MDCLIX

Anno diCristo MDCLIX. Indizione XII.
Alessandro VII papa 5.
Leopoldo imperadore 2.

Gran pruova diede in questi tempi della sua saviezza il cardinal Mazzarino. Non avea pari la beltà e vivacità di spirito di madamigella Maria Mancini nipote sua, e se n'era tanto invaghito il giovinetto re Luigi XIV, che molti pensarono (non so se con vero o falso fondamento) ch'egli sarebbe giunto a sposarla, se il cardinale, non dirò vi avesse tenuta mano, ma solamente l'avesse permesso. Ruppe egli il corso di queste fiamme e pensieri, con allontanare improvvisamente dalla corte la nipote, che poi dopo la morte di lui divenne contestabilessa Colonna; e per la sua bizzarria, per le dissensioni col marito e coi suoi viaggi, diede tanto da dire agli spettatori e dilettanti delle varie scene del mondo. Poteva inoltre collocare un'altra sua nipote Mancini con Carlo Emmanuele II duca di Savoia, se fosse condisceso alla restituzion di Pinerolo, e a privar della regal protezione la città di Ginevra. Ma egli sempre antepose il servigio del re a' suoi privati interessi. Per opera sua, immediatamente dopo la morte di Francesco I duca di Modena, fu conferito il grado di generalissimo dell'armi di Francia in Italia ad Alfonso IV duca suo figlio e successore, il quale tosto fece i dovuti preparamenti per uscire in campagna nell'anno presente. Si servì il Mazzarino d'esso duca per far proporre alla repubblica Veneta una lega fra il re Cristianissimo, essi Veneziani e i duchi di Savoia e di Modena, con disegno di conquistar lo Stato di Milano, e di partire la preda fra loro, esibendosi la corte di Francia d'indurre il gran signor de' Turchi alla pace, e promettendo forze grandi per la sognata impresa. I Veneziani, che si trovavano in sì grave impegno per la guerra di Candia, e che saggiamente sanno in ogni tempo scandagliar le cose, si sbrigarono in poche parole da questa tentazione, con rispondere di non voler punto impacciarsi nella roba altrui. E perciocchè già cominciava ad apparire buon incamminamento alla pace fra la Francia e la Spagna, il Mazzarino segretamente consigliò il nuovo duca di Modena a prestar orecchio ad un accomodamento, già proposto dal governo di Milano al duca Francesco suo padre, perchè in tal guisa migliori condizioni avrebbe ottenuto, che aspettando la pace generale, in cui i principali contraenti pensano molto ai proprii vantaggi, poco a quei dei minori confederati. Interpostosi dunque il duca di Guastalla in questo maneggio, nel dì 11 di marzo dell'anno presente seguì accordo fra esso duca Alfonso IV e il conte di Fuensaldagna, per cui l'Estense rinunziò alla lega colla Francia, mettendosi in buona e libera neutralità. Fu promessa l'investitura cesarea del principato di Correggio al duca, e che ne sarebbe levato il presidio spagnuolo; siccome ancora che gli sarebbe dato nel regno di Napoli uno Stato di rendita annua di trentaduemila ducati di quella moneta, in soddisfazione dei crediti della casa di Este assicurati in quel regno. Con tali vantaggi, senza il braccio della Francia, si rimise il duca di Modena in grazia del re Cattolico, e fu assicurato della protezion di quella corona.

Passato dipoi a Madrid il suddetto Fuensaldagna, cavaliere di massime onorate, tanto cooperò, che finalmente, dopo una tregua, nel dì 7 di novembre fu conchiusa la famosa pace de' Pirenei fra le corone di Francia e di Spagna, e sigillata dalle nozze del re Luigi XIV coll'infanta di Spagna Maria Teresa, per giugnere alle quali il cardinal Mazzarino tanto avea vessata la Spagna, quasi prevedendo che un tal maritaggio avrebbe anche un dì portati in Ispagna i gigli d'oro. Altro non dirò io di questo avvenimento, che, dando fine alle arrabbiate guerre durate per tanti anni fra quelle due potenze, riempiè d'allegrezza tutte le provincie cattoliche, se non che fu ivi confermato l'accordo seguito fra il duca di Modena e il governator di Milano, ed assicurati sulla dogana di Foggia in regno di Napoli i crediti della casa d'Este colla corona di Spagna, crediti nondimeno poco fortunati, perchè mai non s'è trovata la via di soddisfarli. S'impegnarono ancora le due corone d'interporre i loro uffizii per ottenere soddisfazione dalla camera apostolica alle giuste pretensioni della casa d'Este, e a quelle del duca di Parma pel ducato di Castro. Valenza e Mortara furono restituite agli Spagnuoli; Vercelli col Cenghio nelle Langhe al duca di Savoia: il che seguì dopo la pubblicazion solenne della pace suddetta, differita sino al seguente anno. Le controversie pendenti fra i duchi di Savoia e di Mantova per le doti della fu principessa Margherita di Savoia furono rimesse in arbitri; e curiosa cosa riuscì dipoi l'essersi cotanto ostinato esso duca di Mantova in certe sue pretensioni, che andò per terra ogni accordo, e la corte di Savoia, col nulla pagare allora, mai più non pagò. Ebbe a dolersi papa Alessandro VII di questa pace, perchè in essa non s'era voluto che alcuno dei suoi ministri mettesse mano, e non si fece onore alcuno alla santità sua, ed in oltre vi si parlò delle pretensioni dei duchi di Modena e di Parma. Altri dipoi se n'ebbero anche più a dolere, perchè volesse Dio che le paci e i giuramenti dei potenti non fossero talvolta trappole per ricavare un presente guadagno, e rompere poi tutto, quando viene il tempo di guadagnare anche più. Sul fine di questo anno passò a miglior vita Giovanni Pesaro doge di Venezia, ed ebbe per successore Domenico Contarino. Si ridussero a poco le ostilità nella guerra di Levante, dove indarno furono aspettate le galee del papa e di Malta, perchè il priore Bichi general delle prime, arrivato a Napoli, per aver mirato da lungi alcune navi barbaresche, da uomo saggio non volle continuar il viaggio, e, voltate le prore, si restituì poscia a Civitavecchia; e i Maltesi, dopo averlo lungamente aspettato a Messina, anch'essi se ne ritornarono al loro porto. Sorprese il capitan generale Francesco Morosino la fortezza di Tamon nel golfo di Cassandra, che restò saccheggiata e demolita, con asportarne trenta pezzi di cannone e quattro petriere. Altrettanto avvenne a quella di Chisme nella Natolia dirimpetto a Scio, dove si fece buon bottino, ed acquistossi buon treno d'artiglierie. Ai poveri Greci abitanti nella venerata isola di Patmos fu dato barbaramente il sacco dai Veneti. Da Castel Ruzo, fortezza considerabile, presa e demolita, furono condotti via trentasei pezzi d'artiglieria, e cento quarantasei prigioni. Così terminò quella campagna. Nel dì 6 di novembre un fiero tremuoto conquassò in Calabria Catanzaro, Soriano, Mileto, Squillaci ed altri luoghi, con gran rovina di case e morte d'uomini.


MDCLX

Anno diCristo MDCLX. Indizione XIII.
Alessandro VII papa 6.
Leopoldo imperadore 3.

Pubblicatasi finalmente nell'anno presente la pace stabilita fra le corone di Francia e Spagna, si vide rifiorir la quiete per tutti i regni cattolici. Incredibili feste e magnificenze spezialmente si fecero in Francia per l'abboccamento del re Cattolico Filippo IV e del Cristianissimo re Luigi XIV suo nipote ai confini de' regni nell'isola de' Fagiani, dove il primo colla regina consorte condusse la infanta Maria Teresa sua figlia, destinata moglie d'esso re di Francia, ma con patto ch'ella per sè e per li discendenti rinunziasse ad ogni pretensione e diritto sopra i regni di Spagna: del che poi si risero i Franzesi. Nel dì 6 di giugno colà comparve anche la regina madre del re Luigi, sorella di esso re Cattolico, col cardinal Mazzarino, principal autore della pace e di quell'illustre maritaggio. Non s'era forse mai veduta suntuosità simile come fu quella del congresso e delle nozze di que' potenti monarchi; e certamente Parigi, dove nel dì 26 d'agosto fecero la entrata i regii sposi, non avea giammai mirata pompa eguale, coronata dal concorso d'innumerabil nobiltà straniera. Siccome racconta nelle sue Storie il Gazotti, fu chiamato apposta da Modena a Parigi Gasparo Vigarani, maraviglioso inventor di macchine e di teatri, di cui il duca di Modena Francesco I s'era sempre servito per gli suntuosi divertimenti dati alla sua città. Egli fu che in Parigi sfogò l'ingegno suo nelle varie decorazioni di quelle splendidissime feste. Procurò in questi tempi il cardinal Mazzarino di unire con nuovi nodi alla real casa di Francia quella di Toscana, con aver destramente procurato che il gran duca Ferdinando II accudisse al matrimonio della principessa Margherita Luigia di Borbon, figlia del duca d'Orleans zio del regnante re Luigi, col principe Cosimo suo primogenito. Nell'ottobre il Gondi vescovo di Besiers fece solennemente la dimanda di questa principessa al re, e fu riserbata all'anno seguente l'esecuzione di così nobil maritaggio. Colle nozze del re erano già spirate affatto le speranze della principessa Margherita di Savoia pel trono di Francia; e però si effettuarono le promesse fatte dalla corte di Torino a Ranuccio Farnese II duca di Parma e Piacenza. Portossi questo principe a Torino con accompagnamento magnifico di nobiltà, e nel dì 29 d'aprile seguì il di lui sposalizio, che fu poi condecorato da nobilissimi spettacoli e divertimenti di quella corte, anche per altri motivi tutta in gioia, per avere ricuperata dalle mani degli Spagnuoli la città di Vercelli. Si videro in quest'anno comparire a Livorno (cosa non mai più veduta) gli ambasciatori del gran duca, ossia czar di Moscovia Alessio Michelovich, principe di smisurata ambizione e di ugual crudeltà. Furono ben accolti dal gran duca di Toscana Ferdinando II.

Succedette in questi tempi un fatto, nell'alma città di Roma, che gran commozione produsse in quella metropoli. Per dissapori precedenti, e per la recente pace de' Pirenei, si trovava alterato forte l'animo di papa Alessandro VII e dei Chigi contro il cardinal Mazzarino e contro la Francia. Però, senza far conto delle pretensioni de' duchi di Modena e Parma contro la camera apostolica, mosse dai ministri de' due re, all'improvviso fece esso papa dichiarare il ducato di Castro incamerato ed incorporato fra i beni della Chiesa romana, e per conseguente sottoposto alle bolle vietanti l'alienazion degli Stati d'essa Chiesa. Ora accadde, che volendo i birri, nel dì 20 di giugno, prendere per debito di dieci scudi un velettaio, abitante nelle rimesse delle carrozze di Rinaldo cardinal d'Este, protettore allora della Francia, fu loro impedita la cattura da' servitori del cardinale. Con maggior copia di sbirraglia tornò colà verso la sera il bargello, ma gli convenne fuggire. Allora fu che don Mario Chigi fratello del papa, ed arbitro della corte pontificia, ordinò ai Corsi e ad altre milizie di Roma di spalleggiare il bargello, affinchè venissero carcerati gli autori di quella violenza; giacchè non sapeano più i pontefici digerire gli abusi delle franchigie, come perturbatrici della giustizia e della quiete pubblica. Penetratosi questo disegno, si mise in armi tutta la numerosa famiglia del porporato estense; gli ambasciatori tutti de' principi, e fin quello di Spagna, e molti baroni romani, parziali della Francia, in aiuto di lui spedirono e offerirono gente, e tutti i Franzesi trassero al di lui palazzo. Non istimò bene don Mario di far altro maggior tentativo; ma perchè si mirava un gran bollore d'animi, si barricarono le strade, e si posero corpi di guardia nei posti occorrenti. Interpostosi l'ambasciator di Venezia, trovò troppe durezze ne' dominanti Chigi, e intanto da Napoli, dalla Toscana e da Modena andarono sopravvenendo uffiziali e soldati per assistere al cardinal d'Este; laonde si stava con batticuore in Roma per sospetto che scoppiasse qualche gran baruffa, a cui tenesse dietro il saccheggio della città. Non era il buon pontefice informato se non di quello che il fratello e i nipoti gli voleano far sapere. Ma illuminato in fine dal cardinale Pio del vero sistema di questo imbroglio, ordinò al manieroso cardinale Francesco Barberino che vi rimediasse. Onorevole accordo fu fatto, e tornò poi tutta Roma alla quiete primiera, se non che restarono certe amarezze e fermenti fra le corti di Roma e di Francia, che col tempo proruppero in maggiori sconcerti.