Roberto io son, che venni, vidi e vinsi, ec.

Ma il Summonte, scrittore spesse volte poco accurato, non ci ha data una storia degna della nobilissima città di Napoli. Qui ancora prese abbaglio, confondendo Roberto Malatesta e la sua vittoria, di cui parlammo all'anno 1483, con Roberto San Severino. Niuna impresa che meriti particolar memoria fece, ch'io sappia, il San Severino, fuorchè l'avere ricuperato il ponte a Lamentana, dove Fracasso suo figliuolo fu colto in bocca da una palla di spingardello, che gli portò via molti denti, e il fece stare in pericolo della vita. Io taccio il resto, perchè l'istituto mio non porta di pascere il lettore col racconto di sole scorrerie, saccheggi e battagliole. In questi tempi Lodovico Sforza il Moro [Corio, Istor. di Milano.], che credea sè stesso la più gran testa dell'universo, e tutto dì pensava ad aprirsi la strada a divenir duca di Milano, col veleno si liberò dal conte Pietro del Verme, e gli tolse tutte le sue terre e castella; mancò di fede ai cittadini che aveano prestati danari per la guerra; suscitò discordia fra i fratelli Vitaliano e Giovanni conti Borromei. Nella notte del dì 4 venendo il dì 5 di novembre dell'anno presente [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] mancò di vita Giovanni Mocenigo doge di Venezia, a cui fu sostituito Marco Barbarigo. La peste, che facea grande strage in Venezia, quella fu che rapì dal mondo il medesimo doge Mocenigo.


MCCCCLXXXVI

Anno diCristo MCCCCLXXXVI. Indiz. IV.
Innocenzo VIII papa 3.
Federigo III imperadore 35.

Erasi fin qui affaticato non poco Federigo III imperadore austriaco, ma senza frutto, per far dichiarare re de' Romani Massimiliano suo figliuolo [Trithemius, Nauclerus, Langius, et alii.]. Nel dì 16 di febbraio dell'anno presente ottenne finalmente il suo intento, con averlo la maggior parte degli elettori promosso a quella dignità, continuata poi fino a' dì nostri nell'augustissima casa d'Austria. Andò ancora ne' primi sei mesi di questo anno [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Anonym., Diar. Roman., tom. eod.] continuando la guerra ne' contorni di Roma con gravi danni del paese, ma senza azione alcuna memorabile. In questo mentre si andò trattando di pace [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e di Sicilia, per mezzo d'alcuni suoi deputati, e l'accorto Lorenzo de Medici per altra via la fecero proporre al papa, con indorargli sì ben la pillola, che gliela fecero infine inghiottire. Vi si adoperò non poco il cardinale Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro. Trovavasi papa Innocenzo VIII colla guerra in casa, freddamente assistito dai suoi collegati, ingannato da tutti, e con Roma piena di tradimenti, di sconcerti e di timori, in guisa tale che nel dì 21 di gennaio, per voce sparsa che gli Orsini erano entrati in quella città, mirabil fu lo scompiglio di tutti i cittadini. Molto più bramava il re Ferdinando che si mettesse fine a tal briga, al sapere che il papa avea commosso Carlo VIII re di Francia a spedire in Italia Renato duca di Lorena con assai forze, per farlo entrare nel regno di Napoli, dove egli si potea promettere molto dal partito angioino. Inoltre andava piuttosto crescendo che scemando la ribellion de' baroni. Se riusciva a Ferdinando di placare il papa, e d'indurlo a staccarsi da' suoi ribelli, non sarebbono poi mancate maniere a lui di far vendetta, e di tagliare i papaveri del regno suo. Così appunto avvenne. Lasciossi il pontefice menare all'accordo; niuna difficoltà ebbe Ferdinando di accordar qualunque condizione gli fu richiesta dal papa. Promise una piena remission delle offese ai baroni, disobbligandoli anche dal venire a Napoli, e diede per sicurtà di questo suo perdono il suddetto Ferdinando re d'Aragona, il duca di Milano e Lorenzo de Medici. Promise di pagare l'annuo censo del regno di Napoli, come si facea ne' passati tempi, con altre belle promesse, ch'egli in suo cuore non intendeva di voler poi eseguire. Pertanto nel dì 11 di agosto fu sottoscritta la pace: pace non comunicata ai cardinali, e dalla maggior parte di loro disapprovata [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e soprattutto dal cardinale Batua Franzese, il quale, un dì trattandosene in concistoro, vi si oppose forte; e perchè Rodrigo Borgia cardinale, che fu poi papa Alessandro VI, il trattò da ubbriacone, egli trapazzò il Borgia con assai ignominiose ingiurie, di modo che furono vicini a mettersi le mani addosso: tanto era allora disordinato quel sì venerabil collegio.

Fatta che fu la pace, licenziò il pontefice le sue genti d'arme; e mandarono i baroni del regno, per mezzo de' lor procuratori, a giurar fedeltà al re Ferdinando. Ma egli non tardò a sfogar la sua collera contro di chi gli potè venir nelle mani. Imperocchè nel dì 13 d'agosto [Istoria Napolet., tom. 23 Rer. Ital.] fece proditoriamente prendere Francesco Coppola conte di Sarno, Antonello di Aversa con due suoi figliuoli conti di Carinola e Policastro, Anello d'Arcamone conte di Borello, ed altri suoi cortigiani; e, fattili processare, imputando loro che avessero avute intelligenze co' nemici, ad alcuni fece mozzare il capo, a tutti gli altri tolse roba e feudi di sommo valore. Furono anche imprigionati il conte di Morcone e Fabrizio Spinello. Dovea, secondo i patti, restare in libertà la città dell'Aquila [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Infessura, Diar., tom. eod.]. Nel dì 12 d'ottobre v'entrò il conte di Montorio colle milizie del duca di Calabria, ed ucciso l'arcidiacono che ivi era pel papa con promessa d'essere creato cardinale, fece tornare quella città all'ubbidienza del re: con che restò maggiormente deluso il pontefice. Anche Roberto San Severino si trovò mal pagato [Corio, Istor. di Milano.]; perchè venendo colle sue genti d'armi verso il Veneziano, ed inseguito dal duca di Calabria, allorchè fu sul Bolognese, fu forzato a fuggirsene con soli cento cavalli, e il resto di sua gente andò disperso. Avea il pontefice conchiusa pace ancora fra i Genovesi e i Fiorentini [Ammirati, Ist. di Firen. Giustiniani, Ist. di Genova.], con obbligare i primi a cedere Pietra Santa ai Fiorentini, che l'aveano presa, e i Fiorentini a cedere Sarzana e Sarzanello ai Genovesi. Ma i Fiorentini, a' quali era stata tolta Sarzana, seppero ben trovar dei pretesti per non effettuar questo accordo, perchè parea loro non difficile il ripigliar Sarzana, siccome vedremo fatto nell'anno seguente. Talmente in questi tempi crebbe il furor della peste in Milano [Corio, Istor. di Milano.], che, per attestato del Corio, più di cinquanta mila persone ne rimasero estinte in quella città sino al fine di luglio. Inoltre gli Svizzeri, ostilmente entrati nel Milanese, una gran preda vi fecero. Poco durò il governo di Marco Barbarigo doge di Venezia, imperciocchè Dio il chiamò all'altra vita nel dì 14 d'agosto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. In luogo suo fu poscia eletto Agostino Barbarigo suo fratello. Similmente Boccolino cittadino privato d'Osimo ribellò nell'anno presente quella città al papa [Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e si diede a fortificarla. Fu spedito colle milizie pontifizie colà il cardinal Giuliano dalla Rovere, che poi fu papa Giulio II. Questi vi mise il campo, e la tenne assediata per più mesi.


MCCCCLXXXVII

Anno diCristo MCCCCLXXXVII. Indiz. V.
Innocenzo VIII papa 4.
Federigo III imperadore 36.