Non lieve strepito in quest'anno, massimamente in Italia, fece la congiura dei Pazzi [Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 24. Angelus Politianus, et alii.]. Potente casa era quella in Firenze, ma, accecata dall'invidia, non sapea sofferire l'autorità superiore che godeano in quella repubblica i due fratelli Giuliano e Lorenzo de Medici, personaggi di somma ricchezza, ed insieme di credito singolare anche fuori d'Italia. Trovandosi allora Francesco de' Pazzi tesoriere del papa, quegli fu in cui cuore nacque il desiderio di atterrar la fortuna de' Medici: cosa non creduta praticabile, se non con levar loro la vita. Favorevole se gli scoprì all'indegna impresa il conte Girolamo Riario nipote di papa Sisto, il qual fu sempre un mal arnese, e pregiudicò di molto alla fama del pontefice zio. Odiava costui a dismisura Lorenzo de Medici perchè l'avea trovato contrario a' suoi ingrandimenti, allorchè divenne signor d'Imola, e più paventava di lui dopo la morte di Sisto. Per quanto si potè dedurre da ciò che poscia avvenne, si lasciò il vecchio papa mischiare da questo mal uomo nel nero disegno del Pazzi [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; tanto più che non men egli che il re Ferdinando erano disgustati di Lorenzo de Medici per la lega fatta senza di loro co' Veneziani e col duca di Milano; ed amendue speravano che, cadendo i Medici, e prevalendo i Pazzi, Firenze s'unirebbe con loro. Ebbe Francesco de' Pazzi dalla sua anche Francesco Salviati arcivescovo di Pisa, già nemico di Lorenzo, che apposta venne a Firenze per dar mano al fatto, senza mettersi scrupolo, se ad un par suo convenisse un sì fatto mestiere. D'ordine eziandio del papa, da Pisa passò alla medesima città Rafaello Riario cardinale con titolo di legato, ed ordine di far ciò che gli direbbe esso arcivescovo di Pisa. Finalmente fu data commissione a Gian Francesco da Tolentino capitano del papa di accostarsi a Firenze con due mila fanti per sostenere, occorrendo, i congiurati. Fu scelto il giorno 26 d'aprile ad eseguir la meditata impresa, e scelta la stessa cattedrale di Firenze, e il tempo dello stesso santo sagrifizio, cioè quando si alzava la sacratissima ostia, per compiere così infame opera [Raphael. Volaterran. Geogr., lib. 5. Diar. Parmig., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu dunque da Francesco dei Pazzi in quel tempo e luogo ucciso Giuliano de Medici, che col fratello era ito ad accompagnar colà il cardinal Riario. Ma Lorenzo de Medici, ricevuta una sola leggier ferita nella gola, quasi miracolosamente scampò nella sagristia, dove, serrate le porte, restò in sicuro, e poi si ridusse a casa. Si riempè di tumulto e di grida il tempio tutto; il popolo a gara corse alle armi in favor de' Medici. Era già ito l'arcivescovo di Pisa avanti il fatto con molti de' suoi al palazzo de' signori per impadronirsene, udita che avesse la morte dei Medici. Ma altrimenti passò la faccenda. Preso dalla gente del gonfaloniere, così caldo caldo con un capestro alla gola fu impiccato alle finestre del palazzo medesimo, e seco Jacopo Salviati e Jacopo figliuolo dello storico Poggio. Preso anche Francesco de' Pazzi, non si tardò punto ad impiccarlo a canto dell'arcivescovo. La medesima pena toccò a Jacopo e ad altri della casa dei Pazzi, e a parecchi loro aderenti, essendo asceso il numero dei morti a settanta [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.]. Sotto buona guardia fu ritenuto il giovinetto cardinal Riario, che asseriva di non essere punto stato consapevole del trattato, e verisimilmente diceva il vero. Nondimeno scrivono altri [Anton. Gall., Comment., tom. 23 Rer. Italic.] ch'egli fu maltrattato in quel furore di popolo. Certo è che venne poi rimesso in libertà, per non irritare maggiormente il papa.

Riferita a Roma la riuscita di questo orrido fatto [Raynaldus, Annal. Eccles.] il pontefice, trovandola diversa da quel che desiderava e sperava, montò forte in collera contra dei Fiorentini; e preso il pretesto che Lorenzo dei Medici e i magistrati di Firenze avessero commesso un troppo enorme delitto con levar la vita ad un arcivescovo, e con ritener prigione un cardinale legato, ed avessero dianzi prestato aiuto ai nemici della Chiesa, fulminò contra d'essi tutte le scomuniche e maledizioni del cielo, e l'interdetto alla lor città. Nè questo bastò [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Si servirono tanto egli quanto il re Ferdinando di questa occasione per occupar tutti i danari e beni degl'innocenti Fiorentini che si trovarono in Roma e in regno di Napoli, e per muovere guerra alla repubblica fiorentina. Nella lor lega si lasciarono indurre ancora i Sanesi. Scapitò di molto per tali fatti la fama del pontefice Sisto, nè passò molto che si dichiararono contra di lui e in favore di Lorenzo de Medici e de' Fiorentini Lodovico XI re di Francia, la reggenza di Milano, i Veneziani, Ercole duca di Ferrara, Roberto Malatesta signor di Rimini, ed altri. Anzi il re di Francia parlò alto contra d'esso papa. Anche l'imperador Federigo e Mattia Corvino re d'Ungheria spedirono oratori al pontefice, pregandolo di desistere dalla guerra contra de' Fiorentini, e di volgere le sue armi e il danaro della Chiesa in difesa della cristianità ogni dì più oppressa da' Turchi. Parlarono ad un sordo: più potè nel cuore del papa l'ambiziosa politica del conte Girolamo suo nipote e del re Ferdinando, che ogni altro riflesso conveniente al sacro suo ministero. Per questo e per altri motivi i Veneziani [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], il meglio che poterono, conchiusero la pace co' Turchi: il che produsse altri maggiori disastri alle terre de' cristiani, e rendè più superbo e potente l'imperadore ottomano. Altri sconcerti originati da questo biasimevol impegno di papa Sisto si vedranno in breve, essendo entrati in guerra, a cagion di ciò, tutti i principi d'Italia. Ed ecco dove si lasciavano trasportare allora i papi per cagion di quel nepotismo, da cui finalmente abbiam veduto esenti, ai dì nostri, alcuni saggi pontefici, e da cui specialmente alieno rimiriamo il glorioso pontificato del regnante papa Benedetto XIV.

Spedirono intanto sì il pontefice Sisto come il re Ferdinando le loro milizie in Toscana addosso ai Fiorentini, che si trovavano allora mal provveduti di genti d'armi, e senza capitan generale. Una delle applicazioni di Ferdinando e d'esso papa genovese, per distorre Bona duchessa di Milano dal soccorrere Firenze, fu quella di procurare una nuova rivoluzione in Genova [Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Prospero Adorno, posto ivi per governatore dalla duchessa, dimentico della sua fede, prestò volentieri orecchio al trattato. Gli vennero in soccorso da Napoli alcune navi armate [Corio, Istor. di Milano.]; ed allorchè, per ordine della duchessa, arrivò a Genova il vescovo di Como per deporre l'Adorno, e prendere il governo della città, cioè nel dì 25 di giugno, i Genovesi fecero una rivolta, e costrinsero i Milanesi a ridursi nel castelletto. Roberto da San Severino, gran perturbatore dell'Italia, trasse subito al rumore, chiamato non so se dal re Ferdinando, oppur da' Genovesi [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]; ed, entrato in Genova, nel dì 16 di luglio, attese ad ammassar gente insieme con Prospero Adorno per opporsi all'armata milanese, che già prevedevano, oppure sapevano, si andava allestendo per portare soccorso al castelletto e riacquistar la città. In fatti spiccò da Milano un poderoso esercito, ma condotto da un capitano inesperto, cioè da Sforza Visconte bastardo, a cui fu dato per consigliere Pier Francesco Visconte. Valicato l'Apennino, calò quest'armata alla volta di Genova. Il San Severino, oltre all'aver fatte molte fortificazioni fuori di Genova, finse una lettera scritta da Milano al vescovo di Como, ed intercetta, da cui appariva promesso il sacco di Genova ai soldati, e che si leverebbe ogni privilegio ai cittadini. Letta questa in pubblico, fece diventar come tanti lioni i per altro bellicosi e bravi Genovesi. Però con questo ardore usciti contra dell'esercito duchesco nel dì 7 d'agosto, lo misero in rotta, e fecero una sterminata copia di prigioni. Al vedere come disperato il caso di Genova, fu presa in Milano un'altra risoluzione, cioè di spedire colà Batistino Fregoso, e, cedendo a lui le fortezze, di aiutarlo a divenire doge della sua patria. Così fu fatto. Entrato in Genova il Fregoso, vi trovò la dissensione fra i capi: il che facilitò a lui la maniera di cacciar fuori della città Prospero Adorno e Roberto da San Severino, e di farsi proclamar doge. Ma quasi tutta la Riviera di Levante restò all'ubbidienza dell'Adorno e del San Severino, il quale ultimo, dopo aver fallito questo colpo, si diede a fabbricar altre macchine contro al governo di Milano. Oltre a ciò il papa e il re Ferdinando mossero un'altra tempesta addosso ai Milanesi, con fare che gli Svizzeri, gente bellicosa e fiera, assoluti dal papa dai giuramento che aveano di non offendere lo Stato di Milano, cominciassero contra di esso Stato la guerra [Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.]. Costoro, dopo essersi impadroniti di varie castella, posero l'assedio a Lugano nel mese di novembre. Poco vi si fermarono, perchè spedito colà Federigo novello marchese di Mantova con buon nerbo di gente, meglio stimarono di ritirarsi. E gli affari avrebbono in quelle parti presa miglior piega, se il grosso presidio di Belinzona non avesse temerariamente voluto incalzare gli Svizzeri nella lor ritirata per aspre montagne. Imperocchè i Milanesi tra per li sassi rotolati giù dai nemici, e per la fuga di un mulo impaurito, furono sì fattamente presi da timor panico, che più di ottocento persone o annegate od uccise vi restarono, e gli altri perderono armi e bagaglio.

Erano già, siccome dissi, entrate in Toscana nel mese di luglio l'armi del papa e del re Ferdinando, comandate da Alfonso duca di Calabria e da Federigo duca d'Urbino. Fu loro facile l'impossessarsi di alcune castella, perchè i Fiorentini andavano raunando gente, facendone venir di Lombardia, ma non ne aveano tante da poter contrastare in campagna col nemico esercito. Si applicò Alfonso duca all'assedio della Castellina, e nel dì 14 d'agosto l'ebbe a patti, con seguitar poscia a prendere altre terre. Volendo intanto i Fiorentini e la duchessa di Milano provvedersi d'un capitan generale, parve loro più a proposito d'ogni altro Ercole duca di Ferrara; e il condussero, ancorchè fosse genero del re Ferdinando [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.]. Giunse questo principe a Firenze nel dì 8 di settembre, ed, uscito in campagna, raffrenò i nemici, e portò gran danno ai Sanesi collegati con loro. Così passò l'anno presente; restando nondimeno i Fiorentini in male stato, perchè v'era discordia nel campo loro, e pochi erano i sussidii mandati dal re di Francia, dalla duchessa di Milano e da' Veneziani. Presero eglino inoltre al loro soldo Roberto Malatesta signor di Pesaro. Anche Giovanni Bentivoglio, arbitro allora del governo di Bologna, fu in loro aiuto. In Venezia nell'anno presente a dì 6 di maggio [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] terminò sua vita Andrea Vendramino doge di quella repubblica, a cui succedette in essa dignità Giovanni Mocenigo nel dì 18 d'esso mese; e poco stette ad entrare in quella città la peste, che portò al sepolcro alcune migliaia di persone e molti nobili, con essere durata sino al novembre. Parimente in quest'anno nel mese di giugno [Diar. Parmens., tom eod.] passò all'altra vita Lodovico Gonzaga marchese di Mantova: con che pervenne il dominio di quello Stato a Federigo suo primogenito, il quale fu condotto al suo soldo dalla duchessa di Milano. Nel Mantovano giunsero in questi tempi nuvoli di locuste, che occuparono circa trenta miglia di lunghezza verso il Bresciano, e quattro miglia di larghezza. Distrussero tutte l'erbe e foglie di quella contrada; e fattane, per ordine del marchese, con poco garbo strage senza seppellirle, infettarono poi l'aria, cagionando una micidiale epidemia ne' corpi umani. In quest'anno parimente la peste infierì non solamente nelle armate nemiche guerreggianti in Toscana, ma anche in Roma, Bologna, Mantova, Modena, Brescia, Bergamo e nella Romagna.


MCCCCLXXIX

Anno diCristo MCCCCLXXIX. Indiz. XII.
Sisto IV papa 9.
Federigo III imperadore 28.

Per quanto si adoperassero i Fiorentini e gli ambasciatori spediti dal re di Francia e da altri potentati, per indurre il pontefice Sisto a dare la pace ai Fiorentini in tempo che la cristianità veniva conculcata dal comune nemico; nulla si potè ottenere [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Persisteva egli in pretendere che i Fiorentini non solamente scacciassero Lorenzo de Medici, ma che gliel dessero nelle mani: cosa che non mai si volle accordare, perchè egli era stato l'offeso, nè per colpa od ordine suo l'arcivescovo di Pisa avea perduta la vita. Più strana cosa sembrava che intanto il pontefice andava inviando legati in Germania, Ungheria, Boemia e Polonia, per sollecitare i principi a far guerra al Turco, quand'egli poi si perdeva in farla contra de' cristiani, e vibrava scomuniche a furia contra di Ercole duca di Ferrara, e contra di Rimini, Pesaro e Faenza, perchè non lasciavano divorar vivi da lui i Fiorentini. Seguitò dunque la guerra in Toscana, e vi si frammischiarono tanti altri imbrogli per li maneggi di Roberto da San Severino, che fu in grave pericolo quella repubblica. Dirò io in breve ciò che altri diffusamente lasciò scritto [Ammirati, Istor. Fiorent. lib. 24.]. Essendo in Toscana Ercole duca di Ferrara, e Federigo marchese di Mantova, non male s'incamminavano le militari azioni contra dell'esercito pontificio e napoletano. Riuscì ancora a Roberto Malatesta lor condottiero di dare una rotta a Matteo da Capoa, allorchè conduceva un grosso corpo di gente al campo del duca di Calabria. Ma ecco che Roberto San Severino [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.], accordatosi con Lodovico il Moro e con Sforza duca di Bari, zii paterni del picciolo duca di Milano, e formato un esercito, dalla Lunigiana passò anch'egli alla volta di Pisa unito con Obietto e Gian-Luigi del Fiesco: sicchè da due parti si videro assaliti i Fiorentini. Contra del San Severino marciò il duca di Ferrara, e il fece ritirare fin di là dalla Magra; ma il fuoco da quella parte estinto, andò da lì a qualche tempo a sboccare sopra una più lontana e pericolosa parte. Cioè si venne a sapere ch'esso San Severino con Lodovico Sforza soprannominato il Moro (giacchè in questi dì sul Genovesato morì Sforza duca di Bari suo fratello, siccome fu creduto, di veleno) per aspre montagne era nel dì 10 d'agosto [Corio, Istor. di Milano.] calato sul Tortonese, e che l'infedele governator di Tortona gli avea data quella città. Diffusamente narrati si leggono questi avvenimenti nei Diario di Parma [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Avea Lodovico intelligenza col castellano del castello di Milano; e però, lasciato l'esercito alla cura del San Severino, ito con poca gente a Milano, entrò in esso castello. Consigliato il duca Gian-Galeazzo Maria e la duchessa Bona dalla fazione de' Ghibellini a rinconciliarsi con lui, ammisero Lodovico alla loro udienza, e il trattarono con grande umanità: il che cagionò un giubilo universale nel basso popolo di Milano, figurandosi ognuno ristabilita la concordia e la quiete. Ma Lodovico Sforza, che altro pensier non avea in testa se non quello di comandar le feste, e di andar fin dove si potesse per soddisfare a questa sua potente passione, la prima cosa che fece, quella fu di levarsi dagli occhi il troppo potente ed odiato ministro della duchessa, cioè Cecco Simonetta. Ordinata dunque una sedizione coi capi de' Ghibellini, fu preso Cecco, e mandato alle carceri di Pavia, dove poi aspramente tormentato e processato, ebbe la testa tagliata nel dì 30 d'ottobre dell'anno seguente.

Allorchè si udì caduta Tortona in mano di Lodovico il Moro, scrisse tosto la duchessa ad Ercole duca di Ferrara, che si trovava all'armata in Toscana, di venire in suo aiuto. Venne egli, ma non giunse a tempo d'impedire le novità succedute in Milano; e la sua partenza dalla Toscana riuscì di notabil pregiudizio ai Fiorentini. Imperocchè, lasciato al comando delle sue genti Sigismondo d'Este suo fratello, al cui parere prevalse quello di Costanzo Sforza signore di Pesaro, ostinato in non voler muovere il campo da Poggio Imperiale, nel dì 7 di settembre [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.] venne l'esercito del duca di Calabria ad assalirli, e senza gran fatica in poco di tempo li mise in fuga: disavventura che portò la costernazione in Firenze. Da ciò seguirono non pochi progressi delle armi pontificie e napoletane, perchè presero Poggibonzi, Colle ed altre terre, con ridurre sempre più Firenze alle strette. Quivi oramai mormorava non poco il popolo, perchè si provassero tanti guai, e si mettesse la repubblica in pericolo di rovina per cagione d'un sol cittadino. Nè si potea più far capitale de' soccorsi del duca di Milano, dappoichè Lodovico il Moro, divenuto governatore di quello Stato, se l'intendeva col re Ferdinando, da cui poscia ottenne anche il ducato di Bari. Fu allora che Lorenzo de Medici, essendosi ridotte a quartieri d'inverno le armate, considerando la stanchezza della sua città per questa arrabbiata guerra, e i pericoli maggiori se non vi si ritrovava rimedio, prese, nel dì 5 di dicembre, una risoluzione, che, quantunque venisse da un uomo di gran senno, pure fu da moltissimi tenuta per troppo ardita: cioè determinò di portarsi in persona a Napoli, per tentar di placare l'animo del re Ferdinando. Non v'era chi non si ricordasse di quanto dicemmo avvenuto al conte Jacopo Piccinino, e ad altri in quella corte. Tuttavia è da credere che non si sarebbe così facilmente azzardato Lorenzo ad un tentativo, se non avesse avuto fondamenti bastevoli di sperarne buona riuscita. Fors'egli, come fu creduto, avea preventivamente con danari guadagnata la grazia dei più possenti presso di Ferdinando. Fors'anche lo stesso Lodovico il Moro, che non si vedea sicuro in sella, perchè a' Veneziani era dispiaciuta la sua entrata per le finestre nel governo di Milano, e che perciò desiderava la pace, s'interpose col re Ferdinando. Finalmente sappiamo dalla Cronica di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], essere stato consigliato Lorenzo dal duca Ercole genero del re di andare a Napoli; nè è da credere che il consiglio fosse venuto da chi prima non sapesse che l'andare era senza pericolo. Appena fu partito il Medici, che i Fregosi occuparono Sarzana, posseduta allora da' Fiorentini, contuttochè durasse una tregua stabilita fra quelle potenze guerreggianti: il qual tradimento incredibil rammarico cagionò in Firenze.