Giunto era all'età di ottantadue anni Francesco Maria duca d'Urbino, e dimorava in Castel Durante, attendendo agli affari dell'anima sua, quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Mancò in lui la famiglia della Rovere, che tanto s'era segnalata nel valore dell'armi, nella protezione dei letterati, e nel giusto e dolce governo dei suoi popoli, che amaramente lo piansero, e videro poi scaduto Urbino e quello Stato dall'antica popolazione e magnificenza. Già dicemmo che di quel ducato avea dianzi preso possesso la camera apostolica. Ora maggiormente se ne consolidò in lei il pieno dominio senza che si sentisse alcuna sostanziale opposizione per questo; se non che, avendo Ferdinando II gran duca di Toscana sposata in quest'anno Vittoria, nipote del defunto duca, pretese ed ottenne l'eredità di tutti i preziosi mobili ed allodiali di quella casa, ed alcune castella ancora con titoli particolari acquistate da quei duchi: il che non passò senza molte liti. Fu da alcuni principi e da assaissimi adulatori consigliato ed istigato papa Urbano VIII ad investire di quel ducato uno dei suoi nipoti; ma egli seppe vincere sè stesso, e volle che se ne facesse l'unione con lo Stato ecclesiastico. Seguirono in questo anno le nozze di Francesco I d'Este duca di Modena colla principessa Maria Farnese, sorella di Odoardo duca di Parma. Nel dì poi 16 di dicembre ebbe principio l'incendio del monte Somma, ossia del Vesuvio, che fu uno dei più spaventosi e memorabili che mai abbia patito la regal città di Napoli. L'interno orribile ruggito del monte scoppiò finalmente in terribili tuoni, in fiamme e in un fumo puzzolente, che levava il fiato alla gente, e in una sì prodigiosa caligine e pioggia di cenere, che coprì tutta Napoli, e portata dal vento si sparse fin sopra le città della Dalmazia e dell'Arcipelago. I sassi da quella bocca infernale gittati in aria furono innumerabili, ed alcuni caddero cento miglia lungi di là, se pur ciò è da credere. Intanto il mare anch'esso rumoreggiava, e ritirandosi le acque, lasciarono asciutto il molo, e un lungo tratto di quelle spiaggie. In Sorrento si allontanò quasi un miglio dal lido. Oltre a ciò, frequenti erano le scosse dei tremuoti, e giunse quel baratro finalmente a vomitare un'immensa copia di bitume acceso, che, scendendo in varii torrenti dalla montagna atterrò quante case e ville incontrò nel suo scendere al mare, colla morte di non pochi uomini e bestie, e col rendere incolta la campagna tutta per dove passò. Credeva il popolo di Napoli che fosse venuto il fine del mondo, e si aspettava a momenti l'ultimo eccidio, nè altro s'udiva per quella città che urli e grida di pentimento, correndo ognuno ad accomodar le partite dell'anima sua, e alle divote processioni che in abito di penitenza si andarono facendo. Cessò finalmente lo sdegno del monte, cessò l'indicibile spavento, e tornò a poco a poco la gente ai soliti affari e alla consueta allegria; se non che si trovò molta gente mendica, di ricca che era prima, per la desolazione di tanti poderi continuando in essa i motivi di piagnere.
MDCXXXII
| Anno di | Cristo MDCXXXII. Indizione XV. |
| Urbano VIII papa 10. | |
| Ferdinando II imperad. 14. |
Rifiorirono oramai i tempi della tranquillità in Italia per la pace del precedente anno, restando solamente in moto un po' di marea per lo sdegno della corte cesarea e del duca di Feria contro i Franzesi, e pel poco loro buon animo verso il duca di Savoia Vittorio Amedeo, a cui imputavano la trasgression della pace di Ratisbona, e il ritorno dell'armi di Francia in Italia. Non lasciò per questo esso duca di stipulare, nel dì 5 di luglio, un trattato coi ministri del re Cristianissimo, pel quale appariva come cosa nuova che egli cedesse alla Francia in perpetua proprietà Pinerolo colla valle di Perosa, e formava una lega difensiva con esso re Cristianissimo. Questo trattato non comparve alla luce, se non dappoichè il duca ebbe inviato alla corte cesarea il marchese di Pianezza a chiedere l'investitura della parte del Monferrato che gli era toccata. Molte opposizioni s'incontrarono a sì fatta richiesta; ma ritrovandosi allora in pessimo stato gli affari dell'imperadore in Germania, la maestà sua, per togliere i semi di nuove turbolenze in Italia, non osò in fine di negarla, e nel dì 17 d'agosto ne spedì il diploma. Tuttavia ancora duravano le controversie ed anche la nemicizia fra il duca suddetto e la repubblica di Genova, per cagion massimamente del marchesato di Zuccherello. Compromessa questa loro pendenza nella corte di Madrid, sul fine di novembre dell'anno precedente era uscito un laudo che ai Genovesi parve gravoso, e pure l'accettarono; ma fu apertamente rigettato dal duca di Savoia. Capitò poi in Italia, nell'anno seguente 1633, il cardinal infante don Ferdinando, fratello del re di Spagna, incamminato per governatore in Fiandra. S'interpose egli, e indusse il duca alla pace con alcune dichiarazioni aggiunte al decreto di Madrid. Insorsero ancora alcuni piccioli vapori di dissensione fra la corte di Roma ed alcuni potentati, per aver papa Urbano VIII, nel giugno del 1630, senza participazion d'alcuno, conferito e riserbato ai cardinali, ai tre elettori ecclesiastici e al gran mastro di Malta il titolo di eminentissimi: al che in alcune corti fu fatto contrasto. Avea eziandio esso pontefice trasferita nel nipote Taddeo Barberino, principe di Palestrina, l'antica dignità di prefetto di Roma, vacata per la morte del duca d'Urbino. Nacque per questo qualche scompiglio nella corte di Roma, dove si fa quel caso delle formalità che nelle altre per le sanguinose battaglie e per le importanti conquiste; perchè il nuovo prefetto pretendeva la preminenza sopra gli ambasciatori delle teste coronate, e questi ebbero ordine di astenersi dall'intervenire alle cappelle pontifizie. Inoltre a particolari amarezze con esso prefetto tirata fu la repubblica veneta; ma frappostisi mediatori di ripieghi e di pace, si risolsero in nulla queste caccie di mosche.
Piena nondimeno di sospetti e paure fu l'Italia tutta nell'anno presente, per le terribili guerre che sconvolsero e rovinarono infinito paese della Germania. In sì grave pericolo, come ora, non si era mai trovata l'augusta casa d'Austria per li continui progressi che tutto di faceva il formidabil re di Svezia Gustavo Adolfo, unito coll'elettor di Sassonia e con altri principi, o disgustati del regnante imperadore, o istigati dalla Francia, o insperanziti delle spoglie della monarchia austriaca. La religion cattolica sopra tutto si vide alla vigilia di una gran sovversione sotto l'armi vittoriose di quel re eretico, il quale, maestro di guerra, sempre più s'inoltrava nel cuor della Germania. Fu ridotto a tanto l'Augusto imperador Ferdinando, che si vide forzato a richiamare al comando delle sue armate il superbo duca di Fridland Vallestain, e colla dura condizion di cedergli, per così dire, la metà della corona, perchè costui giunse ad esigere ed ottenere una suprema e illimitata autorità di guerra e di pace. Voce correva, e forse non menzognera, che Gustavo, se proseguiva il favorevole vento della sua fortuna, meditasse di passar anche in Italia, e di terminare i suoi trionfi in Roma stessa. Il perchè grande occasione di maraviglia, e fino di mormorazioni, diede papa Urbano colla sua incredibil freddezza in tempi sì disastrosi, e minaccianti un fiero eccidio alla cattolica religione. Altro infatti non s'udiva allora che sconfitte di cattolici, avanzamenti giornalieri e crudeltà degli eretici gotici e tedeschi, in ispogliare ed incendiar templi e conventi, e in fare dappertutto scene in beffe e scherno dei ministri di Dio e del loro visibile capo, con evidente pericolo di mali maggiori pel cattolicismo, ed anche per l'Italia. E pure quantunque in Roma il cardinale Pasman, spedito apposta dall'imperadore, ed altri porporati e ben affetti alla casa d'Austria, e spezialmente il Borgia ambasciatore di Spagna, perorassero, insistessero ed usassero anche parole forti, altro non ispuntarono che di aguzzar l'ira del papa, naturalmente facile a prendere fuoco, senza mai poterlo muovere a prestar soccorso alcuno in tante necessità al pericolante imperadore. Per la guerra passata di Mantova, e per l'eccedente anterior potenza e fortuna del regnante Cesare, troppo s'era alienato dall'amor degli Austriaci il cuore d'Urbano, e sembrava desideroso che venisse ridotta a più giusta misura la creduta alterigia di quel monarca: sentimento scusabile anche in un papa come principe, ma non comportabile per le presenti circostanze in lui come pontefice, destinato da Dio ad essere il primario promotore e difensore della religione ortodossa. Nel dì 8 di marzo si venne alle brutte in concistoro. Il Borgia parlò alto al pontefice; Urbano gli comandò di tacere e di uscire. E perchè il Borgia seguitava ad alzar la voce, il cardinal di Santo Onofrio, cappuccino, fratello del papa, se gli accostò, e, presolo pel mantello, il volle tirar per forza di là. Poco mancò che non si perdesse il rispetto alla santa sua barba. Consegnò il Borgia al papa una scrittura contenente delle proteste che sommamente gli spiacquero. Urbano fece per questo rumore dei gravi risentimenti contro i cardinali Ubaldino, Ludovisio e Aldobrandino, il primo dei quali ebbe sì poco coraggio, che si lasciò ammazzar dal cordoglio.
Andò a finir tutta quella baruffa in non volere il papa lasciar cadere una stilla delle sue rugiade sui bisogni dell'imperadore; ma ciò ch'egli non fece, lo fecero in parte i varii successi delle armi. Imperciocchè nel dì 16 di novembre dell'anno presente a Lutzen, dodici miglia lungi da Lipsia, vennero alle mani i due potenti eserciti, condotti l'uno dal re Gustavo Adolfo, e l'altro dal duca di Fridland. Orribile fu quel fatto d'armi; in esso per più ferite lasciò la vita il gotico valoroso re, già divenuto il terror della Germania; ma essendosi tenuta celata la sua morte, continuarono gli Svezzesi ad incalzare i cesarei, finchè la notte mise fine alla strage. La peggio senza fallo toccò all'armata imperiale; ma equivalse bene ad una gran vittoria l'essere restata libera la Germania da un sì feroce principe, che ucciso in età di soli trentotto anni, se più oltre stendeva il suo vivere, prometteva di sè un nuovo Alessandro. Forse anche n'avrebbe pianto l'Italia, e più papa Urbano, placido spettatore della rovina dell'imperio germanico, e che non con altro finora cooperò al sollievo dell'imperadore che colla pubblicazione di un divoto giubileo. Altra prole non lasciò Gustavo che una principessa in età di soli sei anni, col nome di Cristina, che ereditò quel regno, e fece col tempo tanta figura in Italia, dacchè abbracciò la religion cattolica romana. Segni di gran valore nella giornata di Lutzen diedero Borso e Foresto principi estensi, Mattias e Francesco principi della casa de Medici, il conte Ernesto Montecuccoli Modenese generale dell'artiglieria, Ottavio Piccolomini duca di Amalfi, insigne generale di Cesare, Luigi ed Annibale Gonzaghi e uno Strozzi colonnelli. Alle truppe del Piccolomini fu attribuita la gloria d'aver tolto dal mondo il fiero Gustavo Adolfo. Altri non pochi nobili italiani militavano allora al servigio dell'imperadore. Il gran duca di Toscana, il duca di Modena e i Lucchesi diedero ad esso Augusto quell'aiuto che poterono in sì gran bisogno.
MDCXXXIII
| Anno di | Cristo MDCXXXIII. Indizione I. |
| Urbano VIII papa 11. | |
| Ferdinando II imperad. 15. |