MCCCCLXXX

Anno diCristo MCCCCLXXX. Indiz. XIII.
Sisto IV papa 10.
Federigo III imperadore 29.

La risoluzion presa da Lorenzo de Medici di andarsene a Napoli a trovare il nemico re Ferdinando, parve, siccome accennai, anche agli uomini savii pericolosa ed ardita, contuttochè, secondo la testimonianza dell'autore del Diario di Parma [Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.], egli andasse armato almeno d'un salvocondotto; pure essa ebbe poi un felice successo [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.]. così ben seppe egli lavorare coll'eloquenza sua negli orecchi de' ministri e del re medesimo; così ben ricevuta fu l'umiliazione sua dal re, anzi gradita la fidanza ch'egli mostrò della clemenza regale, che la nemicizia si convertì in piena amicizia. Contribuì ancora non poco a far che Ferdinando cambiasse massima, l'essere arrivato in Toscana il duca di Lorena, cioè il pretendente del regno di Napoli. Fu pertanto spedito ordine alle milizie napoletane di non più molestare i Fiorentini; e pace, anzi lega seguì fra il re ed essi, sottoscritta nel dì 6 di marzo. Si alterò forte il pontefice Sisto all'udire questa concordia, intavolata ed anche conchiusa senza partecipazione sua, o almeno senza suo consentimento. Tuttavia, conoscendo egli di non poter solo continuare la guerra, e tanto più, perchè immenso esercito di Turchi assediava e combatteva alla disperata la città di Rodi, posseduta allora dai cavalieri oggidì appellati di Malta, per necessità tacque, e si diede ad ordir altre tele. Intanto il turbolento animo del conte Girolamo Riario suo nipote, signore d'Imola, dalla Toscana, cui non potea più offendere per cagion di quella pace, portò dipoi la guerra in Romagna, dove somma ansietà avea di fabbricarsi un buon nido, finchè vivea il papa, che secondava tutte le voglie di lui. Cominciò adunque ad infestare Costanzo Sforza signor di Pesaro, stato finora colle sue genti al servigio de' Fiorentini. Si sostenne lo Sforza coll'appoggio del re Ferdinando. Avvenne in questi tempi che morì Pino degli Ordelaffi signore di Forlì, e benemerito di quella città [Jacobus Philippus Bergom., in Hist.], senza lasciar dopo di sè prole legittima. Dichiarò egli successore in quel dominio Sinibaldo suo figliuolo spurio di poca età sotto la tutela della moglie. Ma Anton-Maria e Francesco Maria degli Ordelaffi figliuoli legittimi di un fratello di esso Pino, aiutati da Galeotto de' Manfredi signor di Faenza loro zio, e protetti dal re Ferdinando, mossero guerra a Sinibaldo e alla tutrice. Trasse a questo rumore il conte Girolamo colle armi pontificie; e tra perchè i guai, dei quali parlerò fra poco, obbligarono il re suddetto a cercar aiuti dal papa, e a dimettere la protezion degli Ordelaffi [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]; o perchè il conte Girolamo assistito da Federigo duca d'Urbino ebbe l'entrata in Forlì, e con gran danaro ottenne anche la rocca dalla vedova di Pino; di quella città esso conte divenne padrone, e ne riportò senza molta fatica l'investitura dal pontefice zio. Così venne a perderne il dominio la nobil casa degli Ordelaffi, che avea in addietro per circa cento cinquanta anni signoreggiato in quella città. Antonio Maria passò poi a Venezia, ed ebbe provvisione da quella repubblica.

Se è vero ciò che scrive il Corio [Corio, Istor. di Milano.], non tardò il papa ad entrar nella lega contratta da Ferdinando re di Napoli coi Fiorentini e con Gian-Galeazzo duca di Milano. Narra egli che questa lega, nella quale il primo era lo stesso pontefice, fu pubblicata, nel dì 25 di marzo, in Milano, e che ne restarono esclusi i Veneziani. Ma o non sussiste tale lega, oppure convien dire (e lo dice infatti l'Ammirati [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.]) che il papa se ne pentisse ben presto; giacchè, secondo il Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì 16 oppure 26 d'aprile, egli stabilì un'altra lega coi Veneziani, nella quale furono nominati molti principi e signori, ma non già il re Ferdinando, nè il duca di Milano, nè i Fiorentini. Capitano di questa lega fu dichiarato il conte Girolamo nipote del papa, e fu creato gonfalonier della Chiesa Federigo duca d'Urbino. Permise Dio che nel medesimo presente anno questo papa, sì poco curante di far testa ai Turchi, e solamente portato ad imbrogliar l'Italia per le suggestioni del predominante nipote, provasse gli effetti del suo poco zelo in favore della cristianità. Aveano gloriosamente i cavalieri di Rodi difesa la lor città, ed obbligato il grande esercito di Maometto II signor de' Turchi a levarne l'assedio. Cooperarono a questo buon successo due navi piene di gente valorosa, che spedì in loro aiuto il re Ferdinando. Ma ecco nel mese di luglio giugnere in Puglia la potentissima flotta degli stessi Turchi, ed imprendere l'assedio di Otranto. Sospettarono i Napoletani che Maometto, oppure il suo bassà Acmet, fosse stato mosso a questa impresa dai Veneziani, per l'odio grande che portavano al re Ferdinando. Crebbero poi tali sospetti per certi altri avvenimenti che io tralascio. Comunque sia, resistè Otranto alle forze e agli assalti turcheschi sino al dì 21 d'agosto, in cui fu preso a forza d'armi [Summonte, Istoria di Napoli.]. Le crudeltà commesse in tal congiuntura da que' cani fanno orrore. L'arcivescovo Stefano Pendinello, i canonici, i preti e i frati, vittime del loro furore, furono decapitati, le sacre vergini abbandonate alla lor libidine; spogliati e profanati i sacri templi, ed uccisi circa dieci mila di quegli infelici cittadini e difensori. Dopo di che si fortificarono in quella città i barbari vincitori. Portò la disgrazia d'Otranto un incredibile spavento per tutta l'Italia, e specialmente fece breccia il timore nel cuor del pontefice, talmente che fu creduto da alcuni che egli già meditasse di fuggirsene in Francia. Oh allora sì ch'egli cominciò daddovero a pensare al riparo contro l'oramai sterminata potenza dei Turchi, e diedesi a scrivere lettere lagrimevoli a tutte le potenze d'Italia e oltramontane, raccomandandosi vivamente alla lor pietà per soccorsi, valevoli a reprimere l'orgoglioso persecutor de' cristiani. V'ha degli storici che mettono la liberazione d'Otranto sotto quest'anno. Certamente si sono ingannati. All'infausto avviso di questo barbarico attentato, Alfonso duca di Calabria, che tuttavia era in Toscana, marciò speditamente colla sua armata verso il regno paterno per opporsi almeno ai maggiori progressi di sì potente nemico. Prima nondimeno di partirsi egli avea fatto un colpo, convenevole alla di lui eccessiva ambizione: cioè la ricompensa ch'egli diede a' Sanesi, da' quali nella guerra suddetta avea ricevuto ogni assistenza e favore contra dei Fiorentini, quella fu di spogliarli della lor libertà. Imperciocchè procurò ch'essi liberassero dal bando i fuorusciti, e col favore poscia di questi si fece proclamar signore di Siena. La paura de' Turchi, e il bisogno dell'aiuto di tutti, innanzi che l'anno terminasse, indussero il papa a rimettere in sua grazia i Fiorentini, i quali con ispedire a Roma dodici loro ambasciatori ad umiliarsi, e a chiedere perdono, nel dì 3 di dicembre conseguirono l'assoluzione de' loro misfatti. Segno è ben questo che non era dianzi seguita lega alcuna fra esso papa e i suddetti Fiorentini. In questi tempi [Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.] Lodovico Sforza il Moro, che non amava d'aver compagni nel governo di Milano, seppe ben presto trovar le vie d'ottenere il suo intento. Era tornato a Milano Ascanio Sforza suo fratello e vescovo di Pavia. Vero o falso che fosse ch'egli favorisse la fazion ghibellina, si servì di questa ragione l'ambizioso Lodovico per farlo ritenere in castello sul fine di febbraio, dopo di che il mandò ai confini a Ferrara. Inoltre tolse da' fianchi della duchessa Bona di Savoia Antonio Tassini Ferrarese, uomo che, tenendo un gran predominio nell'animo di essa, avea accumulato di grandi ricchezze. Finalmente fece che il duca Gian-Galeazzo Maria, benchè di età di anni dodici, nel dì 7 d'ottobre assumesse il governo, e facesse intendere alla duchessa sua madre di attendere da lì innanzi alle sue divozioni. Per tali trattamenti troppo disgustata la duchessa, nel dì 2 di novembre, uscita di Milano, si trasferì a Vercelli, e venne poscia a mettere la sua stanza ad Abbiate. Guerra civile fu nell'ultimo mese di quest'anno in Genova fra Batistino da Campofregoso doge ed Obietto del Fiesco, essendo quel volubil popolo diviso in due fazioni. Nel dì del santo Natale vennero alle mani, ed essendo toccata la peggio colla morte di molti ad Obietto, urli e pianti non mancarono in quella città.


MCCCCLXXXI

Anno diCristo MCCCCLXXXI. Ind. XIV.
Sisto IV papa 11.
Federigo III imperadore 30.

Tanto il pontefice Sisto che il re Ferdinando attesero a far grandi preparamenti per togliere dalle mani de' Turchi l'occupata città d'Otranto [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ad altre città ancora di que' contorni s'era stesa la potenza di costoro. Formossi dunque una gran lega per questa importante impresa, e vi entrarono il papa col re Ferdinando, Mattia Corvino re d'Ungheria, il duca di Milano, il duca di Ferrara, i marchesi di Mantova e di Monferrato, i Fiorentini, Genovesi, Sanesi, Lucchesi, Bolognesi. Chi promise danaro, chi gente, chi galee armate. Anche i re d'Aragona e Portogallo s'impegnarono di mandare gagliardi soccorsi. Nulla si potè ottenere da' Veneziani. Ma forse tutto questo grandioso apparato avrebbe servito a poco, se la misericordia di Dio non avesse per altro verso provveduto al bisogno della cristianità. Venne a morte, nel dì 31 di maggio, Maometto II imperador de' Turchi, cioè colui che tante provincie avea tolte in sua vita ai Cristiani, chi disse per veleno e chi per un tumore. Insorse allora una fierissima guerra fra due suoi figliuoli, cioè fra Baiazette e Zizim, pretendendo cadaun di loro l'imperio, e a cagion d'essa il bassà Acmet fu richiamato in Levante. Questo fu la salute del re Ferdinando. Avea Alfonso duca di Calabria cinta di forte assedio la suddetta città di Otranto per terra, tormentandola colle artiglierie, colle mine e con frequenti assalti, ma con poco profitto per la gagliarda resistenza de' nemici. Dacchè giunsero colà le flotte del re suo padre, del papa e de' Genovesi, anche per mare fu stretta e combattuta la città. Si fece ancora battaglia coi legni turcheschi, e ne riportarono vittoria i Cristiani. La nuova della morte di Maometto, e della discordia nata fra i due figliuoli di lui, e la speranza perduta che venissero dalla Vallona venti mila Turchi quivi preparati per far vela in soccorso degli assediati, furono le cagioni che Otranto infine si rendè per trattato nel dì 10 di settembre al duca di Calabria; la qual nuova sparsa per Italia riempiè di consolazion tutti i popoli [Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 23 Rer. Ital. Summonte, Istoria di Napoli. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. In vigor della capitolazione fu permesso ai Turchi d'andarsene; ma il duca, servendosi del pretesto o della ragione ch'essi menassero con loro alcune giovani cristiane, gli svaligiò, e fattine prigioni circa a mille e cinquecento, li prese poi al suo servigio, con valersene nelle guerre che fra poco insorsero in Italia. Dopo tal vittoria trovavasi il re Ferdinando in grandi forze e in somma voglia di continuar la guerra coi Turchi. Bellissima era la congiuntura di far riguardevoli progressi, mentre i figliuoli del defunto Maometto gareggiavano allora l'un contra l'altro, e i soldati gridavano la maggior parte: A Costantinopoli [Raynaldus, Annal. Eccl. Jacobus Volaterranus, ubi supra.]. Ma non men la flotta del pontefice, quanto quella de' Genovesi se ne tornarono tosto indietro, lamentandosi che il duca di Calabria si fosse impadronito di tutte le artiglierie ed armi, senza farne loro parte alcuna, e senza regalarli, ed avea anche lasciato mancar loro la vettovaglia. Per quanto si affaticasse in Cività Vecchia, dove era il papa, l'ambasciatore del re Ferdinando, con rappresentare essere questo il tempo di fiaccare le corna al tiranno d'Oriente, giacchè erano giunte anche le flotte ausiliarie di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, e di Alfonso re di Portogallo, nulla di più potè ottenere. Il conte Girolamo Riario nipote del papa avea degli altri disegni, che si scoprirono poi nell'anno seguente. Di grossi conti avrà avuto questo pontefice nel tribunale di Dio.

Generale dell'armi del duca di Milano, ed uno de' suoi consiglieri in questi tempi era Roberto San-Severino [Corio, Istor. di Milano.]. Se per propria colpa, o di Lodovico il Moro, egli si disgustasse, non bene apparisce. Quel che è certo, egli dicea di non si fidare del Moro. Insorse ancora una fiera rissa fra i suoi servitori e quei del Moro nel mese di febbraio. Cominciò egli dunque a pretendere maggior soldo per la sua condotta; il che ricusandosi dal duca, ossia da esso Lodovico, dispettosamente si partì da Milano, e ritirossi a Castelnuovo di Tortona. Potrebb'essere ch'egli se l'intendesse già co' Veneziani, i quali aveano gran prurito di far guerra; almeno dovette Roberto cominciar le sue mene con loro, siccome uomo avvezzo a pescare nel torbido. Dal re Ferdinando e da' Fiorentini furono spedite persone per ritenerlo al servigio dello Stato di Milano, ma niun frutto riportò la loro ambasciata. Il perchè Lodovico il Moro fece istanza a Firenze di avere Costanzo Sforza signore di Pesaro per generale dell'armi milanesi; e questi a lui conceduto, arrivò a Milano nel giorno 18 d'ottobre. Che già la repubblica veneta avesse voglia di romperla con Ercole duca di Ferrara, ce ne assicura Jacopo Volaterrano, con dire [Jacobus Volaterran., Diar., tom. 23 Rer. It.] che i Veneziani piantarono in quest'anno una bastia nel distretto di Ferrara, pretendendo essere di lor ragione quel sito. Il duca, dopo avere indarno reclamato, ricorse al re Ferdinando, al duca di Milano e a' Fiorentini; e questi, per mezzo dei loro ambasciatori, ne fecero doglianza al papa sul principio di dicembre. Il papa, quantunque si trattasse di un principe suo vassallo, niuna cura si prese di rimediare al fatto, siccome venduto a' Veneziani per le suggestioni del conte Girolamo Riario, a cui troppo poco parea l'essere divenuto signore d'Imola e di Forlì, e sperava di stendere maggiormente le fimbrie colla sponda de' Veneziani. Si portò egli appunto a Venezia nell'agosto dell'anno presente, per ordire la trama, anche prima che fosse liberato Otranto dal giogo turchesco, e trattato fu da que' signori con onori tali, che poco meno si sarebbe fatto ad un re. Morì in quest'anno Francesco Filelfo, uno de' più insigni letterati che si avesse allora l'Italia, dotto non meno nelle latine che nelle greche lettere, ma penna satirica. Secondo Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., Hist.], ebbe il Filelfo Ancona per patria, ma era oriondo da Tolentino. Non men celebre di lui fu Bartolomeo Platina, che tale era il suo nome, e non già quello di Batista, nativo della terra di Piadena del Cremonese. Ebbe varii impieghi in Roma, e custode della biblioteca vaticana morì quivi nell'anno presente, preso dalla peste, che fece ivi allora strage di molta gente.