Passò dipoi l'esercito sotto Portolongone, e colà giunse altresì colla sua squadra e con gran copia di munizioni ed attrezzi il duca di Tursi. Trovarono quella fortezza più dura e più difficile di quel che si credevano, giacchè il signor di Novigliacco suo governatore non avea lasciata indietro diligenza alcuna per ben munirla di fortificazioni esteriori, e per provvederla di tutto il bisognevole. Tre mesi durò quell'assedio, e tante azioni di bravura fecero non men gli aggressori che i difensori, ch'esso divenne dei più celebri e memorabili di questi tempi. Gran gente vi perì dalla parte degli Spagnuoli, e spezialmente quivi lasciarono le lor ossa i Napoletani, siccome spinti più degli altri ne' maggiori pericoli. Fu infin creduto dalla troppo maliziosa gente che il conte d'Ognate apposta intavolasse quell'impresa, per condurre al macello il fiore dei cavalieri e soldati di Napoli, per vendicare, dopo tante altre pruove di crudeltà, anche con questa invenzione la ribellione passata, ed impedirne altre in avvenire. Ma di questo barbaro persecutore de' poveri Napoletani tante doglianze in fine andarono alla corte di Madrid, che fu egli richiamato dal governo di Napoli, e fu veduto partirne colle lagrime agli occhi. Terminò in fine l'assedio di Portolongone, che sarebbe stato più lungamente sostenuto dal valoroso Novigliaccio, se la sedizione e disubbidienza dei soldati non l'avesse forzato a far tregua, e poscia a capitolar la resa, dopo avere ottenuti tutti gli onori militari. Con qualche felicità anche nell'anno presente proseguirono i Veneziani l'aspra lor guerra contra dei Turchi, mostrandosi quegl'infedeli sempre più accaniti dietro alla conquista dell'isola di Candia. Perchè si avvidero che gran sangue e poco frutto costava loro il voler espugnar colla forza la città capitale, ricorsero ad un altro ripiego; e fu quello di fabbricare, oltre ad altri fortini precedentemente fatti, in vicinanza di essa città una fortezza regolare, a cui posero il nome di Candia Nuova: consiglio che riuscì sommamente pregiudiziale ai Veneti nei tempi avvenire. Posto di molta importanza presso la Canea era il forte di San Todero, ossia Teodoro. Sbarcati colà i coraggiosi Veneziani, sì fattamente col furore delle artiglieria sbigottirono quel presidio, che espose bandiera bianca, e diede la piazza. Immensi tesori intanto consumava la repubblica in questa guerra per tanti legni che manteneva, e per la esorbitante copia di gente che continuamente conveniva inviare in Candia, dove le battaglie e le malattie mietevano a gara le vite degli uomini. Nel dicembre di quest'anno seguì in Torino lo sposalizio della principessa Adelaide di Savoia, sorella del regnante duca Carlo Emmanuele II, col principe Ferdinando primogenito di Massimiliano elettor di Baviera: funzione che fu solennizzata con varietà di suntuose feste e di pubblici divertimenti. Non tardò molto questa principessa ad assumere il titolo di elettrice per la morte del suddetto elettore suocero suo. Non andò poi essa principessa se non nel 1652 in Baviera.


MDCLI

Anno diCristo MDCLI. Indizione IV.
Innocenzo X papa 8.
Ferdinando III imperad. 14.

Era tuttavia vivente l'imperadrice vedova Leonora Gonzaga, già sorella di Francesco Ferdinando e Vincenzo duchi di Mantova. Essendochè il regnante Augusto Ferdinando III avea risoluto di passare alle terze nozze, cotanto ella si adoperò, che portò al trono imperiale un'altra Leonora Gonzaga, cioè la sorella del regnante duca di Mantova Carlo II. Nel marzo del presente anno s'incamminò essa alla volta di Vienna, accompagnata dalla duchessa Maria sua madre, dal fratello duca e dalla cognata Isabella Chiara, d'Austria. Divenne poi questa principessa generosa protettrice degl'Italiani in quella corte. Gran pregio fu della casa Gonzaga l'avere in questi tempi due imperadrici e una regina di Polonia viventi, se non che l'ultimo parentado le costò ben caro, per aver dovuto impiegar buona parte di quanto le restava in Francia di Stati, per costituire una pinguissima dote ad essa regina di Polonia. Qualche tentativo fece in quest'anno il marchese di Caracena governator di Milano. Dopo aver presa Castigliola nel territorio d'Asti, e demolite le sue fortificazioni, lasciandosi indietro l'altre piazze, con somma sollecitudine s'inoltrò fino a Moncalieri, tre miglia lungi da Torino. Per questa novità gravi sospetti insorsero in mente del principe Tommaso e de' Franzesi, padroni della cittadella di Torino, che passasse qualche intelligenza fra gli Spagnuoli e madama reale, per mettere l'assedio alla medesima cittadella. Ma ad altro non tendevano le mire del Caracena che a tirar la duchessa a qualche accomodamento: dal che si mostrò ella troppo aliena. Essendo intanto pervenuto qualche soccorso di gente ai Franzesi, smontato esso marchese da' suoi alti pensieri, tornò a cercar la quiete nello Stato di Milano. Prosperamente camminarono in questo anno gli affari della veneta repubblica nella guerra di Candia. Nel dì 22 di giugno uscì pomposamente in mare l'armata turchesca, composta di settantatrè galee sottili, di sei maone, di cinquantatrè grosse navi e di altri legni minori. Fra le isole di Santorini e Scio s'incontrò colla veneta armata, la quale, quantunque inferiore di numero di legni, pur superiore di coraggio, si accinse alla battaglia, e da lì a poco l'attaccò. Ma era tardi, e sopraggiunta la notte, divise il conflitto. Nel giorno seguente si trovarono di nuovo a fronte le due nemiche armate, e si ripigliò il terribile combattimento. La vittoria si dichiarò in fine per li Veneziani, essendo stati costretti i Turchi a ritirarsi. Presero i vincitori cinque grossi vascelli barbareschi, tre altri turcheschi, con una maona e colla nave capitana del rinegato bassà della Morea. Cinquecento furono i prigioni; degli estinti dal ferro e dal mare non si potè sapere il numero. Fu anche dipoi da essi Veneti messa a sacco l'isola di Leria, e incendiate molte navi turchesche da carico. Non cessava intanto lo ambasciadore di Francia in Costantinopoli di far proposizioni di pace, ma sempre indarno, pretendendo pertinacemente la Porta che la comperassero i Veneti colla cessione di Candia. Accrebbe in quest'anno il pontefice Innocenzo X un insigne ornamento alla mirabil città di Roma, coll'avere disotterrato ed inalzato in piazza Navona un nobilissimo obelisco, ossia guglia, già trasportata dall'Egitto a Roma da Antonino Caracalla Augusto. Sopra una gran base, che ha figura di uno scoglio, ornato di belle statue, da cui scaturiscono quattro copiose fontane, fu riposto quel prezioso monumento della più rimota antichità, ed altri ornamenti si videro aggiunti alla medesima piazza.


MDCLII

Anno diCristo MDCLII. Indizione V.
Innocenzo X papa 9.
Ferdinando III imperad. 15.

Fu in quest'anno che papa Innocenzo X, considerando i molti e gravi disordini provenienti alla regolar disciplina da tanti conventini di frati, venne finalmente alla risoluzion di schiantarli. Non solamente nelle castella, ma anche nelle picciole ville d'Italia aveano essi frati a poco a poco piantato il nido, e quivi si godevano un bell'ozio, sovente anche scandaloso, intenti, se poteano, a procurarsi dalla divota gente de' buoni lasciti, per poter menare una vita più deliziosa. Dimorandovi pochi religiosi, niuna osservanza restava fra essi delle sante regole del loro istituto. Alla riforma dunque di tali abusi mise man forte lo zelante pontefice, e nel dì 15 d'ottobre suppresse e ridusse a stato secolare tutti que' conventi, dove pel poco numero de' religiosi non si potesse osservare la disciplina regolare. Moltissimi di fatto ne furono suppressi; ma ritrovaronsi anche maniere e mezzi per farne sussistere assaissimi altri contro la mente del papa, che a maraviglia intendeva di quanta corruttela degli ordini religiosi fossero luoghi tali, dove ordinariamente si perde tutto lo spirito religioso. In questi tempi ancora si vide cangiato l'animo di esso pontefice verso de' Barberini, fin qui esuli da Roma, e privi della di lui grazia. Si trovarono insussistenti e calunniose tutte le accuse intentate contro di loro; giuste e lodevoli tutte le loro azioni sotto il precedente pontificato. Gran teste erano i due fratelli cardinali Francesco ed Antonio. Il primo, siccome savio ed esente da ogni reato, seppe conciliarsi la buona grazia de' principi, e massimamente del gran duca di Toscana, e col favore del suo partito nel sacro collegio superò dopo qualche tempo la tempesta, e tornossene a Roma. Rimasto in Francia Antonio, profittò delle sue disgrazie, con aver ottenuto da quella corte per mezzo dell'amicissimo Mazzarino pingui abbazie e vescovati, e il grado di limosiniere di quella corona. Riconciliaronsi in questo anno essi barberini colla repubblica veneta, con rilasciarle tutte le rendite sequestrate de' lor benefizii, e donarle per soprappiù dodici mila ducati d'oro da impiegare nella guerra col Turco. In ricompensa vennero aggregati alla nobiltà veneta, e si portarono apposta a Venezia Carlo e Maffeo figli di don Taddeo prefetto di Roma, già mancato di vita in Francia, per ringraziare il senato di questo onore. Ora veggendo donna Olimpia cognata del papa, e gli altri di casa Panfilia declinare all'occaso il decrepito papa, si avvisarono di troncar la nemicizia coi Barberini, e di assodar meglio le cose loro, con farsi amica una casa sì potente per le ricchezze, per le protezioni e pel gran seguito nel sacro collegio. Però, cancellati gli odii, tornò anche il cardinale Antonio a Roma, ben accolto dal papa; si stabilirono le nozze di don Maffeo con donna Olimpia Giustiniani pronipote d'esso pontefice; e a Carlo Barberino per la restituzion del cappello fu conferita la sacra porpora: il che succedette nell'anno seguente. Sicchè essendo già defunto nel 1646 il cardinal Antonio Barberino seniore, piissimo cappuccino, e fratello de' suddetti due porporati, tornò quella casa ad aver tre cardinali suoi nello stesso tempo viventi, e servirono ad essa le traversie passate di gloria e di maggior grandezza.

Seguitava intanto ad essere agitata fra balzi ora favorevoli ora contrarii la fortuna del cardinal Mazzarino in Francia, tuttochè si mirasse egli protetto dal giovinetto re Luigi XIV, che già avea assunto le redini del governo, e molto più dalla regina madre. Durando quelle guerre civili, restavano in gran depressione gli affari dei Franzesi nel Piemonte. Bella congiuntura che era questa al marchese di Caracena governator di Milano per ricavarne profitto. Sicuro egli che per le turbolenze suddette non potevano eglino sperar soccorso, si avvisò di fare un bel colpo, cioè di cacciare il presidio loro da Casale. Era il principio di maggio, e per coprire il suo disegno, all'improvviso comparve con tutto l'esercito suo sopra la città ben fortificata di Trino, ed affrettossi a tirar la linea di circonvallazione, a formare approcci e mine, a postar artiglierie, cominciando a bersagliar quella piazza. Si unirono Franzesi e Savoiardi sotto il comando del giovine marchese Villa e del conte di Verrua, per dare soccorso; ma ritrovato il Caracena uscito dalle linee in ordinanza di battaglia per ben riceverli, troppo periglioso parve loro il tentativo, e se ne tornarono indietro. Sicchè Trino dopo alquanti giorni capitolò la resa, con avere il Caracena accordato quante onorevoli condizioni potè mai chiedere il presidio. Dopo l'acquisto di sì importante fortezza s'inoltrò l'esercito spagnuolo sotto Crescentino, alla cui difesa trovò ottocento fanti e settanta cavalli, che pareano risoluti di non volerne dimettere il possesso a chi che fosse. Si diede principio alle offese, e contuttochè anche il cannone di Verrua giacente sull'opposta riva del Po incomodasse non poco gli assedianti, proseguirono vigorosamente, ciò non ostante, i lavori. Essendo riuscita poco felicemente una sortita della guernigione, venne essa infine obbligata a rendere la suddetta terra di Crescentino. Fu dipoi preso anche il castello di Masino, e dato il sacco al paese posto fra la Dora e il Po. Mandò poscia il Caracena le genti sue a ristorarsi nel Monferrato, distribuendole in Occimiano, Rossignana, San Giorgio ed altri luoghi, facendo intanto gli opportuni preparamenti pel sospirato assedio di Casale.