Pace non si godeva in Lombardia, e pur guerra non ci fu nell'anno presente; e ciò perchè tutti stavano attenti ad un gagliardo armamento marittimo che si faceva in Provenza, nè si sapea qual mira avesse questo minaccioso temporale. Venne finalmente a scoprirsi che Arrigo di Lorena duca di Guisa, che già dicemmo preso e poi liberato dalle carceri di Spagna meditava di tentar di nuovo la fortuna con passare nel regno di Napoli. Dopo la ribellione de' precedenti anni, molti di que' nobili aveano più tosto eletto di abbandonar la patria, che di restare esposti alla dubbiosa fede e nota crudeltà del conte di Ognate vicerè, ed erano stati per questo banditi da lui. Altri ancora nel seno dello stesso regno dimoranti si rodevano di rabbia per l'aspro governo degli Spagnuoli. Però volavano da più parti lettere ed inviti al suddetto duca di Guisa, signore che per le sue obbliganti maniere avea lasciato buon nome e non pochi amici in Napoli, affinchè si presentasse con un'armata in quel regno, promettendo a lui mari e monti di assistenze e di ribellioni. In chi già s'era veduto come re in quel bel paese, nè avea mai saputo deporre il desio e forse nè pur la speranza di conquistarlo, fecero facilmente breccia i conforti e le promesse di tanti regnicoli, e il creduto universale odio di que' popoli contro gli Spagnuoli. Comunicò il Guisa il suo pensiero alla corte di Francia, che occupata da maggiori impegni non volle accudire a sì perigliosa impresa. Ottenne nondimeno favori per poter armare, ed anche intenzione di poderosi aiuti, qualora gli venisse fatto di sbarcare nel regno di Napoli, e di far conoscere un bell'aspetto di maggiori progressi. Raunato quanto danaro potè ricavar da' suoi proprii beni e dalle borse de' suoi amici, si applicò a far massa di gente e ad allestir gran copia di legni. Mal servito fu egli da chi avea tale incumbenza, perchè gran tempo si consumò in apparato, e le navi si trovarono dipoi mal corredate, nè a sufficienza fornite di marinaresca, di attrezzi e di munizioni. Arrivò l'autunno, tempo poco propizio ai naviganti; pure il duca salpò e fece vela verso il Levante. Ma eccoli le tempeste mover guerra a lui, prima ch'egli la facesse agli altri. Alcuni de' suoi legni, perchè deboli a quel conflitto, si perderono, o rimasero ben conquassati. Contuttociò a' lidi di Napoli giunse finalmente la flotta guisana, dove non si contavano più di quattro mila uomini da sbarco: armata in vero troppo lieve per conquistare un regno. Si aspettava il duca di vedere al suo arrivo fioccare a migliaia i regnicoli sotto le sue bandiere: che tali erano state le lusinghevoli promesse de' malcontenti. Poco tardò a conoscersi beffato, non trovando se non de' nemici in quelle parti.
Aveano gli Spagnuoli preveduto che il preparamento di quella flotta in Provenza avea per mira il regno di Napoli, nè mancò loro tempo per premunirsi. Il vicerè, più accorto del duca, assai conoscendo qual danno potesse provenire da tanti banditi, se giugnessero ad unirsi coi Franzesi, si applicò al saggio consiglio di richiamarli per tempo, concedendo grazia e restituzion di beni a tutti, purchè fedelmente in questa congiuntura prestassero servigio alla corona. Concorsero tutti al perdono, anteponendo il sicuro presente bene all'incerto del patrocinio franzese; e però in vantaggio di lor soli si convertì la spedizione del Guisa. Ciò non ostante, esso duca, avendo giudicato utile ai suoi disegni l'acquisto di Castellamare, colà sbarcò le milizie sue; e giacchè quel presidio alla dolce chiamata negò di rendere la città, le artiglierie cominciarono a parlargli di altro tuono. Formata la breccia, si venne ad un generale assalto, per cui in meno di sei ore con poca perdita di gente il duca divenne padrone della città e del castello. Ciò fatto, spedì egli il marchese Plessis Belieure ad impossessarsi della Sarna, e ad occupare i mulini e ponti della Persica e di Scaffati: il che avrebbe sommamente incomodata la città di Napoli. Fu creduto che se il Guisa fosse marciato a dirittura ai borghi di Napoli, avrebbe fatto progressi superiori alla comune espettazione: tanta era la costernazion degli Spagnuoli, la lor diffidenza de' Napoletani, e poche le presenti lor forze. Ma perchè gli mancarono presto i viveri, e i soldati si abbandonarono alla licenza per procacciarsene, il che fece fuggire i paesani; e perchè sopraggiunse Carlo della Gatta con grossi rinforzi, perderono in breve i Franzesi i posti occupati; ed in Castellamare, dopo aver consumato quasi tutto il biscotto, si trovarono in tali angustie, che il duca si vide forzato a rimbarcar la sua gente, e rivolgere di nuovo le prore verso Ponente. Gran fatica durò per la contrarietà del mare all'imbarco, e nel viaggio patì gravissimi disastri, ma in fine si ridusse in Provenza, con aver perduto da secento de' suoi soldati, e lasciate in preda alle onde alcune sue navi. Allora, benchè troppo tardi, imparò qual pericolo sia il solcare in certi tempi il mare, e il fidarsi di popoli tumultuanti e promettitori di gran cose in lontananza, ma poi al bisogno atterriti e mancanti di parola. Se buona piega prendevano gli affari del Guisa, pensava la Francia di spedirgli per terra un corpo di cavalleria; e perciò il Caracena nello Stato di Milano facea buone guardie a fine d'impedirne il passaggio. Andarono a monte questi pensieri per la ritirata del Guisa, restando sommamente ringalluzziti gli Spagnuoli al vedersi con tanta felicità liberi da quella temuta invasione, e confuso l'ardire dei nemici Franzesi.
Poco prosperamente camminarono in quest'anno gli sforzi della veneta repubblica nella guerra col Turco. Venuta la primavera, voglioso Lorenzo Delfino, generale della Dalmazia, di far qualche gloriosa impresa, con sei mila combattenti si portò ad assediare la forte piazza di Chnin, e cominciò a batterla. Non passò gran tempo che sopraggiunsero al soccorso cinque mila Musulmani, che obbligarono i cristiani alla ritirata. Fu questa fatta con sì mal ordine, che rimase divisa la fanteria dalla cavalleria, e perciò restarono amendue sbaragliate con perdita di circa tre mila persone, di molte insegne e cannoni: disgrazia amaramente sentita dal senato non men per lo danno sofferto, che per lo scoraggimento delle rimanenti milizie. Seguì ancora nel dì 11 di giugno ne' mari di Levante una fiera battaglia fra l'armata navale turchesca e la veneta assai inferiore di forze. Con tutta la disparità fecero maraviglie di valore i Veneziani, ed anche incendiarono alcune navi nemiche; ma più n'ebbero incendiate delle proprie, ed alcune altre rimasero prese. Grave nulladimeno essendo stato il danno degli infedeli, ciascuna delle parti, secondo il solito in simili casi, decantò la vittoria. Nè si dee tacere una curiosa avventura di questi tempi. Ad alcuni religiosi minori osservanti, il numero dei quali supera di gran lunga qualsivoglia altro ordine religioso, cadde in pensiero di sacrificar le loro vite o sull'armata navale, o in Candia, per difesa della religion cristiana. Proposto nella congregazion di Roma il loro zelo e disegno, fu approvato con alcune modificazioni, e restò disegnata più d'una città dove s'avea da unire quest'armata fratesca. Ma si frappose il duca di Terranuova ambasciatore di Spagna in Roma, facendo riflettere che portando i Francescani l'armi contra del Turco, avrebbono perduti i luoghi santi di Gerusalemme; e tanti altri dello stesso ordine, esistenti nelle missioni del Levante, sarebbono rimasti esposti alla crudeltà de' Turchi. Per tali opposizioni abortì il sopraddetto disegno. Molti maneggi avea fatto Francesco I duca di Modena per passare alle terze nozze, siccome principe robusto e di delicata coscienza; ma svaniti questi, infine s'appigliò a prendere donna Lucrezia Barberini, nipote de' cardinali Francesco ed Antonio, e pronipote del già papa Urbano VIII, con dote di mezzo milione d'oro. Tale era il credito e la potenza di quei porporati nella corte di Roma e di Francia, che intervenendovi anche gli uffizii di papa Innocenzo X, divenuto tutto Barberino, e del cardinal Mazzarino, sempre intento a procurar parziali alla corona di Francia, che il duca di Modena riguardò tal matrimonio come utile ai presenti suoi interessi. Fu poi sposata questa principessa nel seguente anno in Loreto, e fece la sua entrata nel dì 23 d'aprile in Modena. Il magnifico viaggio della medesima si truova descritto da Leone Allacci celebre letterato. Più giorni furono impiegati in sontuose feste e pubblici solazzi, e spezialmente eccitò il plauso e l'ammirazione de' folti spettatori, sì del paese che forestieri, un ingegnoso torneo, accompagnato da gran copia di strane macchine, da ogni sorta di strumenti musicali, e dallo sfarzo degli abiti, che fu in tal congiuntura eseguito dalla nobiltà modenese, esercitata allora in somiglianti spettacoli.
MDCLV
| Anno di | Cristo MDCLV. Indizione VIII. |
| Alessandro VII papa 1. | |
| Ferdinando III imperad. 18. |
Si vide il principio di quest'anno funestato dalla morte di papa Innocenzo X più che ottuagenario, succeduta nel dì 7 di gennaio, dopo dieci anni, tre mesi e ventitrè giorni di pontificato. Principe fu di rara prudenza nel governo, savio, circospetto nel parlare, tardo a risolvere, per accettar meglio le risoluzioni, e perciò difficile nelle grazie. Prelato Datario s'era acquistato il titolo di monsignor, non si può. Per altro si diede sempre a conoscere amantissimo della giustizia, e alle occorrenze la esercitò, ed anche andando per Roma riceveva i memoriali de' poveri, per tenere in freno i ministri. Inclinava forte all'economia e al risparmio talmente che di lui si lagnarono forte i Veneziani, perchè non imitando egli tanti altri zelanti papi, pochissimi aiuti contribuì alla difesa dei cristianesimo nella guerra col Turco. Scusavasi esso pontefice coll'aver trovata troppo esausta la camera apostolica, e col costante desiderio di non aggravare i popoli (dal che ben si guardò), anzi di sgravarli: al qual fine avea adunata gran somma di danaro, che servì poi a tutt'altro. A riserva dell'affare di Castro, abborrì di entrare in alcun altro impegno, tenendosi amico di tutti, creduto sul principio sommamente parziale degli Spagnuoli, e sul fine tutto Franzese. Nella carestia del popolo romano provvide al suo bisogno, e lasciò insigni memorie di fabbriche nelle basiliche Lateranense e Vaticana, nel Campidoglio e in altri luoghi. Quel solo che ecclissò alquanto la gloria d'Innocenzo X fu l'aver avuto per cognata, cioè per moglie del defunto suo fratello Panfilio Panfilii, donna Olimpia Maidalchina, donna di gran senno bensì, e di non minore onestà ornata, ma insieme soggetta alta vertigini dell'ambizione e dell'interesse. Ancorchè non avesse ella che un figlio, cioè don Camillo Panfilio, atto a propagar la sua casa; pure per dominare sotto la di lui ombra a palazzo, gli fece conferir la porpora, e il titolo allora usato di cardinal padrone. Innamoratosi questi poi della principessa di Rossano, deposta la porpora, passò alle nozze; per la qual risoluzione, non approvata dalla madre, e nè pure dal papa, restò poi escluso dalla corte ed anche da Roma. Trovandosi allora il vecchio pontefice bisognoso di chi l'aiutasse a portare la pesante soma del governo, donna Olimpia ebbe campo, siccome donna virile, d'ingerirsi in tutti gli affari, di maniera che a lei faceano capo anche gli ambasciatori, e per mezzo di lei si ottenevano le grazie; per le quali vie giunse ella ad accumular tesori. Ora, al vedere nel sacro palazzo un tal dispotismo, vie più improprio, perchè di donna, tanti in fine furono gli schiamazzi, che avvedutosi il buon pontefice che ne pativa la riputazione sua, rimosse non solo dai pubblici affari, ma anche dal palazzo l'ambiziosa cognata. Effetto fu della sua saviezza una tal risoluzione, ma effetto similmente della sua debolezza l'avere di poi rimessa alquanto nella sua confidenza essa donna Olimpia, la cui fortuna si sostenne da lì innanzi finchè visse il papa, e provò poi anche dei balzi sotto il di lui successore.
Aprissi dopo l'esequie del defunto pontefice il sacro conclave, e si consumarono quasi tre mesi in discordie e dibattimenti, finchè nel dì 7 d'aprile cadde l'elezione nella persona del cardinale Fabio Chigi, Sanese di patria, il quale assunse il nome di Alessandro VII. Concorrevano in lui tali doti di pietà, di letteratura, di saviezza, che quantunque in età di cinquantasei anni, e creato cardinale solamente nel 1652, pure si trovò anteposto a tutti gli altri più vecchi porporati. Gran plauso riportò da tutti questa elezione. Sfavillava spezialmente in lui un vero zelo per la difesa della cristianità, e fu dei più caldi nel conclave a mettere fra gli obblighi del futuro pontefice, che si somministrassero gagliardi aiuti alla repubblica di Venezia, per sostenersi nella guerra a lei mossa dal comune nemico. Avea egli anche assai conosciuti e molto detestati i disordini del nepotismo, e però per quasi tutto il primo anno del suo governo stette fermo in non volere in Roma il fratello Mario e i nipoti, con istupore di Roma, non avvezza a somiglianti miracoli. In Lombardia vide l'anno presente divampar di nuovo la guerra, suscitata dalla baldanzosa politica del marchese di Caracena governatore dello Stato di Milano. Dappoichè era a lui riuscito di snidar da Casale i Francesi, d'impadronirsi di Trino, e di far altre imprese con felicità, e spezialmente di ridurre alla divozione di Spagna Carlo II duca di Mantova, si avvisò di far lo stesso anche con Francesco I duca di Modena, e di adoperarvi l'esorcismo della forza. Sul principio dunque di marzo si mosse da Cremona coll'esercito suo, seco menando un gran treno di grossa artiglieria e di attrezzi militari, e una smisurata folla di guastatori, accostandosi al Po, per entrare negli Stati del duca. Nello stesso tempo spedì a Modena il conte Girolamo Stampa ad esporre i motivi della corte di Spagna di essere poco soddisfatta degli andamenti di esso duca, il quale fortificava Brescello e la cittadella di Modena; facea massa di gente; non avea indotto il cardinale Rinaldo suo fratello a dimettere, secondo i patti, la protezion della Francia; ed avea stabilito un matrimonio, ed era dietro ad un altro che non piacevano al re Cattolico. Il perchè chiedeva sicurezze della di lui fede o colla consegna di qualche piazza, o che si mandassero per ostaggi in Ispagna i figli del duca. Rispose il duca, che l'aver egli solamente due mila fanti e cinquecento cavalli, e il fortificar le sue piazze conveniva a lui per propria difesa; aver egli richiamato da Roma il fratello cardinale, e fattogli accettare il vescovato di Reggio; con altre ragioni che egli a suo tempo dedusse in un manifesto pubblicato colle stampe. Quanto poi alle bravate, se ne sbrigò con dire che si sarebbe difeso dall'ingiusta violenza altrui. Perciò non perdè tempo a spedire rinforzi a Reggio e Brescello, e il tenente generale conte Baiardi con ottocento cavalli a guardar le rive del Po.
Ma il Caracena su quel di Parma valicò il suddetto fiume: il che saputo, volò il Baiardi a Correggio, ed obbligò quel presidio spagnuolo a cedergli la piazza. Credendo il duca che il nemico esercito avesse da far pruove del suo valore contro la fortezza di Brescello, si portò colla sua nobiltà e con un corpo di fanteria a Reggio. Ma eccoli comparire il Caracena sotto quella stessa città, e bloccarla, quivi trovando chi tosto uscì a scaramucciar colle sue genti. Ora il duca, per meglio accudire a' suoi bisogni, animosamente colle sue guardie uscì nella notte del di 18 di marzo fuor di Reggio, lasciando ivi alla difesa il marchese Tobia Pallavicino; e postosi al largo, si applicò a mettere in armi tutte le sue cernide, e fatti venir di qua dall'Apennino i valorosi suoi Garfagnini, si preparò per soccorrere la minacciata città di Reggio. Interpostosi il duca di Parma per un aggiustamento, trovò così alte le pretensioni del superbo Caracena, che l'Estense con disdegno le rigettò, e andò a terra ogni trattato. Non erano le forze degli Spagnuoli, quali sul principio la fama decantò; laonde il Caracena, scorgendo aumentarsi ogni dì più quelle del duca, e la guarnigion di Reggio far delle frequenti sortite con danno de' suoi, nella notte del dì 22 di marzo con precipitosa ritirata levò il campo, e se ne tornò colla testa bassa a ripassare il Po, dopo aver fatto divenire nemico aperto un principe dianzi solamente amico sospetto. E di questa violenza riportò bene il Caracena l'universale biasimo, siccome il duca Francesco gran lode per la sua intrepidezza. Fu di poi esso Caracena richiamato e spedito in Fiandra a riparar la riputazione perduta. Ai primi rumori dell'armi suddette avea l'Estense spedito a Torino e a Parigi per ottener soccorsi. Di tal congiuntura si prevalse il cardinal Mazzarino per conchiudere il matrimonio di donna Laura Martinozzi, sua nipote, e sorella del principe di Contì, col principe Alfonso primogenito d'esso duca Francesco I: alleanza a cui fin qui avea trovato il duca delle difficoltà. Promise il cardinale una gagliarda assistenza dell'armi franzesi all'Estense, e seguì a Compiegne lo sposalizio con gran solennità della corte reale nel dì 27 di maggio. Giunse questa principessa a Modena nel dì 16 di luglio, e riuscì poi donna superiore al suo sesso. Alle allegrezze della casa d'Este s'aggiunse ancora il giubilo della nascita d'un principino figlio del duca Francesco, a cui fu posto il nome di Rinaldo; ed a lui, benchè terzogenito, Dio riserbò la conservazione e la propagazione del nobilissimo sangue estense.
Attenne il cardinal Mazzarino la sua promessa, ed ecco giugnere nel mese di giugno in Piemonte un'armata, che unita colle milizie del duca di Savoia si fece ascendere a diciotto mila fanti e sette mila cavalli. La politica e la fama accrescono sempre il nerbo degli eserciti. Ne prese il comando il principe Tommaso di Savoia, come generale dell'armi di Francia. Nel dì 8 del mese suddetto, avendo egli felicemente passato il Ticino, colle scorrerie portò la costernazione sino a Milano, da dove i benestanti cominciarono a salvarsi col loro meglio in altri paesi. Si mosse intanto anche il duca di Modena con più di quattro mila fanti e mille cavalli per unirsi ai Franzesi; e perciocchè le maggiori istanze del principe Tommaso erano che egli menasse al campo munizioni da guerra, inviò colle genti sue una processione di novecento carra tirate da due o tre paia di buoi, con diciotto pezzi d'artiglieria, e con quanto occorreva per imprese militari. Giunto egli al campo, si trattò di assalir qualche piazza, e il duca voleva che si cominciasse da Lodi, di facile conquista; ma chi più potea determinò l'assedio di Pavia, a cui fu dato principio nel dì 24 di luglio. Non mi tratterrò io in descriverne le particolarità, dopo averne abbastanza parlato nelle Antichità Estensi. Basterà al lettore il sapere che bella difesa fecero gli Spagnuoli e Pavesi, e che il duca di Modena colpito alla sfuggita da una palla di falconetto nelle spalle, con ampia ferita gli portò via la carne e gli scheggiò l'osso, fu in pericolo della vita; e che quell'assedio infelicemente progredì, avendo di tanto in tanto lasciato entrar dei soccorsi nella città il principe Tommaso. Era egli figlio del duca Carlo Emmanuele seniore, cioè del maggior politico de' suoi tempi, e seppe ben profittare della di lui scuola. Per attestato d'Alberto Lazzari, quand'egli fu del partito spagnuolo, seppe ben servire i Franzesi; e quando comandò l'armi franzesi, non dimenticò di prestar servigio agli Spagnuoli. In una parola, all'avviso che fossero sbarcate al Finale alcune migliaia di combattenti spediti da Spagna, l'esercito franzese, già molto infievolito per le diserzioni e malattie, trovandosi anche infermi il duca e il principe, quasi preso da timor panico, disordinatamente ed in fretta si ritirò nel dì 15 di settembre da quell'assedio, lasciando indietro alquanti pezzi di cannone, seicento sacchi di farina, non poche bagaglie e molti attrezzi da guerra. Il principe Tommaso, condotto colla febbre in corpo a Torino, finì di vivere nel dì 22 di gennaio dell'anno seguente 1656. Fu portato il ferito duca di Modena ad Asti, dove dopo tre mesi riavuta la sanità, passò a Torino, e di là poi prese le poste alla volta di Parigi. Colà giunto nel dì 27 di dicembre, incredibili carezze ricevette dal re Cristianissimo e dal cardinal Mazzarino, ben persuasi che egli dicea daddovero nel servigio della corona di Francia.