Si speravano in quest'anno progressi e felicità dell'armi cristiane in Levante, giacchè il cardinale Mazzarino aveva indotto il re Cristianissimo a spedire in aiuto de' Veneziani un corpo di quattro mila fanti. Pensava questo porporato di piantar in Francia un ramo della nobilissima casa d'Este, con dare in moglie al principe Almerigo Estense, fratello del duca Alfonso IV, Ortensia Mancini sua nipote, e crearlo erede de' suoi beni e del suo cognome: fortuna che poi toccò a Carlo Armando duca della Migliarè. Ma affinchè questo giovine principe, che già avea sotto il duca Francesco I suo padre fatto il noviziato della guerra, maggiormente si perfezionasse in quest'arte, il destinò per generale delle milizie franzesi inviate in soccorso di Candia, dandogli per luogotenente il signore di Bas. Andò il principe Almerigo, sbarcò le sue genti alla Suda, con prendere alcuni fortini, ed, unito co' Veneziani, s'accostò alla Canea per farne l'assedio. Nacquero tosto dissensioni fra il suddetto Bas e il Gremonville sergente generale franzese de' Veneziani. Da Candia Nuova accorsero alla difesa della Canea i Turchi: il che fece cangiar sentimento all'esercito di lasciar quella città e di portarsi sotto Candia Nuova rimasta sguernita. Erano giunti colà, ed aveano già preso un borgo con alcuni pezzi d'artiglieria, quando i soldati si diedero disordinatamente a rubare. Ma ecco sortire da Candia Nuova una trentina di cavalli turchi con urli, che misero un panico timore nell'armata gallo-veneta, che niuno pensò più se non a menare le gambe. Uscito allora tutto il presidio turchesco, gl'incalzò, e non finì la faccenda che tra morti e feriti restarono sul campo da mille e cinquecento persone, e il resto con gran fatica si ritirò alla città di Candia. Con questo infelice fine terminò la campagna dell'anno presente, ma non terminarono le disgrazie, perchè il principe Almerigo d'Este caduto infermo a cagion dell'aria cattiva, senza poter intervenire al fatto di Candia Nuova, per consiglio de' medici fu portato all'aria salutevole dell'isola di Paros, dove nondimeno venne la morte a trovarlo nel dì 14 o 16 di novembre, perdendosi in lui un principe che dava una grande espettazione di valore e di senno. Gli fece di poi il senato veneto ergere un monumento di marmo colla sua statua al naturale entro la chiesa de' padri francescani, appellati i Frari, in Venezia. Ma se piansero i cristiani, neppure risero i Turchi, perchè nel dì 24 di luglio un incendio sì spaventoso consumò la città di Costantinopoli, che uno storico, aprendo ben la bocca, arrivò a scrivere, che vi perirono settanta mila case, e venti o trenta mila persone. Certo è che straordinario e indicibile fu il danno, essendo rimaste involte in quella rovina anche le più superbe moschee. Ma osservossi dipoi come la tirannide sappia convertire in utile proprio la calamità de' popoli, perchè uscì tosto editto che chi non potesse riparar lo stabile incendiato, ne restasse privo, e quello decadesse nelle mani del gran signore. Nel giugno di quest'anno desiderosa la vedova imperadrice Leonora di veder Maria duchessa di Mantova sua madre, venne a Judemburg città della Stiria. Colà si portò anche la duchessa con Carlo duca di Mantova suo figlio, il quale passò poi ad inchinare l'Augusto Leopoldo, mentre egli, mosso da Vienna, viaggiava per la Stiria e Carintia, con arrivar fino a Trieste. Ma, ritornata essa duchessa Maria a Mantova, finì quivi dopo poco tempo i suoi giorni: principessa dotata di gran prudenza e pietà, e di tante altre belle prerogative, che meritò luogo fra le più illustri principesse d'Italia.
MDCLXI
| Anno di | Cristo MDCLXI. Indizione XIV. |
| Alessandro VII papa 7. | |
| Leopoldo imperadore 4. |
Fu questo l'ultimo anno della vita del cardinal Giulio Mazzarino. Perchè in questo personaggio si ammirò un prodigio della fortuna e dell'ingegno, con gloria dell'Italia, e spezialmente di Roma, che produsse e diede alla Francia una testa di tanto vigore; non si può di meno di non toccar qui la sua morte, ben corrispondente alla gloriosa sua vita. Oppresso egli dalle fatiche dei viaggi e dai tanti raggiri della sua mente, cominciò a sentire che veniva meno il corpo per malattia, a cui i medici, dopo averla forse accresciuta coi tanti rimedii, altro ripiego non seppero più proporre, se non il miserabile di fargli mutar aria. Portato al castello di Vincennes, peggiorò; laonde animosamente si preparò a ricevere la sempre disgustosa visita della morte. Testamento da re fu il suo per li magnifici legati fatti, prima al re Cristianissimo e alla regina, poscia ai monarchi cattolici, al papa, ai principi del sangue, e ad altri gran signori e a tutti i suoi parenti, e per la fondazione di alcuni luoghi pii. Conto si fece che l'eredità sua ascendesse a quaranta milioni di franchi (altri è giunto a dire di scudi) distribuita con ammirabil generosità e giudizio. Cadde la morte sua nel dì 9 di marzo in età di cinquantanove anni. Niun più di lui fu in odio alla nazion franzese, e niun più di lui la beneficò, lasciando il regno in pace, depressa la razza degli ugonotti, purgati i mali umori dei grandi, e accresciuti i confini della monarchia. Camminò sempre colle massime del cardinale di Richelieu, se non sante e giuste, certamente utili al regno; ma con genio affatto diverso, perchè il Richelieu, uomo collerico, violento ed implacabile, non meditava che vendette e guai a chi cadeva dalla sua grazia; laddove il Mazzarino con somma placidezza trattava i grandi affari, dolce con tutti, e fin verso i nemici, ch'egli si studiava di guadagnare col perdono e colla liberalità, fondato in quella massima: Che il mondo bisogna comperarlo. Per cagione di questa sua mansuetudine e generosità, arrivò a morire in grazia del re, e compianto anche da lui: locchè non era avvenuto al Richelieu. Lasciò di bei ricordi al re Cristianissimo pel buon governo, e quello spezialmente di non tenere in avvenire favoriti, ma di partir gli uffizii in politico, militare ed economico: regolamento che il re Lodovico XIV molto bene eseguì, con prender egli in mano le redini del regno; e n'era ben capace per l'elevatezza della sua mente. Nel dì 19 d'aprile seguì con gran solennità nel palazzo reale di Parigi lo sposalizio di madamigella Margherita Luigia, figlia del defunto duca d'Orleans, col principe di Toscana Cosimo de Medici. Il duca di Guisa procuratore del principe la sposò. Condotta questa principessa in Toscana, si trovò onorata da magnifiche feste ed allegrezze di tutti que' popoli. A godere di questi spettacoli fu anche invitato Alfonso IV duca di Modena, e vi andò con ricco corteggio. Nel giorno primo di novembre per la nascita di un Delfino tutto il regno di Francia diede in trasporti di giubilo; nè minor fu la consolazione degli Spagnuoli, per aver la loro regina dato alla luce, nel dì 6 d'esso mese, un principe, che fu poi Carlo II re di Spagna.
Ora prosperosi ed ora infelici riuscirono in quest'anno i successi dell'armi venete nella guerra col Turco. Non si sa il perchè papa Alessandro VII, a cui pure stava molto a cuore il pubblico bene della cristianità, non somministrasse in questi tempi all'aiuto loro le sue galee. Gli avea lasciato il cardinal Mazzarino ducento mila scudi da impiegare nella guerra contro il nemico comune. Non meno l'imperadore Leopoldo che i Veneziani aspiravano a questo boccone; ma, per attestato dello storico Valiero, passato questo danaro a Roma, svanì facilmente anche con poco vantaggio di Cesare. Accorsero bensì ad unirsi coi Veneti sette galee degli zelanti Maltesi. Se ne tornò intanto a Venezia il valoroso capitan generale Francesco Morosino, con cedere il comando a Giorgio Morosino, il quale, desideroso di qualche fatto glorioso, andò in traccia dell'armata turchesca uscita dei Dardanelli. Trovata parte d'essa nelle vicinanze dell'isola di Milo, diede nel dì 25 d'agosto la caccia a que' legni. Sette galee turchesche, prese dallo spavento, andarono ad urtare in terra, lasciandole infrante con salvarsi la gente. Due altre galee vennero in potere de' Veneti, ed altrettante de' Maltesi. Il resto di que' legni andò disperso, ed alcuni si ruppero ai lidi. Circa mille Turchi dei rifugiati in terra dai Veneti furono condotti schiavi. Con egual felicità anche Antonio Priuli espugnò alquante navi turchesche da carico, con impadronirsi d'alcune e bruciarne delle altre. Questi felici avvenimenti furono contrappesati da alquante perdite di navi venete, che rimasero in altri luoghi preda dei corsari barbareschi: dopo di che tutti si ridussero ai quartieri d'inverno. Trattavasi intanto dal pontefice una lega fra i principi cristiani contra del Turco; ma con ritrovare il re Cattolico impegnato contra dei Portoghesi; il re Cristianissimo inceppato dall'antica amicizia coi Turchi, e l'imperadore più disposto a conservare con qualche danno la tregua colla Porta, che ad entrare nel periglioso giuoco della guerra. Lo stesso papa, benchè bramasse la gloria di stabilir essa lega almeno con Cesare e con i Veneziani, pure si raccapricciava, allorchè udiva il suono delle spese occorrenti. La conclusione fu che i Veneti restarono soli in ballo con loro incredibile dispendio, stante il dover essi sostenere una sì lunga guerra contro una sì smisurata potenza, e in paese lontano mille e ducento miglia, e coll'abborrimento ancora della gente a passar il mare, perchè piena di apprensione di non tornarsene poi mai più indietro.
MDCLXII
| Anno di | Cristo MDCLXII. Indizione XV. |
| Alessandro VII papa 8. | |
| Leopoldo imperadore 5. |
Trovavasi in questi tempi il re di Francia Lodovico XIV nel bollore della sua gioventù, senza impegno di guerra, ma con gran desiderio di farla, siccome avido di gloria, e più di dilatare i confini del suo regno: sete inestinguibile di quasi tutti i principi della terra. Sopra ogni cosa gli stava a cuore il conciliar dappertutto un gran rispetto alla sua corona e potenza; e con tutto che incominciasse nel presente anno a dar congedo alla continenza, conservata non ostante la sua avvenenza e robustezza con ammirazion d'ognuno, per quanto fu creduto, fin qui, coll'invischiarsi negli amori della Valiera: pur questi nulla scemavano la sua applicazione al governo, a mettere in buono stato le finanze, e a preparar forze per rendersi formidabile ad ognuno. Perchè il barone di Batteville, ambasciatore di Spagna in Londra, volle in un accompagnamento precedere colla sua carrozza a quella del conte d'Estrades ambasciador di Francia, ne nacque perciò gran baruffa, con riportarne i Franzesi bastonate e ferite; prese tal fuoco il re Luigi a questo avviso, portatogli nel dì 16 di ottobre dell'anno precedente, che cacciò tosto da Parigi e dal regno il conte di Fuensaldagna ambasciatore di Spagna, il quale da lì a poco terminò i suoi giorni. Se il re Cattolico non calmava quello sdegno con dar delle pretese soddisfazioni, già tutto si disponeva per una nuova guerra. Nell'anno presente un'altra novità occorse. Si doveva essere messo in testa quel monarca di rendersi formidabile anche alla corte di Roma, giacchè per motivi precedenti si dichiarava mal soddisfatto della altura de' Chigi, e gli parea di trovar sempre delle durezze in qualunque cosa ch'egli chiedesse al sommo pontefice. Mandò pertanto a Roma con titolo di ambasciatore di ubbidienza il duca di Crequì suo primo gentiluomo di camera, personaggio d'umor fiero ed alto, poco amico dei preti, avvezzo alle bruscherie della guerra, e non già alle manierose qualità che richiede un'ambasceria. Seco erano molti uffiziali riformati e genti di armi. Gli accorti Romani s'immaginarono tosto che spedizion sì fatta tendesse a suscitar de' garbugli in Roma. Giudicò bene don Mario Chigi fratello del papa di accrescere cento cinquanta Corsi ai soliti della guardia per maggior sicurezza della pubblica quiete. Chi è vago di liti, dura poca fatica a trovarne. Varie insolenze e violenze andarono facendo quei della famiglia dell'ambasciadore: e tutto si tollerò. Ma un giorno tre soldati della pattuglia che allora si facea per Roma, entrati per bere in una taverna, vi trovarono un mastro di scherma franzese ed altri suoi compagni. Con varie villanie furono i Corsi disarmati e cacciati. Dal cardinale Imperiali governatore di Roma questo schermitore processato, ebbe il bando della vita. Venne il dì 20 di agosto, in cui due Franzesi, avvenutisi in tre soldati corsi, attaccarono rissa; essendo incalzati, vennero in favor de' Franzesi i famigli di stalla del duca di Crequì, che diedero una mortal ferita ad un altro Corso che non era della rissa. Per questo accidente infuriati i Corsi ch'erano di guardia alla Trinità, senza che gli uffiziali potessero ritenerli, toccarono il tamburo, e coll'armi andarono al palazzo Farnese, abitato allora dall'ambasciator di Francia, sparando archibugiate contro chiunque era creduto franzese. Vi restò morto un lacchè di un gentiluomo franzese e il garzone di un libraio. Per questo rumore affacciatosi il duca di Crequì ad un balcone, volendo sgridare i Corsi, n'ebbe per risposta qualche archibugiata, che il fece ritirare ben tosto: il che nondimeno vien riputato falso nelle relazioni di Roma. Lo stesso avvenne ad alcuni suoi gentiluomini, usciti per frenare quell'empito, essendo rimasto ferito anche il capitan delle guardie dell'ambasciatore. Dacchè videro i Corsi chiuse le porte del palazzo, si ritirarono; ma passò questo inconveniente a maggiori eccessi; perciocchè, incontratisi essi Corsi nella carrozza dell'ambasciatrice di Francia (era di notte), spararono ancora più archibugiate, con uccidere un paggio, ed anche un povero facchino accorso a raccomandargli, come potea, l'anima. Ferirono anche un gentiluomo nella seconda carrozza. Fuggì l'ambasciatrice piena di spavento nel palazzo del cardinal d'Este. Perchè niuna pronta giustizia fu fatta dell'insolenza dei Corsi, anzi si lasciarono fuggire i delinquenti, e don Mario fece entrare in Roma molte compagnie di persone armate, con formare due corpi di guardia in qualche lontananza dal palazzo Farnese, il duca di Crequì nel dì 31 d'agosto si ritirò da Roma in Toscana coi cardinali dipendenti dalla Francia, e non cessò di accendere sempre più il già acceso re Cristianissimo con relazioni alterate contro la corte di Roma, siccome diremo all'anno seguente.