MDCLXX
| Anno di | Cristo MDCLXX. Indizione VIII. |
| Clemente X papa 1. | |
| Leopoldo imperadore 13. |
Tanti raggiri, discrepanze e battaglie più dell'usato accaddero nel conclave, in cui s'erano, dopo la morte di papa Clemente IX, chiusi i sacri elettori, che durò la loro o volontaria o forzata prigionia quattro mesi e quattro giorni. Finalmente con lode del sacro collegio andarono a cadere, nel dì 29 d'aprile dell'anno presente, i lor voti nella persona di Emilio Altieri Romano, a cui il pontefice suddetto pochi dì prima di morire avea conferita la sacra porpora, mirando in lui con una quasi prescienza chi dovea essere suo successore nella cattedra di San Pietro. Tale in fatti era l'integrità de' suoi costumi, l'affabilità, la perizia delle cose del mondo, e la generosità dell'animo, che il popolo romano preventivamente lo andava acclamando papa, nè v'era chi nol confessasse ben degno di sì alta dignità. La sola età potea fargli contrasto, perchè vicino agli ottanta anni; la robustezza nondimeno della sua complessione tuttochè non disgiunta da qualche flussione che gl'indeboliva le gambe, faceva assai sperare che reggerebbe buon tratto di tempo al peso del pontificato. Dopo essersi dunque lungamente dibattuti i cervelli politici de' capi delle fazioni, massimamente de' Franzesi e Spagnuoli, affettanti ciascuno di promuovere uno dei lor parziali, ma senza poter ottenere il pallio, si unirono all'esaltazione del cardinale Altieri, il quale, allegando la poca sanità e la gravissima età sua, e gridando: Guardate bene ch'io non son abile, con lagrime e scongiuri resistè non poco alle loro intenzioni. Ma finalmente arrendendosi accettò piangendo un peso, sì avidamente ricercato e con tanta allegrezza ricevuto da altri. In venerazione del pontefice suo benefattore prese il nome di Clemente X, e verso la di lui memoria esercitò dipoi in altre guise la sua gratitudine. Della propria casa non aveva egli parenti, e volendo pur continuare l'antica e nobile famiglia Altieri romana ne' tempi avvenire, pensò a ricrearla nella parimente antica e nobile dei Paluzzi Romani. Una sua nipote Laura Caterina era stata maritata al marchese Gasparo Paluzzi degli Albertoni, nipote del cardinal Paluzzo Paluzzi. Adottò pertanto tutta quella famiglia, dandole il cognome degli Altieri e il nome di nipoti, e cedendo loro tutti i beni patrimoniali della sua casa. Conferì allo stesso cardinal Paluzzi, appellato da lì innanzi il cardinale Altieri, le primarie dignità; e siccome questi abbondava di vivacità d'ingegno e di abilità in maneggiare i pubblici affari, così abbracciò volentieri l'assunto di sollevare il vecchio pontefice nelle fatiche del governo. Conferì ancora al suddetto Gasparo Paluzzi, marito della nipote, inserito nella casa Altieri, il grado di generale dell'armi della Chiesa, e di castellano di Sant'Angelo. Maritò Lodovica sua pronipote in Domenico Orsino duca di Gravina, e Tarquinia altra sua pronipote in Egidio Colonna principe di Carbognano. Roma, da gran tempo avvezza ai nepotismi, nulla si stupiva di questi salti di grandezza, anzi ne tripudiava per lo sforzo dei nipoti pontifizii, e massimamente perchè Romani. Si ammutirono solamente i plausi de' saggi, al veder tanti nuovi padroni (e spezialmente il cardinale), i quali ben si previde che sotto l'ombra del decrepito pontefice dominerebbono, con timore di soggiacere di nuovo ai passati disordini, e di provare un governo diverso dal pietoso e saggio di Clemente IX.
Giunto all'età di sessanta anni Ferdinando Il duca di Toscana compiè il corso della vita e del principato nel dì 23 di maggio dell'anno presente, dopo aver governato per lungo tempo i suoi popoli con impareggiabil prudenza e con affetto da padre, ricompensato anche dall'amore dei sudditi stessi, che di molte lagrime onorarono il suo funerale. Secondo il glorioso costume della casa de Medici, gran protettore fu delle lettere, e amatore de' letterati, siccome pienamente dimostrò il dottor Giuseppe Bianchini da Prato nel suo Trattato dei gran duchi di Toscana. Celebre sopra tutto riuscì, e memorabile sarà presso i posteri l'Accademia del Cimento, istituita nell'anno 1657 dal nobilissimo genio del cardinale Leopoldo de Medici, e dalla liberalità di esso gran duca Ferdinando promossa e favorita, dove insigni filosofi faticando, diedero poi alla luce i tanto applauditi Saggi di naturali esperienze. Lasciò questo principe due figli, a lui procreati da Vittoria della Rovere gran duchessa, donna di gran talento, cioè Cosimo III gran principe, tornato poco fa dai suoi viaggi per le corti d'Europa, che a lui succedette nel dominio, e Francesco Maria, decorato poi della sacra porpora cardinalizia. Nell'aprile di quest'anno giunse a Milano per governatore don Gasparo Tellez Giron duca d'Ossuna e di Uceda, a cui per lo sposalizio di una figlia del marchese di Caracena pervenne una ricchissima eredità. Era in questi tempi duca di Guastalla Ferrante Gonzaga; non avea che un figlio maschio, cioè il principe Cesare in età di sei in sette anni, che gli fu rapito dalla morte. Restandovi una sola sua figlia, cioè la principessa Anna Isabella, con poca o niuna speranza di altra prole, pensò allora la vedova imperadrice Leonora Gonzaga di procurare l'accasamento di questa principessa col duca di Mantova Ferdinando Carlo Gonzaga, figlio del duca Carlo II, fratello di sua maestà, per desiderio di unire al ducato di Mantova quello di Guastalla. Fece perciò dei gran maneggi per effettuar questo maritaggio; tuttochè nel regno di Napoli esistesse una linea di principi Gonzaghi di Guastalla, chiaramente chiamati alla successione in quel ducato. Fu in quest'anno intentata nel senato veneto fiera accusa contro il capitan generale Francesco Morosino, quasichè egli avesse mancato al suo dovere nella resa di Candia; ma con pieni voti restò egli poscia assoluto.
MDCLXXI
| Anno di | Cristo MDCLXXI. Indizione IX. |
| Clemente X papa 2. | |
| Leopoldo imperadore 14. |
Con sante intenzioni era entrato il pontefice Clemente X nel governo pastorale e politico, e, seguendo le massime lodatissime del suo predecessore Clemente IX, confermò la congregazione da lui istituita per trovar le maniere di sgravar i popoli dalle tante gravezze loro imposte dai suoi antecessori, nulla più desiderando che il loro sollievo. Ma, ritrovata la camera apostolica sì carica di debiti per li capricci di alcuni precedenti nepotismi, quasi gli caddero le braccia. Contuttociò, perchè era cessata la guerra col Turco, abolì le decime degli ecclesiastici, ed estinse la metà della tassa imposta alle milizie dello Stato, dolendosi di non poter per ora di più fare in benefizio dei suoi sudditi. Riformò poscia la compagnia delle Corazze posta in piè da papa Innocenzo X. Alleggerì il numero de' soldati, la spesa de' quali ascendeva a cento mila scudi annui. Moderò o levò molte spese esorbitanti o superflue del palazzo, come ancora in Roma e per lo Stato, usate da' suoi predecessori. Quel ch'è più, ordinò che tutte le componende ed altri emolumenti spettanti alla borsa privata del papa si depositassero al sacro monte di Pietà, con animo di valersene in pubblico bene, risoluto di non imitare chi innanzi a lui avea atteso più ad arricchire i proprii parenti, che a procurar con vero zelo la pubblica felicità. Il marchese di Lucerna, ambasciatore allora di Savoia nella corte di Roma, in una sua relazion manuscritta asserisce d'aver più volte inteso dalla bocca stessa del pontefice l'avversione sua ad ingrandir con soverchie ricchezze i nipoti, detestando egli l'opulenza e i tesori di quattro case pontifizie formate a' suoi giorni, e dicendo di avere abbastanza provveduti i suoi parenti coi suoi beni proprii loro rinunziati, e colle cariche anche prodigamente loro assegnate, bastando tali rendite al decoroso loro mantenimento. Ma non cessavano i parenti suoi di lagnarsi liberamente di questa, come essi dicevano, stitichezza del papa, e gli mettevano intorno tentatori potenti per ismuoverlo da sì glorioso proponimento: laonde stava curiosamente aspettando la gente l'esito della battaglia, e se le batterie della tenerezza del sangue fossero da tanto che conducessero il papa a mostrarsi uomo.
Si mutò in fatti a poco a poco registro, non forse perchè il buon pontefice recedesse dalle onorate sue massime, ma perchè la sua decrepitezza e poca sanità il costrignevano bene spesso al letto, convenendogli perciò di lasciar molta parte delle redini in mano del cardinale Altieri, di modo che non passò gran tempo che il popolo dicea essere Clemente X papa di nome, e il cardinale papa di fatti. E giacchè abbiam fatta menzione dell'ambasciator di Savoia, conviene aggiugnere che, nella congiuntura della sua ambasceria, fra lui e il marchese Francesco Riccardi ambasciator di Toscana, nacque controversia di uguaglianza o di precedenza; e n'era per seguire scandalo, giacchè l'una e l'altra parte aveano fatto armamento di gente. Ma seppe il cardinale Altieri colla sua destrezza calmar quella tempesta senza pregiudizio dei contendenti, che deposero l'armi, ma non già gli odii. Un principio di sollevazione fu nell'aprile in Messina, dove, provandosi carestia, ne attribuiva il basso popolo la colpa al mal governo degli Spagnuoli, o all'avidità dei nobili, per vendere più caro i loro grani. Un certo Giuseppe Martinez, preso un pugnale in mano, andò gridando per le strade: Ammazza, ammazza. Unitisi con lui molti della feccia della plebe, corsero ad incendiar le case di alcuni del governo, e seguirono uccisioni e saccheggi. Inoltre segretamente spedirono costoro a Parigi, per impegnar quella corte in loro aiuto; ma ritrovarono il re Lodovico XIV con altri pensieri in testa, cioè tutto rivolto a preparamenti per muovere guerra agli Olandesi. Mancata questa speranza, venne meno anche la sedizione, che costò la vita ad alcuni capi di quegli ammutinati. Nè si vuol tralasciare un editto pubblicato nel dì 20 di maggio dal pontefice Clemente X, per cui decretò che nulla pregiudicasse alla nobiltà di tutto il suo Stato l'esercizio della mercatura, purchè i nobili non vendessero alla minuta le merci. Utilissimo e lodevole decreto per animar la gente al commercio e alle arti, che sono il sugo vitale per arricchire e rendere felici gli Stati; laddove la guerra, di cui tanti si pregiano, non serve che ad impoverirli. Attendevano i più antichi Romani all'agricoltura, e non lasciavano per questo d'essere segnalati guerrieri, allorchè il bisogno lo richiedeva.