Mentre in Germania si lavorava alla pace, i generali franzesi in Piemonte pensavano alla guerra; e risoluti di tentare il soccorso della cittadella di Casale, prima che spirasse il termine della tregua, verso la metà d'ottobre si mossero a quella volta con circa venti mila combattenti fra cavalleria e fanteria, e nel dì 26 del suddetto mese furono a vista degli Spagnuoli e Tedeschi, possessori della città di Casale, ben trincierati al di fuori, ed anche superiori di forze. Si fece vista di voler attaccare la battaglia, senza volere far caso della nuova già pervenuta della pace di Ratisbona; e il Mazzarino iva galoppando di qua e di là per risparmiare il sangue e seminar la concordia. Era egli già venduto a' Franzesi. Ora tanto seppe questo forbito pacificatore intronare le orecchie del marchese Santa Croce, personaggio di poco spirito, ed imbrogliato per la sua poca perizia, che il trasse ai suoi consigli. Pertanto sul punto di dar principio al fatto d'armi, uscì egli col cappello in mano verso i Franzesi, gridando: Alto, alto; pace, pace. La pace fu che il maresciallo di Toiras colla guernigione uscirebbe della cittadella di Casale, rinunziandola a Ferdinando duca d'Umena, figlio del duca Carlo, il quale la terrebbe con guernigione di mille Monferrini a nome dell'imperadore sotto un commissario imperiale da nominarsi dal Collalto. Che i Franzesi si ritirerebbero nel giorno seguente dal Monferrato, ed altrettanto farebbero gl'imperiali e Spagnuoli, abbandonando Casale, il castello e tutti gli altri luoghi da loro occupati in quella provincia. Non mancarono le fischiate dietro a chi, sì vantaggiosamente postato, si lasciò condurre a quel sì vergognoso accordo. Di peggio poi succedette; perciocchè, dopo aver gli Spagnuoli valicato il Po, ed essere inviati i Franzesi alla volta del Piemonte per l'altra riva, questi ultimi, tornati addietro, spinsero due reggimenti in Casale, chi dice per avere scoperto che il Santa Croce, pentito dell'accordo, tornava per occupar quella; e chi, con più probabilità, perchè i marescialli franzesi iti a visitar la città suddetta e la cittadella, le trovarono affatto sprovvedute di viveri, e per timore che cadessero nelle mani degli Spagnuoli, se vi tornavano sotto, non badarono a mancare di fede. Irritato per questo inganno il Santa Croce, si mise ad inseguir gli altri Franzesi che marciavano verso il Piemonte, e fu vicino ad attaccare il conflitto. Ma ecco a cavallo il Mazzarino, che ora agli uni, ora agli altri applicando il lenitivo della sua eloquenza, li fermò, e ne trasse un nuovo accordo, per cui il duca di Savoia mandò per Po tre mila some di grano a Casale: il che fatto, ne uscirono i Franzesi, e per la maggior parte si ritirarono in Francia. Mancò intanto di vita il conte di Collalto, uomo pien di orgoglio, che quasi sempre era stato o avea finto di essere infermo, e maggiormente si trovava ora in pena, per essere stato richiamato alla corte cesarea a rendere conto della sua nemicizia con lo Spinola, del sacco di Mantova, e di aver fatto perdere Casale.

In questa maniera terminarono, se non in tutto, almeno in buona parte, le tante brighe pel Monferrato, e insieme l'anno presente, riuscito dei più calamitosi e funesti dell'Italia. Imperocchè dilatatasi la peste già cominciata, e prevalendosi del buon veicolo della guerra, che rompe ogni misura, precauzione e guardia in simili occasioni, fece dipoi innumerabile strage in tante armate, e più senza paragone negl'innocenti popoli. Passato questo terribil malore da Mantova a Venezia, quivi portò al sepolcro sopra sessanta mila persone; e fu creduto che perissero più di cinquecento mila nelle altre città, e ville di terra ferma sottoposte a quella repubblica. Passò a Modena, Reggio, Bologna, e più tardi poi nell'anno seguente ad altre città di Toscana, Romagna, Piemonte e Lombardia, dove lasciò un orrido guasto di viventi, e spezialmente infierì nella allora assai popolata città di Milano: tutti frutti dell'incessante ambizion dei monarchi, che oltre a tanti mali cagionò ancor questo. Mirabili cose operò Ferdinando II gran duca di Toscana in tal congiuntura per difesa e sollievo de' suoi popoli, e massimamente della sua capitale, come già scrissi nel mio Governo della peste. Dovea passar per Italia alla volta di Vienna l'infanta Maria sorella del re di Spagna, sposata a Ferdinando III re d'Ungheria e figlio del regnante imperadore. A cagion della peste che sì fieramente infestava la Lombardia, fu ella con sontuoso stuolo di galee condotta fino a Napoli, e in esse pensava poi di passare a Trieste. Gelosi i Veneti de' loro diritti nell'Adriatico, si opposero al passaggio di quella flotta, esibendosi essi di servir la regina coi loro legni. Pericolo vi fu di rottura; ma infine si accomodarono gli Spagnuoli e Tedeschi al volere della repubblica, la quale trasportò poi sul fine dell'anno quella gran principessa con tutto il suo numerosissimo corteggio da Ancona a Trieste, facendole godere nel viaggio ogni sorta di delizie a tenore della magnificenza e liberalità ch'ella sempre usa in somiglianti congiunture. Terminò colla vita il suo breve principato nel corrente anno Niccolò Contarino doge di Venezia, a cui fu sostituito dipoi Francesco Erizzo.


MDCXXXI

Anno diCristo MDCXXXI. Indizione XIV.
Urbano VIII papa 9.
Ferdinando II imperadore 13.

Anno fu questo di spaventose guerre in Germania, di maravigliose cabale ed inganni in Italia. Il cardinale di Richelieu era in Parigi il giratore di tutte le macchine anche più lontane. Contuttochè si fossero congiurati contra di lui il duca d'Orleans Gastone fratello del re, e la regina Maria madre d'amendue, con alcuni altri dei primarii personaggi, tal polso e predominio ebbe egli nel cuore dello stesso re Lodovico XIII, che abbattè ogni suo avversario. Il duca di Orleans si fuggì in Lorena, la regina madre se n'andò in Fiandra: con che maggiormente divenne quel porporato l'arbitro del regno, e padrone del re suo signore. Egli fu, siccome già accennammo, che mise l'armi in mano al feroce Gustavo Adolfo re di Svezia contra l'imperador Ferdinando II, e fece lega con gli Olandesi, e manipolò in Brandeburgo e Sassonia buona armonia con lo Svevo, e ritirò la Baviera dall'unione con Cesare. In addietro avea l'Augusto Ferdinando mietuti sempre allori e cantati trionfi; ma senza far caso se egli in tanti guadagni avesse perduto l'amore dei principi dell'imperio, valendosi Vallestain duca di Fridland, che calpestava egualmente amici e nemici, e da cui ebbe origine quell'empia massima: Che l'imperatore non poteva mantener dodici mila armati: ma che gli era ben facile di mantenerne cento mila; perciocchè, come ognun intende, ad un poderoso esercito, che per forza si fa ubbidir da ognuno, nulla può mancare. Si privò Cesare di questo gran generale insieme ed assassino, per le istanze degli elettori, e sbandò anche la maggior parte degli eserciti suoi. Allora fu che il re Sveco colle vittoriose sue armi si andò sempre più inoltrando, e dopo la memorabil rotta di Lipsia, data nel dì 7 di settembre al valoroso Tilly generale cesareo, maggiormente s'internò nel cuor dell'imperio, quasi minacciando di detronizzare lo stesso Augusto. Di sì gravi sconcerti della Germania ho io fatto in passando questo breve ricordo, perchè essi influirono non poco a dar la quiete all'Italia, e alla esecuzione della pace di Ratisbona. L'Olivares, ossia il conte duca, potente favorito in Ispagna del re Filippo IV, avea disapprovata quella pace, e spedito apposta al governo di Milano per disturbarla il duca di Feria don Gonzalez di Cordova, già da noi veduto nei prossimi passati anni governatore del medesimo Stato. Nè mancò egli di fare il possibile per mantener la discordia. Ma perchè l'imperadore, pressato dalle angustie sue in Germania, abbisognava delle truppe, già inviate a Mantova, nè gli compliva il tener vivo questo fuoco co' Franzesi tuttavia forti alle sboccature dell'Italia; però spedì ordine e plenipotenza al baron Galasso di ultimar queste pendenze. Ripigliaronsi dunque i trattati fra i ministri di Francia, di Vittorio Amedeo duca di Savoia, col medesimo Galasso, frapposta sempre la mediazione di monsignor Panciroli nunzio del papa, e dell'accortissimo Giulio Mazzarino, il qual portava anch'esso il titolo di ministro di sua santità.

Radunati questi ministri in Cherasco, cioè il Galasso per l'imperadore, e il maresciallo di Toiras col signor di Servient pel re Cristianissimo, nel dì 6 di aprile vennero al decisivo accordo, per cui fu convenuto che in vece dei diciotto mila scudi di rendita annua in tante terre da darsi al duca di Savoia nel Monferrato, se gliene assegnassero solamente quindici mila, ma d'oro. E però si determinò che Trino con una gran copia di altre terre castella e ville, che erano il più fertile pezzo del Monferrato, colla giunta ancora della città d'Alba e del suo territorio, a cui niuno in addietro avea mai pensato, passasse in dominio del duca di Savoia, non senza ammirazione e mormorazione di molti, perchè si togliesse allo sfortunato duca di Mantova Carlo Gonzaga una sì pingue porzione dei suoi Stati. Pure consentì a tutto il Galasso, o perchè guadagnato con danaro, o perchè troppo incitato da Vienna a troncare i viluppi coi Franzesi, i quali furbescamente, non avendo voluto fin qui ratificar la pace suddetta di Ratisbona, minacciavano sempre nuove rotture. Molto più si stupiva la gente al vedere che i Franzesi, in vece di sostenere in quello spartimento le ragioni del duca di Mantova, lor collegato ed alunno, non promovessero, e con passione, se non i vantaggi del duca di Savoia, principe che tuttavia tenea l'armi in mano contra di loro, e al quale doveano poi essi restituire tutti gli Stati occupati di qua e di là dai monti. Cessò col tempo lo stupore essendosi, dopo molti e molti mesi, ritirata la cortina al mistero ed arcano, che ora non s'intendeva, del procedere dei ministri gallici; essendosi trovato ch'eglino, col fare i liberali della roba altrui, aveano fatto un acquisto per la corona di Francia. Hassi dunque a sapere che il Richelieu, le cui ambiziose mire si stendevano ai luoghi più remoti e ai tempi avvenire, s'era cacciato in capo di ritenere un passo aperto in Italia all'armi franzesi. Verisimilmente ancora a ciò l'istigavano le segrete insinuazioni de' principi italiani, che mal sofferivano la prepotenza degli Spagnuoli, e la troppa possanza del regnante Augusto.

Avea esso cardinale, dopo l'acquisto di Pinerolo, già fatti i conti che questo avesse ad essere un nido sicuro e durevole per li Franzesi; e già ne avea imprese le fortificazioni. Ma in vigor della pace di Ratisbona, sì Pinerolo che Susa, Saluzzo, la Savoia ed ogni altro occupato luogo si aveano a rendere al duca di Savoia. Non si fermò per questo il Richelieu. Spinse addosso al duca Vittorio Amedeo il sagacissimo Mazzarino, e questi pose in campo il desiderio del cardinale per la ritenzion di Pinerolo, e sfoderò quanti argomenti gli somministrò la sua giudiziosa eloquenza per persuaderne la cessione, facendo gustare al duca la restituzione della Savoia, e di tutti altri luoghi, alla quale, coll'aver negata la ratificazione della pace, non si tenea obbligata la Francia. Promise di fargli avere un buon compenso colla città di Alba, con altri luoghi del duca di Mantova, e con altre esibizioni che superavano il valore di Pinerolo. Aggiunse, quella essere la maniera di farlo rispettar dagli Spagnuoli, e di mantener sempre buona amicizia colla Francia, da cui più potea sperar la casa di Savoia che dalla corte di Spagna. In una parola, tanto fece, tanto disse l'accorto Mazzarino, che il duca si arrendè, e nel dì ultimo di marzo con un trattato raccomandato ad un'estrema segretezza si accordò di cedere al re Cristianissimo la città e il castello di Pinerolo, Riva, Budenasco, il forte della Perosa, ed altri luoghi, cioè una lingua di terreno che per la valle di Perosa si attaccava con gli Stati del Delfinato. Ciò fatto, seguì poi l'accordo di Cherasco, pel quale si stabilì chiaramente la restituzione di tutto il tolto al duca di Savoia, e nominatamente di Pinerolo, mentre nel medesimo tempo dovea farsi quella di Mantova, Casale e Canneto al duca di Mantova, e liberarsi la Valtellina. Per l'esecuzione ancora d'esso accordo furono dati ostaggi a papa Urbano VIII, che non ricusò di riceverli e tenerli finattantochè ciascuna delle parti avesse fedelmente adempiuti i capitoli di quella concordia. Ma come coprire agli occhi degl'imperiali e Spagnuoli questa innovazione e contravvenzione alla pace, e non render Pinerolo? Ecco ciò che per beffarli tutti seppe inventare la fina politica del Richelieu e del mediatore Mazzarino, il quale in tal congiuntura non ebbe difficoltà d'ingannare lo stesso monsignor Panciroli suo superiore ne' maneggi, tuttochè anch'egli fosse in concetto di essere cima di uomo nella simulazione ed accortezza.

Perchè il Richelieu non si fidava del duca di Savoia, volle che il cardinal Maurizio e il principe Tommaso, fratelli di esso duca, passassero a Parigi, col pretesto di andarsene in Fiandra, e quivi come ostaggi si fermassero, finchè la trama fosse compiuta. Nè questo bastò. Si fecero rinchiudere in un segreto granaio, ed altri nascondigli della cittadella di Pinerolo, trecento fanti franzesi con viveri per un mese, e sparsa voce che fosse entrata la peste in quella fortezza, affinchè si sbrigassero presto i commissarii imperiali e Spagnuoli da quella visita, spalancate le porte, uscì nel dì 20 di settembre il resto del presidio franzese, e fu data la consegna di tutto al conte di Verrua pel duca di Savoia. Visitarono i commissarii tutti i siti, nè trovandovi più alcun Franzese, sottoscrissero l'attestato della restituzion seguita di Pinerolo. Alcuni dì prima era stato evacuato il Piemonte, il Monferrato e la Savoia da' Franzesi, la Rhetia dagli Alemanni; al duca Carlo Gonzaga consegnato Porto e Canneto, e susseguentemente nello stesso dì 20 anche la città di Mantova, giacchè a lui era pervenuta l'imperiale investitura di quel ducato e del Monferrato, di quel nondimeno che restava in suo dominio. Portati a Ferrara gli autentici attestati della piena esecuzione di tutti i capitoli formati in Ratisbona e Cherasco, furono messi in libertà gli ostaggi dianzi consegnati al pontefice romano. Restava da farsi l'altra scena, cioè di cavar dalle tane i Franzesi occultati in Pinerolo, e di dare un buon colore alla occupazione, ch'erano per far di nuovo di quella città e cittadella, e si trovarono altre frodi. Perchè il duca di Feria non fece bastevole disarmamento di milizie, e lo scaltro Mazzarino lo indusse a far delle doglianze contro i Franzesi, perchè parte d'essi fosse restata al servigio del Gonzaga in Mantova e Casale; mostrandosi il Richelieu pien di gelosie o sospetti, come se gli Spagnuoli macchinassero qualche superchieria o tradimento, fece fare istanza al duca di Savoia (andavano ben di concerto) che gli consegnasse per qualche tempo due piazze in Piemonte, cioè Susa ed Avigliana, oppure Pinerolo colla Perosa, ovvero Demont o Cuneo, tanto che si vedesse ben assodata la quiete in Italia. Fintosi il duca sorpreso da tal dimanda, e pien di timore per le minaccie aggiuntevi ricorse al duca di Feria, chiedendogli aiuto. Essendosi mostrato pronto il Feria, talmente fu poi ingrandito dal duca di Savoia il bisogno di gente e danaro, che il governatore diede indietro; ed allora il duca Vittorio Amedeo, come necessitato ad acconsentire e accomodarsi, e con protesta di venire ad una convenzione per esentar lo Stato suo e di Milano dai mali maggiori, nel dì 22 di ottobre stese una capitolazione col ministro franzese, di dare in deposito al re Cristianissimo Pinerolo coi forti della Perosa per soli sei mesi, che aveano poi da essere secoli; e che vi si tenesse presidio di Svizzeri, che poi diventarono Franzesi. In somma non si può dire quante e quali fossero le furberie e gli artifizii usati da quelle volpi e dal duca di Savoia per giuntare gli Austriaci in questi negoziati, con giugnere a gabbare infino i ministri propri. Azioni tali fra il basso popolo son chiamate cabale, ma fra i principi e gran ministri prendono l'aria di cose gloriose, e truovano chi altamente le loda.

Eppure, qui non terminò le serie di tanti viluppi. Era rientrato in possesso de' suoi Stati il duca Carlo Gonzaga, ma con trovarsi in un miserabilissimo stato, perchè cangiato in uno scheletro quel fertilissimo paese, smembrata tanta parte del Monferrato, venduti o impegnati i suoi beni e stati di Francia, per sostenersi nel passato terribile impegno. Più non correvano i soliti tributi, essendo rimaste spopolate ed incolte le campagne, talmente che appena egli avea di che vivere. Alle sue afflizioni si aggiunsero due anche più acuti colpi per la morte di Carlo già principe di Rhetel suo primogenito, mancato di vita in Goito sei giorni prima della restituzion di Mantova, con restar di lui un picciolo figlio in fasce, che fu poi Carlo II duca di Mantova, ed una bambina. Parimente da lì a pochi mesi diede fine al suo vivere in Casale Ferdinando duca d'Umena, altro suo figlio: con che si ridusse tutta la sua speranza e prole maschile al mentovato suo picciolo nipote. Forze intanto a lui mancavano per sostenere un sufficiente presidio in Mantova e in Casale, e ogni dì temea insulti dal governator di Milano, irritato per lo affare di Pinerolo. Gli convenne dunque ricorrere alla repubblica veneta, che vi mandò, e lungamente ancora vi tenne, una guernigion sufficiente. All'incontro, collo stesso infelice duca tanto si adoperarono gli accorti Franzesi con segreti maneggi, mettendogli sempre davanti l'orgoglio e l'insaziabilità degli Spagnuoli, che gli cavarono di bocca l'assenso di assicurar eglino con presidio Casale. Però all'improvviso comparvero colà alcuni reggimenti di fanteria e sei compagnie di cavalleria, che assunsero la guardia di quella città, castello e cittadella alla barba del governator di Milano e della corte di Spagna, che fecero per questo mille schiamazzi e doglianze contra del Richelieu, come di un gran traditore, ma senza frutto. Restò Pinerolo ai Franzesi in proprietà, Casale in guardia. Non pochi declamarono allora contro il duca di Savoia, per aver messa la sua sovranità in ceppi, ed esposti i suoi Stati alla gallica ambizione; ma gli altri principi d'Italia sommamente si rallegrarono di quell'avvenimento, per cui pareva contrappesata la soverchia potenza degli Austriaci in Italia; e restava aperto il varco all'armi di Francia secondo il bisogno dei loro interessi.