Ossia che esso Caracena avesse trattato molto prima con Carlo II duca di Mantova, come fu creduto, o che aspettasse a farlo dopo l'acquisto di Crescentino; certo è che gli venne fatto d'indurre quel principe a mettersi sotto la protezion della corona di Spagna, e a dar colore a quella impresa, come progettata in benefizio di lui, e non già per vantaggio alcuno degli Spagnuoli, a fin di quetar le gelosie che ne potessero insorgere presso i principi d'Italia. Perciò il duca, secondo l'uso o l'abuso già da gran tempo introdotto di giustificare o inorpellare il movimento dell'armi, pubblicò un manifesto, con cui si studiò di mostrar la necessità sua di aderire agli Spagnuoli, per giusto timore di perdere tutto, se operava in contrario. Mandò poscia dal Mantovano mille e cinquecento fanti e trecento cavalli, comandati dal marchese Camillo Gonzaga, ad unirsi all'armata spagnuola. A questa unione, siccome aperta dichiarazione del duca contro i Franzesi, tenne tosto dietro una somma diffidenza fra essi e i cittadini di Casale, con riguardar cadauna parte l'altra come nemica, non ostante il dover gli uni e gli altri convivere insieme. Durò questo imbroglio finchè comparvero ordini del duca a quel senato e preghiere ai Franzesi di consegnar la città e le fortezze al legittimo lor padrone. Perciocchè sì destramente allora seppero i cittadini concertar le loro faccende, che obbligarono i Franzesi a ritirarsi nel castello e nella cittadella. Ciò fatto, si videro spalancate le porte della città, e vi entrò don Camillo Gonzaga col marchese di Caracena, il quale non perdè tempo a formare gli approcci al castello. Questo solamente resistè per tre giorni, ancorchè fosse ben munito, e il signor d'Espredele ne capitolò la resa con patti onorevoli di guerra, e insieme con istupore di tutti. Ma da lì a pochi dì cessò la maraviglia, perchè esso governatore, incamminato verso il Piemonte, fallò la strada, e andò a finire il suo viaggio a Mantova, dove fu cortesemente accolto dal duca. Fece dipoi il signor di Sant'Angello, governatore della cittadella di Casale, impiccare la di lui statua, se con danno o risentimento dell'originale, nol dice la storia. Incredibil fu la sollecitudine del Caracena in assalire la restante cittadella. Nel termine di quindici giorni fu formata una terribil circonvallazione con fortini ben guerniti d'artiglierie, e talmente condotti i lavori, che furono prese due mezze lune e la strada coperta, e si giunse a pie' dei baloardi, sotto i quali si diede principio a mine e fornelli. Avvegnachè gli assediati, chiamati alla resa, si chiarissero del pericolo che lor sovrastava, protestarono di volersi difendere sino all'ultimo sangue. Ma infine alloggiatisi gli Spagnuoli sulla breccia, venne il tempo di rendersi con tutti gli onori militari nel dì 22 di ottobre, giacchè non sapea quel presidio essere in cammino un poderoso soccorso di Franzesi e Piemontesi, che aveano già passato il Po a Verrua, e che ricuperarono dipoi Crescentino e Masino. Da don Camillo Gonzaga furono introdotti nella cittadella mille soldati mantovani e cinquecento monferrini: la qual nuova sparsa per l'Italia fece rimbombar dappertutto gli encomii e i plausi alla generosità spagnuola, la quale con tante spese avesse guadagnata quella sì importante piazza non per sè, ma pel duca di Mantova, e pareva a tutti un miracolo così gran disinteresse. I soli Milanesi ne mormoravano, perchè avendo essi non solo con pubbliche, ma con private contribuzioni ancora, cooperato a quell'acquisto, aveano seminato e mietuto unicamente per comodo altrui. Essendo poi venuto a Casale il duca di Mantova, ritirati i suoi dalla cittadella, v'introdusse ottocento Alemanni della armata spagnuola, pagati da lì innanzi dalla camera di Milano: con che parve che si scoprisse l'arcano delle segrete capitolazioni seguite fra esso duca e il Caracena. La verità nondimeno si è, che il duca vi mise il governatore, e parve far da padrone anche della cittadella. Per questo negoziato e cangiamento del duca si alterò forte contra di lui la corte di Parigi; ma il cardinal Mazzarino non lasciò di calmare, per quanto potè, lo sdegno del re Cristianissimo.

Nulla di rilievo accadde in questo anno nella guerra più che mai viva dei Turchi contro la veneta repubblica. Al servigio di essi Veneziani spedì Ranuccio duca di Parma due mila combattenti ben armati, e insieme il principe Orazio Farnese suo fratello, a cui fu conferito il grado di generale della cavalleria veneta. Calarono in Italia nella primavera gli arciduchi del Tirolo Ferdinando e Francesco Sigismondo per visitare Isabella Chiara duchessa di Mantova loro sorella. Di molte feste furono in tal congiuntura fatte in quella città, e v'intervenne anche Francesco I duca di Modena. Invitati quei principi da esso duca, vennero poi nel dì 10 di aprile insieme col duca Carlo II e colla duchessa di Mantova a Modena. E perciocchè uno dei pregi dell'Estense era la magnificenza, trattenne egli per più dì quell'illustre brigata con suntuosi divertimenti di commedie, caccie, conviti e danze. Superbo spezialmente riuscì un torneamento a cavallo fatto nella piazza del castello, per le ricche comparse, per la rarità delle macchine, voli e battaglie: spettacolo descritto e pubblicato dalla famosa penna del conte Girolamo Graziani segretario del duca. Restò nulla di meno funestata sì allegra giornata da un sinistro accidente, cioè dalla morte di Giovanni Maria Molza cavalier modenese, il quale correndo colla lancia incontro al conte Raimondo Montecuccoli, miseramente ferito alla gola perdè tosto la vita. Sì afflitto rimase per questa disavventura il Montecuccoli, perchè suo grande amico era il Molza, che non tardò a tornarsene in Germania, dove poi divenuto generalissimo dell'imperadore, diede tanti saggi di valore e prudenza, che il suo nome passerà chiarissimo anche ai secoli avvenire.


MDCLIII

Anno diCristo MDCLIII. Indizione VI.
Innocenzo X papa 10.
Ferdinando III imperad. 16.

Nella storia ecclesiastica celebre riuscì l'anno presente per la solenne condanna fatta, nel dì 31 di maggio, da papa Innocenzo X delle cinque proposizioni di Cornelio Giansenio vescovo d'Ipri, accettata festosamente dai vescovi di Francia. Sì giusta fu la sentenza pontificia, sì chiara intorno a questi punti è la dottrina della Chiesa cattolica, che non osarono già i seguaci e fautori del Giansenio di mettersi a cozzare coll'autorità della Sede apostolica intorno a tal decreto; ma cangiarono batteria, pretendendo che le condannate proposizioni non esistessero nelle opere del suddetto Giansenio, morto in comunione della Chiesa. E qui ebbe principio una sedizione d'ingegni, che tante scene ha poi dato alla Chiesa di Dio, e che ora palese, ora occulta si mantien viva e pertinace tuttavia in chi, gloriandosi di essere fedel discepolo di Sant'Agostino, si abusa del suo nome per sostener dogmi riprovati dalla Chiesa di Dio. La prosperità, dell'armi spagnuole in Italia cagion fu che i Franzesi, per timore che il duca di Savoia Carlo Emmanuele non si gittasse anch'egli loro in braccio, addolcirono quella corte, con cederle il possesso della fortezza di Verrua; ed altri aggiungono anche della cittadella d'Asti, occupata fin qui dalle lor armi. Alcune picciole fazioni militari si fecero dipoi tra i Franzesi ingrossati e l'esercito spagnuolo: saccheggiarono i Piemontesi sul principio di quest'anno il borgo di Sesia e poscia Serravalle; ma infine si ritirarono tutti ai lor quartieri, risparmiando il sangue a miglior uso.

Senza azione alcuna degna di osservazione passò ancora la presente campagna in Levante e in Dalmazia, quantunque la guerra turchesca durasse coi Veneziani, i quali con tutto il loro sforzo mai non mandavano tal nerbo di gente in soccorso di Candia che i lor generali potessero tentar grandi imprese. Trovavasi anche sola in questo cimento la repubblica, giacchè l'imperadore e la Polonia si studiavano di star in pace col nemico comune. Miracolo perciò era che non andassero sempre più peggiorando gl'interessi de' Veneti, troppo picciolo riuscendo al bisogno loro il soccorso delle galee del papa e di Malta. In questi tempi il duca di Mantova Carlo II sostenuto dalla protezione della imperadrice Leonora sua sorella, e già tutto dichiarato del partito degli Spagnuoli, ottenne di essere creato vicario imperiale in Italia: novità che servì a far crescere i disgusti fra lui e la real casa di Savoia, a cui già dai precedenti Augusti era stata conferita cotal dignità. Nè si dee tacere che per le gravissime turbolenze intestine della Francia era decaduto da qualche tempo in Italia il credito e il potere dei Franzesi. Cominciarono in quest'anno a cambiar faccia gli affari, coll'essere gloriosamente ritornato dopo l'esilio, dopo tanti oltraggi, il cardinal Mazzarino a Parigi, dove ripigliò la primiera autorità presso il re Luigi XIV e si diede a rimettere in buon sesto lo sfasciato regno, e a tessere delle tele anche in Italia per reprimere gli Spagnuoli. Arrivò egli in quest'anno a stabilire il matrimonio di madamigella Anna Maria Martonozzi sua nipote con Armanno principe di Contì, fratello del Condè, cioè del gran promotore di quelle guerre civili. Col mischiare il suo col sangue reale di Francia si aprì egli la strada ad un'altra alleanza colla nobilissima casa d'Este, siccome diremo. Maritò ancora in varii tempi altre sue nipoti di casa Mancini con Lodovico duca di Vandomo, col principe Eugenio di Savoia conte di Soissons, col contestabile Colonna e col duca di Buglione. Ecco ciò che sa fare il senno colla fortuna congiunto.


MDCLIV

Anno diCristo MDCLIV. Indizione VII.
Innocenzo X papa 11.
Ferdinando III imperadore 17.