MCCCCLXXXII
| Anno di | Cristo MCCCCLXXXII. Indiz. XV. |
| Sisto IV papa 12. | |
| Federigo III imperadore 31. |
Diedero principio in quest'anno i Veneziani ad una fiera guerra contra di Ercole I duca di Ferrara: guerra che sconvolse l'Italia tutta. Incolpavano essi il duca di non aver mantenuto i capitoli delle paci stabilite fra essi e la casa di Este; e il duca all'incontro sosteneva che la cagione di tal rottura veniva da pretesti suscitati dal continuo loro desio di accrescere la già grande loro potenza collo spoglio de' vicini, e dall'odio che professavano al re Ferdinando, giacchè, dopo avere il duca di Ferrara presa in moglie una figliuola di esso re, questa alleanza fu sempre mirata di mal occhio in Venezia. Io non mi fermerò qui ad allegar le ragioni de' Veneziani, nè quelle del duca, avendone io assai favellato altrove [Antichità Estensi, P. II.], e potendosi leggere intorno a ciò quanto lasciò scritto Pietro Cirneo scrittore corso in un suo opuscolo da me dato alla luce [Petrus Cyrneus, Comment., tom. 21 Rer. It.]. Egli è fuor di dubbio, aver Ercole duca tentata ogni via per impedir questa guerra, avendo spedito più volte ambasciatori a Venezia con tutte le giustificazioni ed esibizioni più umili. Tutto in vano: era fisso il chiodo, guerra si voleva, perchè parea certo il guadagno. Era collegato de' Veneziani papa Sisto. Egli, invece d'interporsi, come padre comune, per frastornare questo movimento d'armi, e massimamente trattandosi d'un principe suo vassallo, vi saltò dentro a piè pari, sedotto, come si può credere, dal conte Girolamo suo nipote, che, siccome accennammo di sopra, nell'anno precedente era stato a preparar le pive in Venezia per questa danza. Non è mai probabile che Sisto IV volesse permettere la caduta di Ferrara in mani sì potenti, come era la repubblica veneta. La festa dovea essere fatta pel nipote. In questi tempi Obietto del Fiesco infestava lo Stato di Milano, ed ebbe poi una rotta da Costanzo Sforza signor di Pesaro. Parimente Lodovico il Moro duca di Bari e governator di Milano, dichiarandosi favorevole alla fazion pallavicina di Parma, perseguitava la fazion de' Bossi, cioè Pier-Maria conte di San Secondo, e signore d'altre castella. Anche il conte Pietro del Verme era incorso nella disgrazia di esso Lodovico. Pertanto con questi nemici dello Stato di Milano si unì Roberto San-Severino, e, trattando nello stesso tempo co' Veneziani, fu preso da essi per loro capitan generale di terra ferma. Roberto Malatesta signor di Rimini andò anch'egli al loro servigio. Con essi parimenti si collegarono i Genovesi. In aiuto del duca di Ferrara si mossero il re Ferdinando, Lodovico il Moro, Federigo marchese di Mantova, i Fiorentini e Giovanni Bentivoglio. Capitan generale d'essa lega fu scelto Federigo duca d'Urbino, principe di gran credito e valore.
Nel maggio adunque dell'anno presente [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] si diede fiato alle trombe, e cominciossi dai Veneziani con poderoso esercito per terra, e con gagliardo stuolo di vele per Po, a far guerra al duca di Ferrara, inferiore troppo di forze per resistere a questo torrente, benchè non mancassero i collegati di provvederlo di aiuti. Imperocchè in quello stesso tempo essendosi mosso Alfonso duca di Calabria per venire in soccorso del duca suo cognato, perchè scopri il papa nemico, fu obbligato a fermarsi nello Stato della Chiesa, dove prese Terracina, Trevi ed altri luoghi, e si diede ad angustiare Roma stessa [Infessura, Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. I Colonnesi erano con lui, gli Orsini col papa. Gravi danni furono recati a que' contorni, e varie scaramuccie accaddero fra le genti nemiche. Guerra eziandio fu nel Parmigiano, per avere Lodovico il Moro mandato il campo addosso ai Rossi. Anche i Fiorentini mossero guerra al papa in Toscana, e colle lor armi aiutarono Niccolò Vitello ad impadronirsi di Città di Castello. Distratti in questa maniera i collegati, cominciarono a prendere cattiva piega gli affari di Ercole duca di Ferrara, da più parti incalzato dall'armi venete. Presero i Veneziani Rovigo con tutto il suo Polesine; s'impadronirono di Comacchio, di Lendenara, della Badia, d'Adria e d'altri luoghi. Lungamente assediato e difeso Figheruolo, infine fu forzato alla resa [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Loro si arrenderono altre terre e castella del Ferrarese, di modo che le soldatesche venete coi saccheggi arrivarono fin presso Ferrara, città allora mancante ancora di vettovaglia. Male stava il duca, e alle sue disavventure s'aggiunse eziandio in tanto bisogno una pericolosa malattia, che il tenne per molte settimane oppresso. Ma neppure il papa si sentiva allegro, per li progressi, che ogni dì più andava facendo il duca di Calabria nelle sue parti. La paura di peggio l'indusse a richiedere dai Veneziani Roberto Malatesta lor capitano, il quale con molte squadre s'inviò alla volta di Roma. Giunto colà, ed unitosi col conte Girolamo capitano del papa, andò a mettersi a fronte di Alfonso duca di Calabria. Nel dì 21 d'agosto [Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 22 Rer. Ital. Infessura, Diar. Rom., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] a Campomorto su quel di Velletri vennero alle mani quelle due armate. Per sei ore con estremo valore fu disputata la vittoria, e questa infine si dichiarò in favore dell'armi pontificie, e colla prigionia di trecento uomini d'armi, e disperazione di tutto l'esercito nemico. Si salvò con soli cento cavalli il duca di Calabria in Terracina, oppure a Nettuno. Non pochi furono i luoghi che per così felice successo tornarono alla ubbidienza del pontefice; ma poco godè di tanta gloria il prode Roberto de' Malatesti, perchè, venuto a Roma a visitare il papa, nel dì 10 oppure 11 di settembre di disenteria se ne morì in età di soli quaranta anni [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.]. Fu sparsa voce dai maligni ch'egli fosse morto di veleno datogli dal conte Girolamo, o per invidia, o per isperanza di acquistar Rimini, giacchè non restarono figliuoli legittimi di lui. Confessa Jacopo da Volterra [Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital.] che in Roma si ebbe piacere di sua morte [Jacobus Philippus Bergom., Hist.]. Lasciò egli erede del suo Stato Pandolfo suo figliuolo naturale, che, imitando non il generoso e virtuoso padre, ma l'avolo Sigismondo pieno di vizii, essendo divenuto, per concessione del papa, signor di Rimini, sfregiò di poi sommamente la sì accreditata casa dei Malatesti.
Con questa felicità camminavano gli affari de' Veneziani e del pontefice, al che si aggiunse allora la morte sopravvenuta al valoroso duca d'Urbino Federigo, generale della lega, nel dì 10 di settembre, a cui succedette in quel ducato Guidubaldo suo figliuolo [Diar. Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.]: quando non meno i saggi cardinali, i quali non sapeano sofferire che Ferrara venisse in potere de' Veneziani, quanto gli ambasciatori della lega, che si trovavano in Roma, mossero tutta la lor facondia per far ravvedere l'ingannato papa della sua sconsigliata guerra. Nulla nondimeno si sarebbe fatto, se la maggior batteria non si fosse adoperata col conte Girolamo, in cui mano era il cuore del papa. Tanto fecero sperare, tanto promisero a lui [Navagero, Istor. di Venezia, tom. 23 Rer. Italic.], forse mostrandogli di condurlo al possesso di Rimini e Faenza, e fors'anche di Ravenna e di Cervia, che il trassero ad assaporar la pace: e questa, nel dì 12 di dicembre dell'anno presente, fu conchiusa fra il papa, il re Ferdinando e gli altri collegati, con istupore ed allegrezza d'ognuno, fuorchè de' Veneziani, al veder tanta mutazione in un subito. Spedito a Ferrara il cardinal Gonzaga legato di Bologna, recò un'immensa consolazione a quel popolo nel dì 24 di dicembre. Arrivò nel dì 26 d'esso mese [Jacobus Volaterranus, tom. eod.] a Roma Alfonso duca di Calabria per baciare i piedi al pontefice; e, ricevutene molte finezze, seco concertò i mezzi per far guerra unitamente ai Veneziani, ai quali furono bene scritte da Sisto lettere efficaci per rimuoverli dalla guerra contra del duca di Ferrara, ma senza che essi ne facessero conto alcuno. A vele gonfie andavano, non si sentivano voglia di dare indietro. L'anno fu questo [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] in cui Filiberto duca di Savoia passò all'altro mondo nel dì 22 d'aprile. Carlo suo fratello gli succedette nel dominio. Morì ancora nell'anno presente [Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmense, tom. 22 Rer. Ital.] Pier-Maria de' Rossi conte di San Secondo nel Parmigiano, per li molti affanni sofferti in vedersi spogliato di quasi tutte le sue terre dall'esercito del duca di Milano. Guido suo primogenito per qualche tempo sostenutosi, venne finalmente ad un accordo, e fu rimesso in grazia del duca; ma nell'anno seguente ripigliate le armi per le suggestioni de' Veneziani finì di giocare il resto delle sue terre. All'incontro Ascanio Maria Sforza, che era stato mandato ai confini da Lodovico il Moro suo fratello, dopo aver trattato co' Veneziani di far muovere sedizioni nello Stato di Milano, sen venne sul Bresciano. Avvedutosi Lodovico dei di lui disegni, mandò segretamente a trattar seco di pace, ed accortamente trattolo a Milano, il rimise in possesso de' primi onori.
MCCCCLXXXIII
| Anno di | Cristo MCCCCLXXXIII. Indiz. I. |
| Sisto IV papa 13. | |
| Federigo III imperadore 32. |
Unironsi in quest'anno quasi tutti i potentati d'Italia contra de' Veneziani, per obbligarli a desistere dalle offese di Ercole Estense duca di Ferrara. Ma, per quanto vedremo, ad altro non servirono i loro sforzi che a far maggiormente conoscere qual fosse allora la potenza della repubblica veneta, la qual sola a tanti nemici fece fronte con giugnere infine a formare una pace di suo gran decoro e vantaggio. Erano i collegati il papa, il re Ferdinando, il duca di Milano, i Fiorentini, il duca di Ferrara, il duca di Urbino, il marchese di Mantova, i signori di Faenza, Forlì, Pesaro, Carpi, ec. Ci lasciò il Corio [Corio, Istor. di Milano.] la lista della lor quota di combattenti. Nello stesso mese di gennaio, a dì 15, arrivò a Ferrara Alfonso duca di Calabria, menando seco alcune squadre d'uomini d'armi, e circa cinquecento di quei Turchi che egli avea preso, e poi tolto al suo servigio dopo la liberazione d'Otranto. Ma non andò molto che cento cinquanta di costoro desertarono al campo de Veneziani. Colà similmente giunsero le milizie del papa: laonde Ferrara, alle cui porte continuavano tuttavia ad arrivar le scorrerie dei nemici, cominciò a respirare. Ad Argenta e a Massa di Fiscaglia ebbero due sconfitte essi Veneziani colla prigionia di moltissimi, a' quali, secondo la consuetudine degl'Italiani, fu data la libertà. Altre non poche scaramuccie succederono; e perciocchè niun frutto aveano prodotto le lettere ed esortazioni pontifizie per mettere fine alle ostilità dei Veneziani contro Ferrara, il papa nel dì 25 di maggio [Sanuto, Istor. di Ven., tom. 22 Rer. Ital.] nel concistoro fulminò le scomuniche contra di loro, e sottopose all'interdetto tutte le lor città e terre, reclamando indarno il cardinal Barbo patriarca d'Aquileia, perchè si facesse ora un gran peccato e sacrilegio ciò che dianzi non solo per pubblico consentimento del papa, ma anche per suo ordine, era tenuto per giustissimo e ben fatto. Da tale sentenza appellarono i Veneziani al futuro concilio, nè lasciarono per questo di seguitar la guerra; anzi maggiormente si accesero ad essa, e condussero al loro soldo Renato duca di Lorena, pretendente al regno di Napoli, con mille e cinquecento cavalli e mille fanti. Marino Sanuto ci lasciò la serie di tutti i lor condottieri d'armi, e de' combattenti non men dell'armata della lega, che di quella de' Veneziani. Intanto riuscì a Lodovico il Moro di dar fine alla guerra da lui fatta ai Rossi nel Parmigiano.
Ma perciocchè il Ferrarese disfatto non potea più sostenere la guerra, e secondo la politica militare si ha da far la guerra, se mai si può, in casa de' nemici, e non nella propria [Corio, Istor. di Milano.]; fu risoluto che lo Stato di Milano la rompesse dal canto suo co' Veneziani, e tanto più per non trovarsi altra via migliore da salvar Ferrara, che quella d'una potente diversione. Perciò il duca di Milano e il marchese di Mantova dichiararono la guerra a' Veneziani nel mese di maggio. Costanzo Sforza signor di Pesaro, lasciato in questi tempi il generalato de' Fiorentini, passò al soldo dei Veneziani; ma per poco tempo [Jacobus Philipp. Bergom., Histor.], perchè nel mese di luglio fu rapito dalla morte, con lasciar dopo di sè nome di valoroso capitano e di splendidissimo signore, siccome ancora un figliuolo bastardo legittimato di poca età, nominato Giovanni, che, per concessione del pontefice, gli succedette in quel dominio. Dacchè lo Stato di Milano ebbe sfidati i Veneziani, Roberto San Severino lor generale determinò di passar l'Adda, ed entrar nel Milanese, dove gli era fatta sperare una sollevazion de' popoli. Passò nel dì 15 di luglio; ma, chiarito che niun movimento si facea, tornossene, senza far altro, indietro. Allora Alfonso duca di Calabria, creato capitan generale della lega, spinse l'esercito suo, nel mese d'agosto, sul Bergamasco e Bresciano, e dipoi venne sul Veronese con Federigo marchese di Mantova. Moltissime terre e castella di que' territorii furono prese. Asola assediata nel settembre, e bersagliata con molte artiglierie, in fine capitolò la resa, e fu consegnata ad esso marchese. Il duca di Ferrara ne ripigliò anch'egli molte delle sue, e in varii siti ebbero delle percosse i Veneziani, fuggendo sempre l'accorto lor generale Roberto le occasioni d'una giornata campale. Ma con tutto questo si cominciò a vedere una gran languidezza nell'operare del duca di Calabria, che niuna impresa conduceva a fine; nè, per quante istanze facesse il duca di Ferrara d'essere aiutato a ripigliare Rovigo e le altre terre di quel Polesine e le confinanti, nulla mai potè ottenere; di maniera che terminò con tante belle apparenze l'anno presente in aver saccheggiato un ampio paese, ma senza alcun sodo vantaggio di quella lega appellata santissima, perchè era compreso in essa il pontefice. Nell'ultimo dì di febbraio di quest'anno [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] diede fine al suo vivere Guglielmo marchese di Monferrato; e perchè non restò di lui prole maschile, ebbe per successore nella signoria Bonifazio suo fratello minore. Furono novità in Genova nel dì 25 di novembre [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Corio, Istoria di Milano.]. Paolo Fregoso cardinale ed ambizioso arcivescovo di quella città, congiurato con altri della sua famiglia, aspettò che Batistino Fregoso doge di quella repubblica venisse a visitarlo. Venne, e il ritenne prigione nelle stanze dell'arcivescovato; ed avendolo colle minaccie della vita costretto a dargli le fortezze, si fece poi egli in quel giorno proclamar doge, e rinnovò la lega coi Veneziani.