MCCCCLXXXIV
| Anno di | Cristo MCCCCLXXXIV. Indiz. II. |
| Innocenzo VIII papa 1. | |
| Federigo III imperadore 33. |
Più d'un consiglio tenuto fu in questo anno dai principi collegati per istabilire i mezzi di continuar la guerra contra de' Veneziani [Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 24. Corio, Istoria di Milano.]. Una congiura si scoprì in Milano contra di Lodovico Sforza, tramata da chi volea rimettere il governo in mano della vedova duchessa Bona. Gli autori provarono i rigori della giustizia. Tardi uscì in campagna l'esercito di essi collegati, senza che operasse cosa alcuna degna di memoria. In questo mentre a dì 15 di luglio terminò di morte naturale i suoi giorni Federigo valente marchese di Mantova, e generale del duca di Milano, in mezzo alle concepute speranze d'ingrandimento. Al primogenito suo per nome Gian-Francesco II pervenne quella signoria, quantunque per l'età non fosse assai abile al governo. Cominciarono poi ad insorgere semi di discordia fra Lodovico il Moro ed Alfonso duca di Calabria. Lamentavasi il primo che danaro ed altri aiuti non venissero da Napoli. Si doleva l'altro che Lodovico si fosse usurpata in Milano più autorità di quel che conveniva sovra il giovinetto duca Gian-Galeazzo Maria suo nipote, giacchè ad esso era stata promessa in moglie una figliuola del medesimo duca di Calabria. Penetrati all'orecchio de' Veneziani questi dissapori, seppero ben essi prevalersene con far segretamente proporre a Lodovico il Moro la loro amicizia, da cui sarebbe sostenuto contro gli attentati del re di Napoli, anzi aiutato a divenir duca di Milano. Ed ecco raffreddarsi Lodovico nella guerra, e far conoscere che non gli dispiacerebbe la pace; dall'altro canto, nel maggio di quest'anno [Annales Placentin., tom. 20 Rer. Ital. Sanuto, Nauger., et alii.] avendo i Veneziani spedita una flotta di galee contra del regno di Napoli, s'impadronirono di Gallipoli, Nardò, Monopoli e d'altri luoghi, e misero anche l'assedio alla città di Taranto. Concepì il re Ferdinando non poca gelosia di questo insulto, per timore che un tal incendio non venisse a maggiormente crescere in quelle parti; laonde anch'egli cominciò a sospirar la pace. Siccome dirò fra poco, neppur mancarono in Roma dei torbidi, per li quali il papa approvava il mettere fine alla guerra di Lombardia. Concorsero adunque i deputati delle potenze guerreggianti a Bagnolo, e quivi, nel dì 7 d'agosto, restò sottoscritta la pace, come vollero i Veneziani, benchè si trovassero inferiori di forze, ed avessero anche avute delle percosse in quest'anno. Accadde allora ciò che tante volte è accaduto e accadrà: cioè toccò ai men potenti il pagare del suo le spese della guerra. Furono da' Veneziani abbandonati i Rossi di Parma; e Lodovico il Moro per gl'interessi suoi particolari, e Alfonso duca di Calabria, per sua malignità, abbandonarono non solo il marchese di Mantova, a cui nulla restò dell'acquistato, ma ancora Ercole duca di Ferrara, avendo essi permesso che in mano de' Veneziani, oltre alla restituzion di tutte le terre loro tolte, restasse la città di Rovigo con tutte le terre e castella di quel Polesine, ricchissimo paese, ed uno degli antichissimi retaggi della casa d'Este, la quale tanti altri gravissimi danni avea sofferto in questa guerra. È da stupire che l'Ammirato, scrittore accurato, nel narrare le fiere doglianze del duca di Ferrara per questo tradimento de' collegati contro i patti della lega, secondo la quale non si dovea far pace senza consentimento suo coi Veneziani, abbia lasciato scritto che il Polesine di Rovigo gli fu restituito. Leggonsi nella Storia di Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Venet. tom. 22 Rer. Ital.] e nel Corpo Diplomatico del signor Du Monte [Du-Mont, Corp. Diplomat.] i capitoli della pace suddetta.
Sotto il pontificato di Sisto IV gli Orsini, perchè sempre aderenti al conte Girolamo Riario, sembravano fra quelle illustri famiglie i Beniamini del papa [Raynaldus, Annal. Eccles.]. All'incontro i Colonnesi erano tenuti di occhio, come di fede sospetta verso il pontefice, siccome emuli antichi degli Orsini. Nel dì 29 di maggio [Infessura, Diar, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Roman., tom. eod.] gran commozione fu fatta da essi Orsini in Roma uniti col conte Girolamo contra di Lodovico Colonna protonotaio. Parea lite privata fra essi; ma si venne a scorgere che vi avea mano anche il papa. Fu assediato in casa sua il protonotaio; presa dipoi la casa, fu data alle fiamme con altre appresso, ed alcune di quei della Valle, e quella del cardinal Colonna. Restò dopo una battaglia preso lo stesso protonotaio, e fu condotto a palazzo, dove, più volte aspramente tormentato, ebbe in fine mozzo il capo. Fu di questo un gran dire per Roma. Intanto mandò il pontefice a prendere la Cava ed altre terre de' Colonnesi; e fu messo l'assedio a Marino, che non potè tener forte, con altre militari imprese che si veggono descritte nei Diarii Romani da me dati alla luce. Durava questa guerra, e Roma tutta era sossopra, quando venne ad infermarsi papa Sisto con sì grave malattia, che nel dì 12 d'agosto troncò la morte il filo al suo pontificato e alla sua vita [Raphael Volaterranus, et Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Era egli malconcio di febbre, e maltrattato dalle gotte: tuttavia comune credenza fu che gli accelerasse la morte lo arrivo dei capitoli della pace, poco fa stabilita in Bagnolo, non già che dispiacesse a lui la pace, ma perchè la trovò fatta con vergognose condizioni per la lega, che superiore di forze ai Veneziani, pur quasi vinta si dimostrò, e contro il decoro della santa Sede; giacchè prima si erano esibiti i Veneziani di farla con lui, ed eziandio con condizioni migliori; nel che restò poi burlato, con farla senza di lui. Delle azioni di questo pontefice molto svantaggiosamente parla l'Infessura. Tuttavia lasciò egli delle belle memorie in Roma [Platina, Raphael Volaterranus, Jacobus Volaterranus.], che gli è obbligata per molti suoi ornamenti; e si sarebbe anche per le altre sue doti e virtù guadagnato il titolo di buon pontefice, se lo esorbitante amore de' suoi, e massimamente del conte Girolamo Riario suo nipote o figliuolo, e il bisogno di danaro per far guerra, non l'avessero condotto ad azioni che oscurarono non poco la memoria di lui, e fecero che i buoni sospirassero di non avere mai più di somiglianti pontefici, benchè poi ne vennero anche de' peggiori. Spirato ch'egli fu, insorsero i Romani contra del conte Girolamo. Poscia al debito tempo congregati nel conclave i cardinali [Raynaldus, Annal. Eccl.], elessero papa di concorde volere, nel dì 29 d'agosto, Giam-Battista Cibò, cardinale di Santa Cecilia, di patria Genovese, che assunse il nome d'Innocenzo VIII, personaggio creduto alieno dall'umor guerriero del predecessore, ed inclinato alla pace e di costumi soavi [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Suo padre era stato senatore di Roma a' tempi di papa Callisto III. Lo stesso papa Innocenzo, prima di mettersi nella via ecclesiastica, avea avuto alcuni figliuoli, che erano tuttavia viventi. Nel dì 12 di settembre fu egli con lieta solennità coronato. Intanto per la morte di papa Sisto risorsero gli abbattuti Colonnesi e Savelli. Capranica, Marino ed altre terre perdute ritornarono alla loro ubbidienza. Si aggiunse poi alla guerra suddetta, che afflisse di molto la Lombardia, in questo anno anche il flagello della carestia e della peste in Venezia ed in altre città [Annal. Placentin., ubi supra.], di modo tale che giorni cattivi furono nominati i presenti in Italia.
MCCCCLXXXV
| Anno di | Cristo MCCCCLXXXV. Indiz. III. |
| Innocenzo VIII papa 2. | |
| Federigo III imperadore 34. |
Le cura del novello sommo pontefice Innocenzo VIII furono tosto [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.] per rintuzzare l'orgoglio di Baiazette imperador de' Turchi, dalle cui poderose forze veniva minacciata la Sicilia e l'Italia tutta. Premurose esortazioni spedì egli a tutti i principi e comuni non solo dell'Italia, ma anche di oltramonte, per formare una lega sacra contra di quegli infedeli. Tassò ancora quella rata di danaro che dovea cadaun d'essi contribuire. Andarono tutte queste diligenze fra poco in un fascio, perchè insorsero delle turbolenze nel regno di Napoli; e il pontefice, tenuto dianzi per sì desideroso della pace, si lasciò intricar nella guerra. Racconta l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] che nel giugno di quest'anno si rinnovellò la guerra fra i Colonnesi e gli Orsini nelle vicinanze di Roma, colla presa di alcune castella, e con varii combattimenti fra quelle due nobili e potenti case [Anonymus, Diar. Roman., tom. 3 Rer. Ital.]. S'interpose il papa per acconciar quelle differenze, e volle in sua mano Frascati e Genazzano, ed altre terre occupate dai Colonnesi. Ubbidirono infatti i Colonnesi, ma non già gli Orsini, perchè poco si fidavano del papa inclinato in favore dei lor nemici; e però, al rovescio del precedente pontificato, Innocenzo si dichiarò per li Colonnesi, e caddero gli Orsini dalla grazia di lui. Picciole nondimeno furono queste brighe in paragon dell'altra suscitata da Ferdinando re di Napoli. Tornato dalla guerra di Ferrara Alfonso duca di Calabria suo primogenito, siccome uomo che per la sua crudeltà e lussuria si facea universalmente odiare, volle col padre, per voglia d'accumular tesori, imporre nuove gravezze ai baroni del regno [Summonte, Ist. di Napol.]. S'era anche più volte lasciato scappar di bocca delle minaccie contra d'essi. Cominciarono questi a ricalcitrare e a formar dei trattati per loro difesa. Il principio della loro rottura fu il seguente. Portatosi il duca di Calabria a Cività di Chieti, quivi fece prigione il conte di Montorio nella vigilia di San Pietro di giugno, e mandollo co' figliuoli prigione a Napoli. Scrivono altri che questi, chiamato a Napoli, fu cacciato in quelle carceri. Altrettanto avvenne ai figliuoli del duca d'Ascoli conte di Nola. Allora si ribellarono i principi d'Altamura e di Bisignano, i conti di Tursi, Ugento, Lauria, Melito, e quasi tutti gli altri baroni del regno, e portarono le loro doglianze a papa Innocenzo contra del re. Il pontefice, che già si sentiva alterato contra di Ferdinando, perchè il censo del regno di Napoli sotto il suo antecessore fosse stato ridotto ad una semplice chinea (indulgenza ch'egli non volea sofferire), abbracciò tosto questa occasione per procedere contra di Ferdinando e per citarlo a Roma. Il re mandò colà il cardinal Giovanni suo figliuolo per dedurre le sue ragioni; ma questi nel dì 17 l'ottobre finì di vivere in Roma, e fu creduto, secondo l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], per veleno datogli un mese prima in Salerno da Antonello San Severino, principe di quella città. Secondo altri migliori storici [Anonymus, Diar. Roman., tom. eod.], non fu il cardinal Giovanni, ma bensì don Federigo suo fratello che andò a Salerno, e vi fu per qualche tempo ritenuto. Credendo ad una falsa voce, scrisse il medesimo Infessura che il re fece tagliare il capo al conte di Montorio già imprigionato; ma egli stesso dipoi cel dà vivente; ed abbiamo anche dalla Storia Napoletana ch'egli fu liberato: lo che vien confermato dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Fuor di dubbio è intanto, che tutti i baroni, a riserva del conte di Fondi, del duca di Melfi e del principe di Taranto, scopertamente presero l'armi contra del re Ferdinando [Summonte, Istoria di Napoli.]. Egli per pacificarli si portò in persona nel dì 10 di settembre ad un luogo, dove la maggior parte d'essi era raunata, nè vi fu cosa chiesta da loro che non accordasse. Ma non ebbe effetto alcuno l'abboccamento, perchè que' signori non sapeano fidarsi di un principe, il quale in addietro avea assai dato a conoscere quanto gli fosse famigliare la bugia e la frode, e che nulla gli costava il tradire sotto la parola. Ribellossi anche a Ferdinando nel mese d'ottobre il popolo della ricca città dell'Aquila, e ricorse alla protezion del pontefice, offerendogli il dominio della lor città, nè ebbe papa Innocenzo difficoltà d'accettarlo. Si veggono ancora monete dell'Aquila stessa colla testa d'esso pontefice. Di qui venne aperta guerra fra Innocenzo e Ferdinando.
A questo ballo immantenente trassero, mossi da Ferdinando, i Fiorentini e Gian-Galeazzo duca di Milano, ossia piuttosto Lodovico il Moro, come suoi collegati. Passarono anche nel suo partito gli Orsini [Ammirati, Istor. di Firenze.]. I Veneziani e i Genovesi si accostarono al papa, e i primi permisero che Roberto da San Severino passasse ai di lui servigi con titolo di gonfaloniere, ossia di generale dell'armi della Chiesa. Menò egli seco secento uomini d'armi [Corio, Istor. di Milano.]. E siccome i Veneziani spedirono cinquecento cavalli e due mila fanti in aiuto del papa, così i Fiorentini e Lodovico Sforza inviarono, ma ben lentamente, la lor quota di gente in rinforzo a Ferdinando. Venne il duca di Calabria con un picciolo esercito in Campagna di Roma, e cominciò ad infestar le vicinanze di Roma stessa. Era guerra fra il re e i baroni di Napoli. Guerra parimente si facea fin sotto le porte di Roma, città che in questi tempi si trovò piena di spaventi e d'interni tumulti, abbondando chi disapprovava l'impegno preso dal papa. Arrivato poi che fu Roberto San Severino colle sue genti, respirarono i Romani. Narra il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.] che su quel di Velletri seguì una fiera battaglia di quattro ore fra Alfonso duca di Calabria e il San Severino, colla rotta totale del primo, ed essere poi morto pochi dì dopo Roberto San Severino, e fatti tre versi in onor suo, cioè: