guerra, al qual fine andava tutto dì accrescendo di nuovi legni la flotta sua. Perciò da ogni parte si rinforzavano i sospetti, nè appariva il fine di queste turbolenze. Ma perchè Filippo III re di Spagna sinceramente desiderava la quiete; e quando anche tale non fosse Stato il sentimento de' suoi ministri, la corte di Francia assolutamente la volea per suo decoro, dacchè il re Cristianissimo, oltre all'essere Stato il promotor d'essa pace, se ne era anche dichiarato garante: finalmente il duca Carlo Emmanuele, assicurato da esso re della puntuale corrispondenza degli Spagnuoli, verso la metà di aprile disarmò, e rendè le piazze occupate. Dal canto suo ancora il governator di Milano restituì al duca le torre d'Oneglia, Marro e San Germano, ed alcuni altri luoghi. Ma per conto di Vercelli, la cui restituzione era il punto più importante degli altri, non sapeva egli trovar la via di rimetterne il duca in possesso, con isfoderare ogni dì nuove pretensioni e difficoltà. Si superarono ancor queste; laonde nel dì 15 di giugno tornò quella città all'ubbidienza dell'antico suo sovrano. E tal fine ebbe la presente guerra della Lombardia, per cui rimasero in vero sommamente afflitti ed esausti gli Stati e l'erario di esso duca, senza ch'egli avesse guadagnato un palmo di terreno. Si guadagnò nondimeno una singolar riputazione entro e fuori d'Italia, per essersi fatto conoscere sì coraggioso in guerra, e sì generoso conservatore della sua dignità, essendosi specialmente compiaciuti gl'Italiani di trovare in questo principe chi non si voleva lasciar soperchiare dalla prepotenza spagnuola, che in questi tempi volea dar legge a tutta l'Italia. Nella pace suddetta erano restati indietro gli affari del conte Guido di San Giorgio, essendo i suoi beni stati confiscati dal duca di Mantova nel Monferrato, senza che questo principe volesse mai intendere parola di perdono. Si fece tirar ben bene gli orecchi, ma forzato in fine fu a rimettere in sua grazia il conte, e alla restituzion de' suoi beni per li buoni e forti uffizii del re Cristianissimo. Protestava di molte obbligazioni il duca di Savoia ad esso re di Francia per l'appoggio datogli nelle passate traversie, e però sul fine di ottobre inviò a Parigi con superbo accompagnamento il cardinal Maurizio suo figlio per portare i suoi ringraziamenti a quel monarca, ed anche per trattare altri affari, dei quali si parlerà all'anno seguente.
Quanto alla repubblica veneta, intavolò essa dei congressi coi ministri dell'imperadore Mattias e del re Ferdinando, per dare esecuzione ai trattati. E infatti si provvide alla quiete e sicurezza dello Adriatico e del commercio, con ritirar gli Uscocchi da Segna e dal litorale, e mandarli ad abitare a Carlistot, e ad altre frontiere de' Turchi; e il fuoco dato alle lor barche mise fine alle lor piraterie. Pure non tornò per questo la pace nel golfo a cagion del duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Era questo signore di un genio sommamente stravagante e borioso; sempre meditava delle novità, nè prendeva consiglio se non dal suo capriccio. Il calpestare la nobiltà, il violare l'immunità delle chiese, l'imporre tutto dì gravezze ai Napoletani, e fino il rispettar poco gli stessi ordini della corte di Spagna, erano i frutti del suo bizzarro ingegno. Soprattutto ardeva egli di sdegno e d'odio contro la repubblica veneta, non sapendo sofferire che essa facesse la padrona dello Adriatico, altizzando perciò gli altri ministri della corona ai danni dei Veneti. Sapevasi ch'egli faceva fabbricar nuovi legni, e ne procacciava degli altri dalla Inghilterra, con far correre voce di volerla contro i Turchi; il che obbligò la repubblica ad aumentar le sue forze di mare. Si venne intanto a scoprire in Venezia una terribile congiura, di cui comunemente fu creduto autore il suddetto Ossuna, siccome personaggio capace di strani disegni. Trattavasi di dar fuoco all'arsenale e a varie parti della città, di pettardare e spogliare la zecca, e il tesoro di san Marco, di uccidere i principali senatori della repubblica, e di occupare i posti principali di Venezia. A questo fine si erano introdotti sotto varii pretesti in quella città molti Spagnuoli e Franzesi, comperati per sì orribil attentato, e regolati da chi se l'intendeva coll'ambasciatore di Spagna marchese di Belmar. Doveano comparir legni armati, i quali s'impadronissero dei porti e passi della laguna, con accorrere dipoi i vascelli grossi del regno di Napoli, ed accrescere la confusione nei luoghi marittimi del Friuli, e spignere soldatesche entro la città di Venezia. Tali erano le voci e le relazioni che corsero allora di sì inumana impresa; e il Nani ed altri, e specialmente il signore di San Real, descrivono tutta l'orditura di questa macchina iniqua colle più minute circostanze, come se avessero avuto sotto gli occhi tutto il processo: il chè come sussista, non si può intendere, al sapere che i saggi Veneti tennero sotto rigoroso silenzio gli esami fatti in questa congiuntura, nè fecero minimo motto per incolpar l'Ossuna, ed ammisero in consiglio l'ambasciatore spagnuolo senza lor menoma doglianza o parola di sì orrido fatto. Però non sono mancati scrittori che han tenuta per finta tutta quella pretesa cospirazione, e intorno a ciò massimamente si può vedere quanto ne lasciò scritto Vittorio Siri nelle sue Memorie recondite; essendo sembrato ad essi che non potesse mai cadere in mente se non di persone affatto mentecatte il disegno di prendere Venezia, città di sì gran popolazione, e divisa da tanti canali, e con un'armata navale all'ordine più potente di quella dell'Ossuna; oltre alla pietà del re Cattolico Filippo III, il quale non è mai credibile che potesse consentire a sì nera e detestabil vendetta. In queste tenebre altro a me non resta da dire, se non una verità ben certa; cioè, che non so quanti Spagnuoli e Franzesi tanto in Venezia che nelle milizie della veneta repubblica furono presi, e parte impiccati, e parte buttati in canal Orfano; e che infinite dicerie si fecero di questo scuro fatto, il quale a me basta di aver semplicemente accennato. Tuttavia nella serie dei dogi di Venezia si va colle stampe ricordando l'orribile congiura ordita dal duca di Ossuna vicerè di Napoli, e dal Cueva ambasciatore di Spagna.
Venne a morte nel marzo dell'anno presente Giovanni Bembo doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto Nicolò Donato, che non tenne se non trentatrè giorni, e forse meno, quella dignità, essendo mancato di vita nel dì 26 di aprile. A lui succedette Antonio Priuli, che comandava allora all'armi della repubblica verso Veglia; e tornato a Venezia, con gran solennità fu ricevuto dalla nobiltà e dal popolo. Giunto era don Pietro di Toledo governatore di Milano, col tanto difficoltare la restituzione di Vercelli e l'esecuzione della pace d'Italia (sempre inventando nuove cabale per continuare il lucroso mestier della guerra) talmente ad infastidire la corte di Francia, che sdegnata del suo turbolento procedere, e pulsata anche dal duca di Savoia coi suoi uffizii presso il re Cattolico, il fece richiamare in Ispagna, liberando da un mal arnese la Lombardia. In luogo suo al governo di Milano fu destinato don Gomez Alvarez (o Suarez) duca di Feria, personaggio che sul principio si fece credere inclinato alla pace, perchè, appena giunto a quella città, licenziò le truppe superflue: con che veramente parve restituita la quiete all'Italia. Non lieve influsso ancora diedero ad effettuare, anzi ad assicurar la pace, stabilita dagli Austriaci colla repubblica di Venezia, i movimenti della Boemia insorti nell'anno presente. Imperciocchè gli eretici di quel regno, massimamente per istigazione di Arrigo conte della Torre, nel dì 23 di maggio mossero a ribellione quel regno, e gittarono giù dalle finestre del palazzo di Praga, alte quaranta braccia, i tre principali ministri cattolici dell'imperadore Mattias, i quali con istupore di ognuno e credenza di miracolo niun nocumento riportarono da sì alto salto. Quindi ebbe origine in quelle parti una aspra guerra, che lungamente tenne occupati esso Augusto, e Ferdinando già dichiarato re di Boemia, il quale nel luglio dell'anno presente fu anche coronato re d'Ungheria. Parimente nei Grigioni e nella Valtellina da essi dipendente insorsero fiere discordie civili a cagione specialmente della lega che i Veneziani si studiavano di confermare con quei popoli, dal che venne che mossa fu persecuzione dagli eretici contra i cattolici. Nè si dee tacere un lagrimevol caso accaduto in essa Valtellina nel dì 14 di settembre. Sollevossi un gran turbine non meno nell'aria che nelle viscere della terra, per cui la terra di Pluvio, dove si contavano due parrocchiali e sei tra monisteri e spedali, da un vicino monte, che precipitò, rimase talmente oppressa, schiacciata e seppellita in un momento, che di essa non restò neppure un vestigio. Di tre mila e secento abitanti non si salvarono che quattro sole persone, portate lungi per l'aria dall'impetuoso turbine.
MDCXIX
| Anno di | Cristo MDCXIX. Indizione II. |
| Paolo V papa 15. | |
| Ferdinando II imperad. 1. |