Persisteva Boccolino usurpatore di Osimo nella sua ribellione, e durava l'assedio posto a quella città dal cardinal Giuliano dalla Rovere. Per quanto facesse il papa affin di ridurre costui all'ubbidienza con intenzione di perdonargli, non potè mai smoverlo [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Anzi questo mal uomo, piuttostochè restituire al pontefice la città, fu detto che avea spedito a Baiazette imperador de' Turchi, ed essere stato in accordo con lui di consegnargli Osimo. Ora fu interposto dal papa Lorenzo de Medici, il quale sì destramente maneggiò questo affare, che l'indusse a cedere quella città collo sborso d'alcune migliaia di ducati d'oro [Raynaldus, Annal. Eccles.]. E, chiamatolo a Firenze, gli usò di molte finezze, con inviarlo poi per sua maggior sicurezza a Milano. La sicurezza fu, che Lodovico il Moro il fece impiccar per la gola. Mosse in quest'anno [Nauclerus, Langius, Sabellicus, et alii.] guerra ai Veneziani Sigismondo duca d'Austria. L'esercito suo venuto addosso a Rovereto, terra allora de' Veneziani, se ne impadronì. Costrinse anche la rocca a rendersi, e vi restò prigione Niccolò de' Priuli, ivi podestà per la repubblica. Furono inviati Roberto San Severino e Giulio Varano signor di Camerino colle lor genti per opporsi ai Tedeschi. Trovò il San Severino abbandonato Rovereto [Corio, Istoria di Milano. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; e, venuto alle mani coi nemici nel dì tre di luglio, ebbe la peggio, con restarvi prigioniere Antonio Maria suo figliuolo. Poscia, dacchè egli si vide rinforzato da molte migliaia di combattenti venuti da Venezia, fabbricò un ponte sull'Adige, con disegno d'andar a mettere l'assedio a Trento. Ma, passate che furono nel dì 9 d'agosto disordinatamente le sue genti, ecco i Tedeschi arrivar loro addosso con gran furia, ed attaccar la battaglia. Atrocissimo fu il combattimento ed era in forse la vittoria, quando sopraggiunsero mille Tedeschi, già posti in aguato, che urtarono sì fieramente le schiere dei Veneziani, che le misero in rotta. Parte fu uccisa, parte si annegò fuggendo nell'Adige, essendosi, per la troppa folla, rotto e sommerso il ponte. Roberto San Severino, combattendo valorosamente e trafitto da più colpi, lasciò ivi la vita. Trovato il suo corpo, pomposamente gli fu data sepoltura in Trento, e per cura poi de' suoi figliuoli fu condotto a Milano. Questa disavventura servì di stimolo ai saggi Veneziani di procurar la pace col duca d'Austria. I capitoli d'essa, sottoscritti nel dì 13 di novembre, son riferiti da Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Vent., tom. 22 Rer. Ital.].

Tolta fu negli anni addietro la città di Sarzana ai Fiorentini, a' quali riuscì di tener forte Sarzanello, rocca fabbricata da Castruccio, e che servì ne' tempi addietro a tenere in freno la città medesima [Ammirati, Ist. di Firenze.]. Non aveano essi Fiorentini mai dimesso il pensiero di ricuperar quella città; e giacchè faceano preparamenti per questo, i Genovesi li prevennero coll'inviar le loro soldatesche all'assedio di Sarzanello sotto il comando di Gian-Luigi del Fiesco. Ebbe ordine Niccolò Orsino conte di Pitigliano, e generale dei Fiorentini, di soccorrere quella rocca. Fu così ben condotta l'impresa nel dì 15 d'aprile, che non solamente furono obbligati i Genovesi a sciogliere quell'assedio, ma fu anche sconfitto l'esercito loro dal conte, con restarvi prigioniere lo stesso Fiesco, ed Orlandino suo nipote figliuolo d'Obietto. Ciò fatto, l'armata fiorentina si strinse intorno a Sarzana, e, ricevuti nuovi riforzi di gente, già si preparava a dare un generale assalto, quando gli assediati, per prevenire l'imminente pericolo, nel dì 22 di giugno esposero bandiera bianca, e capitolarono la resa. Per ricuperazione di quella città somma fu la consolazione de' Fiorentini, e non minore la gloria di Lorenzo de Medici, perchè in persona assistè a quella impresa. Per lo contrario, in Genova una tal disavventura, e il timore che i Fiorentini pensassero a maggiori progressi, furono cagione [Corio, Istor. di Milano.] che Paolo Fregoso cardinale e doge di quella città prese la risoluzione di rimettere Genova sotto l'alto dominio del duca di Milano, con ritenerne egli il governo. Ottenutone il consenso da' primarii cittadini, e mandato a trattarne a Milano con Lodovico Sforza, restò ben tosto il Fregoso consolato. Pertanto, alzate in Genova le bandiere del duca Gian-Galeazzo, i Fiorentini non pensarono da lì innanzi a molestare il Genovesato. Maggiormente in quest'anno si diede a conoscere la mala fede di Ferdinando re di Napoli [Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.]: cioè, contro ai patti chiarissimi della pace stabilita col papa, più che mai si rivolse a perseguitare i baroni del suo regno, e a negare il censo pattuito ad esso papa pel regno di Napoli. Nel dì 10 di giugno fece egli imprigionare Pietro del Balzo, principe d'Altamura, Girolamo San Severino principe di Bisignano, Giovanni Caracciolo duca di Melfi, il duca di Nardò, i conti di Lauria, d'Ugento, di Melito, ed altri signori [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Mandò papa Innocenzo VIII il vescovo di Cesena a Napoli a dolersi di tanta perfidia. Il re sbrigò il nunzio con poche parole, e meno rispetto di chi l'inviava. Il buon pontefice, che amava la pace, nè voleva imbrogliare l'Italia in una nuova guerra, non passò oltre a più gravi risentimenti: e intanto, per attestato del Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], il crudelissimo re con diversità di morti levò di vita tutti quegl'infelici baroni, a' quali aggiunse ancora Marino Marzano duca di Sessa. Si credette poscia di poter giustificare negli occhi del mondo tanta inumanità, con dare alle stampe i loro processi, e mandarli a tutte le corti, quasichè si dovesse prestar fede ai processi di un re che non avea fede, e non fosse manifesta cosa l'aver egli contravvenuto agli articoli della pace fatta col papa. Dio non paga sempre in questo mondo, e sono occulti i giudizii suoi. Ma se è mai permesso d'interpretarli, è allora che si tratta del gastigo della crudeltà. Infatti vedremo che Dio non differì molto di privar lui di vita, e tutta la sua prosapia del regno. Certo non sarà giammai degno di reggere popoli chi non sa mai perdonare. Essendo in questi medesimi tempi insorte liti fra Carlo duca di Savoia e Lodovico marchese di Saluzzo [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], quest'ultimo restò spogliato di tutti i suoi Stati. S'interpose Carlo VIII re di Francia, e procurò che quegli Stati fossero depositati in terza mano, finchè si conoscesse quel che esigesse la giustizia. Non era men degli altri pontefici di que' tempi desideroso Innocenzo d'ingrandire Franceschetto Cibò suo figliuolo; e però gli procurò in quest'anno l'accasamento con Maddalena figliuola di Lorenzo de Medici, e nipote di Virginio Orsino, pel qual parentado gli Orsini non solo rientrarono in grazia del pontefice, ma diventarono de' suoi principali confidenti.


MCCCCLXXXVIII

Anno diCristo MCCCCLXXXVIII. Indiz. VI.
Innocenzo VIII papa 5.
Federigo III imperadore 37.

Le novità della Romagna quelle sono che somministrano argomento alla storia di quest'anno. Signore di Forlì e di Imola era il conte Girolamo Riario, già da noi veduto nipote di papa Sisto IV, ed arbitro della corte romana sotto quel pontificato. Aveva egli nobilitate le suddette due città con molte fabbriche ed ornamenti [Jacobus Philipp. Bergom., Hist.]. Contuttociò co' malvagi suoi costumi s'era tirato addosso l'odio della maggior parte de' cittadini di Forlì. Però, formata contra di lui una congiura, nel dì 15 d'aprile (l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] ci dice nel dì 7, e la Cronica di Siena [Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.] nel dì 14, e così par che fosse, asserendolo anche una Cronica di Bologna [Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense.]) fu da molti, e specialmente da alcuni maggiormente beneficati da lui, ucciso, ignominiosamente strascinato il suo cadavero, e presa Caterina Sforza, sorella del duca di Milano e moglie sua, co' suoi figliuoli. S'impadronirono i congiurati della città, ma non della rocca. Era Caterina donna d'animo grande e sagace. Minacciata di morte, se non facea rendere la fortezza, ottenne di potervi entrare per indurre quel castellano alla resa. Ma entrata, virilmente cominciò, alzate le bandiere del duca di Milano, a far guerra alla città, minacciando agli uccisori del marito l'ultimo eccidio, se offesi avessero i suoi figliuoli, stante il soccorso che s'aspettava da Milano. Secondo la suddetta Cronica Bolognese, composta da autore contemporaneo, allora fu, che presentatisi i malfattori alle mura della rocca, e preparate le forche, mostrarono di voler impiccare i di lei figliuoli, s'ella non si arrendeva. Ma rispose loro quella forte femmina, che se avessero fatti perir que' figliuoli, restavano a lei le forme per farne degli altri, e v'ha chi dice (questa giunta forse fu immaginata, e non vera) aver anche ella alzata la gonna per chiarirli che dicea la verità. Non eseguirono il crudel disegno que' micidiali, ed intanto arrivò sotto Forlì Giovanni Bentivoglio con più di tre mila tra cavalli e fanti; e da lì a non molto giunse ancora un altro rinforzo di soldatesche spedite con somma fretta da Milano sotto il comando di Gian-Galeazzo San Severino. Stretti così da ogni lato i cittadini, nè vedendo comparire i soccorsi che speravano dal papa, dimandarono di capitolare: laonde nel dì 29 d'aprile fu riconosciuto e proclamato signore di Forlì Ottaviano Riario primogenito dell'ucciso conte Girolamo [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu creduto da alcuni che si facesse questa tragedia per dar quelle terre a Franceschetto Cibò figliuolo del papa; ma quando ciò fosse stato, altre misure avrebbe preso il papa, affinchè l'impresa riuscisse a tenore de' suoi desiderii.

Poco stette ad udirsi un'altra scena in Romagna. Nel dì 31 di maggio essendo andato Galeotto de' Manfredi signor di Faenza a visitare in sua camera Francesca sua moglie, figliuola di Giovanni Bentivoglio, ch'era, o fingeva d'essere inferma, restò quivi ucciso, con persuasione universale che ciò seguisse per ordine della stessa moglie, da cui era fieramente, a cagione di alcuni di lui amorazzi, odiato. Fu in armi la città, e prestamente corse colà il Bentivoglio con alcune genti d'armi per procurar di quietare il rumore, e di assicurare il dominio ad Astorre figliuolo dell'ucciso, e nipote suo. Ma i Fiorentini, siccome coloro che sospettavano fatto quel colpo dal Bentivoglio con disegno di usurpar quella città (lo che non è credibile per riguardo che la figliuola avea successione), oppure per timore che il duca di Milano vi mettesse i piedi, attizzarono i villani di Val di Lamone e il popolo, con rappresentar loro mal intenzionato e complice del delitto il Bentivoglio. Fecesi pertanto una general sollevazione contra di lui, in guisa tale che poco mancò che non rimanesse vittima del loro furore. Restò non di meno preso e condotto a Modigliana nelle forze de' Fiorentini. Ma perchè il re Ferdinando e il duca di Milano, parte con preghiere e parte con minaccie di guerra, fecero calde istanze per la di lui liberazione [Cronica MS. di Bologna.], nel dì 13 di giugno fu rilasciato, e nel dì seguente sano e salvo arrivò a Bologna; dove dianzi appena fu udita la di lui prigionia, che più di quindici mila Bolognesi armati corsero a Castel Bolognese con disegno di far guerra a Faenza; e l'avrebbono fatta, se non era in altra maniera provveduto alla di lui salvezza. Succedette dunque nella signoria di Faenza Astorre de' Manfredi, in età di soli tre anni. Francesca sua madre ebbe il comiato, e se ne ritornò a Bologna.

Parve poco a Lodovico Sforza la dedizione fatta nel precedente anno dai Genovesi della loro città al duca Gian-Galeazzo suo nipote [Corio, Istoria di Milano. Giustiniani, Istor. di Genova.]. Ossia ch'egli, col volere di più, accendesse nuovo fuoco in quella città, oppure che questo naturalmente nascesse in un popolo sempre inclinato alle mutazioni e alle novità: certo è che nel mese d'agosto Obietto del Fiesco entrò con gente armata in Genova, e dipoi corse a quel rumore anche Batista Fregoso, cadaun d'essi contra del cardinal Paolo Fregoso, governatore allora della città. Si ritirò il cardinale nel castelletto; a questo fu messo l'assedio. Era grande la discordia fra i cittadini; chi inclinava a darsi al re di Francia (e fu anche spedito per questo a lui), chi al duca di Milano, e chi a ripigliare l'antica libertà. Dopo molti dibattimenti, essendosi accordati insieme gli Adorni e i Fieschi, e giunto colà Gian-Francesco San Severino con molte brigate d'armati, fu determinato di cedere di nuovo coi patti e privilegii consueti il dominio di Genova a Gian-Galeazzo duca di Milano. Spedirono perciò sul fine di ottobre sedici ambasciatori a Milano, ai quali fu data l'udienza nel giorno creduto propizio, secondo l'ora astrologica: che di queste pazze fantasie era attentissimo osservatore anche Lodovico il Moro, ed altri non pochi infatuati di quel secolo e de' precedenti. Al cardinal Fregoso fu promessa una pensione annua di seimila ducati, e cedette il castelletto. Agostino Adorno per dieci anni ebbe il governo della città a nome del duca. Ottenne in questo anno papa Innocenzo VIII da Pietro d'Aubusson gran mastro de' cavalieri oggidì chiamati di Malta, Zem ossia Zizim, fratello di Baiazette imperador de' Turchi [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], il quale era negli anni addietro, caduto prigione nelle mani dei cavalieri suddetti. Scoprissi in Bologna sul fine di novembre [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna.] una gran congiura contro la vita di Giovanni de' Bentivogli e dei suoi figliuoli. Scoperta che fu, costò la vita a molti, che non poterono fuggire.


MCCCCLXXXIX