Anno diCristo MCCCCLXXXIX. Indiz. VII.
Innocenzo VIII papa 6.
Federigo III imperadore 38.

Nel dì 13 di marzo dell'anno presente fece la sua entrata in Roma Zem ossia Zizim, fratello del sultano Baiazette, ed uomo di gran credito fra i Turchi [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Rom., tom. eod.]. Gran gelosia di costui avea esso Baiazette per timore ch'egli tornasse un dì a disputargli l'imperio, ben sapendo che non gli mancava numeroso partito fra i Maomettani. Volle papa Innocenzo VIII che costui fosse ricevuto con distinto onore, e gli mandò incontro Franceschetto Cibò suo figliuolo con assai cortigiani. Nel dì seguente fu condotto al sacro concistoro; e, per quanto egli fosse stato ben ammaestrato delle genuflessioni che dovea fare al papa, e di andare a baciargli il piede, costui senza voler neppure piegare il capo, se ne andò ritto ritto al trono pontificio, ed unicamente baciò in una spalla il pontefice. Gli fu poi assegnato un quarto del palazzo apostolico, ma sotto buona guardia. Trovavasi allora in Roma l'ambasciatore del sultano d'Egitto, minacciato di guerra dal turco Baiazette. Fece costui grandi istanze, ed incredibili offerte e promesse al papa, se voleva dargli Zizim, per metterlo alla testa di un'armata contra di esso Baiazette; ma per motivi politici nulla potè ottenere. Fece poco appresso il pontefice una promozion di cardinali, con alzare a tal dignità il gran mastro di Rodi in ricompensa del principe turco a lui rilasciato. Con raro esempio ancora fu allora creato cardinale Giovanni de Medici, figliuolo di Lorenzo, ancorchè fosse in età di soli quattordici anni. Questi col tempo fu poi papa Leone X. Ma perchè il re Ferdinando tuttavia si burlava del papa, senza voler pagare il censo pattuito pel regno di Napoli, e per altre cagioni, Innocenzo, nella festa di san Pietro di giugno, lo scomunicò, e, niun effetto facendo le censure, arrivò a privarlo del regno nel dì 11 di settembre. Ferdinando appellò al futuro concilio. Fecesi poi preparamento di guerra dall'una parte e dall'altra; ma il pontefice, amator della pace, non bramò, oppur non osò di proceder oltre; e perciò durò il sereno, benchè framezzato da molte nebbie, non meno in Roma che nel regno di Napoli. Gran tempo era corso, dacchè seguirono gli sponsali fra il giovinetto Gian-Galeazzo Sforza duca di Milano ed Isabella figliuola di Alfonso duca di Calabria, primogenito del re Ferdinando [Corio, Istor. di Milano.]; solamente nell'anno presente si effettuò quel matrimonio. Venne per mare a Genova questa principessa, e colà sbarcò nel dì 17 di febbraio. Giunse poscia a Milano, ma senza pompa si celebrarono quelle nozze, perchè tre mesi prima era mancata di vita la madre della sposa. Con questo maritaggio universalmente si sarà creduto assicurato lo Stato al duca Gian-Galeazzo, e Lodovico il Moro premuroso per li di lui vantaggi. Non passò molto che ben diverso dovette essere il giudizio del pubblico. Intanto sotto varii pretesti, e con ingannare lo stesso duchino, s'impadronì Lodovico del castello di Milano e di Trezzo, e di ogni altra fortezza di quel dominio, levandone gli uffiziali vecchi e fedeli al duca, mettendovene degli altri di sua confidenza, e mutando i presidii a suo piacimento. Tutto fingea di fare per miglior bene e sicurezza del nipote. Nel dì 13 di marzo dell'anno presente [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] in età di soli ventun anni diede fine al suo vivere Carlo duca di Savoia, principe, per varie sue imprese fatte in sì corto tempo di sua vita, già divenuto glorioso. Restò di lui un solo figliuolo maschio, ch'era ancor nelle fasce, nato nel precedente anno, e nominato anche esso Carlo. Questi fu suo successore; ma gran disputa nacque per la reggenza. Finalmente questa fu accordata a Bianca figliuola di Guglielmo marchese di Monferrato, madre sua, principessa di raro senno e di somma virtù, il cui elogio si può leggere nella Storia di Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philippus Bergom., Hist.], scrittore vivente in questi tempi.


MCCCCXC

Anno diCristo MCCCCXC. Indiz. VIII.
Innocenzo VIII papa 7.
Federigo III imperadore 39.

Godendo in questi tempi l'Italia una invidiabil pace, niun riguardevole avvenimento somministrò alla storia. Tutta ancora la cristianità si trovava esente dalla persecuzione turchesca, perchè il fiero Baiazette mirava sempre con apprensione il fratello Zizim, detenuto in Roma, come un mantice di sollevazioni e rivoluzioni ne' suoi Stati, qualora gli fosse permesso di comparire alla testa di un'armata contra di lui [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Nè mancò a papa Innocenzo VIII il pensiero di prevalersi di tal congiuntura. Cercò egli infatti di muovere tutti i principi cristiani alla guerra contra de' Turchi, rappresentando ad ognuno qual gran vantaggio si potesse trarre dall'ottimo mezzo e strumento ch'egli aveva in sua mano. Ma neppur uno si trovò che volesse impacciarsene, premendo a tutti più i lor privati interessi che il pubblico bene. Di quest'animo del papa forse fu informato, oppure se l'immaginò Baiazette. Capitò a Costantinopoli nell'anno precedente Cristoforo, ossia Marino Castagna, nobile della marca d'Ancona, inviperito per essergli stato tolto un suo castello dagli uffiziali del papa [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Si esibì costui a Baiazette di levar di vita Zizim suo fratello col veleno: offerta sommamente gradita dal tiranno, che perciò di alcune migliaia di ducati d'oro il regalò in più volte: gli donò anche delle ricche vesti, e un diamante di valore di mille ducati d'oro. Dicono inoltre, avergli promesso la città di Negroponte a negozio finito. Venuto costui a Roma, fu carcerato, probabilmente perchè si penetrò esser egli stato a Costantinopoli, e ne' tormenti confessò tutto il suo reo trattato. Il perchè nel dì 7 di maggio ricevette dalla romana giustizia un premio differente da quello che gli avea fatto sperare il Turco. Arrivò poscia a Roma nel dì 30 di settembre un ambasciatore spedito da Baiazette, che fu con grande onore ricevuto. Le commessioni sue erano di pregare il papa di ritener sotto buona custodia Zizim, promettendo per tal cura di pagare annualmente al pontefice quaranta mila ducati d'oro, e di dar pace e libero commercio a' cristiani. Fu detto che l'ambasciatore del sultano d'Egitto avea allo incontro esibito al pontefice, se gli volea dare in mano Zizim, per potere far guerra con esso a Baiazette, un regalo di quattrocento mila ducati, e la cessione della città di Gerusalemme; e che inoltre tutto ciò che s'acquistasse de' paesi del Turco, quand'anche fosse Costantinopoli, si restituirebbe alla Chiesa romana ed ai cristiani. Troppo vaste e non molto credibili sono tali slargate di promesse; nè Zizim vi avrebbe mai consentito. Quel che è certo nulla si conchiuse coll'Egiziano, e pare che fosse solamente accettata l'annua esibizione fatta dal Gran Signore. Dimandò poscia l'ambasciator turco udienza da Zizim, che gliela diede con maestosa formalità, e gli presentò lettere e regali da parte del fratello Baiazette. Morì nell'aprile di quest'anno Mattia Corvino celebre re d'Ungheria, e si suscitarono dei gravissimi torbidi in quel regno, giacchè egli non lasciò figliuolo alcuno legittimo. Però tanto meno si pensò a pigliar l'armi contra dei Turchi. Lodovico Sforza, reggente dello Stato di Milano, conchiuse in quest'anno il suo maritaggio con Beatrice figliuola d'Ercole Estense duca di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Si partì questa principessa da Ferrara nel dì 29 di dicembre, accompagnata dalla duchessa sua madre Leonora d'Aragona, e suntuose furono poi le nozze celebrate in Milano. Un'altra figliuola d'esso duca di Ferrara, per nome Isabella, nel febbraio di questo medesimo anno era passata a Mantova ad unirsi in matrimonio con Gian-Francesco Gonzaga marchese di quella città, il qual tenne corte bandita per più giorni, e sfoggiò forte in solazzi e spettacoli per tali nozze [Corio, Istor. di Milano.]. Vi intervennero quasi tutti gli oratori dei potentati d'Italia. In questi tempi ancora, perchè Carlo VIII re di Francia era sdegnato forte col duca di Milano a cagion di Genova, Lodovico il Moro si studiò di placarlo. Ne seguì poi la concordia, con avere il duca riconosciuta dal re in feudo quella città. Altrettanto avea fatto negli anni addietro il duca Francesco Sforza padre d'esso Lodovico.


MCCCCXCI

Anno diCristo MCCCCXCI. Indiz. IX.
Innocenzo VIII papa 8.
Federigo III imperadore 40.

Passò parimente l'anno presente senza azioni degne di memoria in Italia, perchè durò in essa la pace universale [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma guerra in Ungheria fu fra i principi pretendenti di quel regno. Non potè contenersi Baiazette dal profittar di così propizia congiuntura. Fece delle scorrerie in Ungheria, prese alcune città, e diede il sacco ad una grande estension di dominio. Non lasciò il pontefice di spronar di nuovo i principi cristiani, acciocchè unissero le lor armi contro il comune nemico. Mandò ancora le tasse di quanto avea ognuno da contribuire, e le mandò indarno. Scusossi ognuno, e terminò tutto questo trattato a far la guerra non al Turco, ma bensì alle borse degli ecclesiastici, con essersi ricavate, per via delle decime, somme grandi di danaro, che a tutt'altro furono impiegate, fuorchè alla guerra co' Turchi. Per attestato dell'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], in quest'anno si vide in Roma un uomo (non si seppe di qual paese) vestito da pezzente e tenuto per matto, che, portando in mano una croce di legno, andò facendo per le piazze delle prediche al popolo, prediche contenenti molta eloquenza e dottrina, nelle quali diceva essere imminente alla Italia delle tribolazioni gravissime, e nominatamente a Firenze, Milano e Venezia. Ma perchè egli disse dover ciò avvenire nel presente anno e ne' due susseguenti, con aggiugnere inoltre che dovea venire un pastore angelico, il quale unicamente avrebbe a cuore la vita spiritual delle anime; al che non corrisposero gli effetti: maggiormente si confermò la credenza ch'egli fosse un pazzo. Prepotente era in questi tempi la fazion de' Baglioni in Perugia, nè voleva ammettere in città la contraria degli Oddi, da molto tempo bandita. Avendo fatto gli ultimi ricorso al papa, n'ebbero sempre di belle parole, ma non mai fatti. La disperazione li consigliò a tentare di rientrarvi per forza; ed, ottenuto un rinforzo d'armati dal duca d'Urbino, nella notte del dì 6 di giugno, scalate le mura, s'impadronirono de' luoghi forti della città, senza che in favor loro si movesse, come speravano, alcuno dei cittadini amici. Alzossi bensì contra d'essi tutto il partito contrario, e per forza li cacciò fuori della città. Quanti caddero nelle lor mani, tutti rimasero barbaramente uccisi o impiccati; e furono più di centocinquanta, fra i quali Fabrizio e Ridolfo, amendue prelati della corte romana, condottieri dell'infelice brigata. Spedì tosto il papa colà il conte di Pitigliano generale della Chiesa, acciocchè non succedesse di peggio. Intanto in Milano [Corio, Istor. di Milano.] la matta ambizione fece nascer delle gare fra Isabella d'Aragona duchessa di Milano e Beatrice d'Este moglie di Lodovico Sforza il Moro. Volea cadauna di esse soprastare all'altra negli ornamenti e ne' pubblici luoghi. Da questa feminil discordia quanti malanni prendessero origine per la rovina d'Italia, non tarderemo molto a vederlo. Nel dì 12 di febbraio giunse a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] Anna Sforza, sorella di Gian-Galeazzo duca allora di Milano, presa in moglie da Alfonso d'Este, primogenito d'Ercole I duca di Ferrara, nella qual occasione abbondarono in quella città feste e suntuosi solazzi.