Fu questo l'ultimo anno della vita dell'imperadore Mattias, principe di buona volontà, amator della quiete, lasciando un vantaggioso nome presso i cattolici. Discordano gli scrittori nel dì della sua morte; ma i più assennati la danno accaduta nel dì 20 di marzo. Negli Stati patrimoniali di casa di Austria e nei regni d'Ungheria e Boemia a lui succedette Ferdinando II suo cugino, principe a cui si era già preparata un'ampia scuola da esercitare il coraggio in mezzo ai disastri, a ragion della ribellione già formata dai Boemi, che si trasse dietro la sollevazione ancora dei protestanti della Slesia, Moravia, Ungheria e della Austria superiore. Andò sì innanzi l'ardire de' suoi nemici, che fu in pericolo la stessa città di Vienna. In soccorso suo Cosimo II gran duca di Toscana suo cognato gl'inviò alcune compagnie di corazze, le quali, falsificate le insegne, e passando per mezzo alle schiere dei ribelli Boemi, felicemente pervennero in essa città, in tempo che Ferdinando si trovava nelle sue maggiori angustie; laonde mirabilmente servì questo aiuto per liberarlo dall'insolente violenza di chi voleva ridurlo ad una vergognosa convenzione. Ardevano di voglia i protestanti, ed alcuni ancora dei principi cattolici, di trasportar l'imperio fuori dell'augusta casa d'Austria, e fecero fin dei maneggi perchè Carlo Emmanuele duca di Savoia concorresse a quell'eccelsa dignità, esibendogli inoltre il comando dell'armi nella leva fra loro stabilita per sostenere la sollevazione dei Boemi: tanto era il credito di questo principe anche fuori d'Italia. Ma il re Ferdinando, essendosi portato con un lungo giro di viaggio alla gran dieta di Francoforte, dove fu accolto con grandissimo plauso, ebbe la fortuna di superar tutte le difficoltà, e massimamente la opposizione dei Boemi, di maniera che nel dì 28 d'agosto fu eletto imperadore, e nel dì 9 di settembre coronato. Inviperiti per tale elezione gli Stati di Boemia, nel dì 29 del suddetto agosto dichiararono l'Augusto Ferdinando decaduto da ogni diritto sopra quel regno. L'aveano già essi esibito a varii principi, e nominatamente al predetto duca di Savoia; ma niun d'essi volle ingerirsi in sì pericoloso acquisto. Il solo Federigo elettor palatino, perchè giovane baldanzoso e pregno d'ambiziosi disegni, e più perchè spronato da Elisabetta sua consorte, (alla quale, siccome figlia di Giacomo re d'Inghilterra, parea troppo basso il suo stato senza la corona regale), quegli fu che accettò l'offerta dei Boemi, e da essi solennemente venne coronato nel dì 14 di novembre. Di questa traversia accaduta alla casa d'Austria non sentirono dispiacere i Veneziani e il duca di Savoia; ed i primi riconobbero per re di Boemia il suddetto palatino. Ma il pontefice Paolo V dichiaratosi contro di lui, perchè eretico di credenza, promise aiuto di denari allo Augusto Ferdinando II, in favore di cui anche Massimiliano duca di Baviera, lo elettor di Sassonia ed altri principi presero l'armi.
Già dicemmo che nel precedente anno era passato a Parigi Maurizio cardinale di Savoia, figlio del duca Carlo Emmanuele. Fra i suoi negozii il principale era quello di chiedere in moglie per Vittorio Amedeo principe di Piemonte Cristina figlia secondogenita di Arrigo IV re di Francia, e sorella del regnante Luigi XIII, nata nel febbraio del 1606. Ben intendeva quella corte quanto le importasse la buona corrispondenza del duca di Savoia, principe tanto intraprendente, in tempi massimamente, che quivi si stava in continue gelosie degl'inquieti ugonotti; e però condiscese facilmente a questa alleanza. Lo stesso principe di Piemonte accompagnato dal principe Tommaso suo fratello, arrivò a Parigi, e nel dì 11 di febbraio seguì il loro sposalizio, e tornossene dipoi a Torino nel settembre, per fare i preparamenti convenevoli al ricevimento di questa principessa. Videsi conferito in tal congiuntura al cardinal Maurizio il grado di protettore degli affari della Francia nella corte di Roma. In questo mentre fu rinnovata, o pure maggiormente confermata la lega della repubblica veneta col suddetto duca di Savoia: il che non poco increbbe alla politica spagnuola, ben conoscente, tale unione non essere per altro fatta che per tenere in briglia chi voleva far da assoluto padrone dell'Italia. Vieppiù ancora si alterarono gli Spagnuoli, perchè essa repubblica stabili, nel dì ultimo di dicembre, altra lega difensiva colla repubblica d'Olanda.
MDCXX
| Anno di | Cristo MDCXX. Indizione III. |
| Paolo V papa 16. | |
| Ferdinando II imperadore 2. |
Ebbe principio in quest'anno la guerra della Valtellina, avvenimento spettante all'Italia, perchè quella valle; è compresa nel suolo italico, siccome ancora Chiavenna e la contea di Bormio, paesi una volta dello Stato di Milano, ma occupati già dai Reti, oggidì chiamati Grigioni, e loro ceduti per antiche capitolazioni dai duchi di Milano. Valle sommamente fertile e doviziosa è quella, dove nato il fiume Adda, con poche forze va a scaricarsi nel lago Lario, ossia di Como, con uscirne poi rigoglioso per l'accrescimento di altre acque. Quivi s'era conservata la religion cattolica; ma tante avanie e violenze aveano esercitato in addietro i Grigioni padroni, per la maggior parte eretici calvinisti, contra di essi cattolici, che ne era divenuta insoffribile la lor signoria. Avvenne, siccome poco fa accennammo, che fra gli stessi Grigioni invalse una fiera discordia, e nacquero fazioni, sostenendo una parte d'essi la lega proposta da' Veneziani, e accalorata dal buon uso degli zecchini; laddove altri teneano a visiera calata per la lega colla corona di Francia. In queste turbolenze, che costarono la vita ai più riguardevoli del partito veneto, cominciò secretamente a soffiare e a stendere le mani anche il duca di Feria governator di Milano, perchè persuaso che tornasse in manifesto pregiudizio degl'interessi della Spagna la confederazion di quei popoli colla repubblica veneta. Ora avendo fatto ricorso a lui i cattolici della Valtellina, con rappresentargli le tiranniche ingiustizie e crudeltà usate contra di loro dagli eretici Grigioni, non si potea presentare un titolo più vistoso alla pietà spagnuola che questo, per imprendere la lor protezione, e per incoraggirli a scuotere il giogo. Ma sotto il manto della religione giudicarono i politici che si nascondesse il desiderio e disegno di riunir quei popoli con lo Stato di Milano. Sapeva il governatore quanto la corte di Francia fosse contraria ai maneggi de' Veneziani per la lega da essi con gran calore bramata e procurata; e però maggiormente si animava ad entrare in questo ballo, per la speranza che i Franzesi nol frastornerebbono in tale impresa; e tanto più perchè nuova guerra civile si risvegliava in quel regno fra i cattolici ed ugonotti nei tempi correnti. Copertamente dunque animati i Valtellini alla rivolta, con promettere loro il suo appoggio, nel dì 19 di luglio del presente anno presero l'armi, ed uniti colla fazione opposta ai Veneziani, s'impadronirono di Sondrio, Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina, e misero a fil di spada quanti eretici caddero nelle lor mani, e non furono pochi. Spinse allora scopertamente il duca di Feria in aiuto d'essi molte schiere d'armati, condotte da Gian-Maria Paravicino, da Cristoforo Carcano e da don Girolamo Pimentello generale della cavalleria leggiera dello Stato di Milano. E quindi si venne ad accendere un'aspra guerra in quelle parti.
Ricorsero i Grigioni per aiuto agli eretici di Berna e Zurigo, e non vi ricorsero in vano. Ricevuto da essi un gagliardo rinforzo di combattenti, con parte d'essi munirono di buon presidio Chiavenna, e con gli altri si mossero per ricuperare la Valtellina. Varii combattimenti ne seguirono, che io non posso fermarmi a descrivere, bastandomi solo di dire che riuscirono svantaggiosi ai Grigioni, e che restò quella valle col contado di Bormio in poter de' cattolici; laonde il duca di Feria si affrettò di alzar varii forti ai confini non men di essi Grigioni, che de' Veneziani, giacchè questi ultimi apertamente con danari davano braccio agli eretici, e gli animavano a discacciar di là l'armi spagnuole. Grande inquietudine cagionò questo movimento degli Spagnuoli in tutti i principi d'Italia, e massimamente nei suddetti Veneziani. Imperciocchè, dividendo la Valtellina lo Stato di Milano dal contado del Tirolo, se ne fossero restati padroni gli Spagnuoli, s'apriva loro una sicura comunicazione con gli Stati germanici della casa d'Austria, per poterne trarre aiuti, qualora se ne presentasse loro il bisogno, senza passare per paese altrui. E all'incontro veniva a serrarsi la porta a quei soccorsi che la repubblica veneta ed altri principi potessero sperare dalla Francia, dagli Svizzeri e da altre potenze oltramontane. E però i Veneziani sopra gli altri s'impegnarono in favore dei Grigioni, per escludere dalla Valtellina le armi di Spagna. Nè pur lo stesso papa Paolo V, tuttochè per proteggere il cattolicismo in quelle contrade fosse pronto a somministrar buone somme di danaro, sapea consentire che in poter degli Spagnuoli venisse o restasse quel paese. Pertanto furono proposti varii ripieghi, e spezialmente ebbe plauso la proposizion di lasciare in libertà la Valtellina, e di formare d'essa un cantone da aggiugnersi agli altri cinque cantoni degli Svizzeri cattolici. Tanto ancora declamarono i ministri della repubblica veneta alla corte di Parigi contro gli ambiziosi pensieri del duca di Feria, ossia della Spagna, che il re Cristianissimo fece passar premurosi uffizii, ed anche proteste alla corte di Madrid, per isventar le mine del medesimo duca, che pareano indirizzate a mettere in ischiavitù l'Italia. Passò poi il resto dell'anno in varii negoziati, proposti dai ministri del papa e del re di Francia per trovare onesto ripiego alla Valtellina, acciocchè vi restasse in salvo la religion cattolica, e si contentassero della sola protezion d'essa gli Spagnuoli.
Curiosa fu in quest'anno la scena del duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Di mirabil ingegno avea la natura provveduto questo personaggio. I suoi spiritosissimi detti e fatti, gl'ingegnosi rescritti ai memoriali delle persone, la vivacità del suo talento in ogni occasione, erano pregi in lui che si tiravano dietro l'ammirazione di chiunque allora il conobbe, e son tuttavia pascolo della nobil curiosità, perchè tramandati ai posteri in un libro intitolato il Governo del duca d'Ossuna. Ma questo cervello trascendentale tutto dì macchinando idee di novità, e facendo uno stravagante governo con insoffribil aggravio de' popoli, quanto riempieva di meraviglia gli spettatori delle sue azioni, tanto apriva l'adito alle gelosie dei vicini, e fabbricava a sè stesso un processo nella corte di Madrid. Era egli giunto a far conoscere quanto potesse il regno di Napoli, coll'aver tenuta in piedi un'armata di venti galeoni di alto bordo e di venti galee tutte ben armate, oltre a tanti altri legni da trasporto. Avea mantenuti sedici mila combattenti, dati soccorsi agli Austriaci di Germania e allo Stato di Milano; e tutto ciò senza vendere un briciolo del reale patrimonio, ma con ispremere a furia il sangue di que' popoli. Colla repubblica di Venezia come si fosse egli adoperato, già l'abbiano veduto; minacciava anche i Turchi, e si studiava di guadagnar l'affetto della plebe di Napoli, con opprimere intanto i nobili, e tener milizie straniere al suo soldo. Non cessava la nobiltà napoletana di far segrete doglianze, e di portar accuse contra di lui alla corte del re Cattolico; e i saggi Veneziani sotto mano anch'essi faceano penetrar colà dei brutti ritratti dell'Ossuna, come d'uomo che fosse dietro a cangiare il ministero in principato. Divulgossi ancora ch'egli avesse comunicato questo disegno al duca di Savoia, sapendo quanto egli fosse disgustato degli Spagnuoli, affine di unir seco le forze e discacciare d'Italia questa nazione. Probabilmente nulla di vero contenne si fatta diceria, per varie ragioni, e massimamente perchè l'onore, massima primaria de' signori spagnuoli, non si dee credere che avesse preso il bando dal cuor dell'Ossuna. La verità non di meno si è, che si accesero forti sospetti nella corte del re Cattolico, e si pensò daddovero a richiamarlo in Ispagna. E perchè scoperta da lui l'intenzion della corte, con regali e maneggi si studiava di continuar nel governo, vieppiù crebbero nei primi ministri le diffidenze, e fu perciò creduto che per timore di trovare in lui disubbidienza, non dalla Spagna, ma da Roma si trovasse lo spediente di mandargli il successore. Il cardinal Borgia fu scelto per questo; ma l'Ossuna con quanti artifizii potè procurò di frastornare la di lui comparsa, inventando in questo mentre varie arti per accumular danari, e prorompendo in altri atti, che sembravano indizii d'animo inclinato a qualche furiosa mutazione. Ma restò burlata quella gran testa da un prete, siccome egli poi con amarezza andò dicendo, lagnandosi forte di lui. Accostossi il Borgia sull'entrar di maggio a Napoli, sempre mostrando di trovar giuste le ragioni dell'Ossuna, il quale assai risoluto comparve di non dimettere per allora il governo, sì per le minaccie de' Turchi, come per le turbolenze interne del regno. Esibivasi il cardinale unicamente di essergli di aiuto e sollievo; ma perciocchè stava il duca saldo nel suo proposito, l'accorto porporato con intelligenza d'alcuni nobili più coraggiosi, segretamente entrò una notte nella fortezza di Castelnuovo; e comunicato il suo arrivo anche ai governatori delle altre due di Sant'Ermo e dell'Uovo, improvvisamente allo spuntar dell'alba colla salva delle artiglierie diede segno alla città del nuovo suo vicerè. A questa salva andarono per terra tutte le trame ordite dall'Ossuna, per indurre il popolo a non accettare il Borgia. Imbarcatosi dipoi lo stesso Ossuna, sbarcò in Provenza, e per terra passò alla corte di Spagna, dove sostenuto dagli amici, e dalla pecunia seco recata, trovò buon volto e carezze nel re, finchè, mancato di vita nel susseguente anno esso monarca, venne meno anche la fortuna del medesimo duca, il quale, imprigionato in un castello, quivi dopo qualche mese, non si sa il come, finì i suoi giorni.
Non erano senza fondamento i sospetti decantati dall'Ossuna di qualche invasione di Turchi nel regno di Napoli, bench'egli stesso forse ne fosse stato il promotore co' suoi armamenti, e col tanto minacciar le coste della Turchia. Scommetterei ancora che non mancò qualche malevolo che attribuì ai segreti maneggi suoi la mossa di que' cani, per farsi conoscere alla sua corte troppo necessario in questi tempi al governo di quel regno. Sbarcò nel mese di agosto la flotta turchesca ai lidi della città di Manfredonia nella provincia di Capitanata; prese quella città, la saccheggiò, e ne condusse via gran copia d'anime battezzate dell'uno e dell'altro sesso. Nè si dee tacere che l'armi dell'imperador Ferdinando, congiunte con quelle di Massimiliano duca di Baviera, di Gian-Giorgio elettor di Sassonia, e d'altri principi, si affrettarono a ricuperar la Boemia occupata, siccome dicemmo, da Federigo elettor palatino del Reno, gran calvinista. Nello stesso tempo per ordine del re di Spagna, il marchese Ambrosio Spinola, generale dell'armi dell'arciduca Alberto in Fiandra, si mosse con poderoso esercito alla volta del Palatinato inferiore, e quivi occupò varie città. Poscia nel dì 9 di novembre in vicinanza di Praga si venne ad un terribil fatto d'armi fra la lega Cattolica, e il suddetto usurpator Palatino. Toccò una fiera sconfitta ai Boemi, le cui conseguenze furono la presa e il sacco di Praga, e la fuga con pochi dell'efimero re palatino, il quale dopo lunghi giri coll'ambiziosa sua moglie passò in Olanda, a mendicar ivi il pane da quella repubblica, e da Giacomo re d'Inghilterra suocero suo. Fu poi ricuperata nell'anno seguente dall'Augusto Ferdinando la Slesia con gli altri paesi ribellati, e gli restò solamente il peso della Ungheria, occupata da Bethlem Gabor. Per assistere in questi bisogni all'imperadore con soccorsi d'oro, il pontefice Paolo V gravò di decime l'uno e l'altro clero. Nel dì 15 di marzo dell'anno presente seguì la solenne entrata in Torino di Cristina di Francia, sorella del re Cristianissimo Lodovico XIII, maritata in Vittorio Amedeo principe di Piemonte. Sontuose feste furono ivi fatte in tal congiuntura, alle quali concorse anche l'infanta Isabella principessa di Modena, e sorella d'esso principe, accompagnata nel viaggio dal cardinal Maurizio suo fratello.