Fin qui il marchese Francesco Villa Ferrarese, generale del duca di Savoia, avea con sommo valore, con titolo di generale de' Veneziani, militato in Candia, e per molte sue segnalate azioni s'era acquistato gran gloria. Ossia che il duca per suoi proprii bisogni o disegni il richiamasse a Torino, o ch'egli per gare accadute coi generali veneti si trovasse mal soddisfatto, se ne tornò in Italia. In luogo suo fecero i Veneziani venir di Francia il Mombrun marchese di Santo Andrea, di setta ugonotto, capitano di grande sperienza nell'armi, benchè in età di ottant'anni. I principi d'Italia, chi più, chi meno, contribuirono soccorsi alla repubblica veneta in sì urgente bisogno; ma specialmente si sbracciò per sovvenirli il pontefice, che, oltre all'avere, per mezzo delle sue lettere e de' suoi ministri, commosse tutte le corti cattoliche all'aiuto di Candia, prese al suo soldo tre mila fanti agguerriti tedeschi, a lui mandati dall'imperadore sino alla Pontieba, e ordinò alle sue galee che colle maltesi passassero in Levante. Venuta la primavera, tornò con più gagliardia il visire a promuovere le offese contro Candia. Risoluta era la Porta Ottomana di voler quella città ad ogni costo. La grandezza del suo imperio e la vicinanza degli Stati nulla di gente e di altre provvisioni lasciava mancare al suo campo. Contavansi fra loro schiere intere di rinegati cristiani; e i mercatanti inglesi ed olandesi vendevano loro quanti cannoni, bombe ed altri militari attrezzi e munizioni occorrevano. Laddove la repubblica veneta, consumata oramai dalle immense somme, e in tanta lontananza, troppo inegualmente potea soddisfare al bisogno. Si sa che i Turchi non risparmiano le vite degli uomini, allorchè preme al loro sovrano l'acquisto di qualche piazza. Però un infernal carosello si fece per tutto quest'anno ancora intorno a Candia. Incredibili furono gli sforzi di que' Barbari, non minore la bravura dei difensori. Da gran tempo un simile ostinato e sanguinoso assedio non s'era veduto. Insolita cosa parve in que' mari una battaglia di mare eseguita dal capitan generale Francesco Morosino in tempo di notte, vegnente il dì 9 di marzo, contro i legni turcheschi Conquistò egli cinque galee colla capitana di Durach Bey, corsaro famoso, che ivi perdè la vita; i prigioni ascesero a quattrocento dieci; gli schiavi cristiani liberati a mille e cento. Nel campo degl'infedeli s'era già introdotta la peste, e almeno ducento persone ogni dì perivano; pure, sopravvenendo sempre continui rinforzi, non iscemava punto la lor potenza; le batterie de' cannoni, de' mortari e bombe continuamente risonavano, e le mine e i fornelli sovente scoppiavano con larghe breccie ne' baloardi, che venivano tosto riparate dall'inesplicabil coraggio degli assediati, che non cessavano di far sortite, inchiodar cannoni e spianar trincee.
Di niuno aiuto servirono in questo anno le galee ausiliarie del papa, di Malta e di Napoli; perchè troppo tardi giunte, e piene di puntigli, ben presto se ne tornarono ai loro porti. Ma sul principio di novembre sbarcarono in Candia i venturieri franzesi, e inoltre il cavalier della Torre con settantatrè altri cavalieri di Malta e quattrocento soldati scelti spediti dal gran mastro. Memorabile riuscì fra l'altre azioni una sortita fatta nel dì 16 di dicembre da trecento animosi gentiluomini franzesi, con molti altri venturieri savoiardi ed italiani, che andarono a testa bassa ad assalire i Musulmani nei loro ridotti. Grande strage ne fecero, ma di essi non ne tornò indietro se non la metà. Dopo di che i Franzesi scemati forte di numero, e rimbarcati, sul principio del seguente gennaio spiegarono le vele verso Provenza. Così terminò la diabolica campagna dell'anno presente in quelle parti, con essersi calcolato che dalla parte de' cristiani venissero meno quasi dieci mila e quattrocento persone, oltre ad alcune centinaia d'uffiziali anche principali; e da quella de' Turchi circa trentasette mila, fra' quali alcuni bassà, bey e beglierbey. Per la morte della duchessa Isabella d'Este rimasto vedovo Ranuccio II duca di Parma, in quest'anno con dispensa pontifizia passò alle terze nozze colla principessa Maria d'Este, sorella della defunta duchessa, e figlia anch'essa del già Francesco I duca di Modena. Con suntuose feste venne celebrato questo maritaggio in Modena nel dì 16 di marzo, e da esso provennero poi due principi, cioè Francesco ed Antonio, che furono poi l'un dietro l'altro duchi di Parma. Fece in quest'anno papa Clemente IX conoscere sempre più la grandezza dell'animo suo, perchè nello stesso di 5 d'agosto, avendogli la morte rapito Tommaso Rospigliosi suo nipote, giovane di grande espettazione, mentre si faceva il suo funerale, egli pacatamente intervenne al sacro concistoro, e vi creò due cardinali. A questo giovinetto eresse dipoi il senato romano una statua nel Campidoglio: tanto era il pubblico amore verso il pontefice zio. Finì i suoi giorni in Milano don Luigi Ponze di Leon governatore di quello Stato nel dì 29 di marzo, e pro interim fu appoggiato quel governo al marchese de Los Balbases Paolo Spinola, finchè venne, a dì 8 di settembre, ad assumere il comando il marchese di Mortara, il quale dopo tre mesi parimente compiè la carriera del suo vivere.
MDCLXIX
| Anno di | Cristo MDCLXIX. Indizione VII. |
| Clemente IX papa 3. | |
| Leopoldo imperadore 12. |
Ebbe la cristianità nell'anno presente di che affliggersi, perchè dopo tanti dispendii d'oro e di vite, e dopo tante fatiche, fu costretta l'infelice città di Candia di piegar il collo sotto il giogo turchesco. Avea raddoppiati i suoi uffizii il buon papa Clemente IX alle corti dei principi cattolici, per ottener soccorso in sì urgente occasione alla repubblica veneta. Accudì il generoso animo di Luigi XIV re Cristianissimo in questo anno ancora a sostener l'onore del nome cristiano contro degl'infedeli, ed allestì un corpo di otto mila combattenti e una poderosa flotta, dandone la condotta al duca di Beaufort grande ammiraglio e al duca di Novaglies. Ed affinchè alle violenze, che contra il diritto delle genti suol praticare la Porta, non rimanesse esposto il suo ambasciatore in Costantinopoli, spedì tre vascelli a levarlo di là; benchè poi si lasciasse quel ministro avviluppar dalle lusinghe de' Turchi, e si fermasse: il che attribuirono altri a maneggio suo, per non perdere quel lucroso impiego. Varii principi di Germania, mossi a pietà della veneta repubblica, oppressa da que' cani, varii soccorsi di gente e di danaro le spedirono. Non fecero di meno i principi d'Italia, e fra gli altri Laura duchessa reggente di Modena inviò in loro aiuto un reggimento di mille fanti, comandato da' suoi uffiziali, e in oltre, un regalo di cinquanta mila libbre di polvere da fuoco. Gente, danaro e galee preparò esso pontefice, e dichiarato Alessandro Pico duca della Mirandola mastro di campo generale delle sue armi in Candia, quanto mai potè operò per sottrarre quella città dall'imminente rischio di cadere nelle unghie turchesche. Fu creduto che i Veneziani, siccome quelli che tenevano sempre un ministro senza carattere presso il primo visire Acmet per trattare di pace, avrebbono potuto ottenerla con buone condizioni, cedendo la città di Candia, e ritenendo la metà dell'isola; ma dall'aspetto di tanti soccorsi isperanziti non seppero essi indursi a conchiuderla. Per tutto il verno e per la primavera continuarono i Turchi con incessante furore a sempre più avanzare i loro lavori sotto Candia, contrastando però loro i valorosi cristiani ogni palmo di terreno con vicendevole spargimento di sangue. Tante e tali furono le memorabili azioni di guerra, e sopra tutto di questo arrabbiato assedio, che han servito d'argomento a più libri di storie.
Nel dì 16 di giugno pervenne a Candia la flotta franzese composta di tredici galee, quattordici vascelli, quattro navi incendiarie e cinquanta legni minori. Trovarono i Franzesi in un miserabile stato quella città, prese dai Turchi tutte le fortificazioni esteriori, formate breccie, e il tutto in manifesto pericolo di peggio. Per la discordia facilmente vanno a monte le più belle imprese. I bellicosi comandanti ed uffiziali franzesi (ancorchè fossero di contrario sentimento i generali veneti Morosino Mombrun, o sia il signore di Santo Andrea) non vollero perdere tempo a fare una vigorosa sortita. Eseguirono essi questo disegno, uscendo dalla piazza nella notte precedente al dì 25 del suddetto mese di giugno, e, al primo spuntar dell'alba, con incredibile ardore si spinsero contra le nimiche trincee, superandone l'una e poi l'altra. Tal terrore entrò ne' Musulmani, che, rovesciati di qua e di là, non tennero il piè fermo; e già arrivato il grosso dei Franzesi alle batterie nemiche, apparenza v'era d'una illustre vittoria; quando, accesosi improvvisamente il fuoco in due barili di polve, levò di vita trenta d'essi. Bastò questo perchè tutti gli altri, credendo minati quei siti, presi da panico terrore, dissero: Volta; e per quanto si sforzassero gli uffiziali per ritenerli, tutto fu indarno. Allora i Turchi, ripigliato coraggio, scagliatisi loro addosso, gl'inseguirono sino alle porte della città. Che mille cinquecento Turchi perissero in quel conflitto, fu scritto da chi non avrebbe saputo come provarlo. Certo è bensì che lasciarono ivi la vita lo stesso ammiraglio duca di Beaufort, sessanta bravi gentiluomini franzesi, cinquantaquattro uffiziali riformati ed alcune centinaia di soldati. Pertanto restò si malcontento di questa impresa il duca di Novaglies, che per quante preghiere adoperassero il capitan generale Francesco Morosino ed altri, non si potè ottenere ch'egli mutasse la risoluzion presa di rimbarcare il resto di sua gente, e di far vela verso Francia nel dì 20 d'agosto. Con esso lui fuggì anche non poca gente del veneto presidio in gravo discapito della piazza. Trovò il Novaglies in viaggio il signor di Bellafonte, che di Francia conducea altri mille e cinquecento fanti, nè questo giovò per fermare i suoi passi. Fu poi disapprovata in Francia la sua ritirata, e speditogli ordine di non capitare alla corte. Le ciarle, che corsero allora, portavano ch'egli si lamentasse non poco del general Morosino, per aver questi ricusato di secondare la felice sortita dei Franzesi, credendosi, che se avesse anche egli loro dato braccio, in quel solo giorno sarebbe restata Candia libera dall'assedio turchesco. Immaginò la gente che il Morosino se ne astenesse o perchè avea trattato segreto di pace co' Turchi, o per gelosia che, succedendo la vittoria, se ne attribuisse la gloria ai soli Franzesi: pensiero che non potea cadere in personaggio sì savio ed amante della patria. Probabilmente se ne andò il Novaglies, perchè riconobbe l'impossibilità di tenere in piedi un edifizio sì vicino alla rovina.
Erano già pervenute, nel dì 3 di luglio, a Candia le galee ausiliarie del papa e di altri principi in numero di ventisette, sotto il comando del balì Vincenzo Rospigliosi, nipote dello stesso pontefice. Colà giunse ancora nel dì 22 di giugno il duca della Mirandola colle milizie di terra dei pontefice e del duca di Modena, le quali ultime erano ridotte a soli settecento uomini per li disagi del lungo viaggio. Ma infieriti sempre più i Musulmani, moltiplicarono le offese e gli assalti; di modo che si poteva oramai paventare che colla forza sboccasse il turbine loro nella misera città. Fu perciò stabilito di cercar la pace per salvare nel naufragio quel che si potesse. Veggendo il Rospigliosi disperato il caso, nel dì 29 d'agosto giudicò meglio d'imbarcar la sua gente, e poi fece vela verso il Mediterraneo. Dopo di che nel seguente giorno, esposta bandiera bianca, si cominciò a trattar della resa e della pace coi deputati del primo visire. Nel dì 6 di settembre restò conchiuso l'accordo, per cui fu ceduta ai Turchi la città di Candia, divenuta un cimiterio di tanti mortali, e un orrido spettacolo di desolazione; e restarono in poter de' Veneziani nell'isola di Candia le sole fortezze di Suda, Carabuso e Spinalunga co' lor territorii, e Clissa con altre terre acquistate in Dalmazia ed Albania; e che fosse lecito ai Veneziani il portar via le milizie e i cittadini che non volessero restare in Candia, con tutti i lor bagagli, viveri ed armi. Conto si fece che nel solo presente anno il numero de' morti e de' divenuti invalidi dalla parte dei Veneziani ascendesse a quasi undici mila persone. Perirono poi per burrasca di mare molti di quei legni che menavano via il presidio e gli abitanti di quella infelice città. E tale esito ebbe il memorando assedio di Candia, con grave danno sì della repubblica veneta, ma con immortal gloria altresì della medesima, per aver sì lungamente disputato alla smisurata potenza de' Turchi l'acquisto di quella piazza. Portatone il doloroso avviso a Venezia, persona assennata, che si trovò allora in quella metropoli, mi assicurò che le parve di veder il dì del finale giudizio: tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell'uno e dell'altro sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando spropositi contro la provvidenza, maledizioni contra de' Turchi, e villanie senza fine contra del general Morosino, chiamandolo ad alte voci traditore, e spezialmente imputando a lui la perdita della città, per non aver voluto sostener il felice ardire della sortita franzese. Guai se questo generale fosse allora capitato a Venezia; non sarebbe stata in sicuro la sua vita: cotanto era infuriato quel popolo. Al dolore s'aggiugneva la paura, che i Turchi, soliti a non mantener la fede, vedendo esausta e abbandonata la repubblica, non si prevalessero di sì buon vento per maggiormente soperchiarla. Volle Dio che a questa pace si acquetasse il loro orgoglio.
Pervenuta anche a Roma l'infausta nuova, riempiè d'affanni e lamenti tutta quella corte e città, ma sopra gli altri se ne afflisse papa Clemente IX, che con tanta premura s'era fin qui adoperato per esentar Candia dall'ultimo eccidio. Credenza comune fu che questo inaspettato colpo influisse non poco a privare il mondo cristiano d'un sì degno pontefice. Imperciocchè da lì a tre giorni egli cadde infermo, e dopo alquanti altri di combattimento col male, finalmente nel dì 9 di decembre passò a miglior vita, lasciando in benedizione la sua memoria, perchè principe pieno di vero zelo per la difesa del cristianesimo, principe dotato d'una soda umiltà e di una rara moderazione, e provveduto delle più belle massime del politico governo, di modo che, se Dio non l'avesse chiamato sì presto a godere il premio delle sue virtù, gran bene ne potea sperare lo Stato ecclesiastico. Pensava egli continuamente alle maniere di sollevar i suoi popoli dalle tante gabelle imposte da' suoi predecessori: al qual fine istituì una congregazione. Cura ebbe eziandio, perchè si rimettesse il lanifizio in Roma e il commercio per li suoi Stati. Non si applicò già egli ad arricchire i proprii nipoti, avendo lasciata la sua casa con facoltà poco superiori allo stato in cui era prima del suo pontificato. Affinchè la giustizia procedesse con ordine, e si tenessero in freno i ministri e parenti, due dì d'ogni settimana con somma pazienza dava udienza a chiunque del popolo la voleva; e perchè un giorno, dopo avere speso più ore in sì tedioso mestiere, ritirandosi alle sue stanze, udì che un povero uomo si lamentava per non essere stato ascoltato, tornò indietro, e amorevolmente udito il suo ricorso, rimandollo via tutto contento. Parimente volle che nel muro delle camere dove si tengono le congregazioni, fosse fatta una fenestrella, da cui senza essere veduto potesse il pontefice ascoltare quanto ivi si trattava. Sprezzator della gloria umana ornò di belle statue ponte Sant'Angelo, e nè pure una menoma memoria vi fece mettere del suo nome. L'iscrizione ch'egli ordinò, da porsi in rozzo marmo al suo sepolcro, altro non conteneva che il solo suo nome e la dignità. Sigillò in fine queste sue virtù colla maggiore delle altre, cioè colla carità, con visitar sovente negli spedali, accompagnato da pochi suoi famigliari, e ministrando loro conforti e cibi. Solito anche fu a pascere ogni dì in palazzo dodici poveri pellegrini. Tale era questo buon pontefice, che Dio mostrò per poco tempo alla sua Chiesa, e poi sel ritolse con incredibil dispiacere di Roma tutta, che in lui perdeva un amatissimo padre, dopo aver ammirata la saviezza del suo governo, la modestia de' suoi nipoti, e certe virtù che non erano punto in uso nei tempi addietro. Andò poi molto in lungo la creazione del suo successore, siccome vedremo all'anno seguente. Fu in questi tempi che Ferdinando II gran duca di Toscana inviò il principe Cosimo suo primogenito a viaggiare per varie corti d'Europa. Arrivò egli sul principio d'agosto a Parigi, dove, siccome marito d'una principessa di Francia, cugina del re medesimo, ricevette distinti onori da quel gran monarca, e dopo essersi fermato quivi per un mese, passò poi in altre contrade.