Perchè fioriva la pace in Italia, niun considerabil avvenimento somministrò essa alla storia del presente anno. Erano rivolti gli occhi di tutti alla Germania, che continuava ad essere il teatro delle miserie, perchè desolata egualmente da amici e nemici. S'era creduto che colla caduta del temuto re Gustavo avesse la fortuna dell'armi da dar l'ultimo addio agli Svezzesi. Così non fu. Sorsero tre altri insigni capitani, cioè il duca di Vaimar Sassone, Gustavo Horn e Giovanni Bannier, che alla testa del già vittorioso esercito degli eretici più che mai tennero in piedi la guerra con assedii nuovi, combattimenti e stragi, ora in questa, ora in quella provincia, fiancheggiati sotto mano dai danari della Francia, tutta intenta a deprimere l'imperador Ferdinando II. All'incontro, non lasciava anche dal canto suo il re Cattolico Filippo IV di porgere soccorsi di pecunia al parente Augusto; e nell'anno presente fece di più, perchè ordinò al duca di Feria governator di Milano di passare in Germania in aiuto di lui con un corpo di dieci mila fanti e mille e cinquecento cavalli, parte Spagnuoli e Lombardi e parte Napoletani. Passò il Feria per la Valtellina nella Svevia, e senza sfoderare spada fece ritirar da Costanza e da Brisacco l'armi nemiche, ma senza altre prodezze. S'era avuto a male il superbo Vallestain duca di Fridland, che questo generale spegnuolo fosse entrato in Germania con indipendenza dal sublime suo grado di generalissimo, e però fra loro entrò una irreconciliabil discordia. Oltre a ciò, non avvezzi gl'italiani ai rigori del freddo germanico, cominciarono a lasciar sotto quel diverso cielo le vite, o pure a disertare; di maniera che l'armata del Feria notabilmente si sminuì; ed egli stesso sul fine di quest'anno gravemente infermatosi, non reggendo ai malori del corpo, alle afflizioni dell'animo, terminò poi in Monaco il suo vivere nel dì 14 di gennaio dell'anno seguente, con lasciar dopo di sè gloriosa memoria di una rara integrità, per non aver mai defraudato un soldo alle milizie, non accumulate ricchezze, ma speso sempre anche del suo patrimonio. Dichiarò egli prima di morire successor suo nella carica di generale pro interim il conte Giovanni Serbellone, cavalier milanese, personaggio di lunga sperienza militare e di molta stima presso il re Cattolico. Si videro finalmente in quest'anno inviati da papa Urbano VIII in sussidio della lega cattolica di Germania cinquanta mila scudi: picciolo refrigerio in vero alla sete e al bisogno di que' cattolici, ma pure refrigerio.

Da varii scrittori vien riferita al primo di dicembre dell'anno presente la morte d'Isabella Clara, già moglie dell'arciduca Alberto e governatrice de' Paesi Bassi cattolici: ma essendo certo che Ferdinando cardinale infante di Spagna nel presente anno passò per mare in Italia, destinato al governo d'essa Fiandra, parrebbe che la morte di quella principessa appartenesse al precedente anno. Quando veramente questa succedesse nel presente, si avrà a credere che precedesse una lunga malattia di lei, per cui il re Cattolico determinasse di inviar preventivamente il fratello al governo di quei popoli per resistere agli Olandesi, ai quali era riuscito in questi ultimi anni di far non poche conquiste sopra i cattolici. Sul principio di maggio arrivò esso cardinale infante a Villafranca, accompagnato da una bella flotta di galee, e dal corteggio di molti magnati di Spagna e di non poche milizie. Colà si portò a visitarlo Vittorio Amedeo duca di Savoia, usandogli finezze tali, come se si fosse trattato di un re. Giunto che fu a Genova, fu accolto parimente con immensi onori da quella repubblica, e di là poi passò a Milano, facendovi la sua pomposa e solenne entrata nel dì 24 del mese suddetto, dove trovò tuttavia il duca di Feria, che si andava allestendo per la sua andata in Germania. Perchè dall'armi dei collegati protestanti restavano chiusi i passi per penetrare in Fiandra, si vide egli obbligato a riposar lungo tempo in Milano, sperando sempre che il Feria gli aprisse il passaggio a quella volta. Non istette egli intanto co' suoi ministri ozioso, se pur si seppe il netto del fatto che son per dire. Trovavasi in questi tempi in Mantova l'infanta Margherita, sorella del duca di Savoia e vedova del fu Francesco Gonzaga duca di Mantova, ita colà a visitar la principessa Maria sua figlia, vedova del fu principe o sia duca di Rhetel, e nuora del duca regnante di Mantova Carlo Gonzaga. Perchè non mancavano di que' legisti che imbrogliavano il mondo, e che tenevano essere quella principessa unica e vera erede dei ducati di Mantova e di Monferrato, ad esclusione della linea di Nevers, fu consigliata la figlia dalla madre di fare una pubblica protesta per man di notaio e testimonii, che annullava qualsisia atto da lei fatto in età pupillare; e a lei restavano allora solamente due giorni per entrare nell'anno venticinquesimo di sua età. Gran rumore fece un tale atto nella corte di Mantova, e fu creduto che l'infanta Margherita sua madre, portata da un parzialissimo genio verso gli Spagnuoli, tramasse di maritar la figlia coll'infante cardinale: il che non si sa ben intendere, perchè di essa Maria e del principe di Rhetel restava vivente un picciolo figlio, a cui negar non si poteva la successione di quei ducati. Giunto l'avviso di questa gran novità alla corte di Francia, non vi fu chi non credesse, queste essere orditure della sagacità spagnuola; e però vennero pressanti lettere del re Cristianissimo al duca Carlo di Mantova di cacciar di là la duchessa madre, e alla repubblica veneta premurosi uffizii per dare assistenza al duca. Dopo aver fatta gran resistenza e querele, si ritirò l'infanta Margherita a Gualtieri, terra del duca di Modena, cioè di un figlio di una sua sorella. Ma ecco da lì a non molto altre fulminanti lettere di Francia ad esso duca di Modena, che l'obbligarono a far ritirare anche di là l'infanta suddetta. S'indusse poi la principessa Maria a ritrattare il fatto, e sua madre tal merito si acquistò nella corte del re Cattolico Filippo IV, che col tempo passata in Ispagna, fu creata viceregina di Portogallo, dove con gran prudenza esercitò il suo governo fino alla rivoluzion di quel regno.

Venne a scoprirsi nel presente anno in Roma un pazzo ed insieme orrido attentato contro la vita del pontefice Urbano VIII. Giacinto Centino, nipote sconsigliato del saggio e pio cardinal Felice Centino da Ascoli, infatuato del desiderio e della sognata idea di veder lo zio nella cattedra di San Pietro, si diede in preda allo studio delle malie; e coll'aiuto di alcune persone religiose, ma indegnissime di questo nome, fabbricò una statua di cera, per cui, secondo la stolta o almen sacrilega persuasion dei fattucchieri, disegnava di condurre a morte il pontefice. Da chi prese l'impunità fu rivelato l'empio disegno; vi andò la testa del Centino; gli altri complici furono bruciati, o pur condannati alla galea o a perpetuo carcere, a misura della lor condizione e reato. Fu in questi tempi che il duca di Savoia Vittorio Amedeo, per farsi conoscere superiore al grado dei cardinali esaltati da papa Urbano, cominciò pubblicamente ad intitolarsi re di Cipro: il che dispiacendo alla repubblica veneta, siccome atto contrario alle sue pretensioni, cagion fu che s'interrompesse il commercio fra loro. Uscì anche fuori in Torino un libro apposta per provar dovuto al duca il titolo regio, in cui perchè non si parlava col rispetto convenevole al gran duca di Toscana, venne fuori perciò in Firenze una risposta al medesimo libro. Fu il duca Vittorio il primo che cominciasse ad usare e ad esigere il titolo di altezza reale. Gran rumore fece in questi tempi, e maggiormente l'ha fatto dipoi, la condanna emanata in Roma, non già con editto ex cathedra del sommo pontefice, ma della congregazione del santo Uffizio, contro la sentenza del Copernico, sostenente il moto della terra intorno al sole. Diede occasione a cotal proibizione Galileo Galilei Fiorentino, uno dei più insigni filosofi matematici ed astronomi che abbia prodotto l'Europa, e a cui si professano debitori tutti coloro che si son poscia esercitati in somiglianti studii. Gli era stato ordinato di non tenere e difendere quella opinione, ed egli avea promesso di farlo; ma non attenne la parola. Laonde chiamato a Roma in età di settanta anni, fu obbligato a condannarla, e a sofferire una specie di piacevol prigionia in Roma, e poscia in Firenze. Ciò non ostante, sappiamo avere oggidì gran voga da per tutto l'opinione copernicana, nè essere disdetto a' cattolici stessi il tenerla come sistema, giacchè niun finora è giunto a darne sufficiente dimostrazione, nè ad atterrare affatto la contraria.


MDCXXXIV

Anno diCristo MDCXXXIV. Indizione II.
Urbano VIII papa 12.
Ferdinando II imperadore 16.

A chi in bene e a chi in male diede molto da discorrere sul fine di febbraio dell'anno presente la caduta di Alberto Vallestain Boemo duca di Fridland, che fra i capitani del tempo suo, a riserva del re Gustavo Adolfo, non ebbe pari. Generalissimo dell'armi di Ferdinando II imperadore era stato finora il sostegno della vacillante casa d'Austria, intrepido sempre, e per lo più vittorioso in tanti combattimenti. Il solo suo nome valeva un'armata, sì alto concetto di valore e di saggia condotta nel maneggio dell'armi s'era egli acquistato. Ma lo aver egli voluto un dispotico comando negli affari della guerra, e la sua superbia, ed altri vizii che si mischiavano nelle molte sue virtù militari, e il niun riguardo da lui mostrato ai principi e popoli amici, col cercare unicamente il comodo e l'utile delle sue soldatesche, accrebbe di troppo la schiera degl'invidiosi e dei nemici suoi, massimamente alla corte cesarea. Fu dunque messa in sospetto presso l'imperadore la fede sua per varie ommessioni credute dolose, e per non poche intelligenze che passavano fra lui e i Franzesi e Svezzesi: non potendosi negare che il cardinale di Richelieu e lo Oxestern sveco non tentassero di guadagnarlo con larghe offerte, benchè tuttavia sia incerto se corrompessero la di lui onoratezza. Tanto infine operarono gli emuli suoi, che il buon Ferdinando Augusto s'indusse a levargli il comando. Portatone a lui l'avviso, gli uffiziali dei suo partito il dissuasero dal cedere, e con iscrittura si obbligarono di sostenerlo in quel grado. Atto tale fu preso per una ribellione nella corte cesarea, e però l'imperadore principe di buone viscere, dopo essere stato perplesso tra lo amore e la gratitudine verso di sì gran capitano, e la necessità dello Stato, spedì in fine ordini per la di lui cattura, ma non già per la di lui morte. Gli uffiziali incaricati di questa impresa fecero del resto, togliendo la vita in un istante ai tre principali fautori di lui, e poscia a lui stesso: al quale avviso non potè l'Augusto Ferdinando contener le lagrime, ricordevole de' tanti segnalati servigi a lui prestati dal Fridland; e laddove dianzi ognun si scatenava contra di un sì altero generale, poscia, mosso a compassione, non parlava che de' meriti suoi. Fu dipoi conferita la carica di generalissimo a Ferdinando re d'Ungheria, figlio dello imperadore, che non tardò ad imprendere l'assedio di Ratisbona, e a costrignerla alla resa nel dì 26 di luglio.

In questo mentre l'infante di Spagna cardinale dimorando in Milano ammannì un corpo di sei mila e cinquecento pedoni e di mille e cinquecento cavalli per passare in Fiandra. Poscia nel dì 20 di giugno per la Valtellina s'incamminò alla volta d'Inspruch, accompagnato dal marchese di Leganes e dalle truppe suddette. Si lasciò vincere il cardinale dalle istanze e preghiere del re Ferdinando, e andò ad unirsi seco colle sue genti comandate da molta nobiltà spagnuola, napoletana e lombarda, che unite colle altre già condotte dal duca di Feria e reclutate formavano un'armata di circa venti mila combattenti. Passarono il re e il cardinale all'assedio di Norlinga, nelle cui vicinanze nel dì 6 di settembre seguì un formidabil fatto d'armi fra essi e la armata svezzese, colla total rovina degli ultimi, e con singolar onore della cavalleria napoletana. Questa insigne vittoria diede un gran crollo alla superbia degli Svezzesi, ed agevolò altre conquiste al re Ferdinando, quantunque restassero molto deboli le sue forze, per aver voluto l'infante cardinale passare in Fiandra. Il di più di quelle continuate guerre, delle quali seppe ben profittare la Francia coll'impadronirsi della Lorena e dichiararsi fautrice dei protestanti, non l'aspetti da me il lettore. Furono in questi tempi dalla politica spagnuola guadagnati il cardinale Maurizio e il principe Tommaso, fratelli del duca di Savoia Vittorio Amedeo, con avere il primo in Roma rinunziata la protezione della Francia, e l'altro con portarsi all'improvviso in Fiandra a militare in favore del re Cattolico, dove si segnalò con varie azioni militari, benchè taluno scriva che egli seco portasse la sfortuna all'armi spagnuole. Aveva egli prima inviata a Milano la moglie coi figli per ostaggi. Fu creduto da' Franzesi che tali passi non fossero stati fatti senza saputa e segreto consenso del duca; ma questi tardò poco a far costare la verità con levare al principe Tommaso il governo della Savoia, e sequestrare tutte le rendite sue in Piemonte. Ingelositi nondimeno i Franzesi, ingrossarono in Pinerolo e Casale i lor presidii. A Francesco I duca di Modena nacque nel febbraio dell'anno presente un figlio, che fu poi col nome di Alfonso IV suo successore nel ducato. Erano insorti in Roma de' mali umori, trovandosi non pochi mal soddisfatti, parte dello stesso papa Urbano, e parte dell'imperioso governo de' suoi nipoti Barberini. Servì questo di motivo al pontefice per rinovar con rigore i decreti del concilio di Trento e dei susseguenti pontefici, che obbligavano i vescovi ed anche i cardinali alla residenza nelle loro chiese. Dovettero perciò alcuni porporati e parecchi prelati abbandonar le delizie e grandezze romane, con ritirarsi ai lor vescovati, cioè ad esercitare il vero loro mestiere. Cacciato da' suoi Stati il duca di Lorena Niccolò Francesco per la prepotenza de' Franzesi, e segretamente fuggito, venne colla moglie a ricoverarsi in Firenze, accolto favorevolmente dal gran duca Ferdinando II suo parente.


MDCXXXV