Fu questo l'ultimo anno della vita di Ferdinando III imperadore, rapito dalla morte nel dì 2 d'aprile in età di quarantanove anni. Non vi fu bisogno di bugie per tessere uno splendido elogio a questo monarca: tale e tanta fu sempre in lui la pietà e il timore di Dio, l'integrità de' costumi, le prudenza e rettitudine del suo governo. Lasciò vedova la imperadrice Leonora Gonzaga, terza fra le sue mogli. Di varii figliuoli lo arricchirono i suoi matrimoni, ma non lasciò dopo di sè vivente se non Leopoldo, nato nel dì 9 di giugno dell'anno 1640, già coronato re d'Ungheria e di Boemia, che succedette negli Stati ereditarii del padre, e giunse nell'anno seguente a conseguir lo scettro del romano imperio. Apertamente si dichiarò sul principio di questo anno Carlo II Gonzaga duca di Mantova del partito spagnuolo, invanito forse del pomposo titolo di generale dell'armi dell'imperadore in Italia, a lui procurato da' ministri del re Cattolico, i quali speravano con questo chiodo di ribattere l'altro di Francesco I d'Este duca di Modena. Si studiò il Mantovano coll'usuale sparata di un manifesto di giustificar questa sua risoluzione, e di far comparire la necessità di cacciar dall'Italia i Franzesi. Ma si trovò egli in breve ben deluso, perchè mancò di vita l'imperador Ferdinando, e pochissima gente gli potè venir di Germania; e s'egli avea fatto i conti d'ingoiar gli Stati dell'Estense, gliene passò presto la voglia. Erasi portato, siccome dicemmo, il duca di Modena alla corte di Parigi, per concertar le operazioni della futura campagna; e siccome nelle sue vene scorreva il sangue della real casa di Savoia, per essere figlio dell'infanta Isabella, ed era perciò premuroso de' vantaggi del duca Carlo Emmanuele II suo cugino; così col suo credito fiancheggiò in maniera le istanze di lui, per riavere dalle mani de' Franzesi la cittadella di Torino, che ne riportò l'ordine dell'evacuazione dal re Cristianissimo. Con questo arrivò, nel dì 7 di febbraio, a Torino, e nel dì 10 seguì la consegna d'essa cittadella con immensa consolazione di quella corte e popolo. Calarono in questi tempi dalla Germania tre mila fanti e mille e cinquecento cavalli al servigio del duca di Mantova, con cui unitosi il conte Fuensaldagna governator di Milano, nella primavera con quante forze potè andò a prender varii posti intorno a Valenza, ardendo di voglia di ricuperar quella fortezza. Furono in breve sturbati i suoi disegni, perchè il duca di Modena, dopo avere ricevuti dalla Francia nuovi rinforzi di gente, guidati dal principe di Contì, uscì in campagna, ed entrato nel Monferrato, ordinò al giovine marchese Villa di assalire il castello di Monteglio, che si rendè con buoni patti. Quindi passò il duca con esso principe all'assedio del forte passo e castello di Non, ossia Annone, dove trovò una guarnigione di settecento uomini, che, dopo essersi bravamente difesa, nel dì 8 di giugno restò prigioniera di guerra. Quel comandante barone di San Maurizio Borgognone servì col cambio a fare restituir la libertà al conte Baiardo uffiziale primario del duca. Dacchè fu preso Montecastello, e portato soccorso di viveri a Valenza, che per iscarseggiarne si trovava in pericolo, s'inoltrò l'armata franzese sul Tortonese, per ricevere un rinforzo di due mila fanti e di mille e ducento cavalli, provenienti da Modena, e condotti dal principe Alfonso primogenito del duca, e dal principe Borso suo zio.

Fu poscia progettato ed impreso lo assedio d'Alessandria, città popolata e forte; e dato principio nel dì 17 di luglio alla circonvallazione e agli approcci. Dentro v'era un gagliardo presidio di fanteria, a cui si aggiunsero ancora cinquecento cavalli; e gli stessi cittadini animosamente accorsero alla difesa per l'odio che portavano al nome franzese. Viene diffusamente descritto questo assedio dal conte Gualdo Priorato nella vita dell'Augusto Leopoldo. Altro non ne dirò io, se non che nel dì 6 d'agosto avendo tentato gli Spagnuoli con tutto il nerbo del vicino esercito loro d'introdurre soccorso in quella città, seguì un'azione di gran valore da ambe le parti, e di molto sangue, spezialmente degli Spagnuoli, che furono vigorosamente respinti, essendosi in sì pericoloso frangente segnalati per la loro intrepidezza fra le moschettate il duca Francesco I di Modena, e i suoi due figli Alfonso ed Almerigo, con venire attribuito sopra tutto il buon esito di quella giornata al principe Borso d'Este, veterano nel mestier della guerra, che da lì a pochi mesi giunse al fine del suo vivere. Gravemente ferito restò in tal congiuntura il marchese Villa. Ma perchè la sola mente del saggio duca non potè condurre quell'assedio; oltre di che per le morti ed anche per le diserzioni era scemato forte l'esercito, e l'oste nemica difficultava molto il trasporto delle vettovaglie e de' foraggi; gli convenne in fine desistere da quell'impresa, e levare il campo nel dì 19 d'agosto. Restò forte di cavalleria, ma smilzo affatto di fanteria l'esercito franzese, laddove lo spagnuolo abbondava di fanti, e si trovava povero di cavalli. Perciò niun'altra impresa tentarono essi Franzesi, e andarono a reficiarsi alle spese de' loro nemici nella Lomellina e sul Novarese. Ma nel mese di dicembre, quando meno ognuno se l'aspettava, essendo già tornato in Francia il principe di Contì, ecco che il duca Francesco mette in marcia tutto l'esercito per venire sul Piacentino. Fu perseguitato nel viaggio da dirotte pioggie, trovò nel cammino orridi fanghi, ed i fiumi rigogliosi di acque. Niuno ostacolo potè fermare i suoi passi, di modo che sul fine dell'anno giunse egli con tutte le schiere sul suo Stato di Reggio. Non sapevano intendere i curiosi il vero motivo di questo suo difficile viaggio in istagione tanto disadatta, ma sul principio dell'anno seguente si svelò questo arcano.

Continuando l'ostinata guerra dei Turchi contra de' Veneti, si udì che in Costantinopoli si faceva un armamento maggiore del solito: il che nondimeno nulla sgomentò la costanza della repubblica. Incontratosi il capitan generale Mocenigo in quattordici navi grosse barbaresche, incamminate per unirsi all'armata turchesca, nel dì 2 di maggio le assalì. Dopo duro contrasto con que' Barbari, più usati degli altri alle battaglie, ne ridusse quattro in suo potere; tre altre andarono a rompere a terra, che furono poi incendiate; le restanti si salvarono colla fuga. Considerabile riuscì poscia lo acquisto fatto da essi Veneti a forza di armi del porto e della fortezza di Suazich, dove buona preda si fece di saiche turchesche, d'un vascello barbaresco e di molta roba, e ne furono menati via venticinque grossi cannoni, tolti una volta a' medesimi Veneti, come appariva dalle arme. In una dubbiosa zuffa co' Turchi perdè ancora in quest'anno la vita il general Mocenigo, e perì d'un incendio la sua nave capitana. Fu poi ricuperata da' Musulmani l'isola di Tenedo; l'altra di Lenito corse la medesima sfortuna, tornando per forza alla lor ubbidienza. Niun altro fatto rilevante seguì in quelle parti. In sì grave e pericoloso impegno abbisognava assaissimo la veneta repubblica de' soccorsi del pontefice, mostratosi fin qui alquanto sordo alle loro preghiere. Di tal congiuntura si prevalse papa Alessandro VII, aiutato ancora dai caldi uffizii del re Cristianissimo, per indurre il senato veneto a rimettere in Venezia e nelle altre città i religiosi della compagnia di Gesù. Favorevole fu il decreto; laonde dopo cinquant'anni di esiglio ritornarono essi padri colà a coltivar la vigna del Signore. Applicò il pontefice in sussidio dell'armi venete i beni dei conventini aboliti in quello stato, e i conventi degli ordini religiosi de' crociferi e di Santo Spirito, da lui suppressi, con altre grazie. Era passata nel precedente anno da Napoli e da Roma la peste a Genova. Quivi nel presente fece ella una orrida strage per la strettezza delle case e strade di quella popolata città; entro la quale, senza parlare del territorio, si fece conto nel mese di settembre che fossero perite settanta mila persone.


MDCLVIII

Anno diCristo MDCLVIII. Indizione XI.
Alessandro VII papa 4.
Leopoldo imperadore 1.

Nella dieta dell'imperio a molte dispute fu sottoposta l'elezion del nuovo imperadore, non tanto pei maneggi dei Franzesi, affinchè si staccasse dalla casa d'Austria la corona imperiale, quanto ancora per la speranza nata negli elettori di potere in tal congiuntura condurre alla pace la Francia e la Spagna. Ma svanito il pio disegno, restò finalmente eletto imperadore Leopoldo Ignazio, re d'Ungheria e Boemia, figlio del defunto Augusto, nel dì 18 di luglio dell'anno presente, con plauso universale per le sue belle doti. Era egli in età di diciotto anni. Giunse, siccome dicemmo, sul fine dell'anno precedente l'esercito franzese, condotto da Francesco I duca di Modena, sul Reggiano. Consisteva in sette mila fanti e cinque mila ed ottocento cavalli. Sul principio di questo anno passò quell'armata il Po, non essendo giunti a tempo gli Spagnuoli per impedirle il passaggio, e andò a prendere i quartieri d'inverno nelle ubertose ville del Mantovano, e massimamente in Viadana e ne' luoghi circonvicini. Rigorosi ordini pubblicò il duca, perchè a niuno si facesse violenza, e si vivesse con quiete come in paese non nemico, esigendo nondimeno gli occorenti viveri e foraggi per l'armata. Fu da molti creduto che Carlo II duca di Mantova tra per la morte dell'imperadore Ferdinando III, per cui restarono sconcertate le sue misure, e per vedere esposto il Monferrato alla vendetta de' Franzesi, avesse già segretamente concertata la maniera di uscir di impegno con gli Spagnuoli, stante la necessità di sottrarsi a maggiori pericoli. Ma con sì fatta opinione non s'accorda il saper noi ch'esso duca accettò in questi tempi presidio spagnuolo nel borgo di San Giorgio di Mantova, e cercò aiuti da ogni parte. Contuttociò, o sia che al Gonzaga non piacesse di veder posto il teatro della guerra nelle viscere de' suoi Stati, o che concorressero altri politici riflessi; certo è ch'egli si vide finalmente ridotto ad accettare la neutralità, per cui si obbligò di non offendere da lì innanzi gli Stati del duca di Modena, e di non far guerra ai Franzesi; e vicendevolmente dagli altri fu promesso a lui lo stesso: con che, se non divenne amico della Francia, almen cessò di esserle nemico. Fortuna fu del Gonzaga d'incontrarsi in un generoso principe, qual fu Francesco I di Este, perchè altrimenti correa pericolo di perdere Mantova. E ciò perchè Angelo Tarachia primo ministro suo, traditore, per quanto scrive più d'uno storico, esibì al duca di Modena d'introdurre in Mantova i Franzesi; ma il magnanimo Estense volle veder quel principe corretto, ma non rovinato. Intanto la corte di Savoia, che non si credea tenuta a questo accordo, ben informata che l'importante fortezza di Trino si trovava con poco presidio spagnuolo e mal guardata, nella notte precedente al dì 20 di luglio segretamente spedì colà il giovane marchese Villa con tre mila e cinquecento tra fanti e cavalli, che sorprese le principali fortificazioni nella piazza, ed obbligò il comandante spagnuolo a capitolarne la resa. Il duca di Mantova, che ne riteneva la giurisdizione, fece perciò delle gravi doglianze che a nulla servirono; ed ebbe appresso la mortificazion di ricevere una lettera dal collegio elettorale nel dì 4 di giugno, vietante a lui l'intitolarsi generale dell'imperadore e vicario dell'imperio.

In esecuzione del concordato premeva al duca di Modena di liberare il Mantovano dal peso delle truppe franzesi; e però da che ebbe rinforzato l'esercito con forze nuove, parte raccolte in Modena, e parte venute di Francia, sul fine di giugno pel Cremonese, dando il sacco fino alle porte di quella città, andò cercando la maniera di passare il grosso fiume dell'Adda. Eran le rive opposte ben guernite di combattenti, colà spediti dal conte di Fuensaldagna; e troppo ardita impresa si scorgeva il tentarne il passaggio. Fortunatamente riuscì ad alcuni pochi Franzesi di valicar quel fiume a Cassano, e di fortificarsi nell'altra riva, di modo che trasse colà tutta l'armata, e, gittato un ponte, passò. Da incredibil confusione e spavento per questa impensata felicità dei nemici restò preso l'esercito spagnuolo, e il Fuensaldagna, insospettito di qualche intelligenza in Milano, colà con tutte le sue forze frettolosamente si ritirò. Allora il duca di Modena animosamente diede la marcia all'esercito suo, e per mezzo del Milanese, e fin passando presso le porte di Milano, andò al Ticino, e dopo averlo valicato, senza perdere tempo, cinse d'assedio la fortezza di Mortara: azioni tutte che fecero salir alto il suo nome, e il concetto del suo valore e senno. Resistè quella piazza sino al dì 25 d'agosto, in cui fu obbligata a rendersi: con che la fertile pianura della Lomellina restò esposta ai comandi de' Franzesi. Ma che? nell'auge di tanta gloria eccoti cadere infermo Francesco I d'Este duca di Modena, oppresso dai patimenti e dalle fatiche passate, o pure avvelenato dalla cattiva aria di Mortara. Fu portato a Sant'Ià, dove fu a visitarlo Carlo Emmanuele II duca di Savoia, e nel dì 14 d'ottobre di questo anno fra le braccia del principe Almerigo suo figlio, e dei suoi cortigiani che si disfacevano in lagrime, con quel medesimo coraggio che egli avea sempre mostrato nelle azioni guerriere, rendè l'anima al suo creatore in età di quarantotto anni, un mese e nove giorni. Comune opinione fu, che s'egli non fosse stato rapito da morte cotanto immatura, l'Italia avrebbe avuto in lui un generale d'armate da paragonarsi coi primi. Nè io mi fermerò a descrivere il corteggio delle tante virtù che si adunavano in questo principe, la principal delle quali fu la pietà, perchè ne ho detto quanto occorre nelle Antichità Estensi, e può leggersi il giusto suo elogio nelle Storie del conte Gualdo Priorato, di Francesco Vigliotto, nell'Idea del principe del padre Gamberti della compagnia di Gesù, e presso altri scrittori. Solamente dirò, aver egli comperata ben caro la gloria umana, perchè di tanto suo servigio prestato alla corte di Francia, nè egli nè la sua casa riportarono veruna ricompensa, o almen non tale che pareggiasse la gran copia di spese e debiti fatti in occasione di queste guerre, a saldare i quali fu poi necessaria l'alienazion di assaissimi allodiali. Lasciò il duca Francesco dopo di sè tre figli: Alfonso, Almerigo e Rinaldo, e nel dominio degli Stati a lui succedette il primogenito, che si nominò Alfonso IV.

Altra azione meritevole di memoria non passò dopo la presa di Mortara; se non che i Franzesi entrarono in Vigevano, e ne distrussero le fortificazioni; il conte di Fuensaldagna mandò improvvisamente un corpo di gente a dar la scalata a Valenza, ma con trovar vigilanti i Franzesi, e tornarsene indietro senza voglia di ridere. Nel novembre di quest'anno l'essere venuto a Lione il re Luigi XIV col cardinal Mazzarino diede un buon pascolo alla curiosità dei politici per indovinarne il motivo. Si portò colà la maestà sua a visitare Cristina duchessa di Savoia, madre del duca Carlo Emmanuele II, zia d'esso re, e principessa di mirabil senno e vivacità di spirito, menando seco le due sue figlie, cioè la principessa Luigia vedova del principe Maurizio di Savoia, e la principessa Margherita nubile. Mentre madama reale era in trattato di accasar quest'ultima figlia con Ranuccio II Farnese duca di Parma, non lasciava ella di trattar colla corte di Francia, per farla regina: e tale era la beltà di questa principessa che potea fare un dolce incanto agli occhi del re. Si trovavano veramente le mire di questo giovine monarca rivolte all'infante di Spagna Maria Teresa: pure perchè tuttavia s'interponevano gravi ostacoli a quel maritaggio e alla pace col re Cattolico, seguì accordo con madama Reale, che se per tutto il mese di maggio prossimo venturo il re non chiudeva il suo maritaggio coll'infanta suddetta, egli sposerebbe la principessa Margherita di Savoia. Si servì l'accorto Mazzarino di queste apparenze per tirar gli Spagnuoli nel suo disegno. In fatti si ultimò poi la pace colla Spagna, e le speranze della principessa di Savoia andarono a terminare nell'accasamento col duca di Parma. Non sarà discaro ai lettori di apprendere una particolarità spettante al cardinale suddetto, la quale truovo io nella sua vita manoscritta, stesa in sestine da Giuseppe Sellori Romano, stato suo familiare di gran confidenza. Cioè nel suo appartamento del Louvre fece egli in quest'anno per tre mesi fare un maraviglioso apparato di tappezzerie, vasi d'oro e d'argento, lampane, pitture, ed altri mobili di rara ricchezza, con ingegnoso compartimento, fatto dal signor di Colbert. V'era una gran credenza, sulla quale stavano i premii per un lotto, cioè vasi d'oro e d'argento d'ogni sorta, orologi, guantiere gioiellate, scrigni, corone, anelli, croci, scatole e simili preziosi lavori ad ornamento spezialmente del sesso femminile. A più di cento mila scudi romani ascendeva il valore di questi premi. Alla funzione, nel dì 4 di aprile, intervenne il re, la regina madre, con tutti i principi, principesse e gran signori e dame di corte. Furono da madamigella Ortensia Mancini tirati a sorte i bollettini del lotto, due pel re ed altrettanti per la regina, ed uno per gli altri; e così fu distribuito tutto quel valsente, con ammirar tutti la rara munificenza di questo porporato italiano.

Diede fine ai suoi giorni nel presente anno il doge di Venezia Bertuccio Valiero, e fu alzato a quel trono Giovanni Pesaro. Offeriva il gran signore la pace alla Veneta repubblica, purchè gli fosse ceduta l'isola di Candia: condizion troppo dura, ma che nondimeno fu proposta nel senato, il quale si sentiva stanco ed esausto per sì lunga e dispendiosa guerra. Pure prevalse il parere de' più coraggiosi di non cedere all'imperioso tiranno. Da sì generosa risoluzione commosso il pontefice e i più ricchi de' cardinali, e spezialmente Francesco Barberino e Flavio Chigi, ed alcuni baroni romani, fecero a gara per prestare soccorso ai Veneti. Perciò, oltre alle dodici galee del papa, di Malta e di Toscana, furono spediti ad unirsi alla loro armata altri dieci vascelli provveduti da essi porporati e baroni alle spese loro. Il cardinal Mazzarino ancor egli mandò un regalo di cento mila scudi alla repubblica, coprendo probabilmente col suo nome ciò che veniva dal re. Ma azione alcuna di rilievo non accadde in quelle parti, avendo patito naufragio la flotta de' Veneziani colla perdita di alcune galee; videsi anche riuscir vano il disegno di sorprendere la Canea, e l'armata turchesca colla fuga deludere i cristiani, che si erano preparati per venire alle mani. Quel solo che animava le speranze de' Veneziani era il trovarsi disposta la corte di Francia, siccome disgustata del Turco, a spedire un gran rinforzo di gente in Candia, purchè seguisse la pace colla Spagna. Di ciò parleremo andando innanzi.