Credevano gli antichi Romani che il loro dio Termino non sapesse mai rinculare, cioè che, fatto l'acquisto di qualche paese, questo non potesse più uscir delle loro mani: immaginazione derisa da sant'Agostino, che fa vedere più d'una volta obbligata Roma a restituire il tolto. Io non so se ne' moderni Romani fosse passata una somigliante fantasia: solamente so, che avendo il papa incamerato Castro e Ronciglione, volle più tosto rompere ogni trattato d'accomodamento colla Francia, che indursi a disincamerarli, con far valere le bolle pontifizie che lo vietavano. Ma nelle umane cose la necessità dura maestra si fa conoscere superiore alle leggi. Erano già pervenuti nel Parmigiano e Modenese sei mila fanti e quasi due mila cavalli spediti dal re Cristianissimo; cresceva il tuono delle minaccie de' Franzesi contro gli Stati della Chiesa, nè si trovava pur uno che alzasse un dito in difesa del pontefice. Conoscevasi da' saggi in Roma che esso papa avea già consumato gran danaro in mettere insieme otto mila fanti e due mila cavalli, e in procurar leve d'altra gente fuori d'Italia, nè restava nerbo di cassa e di milizie per sostenere e continuare il preso impegno contro di un re potentissimo. Però in fine si trovò che quella autorità che avea un papa di fare un decreto in materia di beni temporali, non mancava ai suoi successori per annullarlo. Con tal fondamento, e per l'urgenza premurosa di guarir la presente piaga, ancorchè la guarigione dovesse costar del dolore, papa Alessandro VII disincamerò Castro, ed aprì di nuovo la strada a ripigliare il negoziato di concordia col re Luigi XIV. Unironsi dunque in Pisa monsignore Rasponi, plenipotenziario del pontefice, e monsignor Luigi di Bourlemont, auditore di Rota, plenipotenziario del re Cristianissimo; e perciocchè esso re di Francia avea chiaramente protestato, che se per tutto il dì 15 di febbraio presente non fosse compiuto l'accordo, egli intendeva di restare in piena libertà di cercar quelle soddisfazioni che fossero competenti alla sua corona, nella guisa che gli fosse sembrata più valevole e propria: perciò nel dì 12 del suddetto mese furono da que' ministri sottoscritti i capitoli della concordia fra sua santità ed esso monarca. Poco profittò la casa Farnese in tal congiuntura; perchè fu ben rimessa a lei la facoltà di riacquistar Castro nel termine di otto anni, ma con restar vivi i debiti suoi ascendenti a più d'un milione e secento mila scudi; e con tutte le apparenze che il duca Ranuccio II mai non ricupererebbe quello Stato, siccome in fatti avvenne. Meno ne profittò la casa d'Este, perchè con trecento quarantacinque mila scudi si pretese di quetar le sue sì fondate pretensioni, ascendenti a più milioni. La principal cura de' Franzesi fu di spremere dalla corte di Roma tutte anche le più esorbitanti soddisfazioni in ristoro dell'affronto che pretendeano fatto al decoro della corona. Vollero dunque che il cardinal Chigi andasse con titolo di legato a Parigi a scusare l'occorso accidente. Che altrettanto facesse il cardinale Imperiali, già cacciato da Genova per le istanze del re. Che don Mario Chigi uscisse di Roma con protesta di non aver avuta parte in quell'attentato, nè vi potesse tornare se non dappoichè il cardinal Chigi avesse portato le discolpe della sua casa alla corte di Francia. Finalmente vollero che si dichiarasse la nazion corsa da lì innanzi incapace di servire a' papi, e che si alzasse in Roma una piramide con iscrizione contenente questo decreto contra de' Corsi. Con sì fatta disgustosa concordia, contra di cui fece dipoi il papa una segreta protesta, ebbero fine i garbugli suddetti. Richiamò il re Cristianissimo in Francia le sue fanterie, e lasciò che la cavalleria passasse dipoi al servigio dell'imperadore. Ma niun saggio vi fu che non disapprovasse un sì rigoroso e prepotente procedere della Francia contra del vicario di Cristo, e tanto più per accidente avvenuto senza menoma colpa del medesimo papa e de' suoi parenti.

Venivano intanto da Vienna calde e frequenti istanze al pontefice per soccorsi, stante la guerra suscitata dal gran signore in Ungheria. Trovò il papa un pronto spediente di aiutar l'imperadore, e di sgravare nel medesimo tempo sè stesso da un grave fardello. Cioè gli esibì gli otto mila fanti e due mila cavalli già da lui assoldati. Ma perchè voleva concedere i soli uomini senza spendere un soldo da lì innanzi, la corte di Vienna non vi si sapeva accomodare, e massimamente essendo quella gente collettizia ed inesperta nel mestiere dell'armi. Mentre su questo si va disputando, il papa, che non potea più sopportar quel peso, impazientatosi, licenziò, nel dì 3 d'aprile, quasi tutta quella gente, e lasciò malcontenti i ministri di Cesare, che avrebbero almen presa la cavalleria; e nè pure procurò almeno di somministrar quelle milizie ai Veneziani. Diede impulso questa risoluzione a non poche declamazioni in Roma stessa contra del pontefice, che si leggono nelle storie d'allora, quasi che egli si mostrasse così ritenuto ne' bisogni urgenti della cristianità, quando poi compariva sì prodigo in arricchir la propria casa, e profondeva danari in fabbriche non necessarie. Giunsero fino a dire, essersi egli prevaluto in suo uso dei duecento mila scudi lasciati dal cardinal Mazzarino da impiegarsi contra del Turco, e di parte ancora delle decime imposte agli ecclesiastici, e destinate alla guerra stessa: il che nondimeno si sa da storie migliori essere stato una calunnia. Lagnavansi ancora ch'egli non trovasse danaro per aiuto di Cesare, quando si erano ben approntati ducento mila scudi, acciocchè con gran fasto e vanità il nipote cardinale comparisse alla corte di Parigi. S'impadronirono in quest'anno l'armi dell'imperadore della città di Cinque Chiese; e il valoroso Nicolò conte di Zrin fece altre prodezze. Ma, impreso l'assedio di Canissa, convenne poi abbandonarlo. Sei mila Franzesi furono spediti dal re Cristianissimo in aiuto di Cesare, che sotto il comando del signor di Colignì diedero anch'essi de' begli attestati del loro valore. Parimente Nitria fu ricuperata e Levenz, sotto la quale ultima il maresciallo di Souches diede una rotta ai Turchi. Ma famosa sopra tutto riuscì e ragguardevole la vittoria riportata dal generale supremo Montecuccoli Modenese nel dì 4 d'agosto al fiume Rab della tanto superiore armata ottomana. Circa sedici mila Musulmani rimasero estinti sul campo e nel fiume, se pur dicono il vero le relazioni d'allora. Non cessava intanto Cesare di manipolar la pace co' Turchi, e questa fu conchiusa nel dì 10 d'agosto, più tosto con biasimo che lode sua, perchè fatta dopo i felici avvenimenti delle sue armi, e per aver lasciata in mano de' nemici la considerabil fortezza di Neuheusel, e deluse le speranze de' Veneti, che per quell'impegno di guerra si figuravano omai facile il ricuperare in Candia i luoghi perduti. Non erano per anche asciugate le lagrime nella corte di Torino per la morte della impareggiabil madama reale Cristina, che nuovo motivo di pianto sopravvenne per la morte ancora della duchessa Francesca di Borbon, moglie del regnante duca Carlo Emmanuele II, principessa di vita esemplarissima, rapita da questa vita dopo soli pochi mesi del suo maritaggio. Ad amendue furono fatti insigni funerali. Passò dipoi quel real sovrano alle seconde nozze colla principessa di Nemours Maria Giovanna Batista della casa di Savoia. Similmente nel febbraio, festeggiato da grande splendidezza, si vide in Modena e poscia in Parma il matrimonio della principessa Isabella d'Este, figlia del fu duca Francesco I con Ranuccio II duca di Parma. Incamminatosi da Roma il cardinal Flavio Chigi nel dì 5 di maggio con suntuosissimo corteggio verso la Francia, fece la sua solenne entrata in Parigi nel dì 28 di luglio, e nel dì 9 di ottobre tornò a rendere conto al papa suo zio, dimorante allora in Castel Gandolfo, della sua felice legazione. Trasferitosi anche il cardinal Lorenzo Imperiali alla corte di Parigi, ne partì poi molto contento. Compiuti questi uffizii, anche il duca di Crequì comparve di nuovo col titolo d'ambasciatore in Roma, accolto colle maggiori dimostrazioni di stima e d'affetto, restando solamente in dubbio se queste venissero dal cuore. Ricevette in quest'anno il senato veneto due ambasciatori del czar di Moscovia Alessio, che andavano girando per conoscere le forze de' principi dell'Europa, cominciando oramai quella corte a scuotere alquanto della sua antica barbarie.


MDCLXV

Anno diCristo MDCLXV. Indizione III.
Alessandro VII papa 11.
Leopoldo imperadore 8.

Fra gli altri motivi che avea avuto Leopoldo Augusto di affrettar la pace col sultano dei Turchi, uno dei primarii era quello di accudire al suo matrimonio già conchiuso coll'infanta Margherita di Austria, figlia di Filippo IV re delle Spagne; perchè non avendo quel monarca se non un figlio di complessione assai debole, poteano tali nozze aprire a lui colle ragioni dell'infanta, aggiunte ad altre precedenti, l'adito alla corona di Spagna. Era tuttavia il re Cattolico in guerra coi Portoghesi, e il marchese di Caracena suo generale nel giugno appunto di quest'anno riportò una mala sconfitta a Villa Viziosa, con perdita di circa quattro mila soldati. Si trovò in quel conflitto il principe Alessandro Farnese, fratello di Ranuccio II duca di Parma, e general di cavalleria nell'esercito d'esso re Cattolico, che gran saggio diede del suo valore. Ma un'altra guerra peggiore insorse contra di esso re Filippo IV, cioè una malattia, che nel dì 7 di settembre il portò all'altra vita in età di sessanta anni: principe poco fortunato nella quasi continua lotta colla potenza franzese, e colla ribellione de' sudditi suoi, sempre nondimeno intrepido a tutti i colpi della sinistra fortuna. Avea mente per fare un ottimo governo, e lo fece assai tristo, perchè volontieri si riposava sull'abilità dei suoi ministri e dei favoriti, che, abusandosi dell'autorità, e attendendo ad arricchir sè stessi, condussero l'ampia monarchia spagnuola ad una gran depressione. Per altro la bontà, forse anche eccessiva, la religione, la giustizia e la clemenza furono suoi pregi singolari. Lasciò suo erede e successore Carlo II suo unico figlio, fanciullo di quattro anni, sotto la tutela e reggenza della regina sua madre, cioè dell'arciduchessa Marianna, figlia di Ferdinando III imperadore, e sorella del regnante Leopoldo Augusto; con sostituire a lui, se mancasse senza successione, lo stesso Leopoldo Cesare e i suoi discendenti, e dopo loro il duca di Savoia, con escluderne le regine di Francia in vigor delle rinunzie da lor fatte ai regni della corona cattolica. Carlo II Gonzaga duca di Mauiova terminò anch'egli in quest'anno a dì 15 di settembre il corso di sua vita in età assai immatura, e ne fu attribuita la cagione all'intemperanza sua, non occulta, ma pubblica, per li suoi illeciti amori, che furono anche tramandati alla posterità colle stampe in un libro intitolato: Amore di Carlo Gonzaga duca di Mantova e della contessa Margherita della Rovere. A riserva di questa sua passione, che lo screditò, fu principe amatissimo dai sudditi suoi: tanta era la sua benignità, sì dolce il suo governo. Solea dire: Che amava meglio di essere principe povero, ed avere popolo ricco, che di avere popolo povero, ed essere principe ricco. Restò di lui un figlio in età di tredici anni, non atto al governo, cioè Ferdinando Carlo, che gli succedette nel ducato, sotto la reggenza della duchessa Isabella Chiara sua madre. Ma era entrata la lussuria in quella nobil casa. Gli esempii cattivi del padre, colla giunta degli altri della stessa sua madre, che non avea portate seco a Mantova le virtù luminose dell'augusta casa d'Austria, servirono di una pessima scuola e di una infelice educazione a questo giovinetto principe: laonde se ne raccolsero poi degli amari frutti. Non badò in quest'anno il gran signor de' Turchi alla guerra di Candia, e neppure i Veneziani fecero ivi impresa alcuna di conto: che tale non è probabilmente da dire l'aver eglino prese in varie volte due galee, una grossa nave e tredici altri legni da carico. Furono liti fra il papa ed essi Veneti a cagion dei mercatanti dello Stato ecclesiastico, che, navigando per l'Adriatico, ricusavano di pagar dazio ad essi Veneti. Seguirono di qua e di là rappresaglie, ma in fine toccò ai più deboli, cioè ai pontifizii, di cedere. Nè il pontefice, nè i Maltesi, siccome disgustati anche per altri motivi, mandarono in quest'anno le loro galee in Levante. Nel dì 14 di maggio con somma allegrezza della corte di Torino e de' suoi popoli, nacque al duca Carlo Emmanuele II un figlio, a cui fu posto il nome di Vittorio Amedeo, che riuscì poi il più glorioso principe della real casa di Savoia.


MDCLXVI

Anno diCristo MDCLXVI. Indizione IV.
Alessandro VII papa 12.
Leopoldo imperadore 9.

L'universal pace che si godè nel presente anno in Italia avea sparsa la quiete e l'allegria dappertutto, quando parve che fossero per turbarla alcune controversie insorte fra i duchi di Modena e di Mantova pel possesso di varie isole nel Po verso Brescello e Boretto in faccia di Viadana, dove il corrente d'esso fiume serve di divisione e confine dei vicendevoli Stati. Sostenendo le due duchesche vedove reggenti le pretensioni e ragioni dei piccioli duchi lor figli, misero mano all'armi, e si fece gran preparamento di genti e d'artiglierie all'una e all'altra riva del fiume. Stavano in espettazione i curiosi di veder qualche gran fatto di queste novelle amazzoni, quando don Luigi Ponze di Leon, governator di Milano, a cui non piaceva sì fatta tresca, per sospetto che la duchessa di Modena, ricorrendo alla Francia sua protettrice, svegliasse nuove guerre in Lombardia, spedì a Modena il conte Vitaliano Borromeo, a Mantova il marchese Lonati che intavolarono un armistizio, e rimisero la pendenza al tribunale cesareo. Spedito poi in Italia per questo affare il conte Amedeo di Vindisgratz, davanti al quale seguì poi una lunga discussion delle controversie, solamente nel dì 6 di aprile formò, stante la minorità dei duchi, un aggiustamento provvisionale che passò in una stabile legge, osservata sino al dì di oggi da amendue le parti. Dimorava nell'agosto di questo medesimo anno Isabella d'Este, duchessa di Parma, in Colorno, dove partorì un figlio con somma consolazione di quella corte; ma nel dì 21 d'esso mese si convertì l'allegrezza in altrettanta mestizia per la morte di quel principino con estremo dolore ancora del principe cardinal d'Este suo zio, e della duchessa di Modena, che vi si trovarono presenti. Nel dì 25 d'aprile, giorno solenne di Pasqua di Risurrezione, fu sposata in Madrid dal duca di Medina las Torres a nome dell'imperadore Leopoldo l'infanta Margherita, sorella del picciolo Carlo II re di Spagna. Da lì a qualche mese accompagnata dal cardinal Girolamo Colonna, e da un superbo corteggio di nobiltà, andò ad imbarcarsi nella real flotta delle galee di Spagna, Napoli, Sicilia, Sardegna, Gran duca e Malta. Nel dì 20 di agosto sbarcò al Finale, accolta ivi dal governator di Milano. Per tutto il viaggio sino a Milano ricevè tutti i possibili onori, e finalmente nel dì 25 di settembre fece il suo pubblico ingresso in essa città di Milano con incredibil pompa e concorso d'innumerabil foresteria. Inviossi dipoi da Milano verso la Germania nel dì 10 di ottobre, ed entrata nello Stato veneto, fu ricevuta con insigne magnificenza dall'ambasciatore e dai ministri di quella repubblica; dopo di che continuò il suo viaggio alla volta del Tirolo, giungendo poscia a Vienna nel dì 5 di dicembre. Si distinse il presente anno colla inondazione dei fiumi, e spezialmente negli Stati della repubblica veneta dove fra gli altri il fiume Oglio devastò una intera villa colla morte di ducento cinquanta persone. Perì sulle coste di Sicilia e Calabria gran copia di navi mercantili, e in Palermo la inondazione arrivò sino al secondo piano delle case con gravissimo danno di quel popolo. Nè si dee tacere una curiosa cosa di Francia, avvenuta sul fine di quest'anno, cioè che quel parlamento proibì l'uso delle parrucche; e ciò, perchè s'era fatto il conto che in comperar capelli, spezialmente fuori del regno, si spendeva ogni anno più di due milioni di scudi. Se questo divieto avesse sussistenza, e come stia oggidì la fortuna delle parrucche, non vi ha bisogno ch'io lo ricordi. Durò la guerra di Candia, ma senza fatti meritevoli che se ne faccia menzione.