Terminò nel presente la carriera del suo vivere Alfonso IV d'Este duca di Modena in età di soli ventotto anni, principe mansuetissimo e giusto, e però amatissimo da' popoli suoi. La podagra fu quella che il tolse dal mondo nel dì 16 di luglio. Restò di lui un solo principe, cioè Francesco II nato nel dì 6 di marzo l'anno 1660, e una principessa, cioè Maria Beatrice, che fu poi regina d'Inghilterra, amendue sotto la cura e tutela della duchessa Laura lor madre, donna virile, in cui grande era il senno, maggiore la pietà. Maraviglioso poi fu il governo di questa principessa, e lungamente ne durò una dolce memoria. Le imprese fatte in quest'anno dall'armi venete si ridussero a varie prede fatte di legni turcheschi. Venne a sapere il loro capitan generale che a Scio era pervenuta la carovana navale dei Turchi che da Costantinopoli passava in Egitto, portando preziose merci e gran regali destinati per la Mecca. Spiegò le vele a quella volta. Dieci di quelle navi da carico a questa vista diedero a terra, ed, essendo fuggiti i soldati e marinari, rimasero in poter de' Veneziani. Essendosi ritirati i vascelli di quella carovana nel porto di Coo, correndo il dì 29 di settembre, i Veneziani con isforzo di battaglia cotanto si adoperarono, che riuscì loro di prenderne tre. L'avidità maggiore della milizia era contra del più grosso di que' vascelli, sapendo che veniva in esso un agà eunuco del serraglio con carico (secondo l'opinione di molti) di mezzo milione d'oro. Ma questo miseramente restò incendiato, e l'agà, nuotando per salvarsi, rimase prigione. Di ventotto saiche nemiche dieciotto furono prese, e dieci consumate dal fuoco. Si diede fine nel presente anno alle controversie insorte fra la repubblica veneta e la corte di Savoia, per cagione del titolo di re di Cipro e per altre simili differenze. Dall'anno 1630 in qua avevano i Veneziani tenuto presidio in Mantova, per sicurezza di quella città contro i tentativi dei Franzesi e Spagnuoli. Essendo già passato ogni pericolo, ed avendo fatta istanza l'imperador Leopoldo, protettor della casa Gonzaga, che si ritirasse quella gente, vi acconsentì senza difficoltà il senato veneto. Perciò il duca Carlo II spedì tosto a Venezia il marchese Odoardo Valenti Gonzaga a render le dovute grazie alla repubblica dell'assistenza fin qui prestata a' suoi Stati.
MDCLXIII
| Anno di | Cristo MDCLXIII. Indizione I. |
| Alessandro VII papa 9. | |
| Leopoldo imperadore 6. |
Troviamo descritta nelle Storie di Andrea Valiero senator veneto, del conte Gualdo Priorato, del Gazzoti e di altri autori la rottura della corte di Francia con quella di Roma per l'accidente dei Corsi. Spezialmente è da vedere sopra ciò un libro intitolato: Racconto dell'accidente occorso in Roma, ec., e stampato alla macchia in Montechiaro. A misura delle parzialità, secondo il solito, diversamente si vide dipinto quel fatto. Puossi nondimeno accertare che niuna parte ebbero i Chigi in tale emergente, e molto meno il povero papa, che solamente la mattina seguente ne fu informato. Un mero furioso ammutinamento de' Corsi ingiuriati, e con ferite maltrattati dai Franzesi, cagionò tutto il disordine. Ora aveva già nel precedente anno il re Luigi XIV fatto seguire al tuono delle sue minaccie il fulmine, con inviare sotto guardia di cinquanta moschettieri il nunzio pontifizio Piccolomini fuori del regno, fattolo accompagnare sino ai confini della Savoia, senza permettergli di parlare se non ai suoi domestici. Si credette papa Alessandro VII di dare una soddisfazione ai Franzesi con levare al cardinale Imperiali il grado di governator di Roma, giacchè la corte di Francia imputava spezialmente a lui e a don Mario Chigi la passata violenza, quasichè fatta d'ordine o consenso loro, quando manifesto era che dalla sola bestialità de' Corsi era avvenuto tutto lo sconcerto. Ma perchè data fu ad esso cardinale la legazione della Marca, più onorevole e fruttuosa del precedente suo posto, il duca di Crequì prese questo per maggiore affronto, pretendendo che, invece di essere gastigato il porporato suddetto, fosse anzi premiato. Eransi interposti il duca Ferdinando II, i Veneziani ed altri principi, per trattare di aggiustamento, quando si ingropparono nel negoziato le pretensioni del duca di Modena per le valli di Comacchio, e del duca di Parma per Castro contro la camera apostolica, sostenute dalla Francia, che rendevano sempre più difficoltosa la concordia. Laonde non si volle più fermare in Italia il duca di Crequì, e dalla Toscana passò a Tolone, lasciando più che mai imbrogliate le carte. Intanto il re Cristianissimo, per maggiormente battere la corte di Roma, fatta nascere sedizione nella città d'Avignone, mandò per sì procurato pretesto le sue milizie ad impossessarsene, siccome di tutto il contado Venosino, spettante alla Chiesa romana, sfoderando appresso delle rancide o, per dir meglio, delle aeree ragioni sopra quegli Stati. Fece anche decretare sul fine di luglio dal senato di Aix, che si riunivano quegli Stati alla Provenza, come illegittimamente alienati una volta, quando erano trecento anni che la Chiesa romana li possedeva. Nè ciò bastandogli, cominciò a far sfilare in Provenza alquanti reggimenti di fanteria e cavalleria, e farli anche dopo non molto calare in Italia ad alloggiare nei ducati di Modena e Parma, col pretesto di difesa d'essi principi, ma con intenzione di atterrir la corte di Roma e di condurla ai suoi voleri; giacchè non par credibile che un re, il quale, al pari dei suoi gloriosi antenati, si gloriava di essere il figlio primogenito della Chiesa, covasse disegno di muovere veramente guerra ad un pontefice, in cui non cadeva reità per gli altrui falli, ed offeriva anche convenevoli soddisfazioni, senza però credersi obbligato ad accordare le esorbitanti pretensioni della corte di Francia.
Tuttavia le correnti diavolerie suscitarono degli altri mali umori in Francia, che fecero poi maggiore strepito negli anni susseguenti. Imperciocchè in questi tempi comparvero alla luce alcune tesi della Sorbona, per le quali si pretendeva che il papa senza il concilio non fosse infallibile nei decreti del dogma; ch'egli fosse sottoposto al concilio universale, che non si stendesse punto la di lui autorità sopra il temporale dei principi; nè potesse egli deporre i re, nè assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà: il che fece temere che si pensasse a qualche scandaloso scisma nella Chiesa di Dio. In sì scabrose contingenze non mancarono (nè mancano mai) animosi consiglieri che persuasero a papa Alessandro VII di fare il bravo e di sostenere il decoro e la libertà del suo principato coll'armi; e però determinò egli di ammassar ventimila fanti e duemila cavalli, con ordinar leve di soldati anche negli Svizzeri e in Germania: al qual fine approntò la somma di un milione e mezzo, prendendone una parte a frutto, che probabilmente sta tuttavia a carico della camera apostolica, ed esigendo dal monachismo d'Italia, ma non dello Stato veneto, trecento mila scudi, oltre a quei di altre somme, che per altre cagioni dianzi erano state sopra i loro fondi imposte. Quindi si diede a muovere i principi della cristianità in difesa della Chiesa contro le violenze che usava, e più minacciava d'usare il re di Francia. Andarono Brevi, parlarono i suoi ministri; ma dappertutto si trovarono orecchie sorde; e fin lo stesso re di Spagna, preoccupato dalla Francia, non diede se non amorevoli consigli di aggiustare il meglio che si poteva questo imbroglio, non sofferendo gli affari suoi per la guerra del Portogallo, di sposare le altrui querele. Nè lasciava infatti il pontefice di battere di buon cuore le vie dell'accordo, avendo a questo fine inviato in Francia monsignor Cesare Rasponi, uomo assai destro e saggio per trattar di concordia. Non fu questi ammesso nel regno, e solamente a Ponte Buonvicino sui confini della Savoia seguì l'abboccamento suo col duca di Crequì, e quivi colla mediazione dei ministri di Spagna e di Venezia si spianarono i principali punti dell'accomodamento. Tutto nondimeno andò in fascio, perchè insistendo il plenipotenziario franzese, che precedesse la disincamerazione di Castro, intorno a che non aveva facoltà il Rasponi, nè potè ottenerla da Roma, convenne sciogliere l'assemblea, e lasciasse gli affari inviluppati come prima.
L'aprile dell'anno presente restò funestato dalla morte di Margherita di Savoia, la quale, non avendo mai potuto conseguir la corona di Francia, nè pur potè lungamente godere del suo matrimonio con Ranuccio II duca di Parma. Morì essa di parto. Però non tardò questo principe ad intavolare un altro accasamento con la principessa Isabella di Este, figlia del fu Francesco I duca di Modena, a cui, siccome diremo, si diede compimento nell'anno seguente. Similmente nel dì 6 di maggio dell'anno presente Carlo Emmanuele II duca di Savoia con pompa insigne introdusse nella città di Torino la nuova sua consorte, cioè Francesca di Borbone di Valois, figlia del fu duca d'Orleans Gastone, cioè di un fratello del re Lodovico XIII e sorella della gran duchessa di Toscana Margherita Luigia. Ma le tante allegrezze fatte da quella corte per queste nozze non uguagliarono il dispiacere che vi si provò per la morte di Cristina di Francia, sorella del suddetto re Lodovico XIII, e madre del regnante duca di Savoia: principessa che con incomparabil prudenza, costanza, pietà ed amor della giustizia avea per tanti anni governati quegli Stati in mezzo ad infinite burrasche che servirono a far maggiormente conoscere la grandezza del suo animo ed il complesso delle molte sue virtù. Mancò essa di vita nel dì 27 di dicembre, lasciando un'immortal memoria di sè in quella corte e nelle storie. Niuno avvenimento somministra la guerra di Candia all'anno presente, essendo rivolti gli occhi d'ognuno all'altra guerra che in questi tempi mosse il sultano de' Turchi all'imperadore Leopoldo. Se ne stava questo buon monarca mirando con tutta pace la guerra da tanto tempo mossa e continuata da quel tiranno alla repubblica veneta, e parea che nol toccassero punto i di lui progressi nell'altra che facea contro la Transilvania, senza pensare che l'ingrandimento maggiore della smisurata potenza turchesca, già padrona di gran parte della Ungheria, dovea tenere in continuo timore ed allarme i suoi Stati e quei della Germania. Però immerso Leopoldo nello amor della pace, e troppo fidante delle belle parole della Porta Ottomana, si trovava mal provveduto di forze; quando all'improvviso gli mossero guerra i Turchi con tal terrore, che fin si paventò di vederli sotto Vienna, città, la quale con varie fortificazioni e colla spianata dei borghi si preparò alla difesa. Presero i Turchi la forte piazza di Neuheusel, occuparono Nitria, s'impadronirono di Novegradi e Levenz, siccome nella Transilvania conquistarono Claudepoli. Allora svegliato l'imperadore, con lettere ricorse a tutti i principi della cristianità, andò in persona alla dieta di Ratisbona per implorar soccorsi; e trattò di tirare in lega il papa e i Veneziani. Ma gl'imbrogli della corte di Roma colla Francia frastornarono ogni altro affare. Raunò Cesare quante forze potè in quella improvvisata, e buone speranze di aiuti riportò dai principi dell'imperio.
MDCLXIV
| Anno di | Cristo MDCLXIV. Indizione II. |
| Alessandro VII papa 10. | |
| Leopoldo imperadore 7. |