Fiera inondazione del Tevere nel gennaio di quest'anno, cagionata dalle strabocchevoli pioggie, allagò molta parte di Roma, e recò gravissimi danni a quegli abitanti [Jacobus Card. Papiens., Ep. 642.]. Ossia che la peste venisse altronde portata in quella città, oppure, come è più probabile, s'infettasse l'aria nel diseccarsi dell'acque corrotte, una micidiale epidemia assalì nei mesi seguenti il popolo romano, con farne molta strage [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Per isfuggire i pericoli di questo malore, il pontefice Sisto se n'andò alla buon'aria di Campagnano. Succedette nel dì primo di settembre una gran turbolenza nella città di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Se ne stava in Mantova Niccolò d'Este nipote d'Ercole I duca di Ferrara, meditando sempre le maniere di levar la signoria ad esso suo zio. Se l'intese con Galeazzo Maria duca di Milano, principe di perversa politica, ed ebbe anche braccio da Lodovico marchese di Mantova suo parente. Pertanto nella mattina del dì suddetto con cinque navi cariche di armati giunse a Ferrara, in tempo appunto che il duca era ito alla nobil sua villa di Belriguardo; e, siccome egli avea delle intelligenze con alcuni suoi aderenti in quella città, non gli fu difficile l'entrarvi per un portello. A dirittura andato alla piazza, l'occupò, gridando i suoi: Vela, vela, e fece rompere tutte le carceri. A questo impensato accidente la duchessa Leonora e don Sigismondo di Este suo cognato se ne fuggirono in Castello Vecchio, dove neppur era provvision di vivere per un giorno. Si credeva Niccolò che il popolo s'avesse a sollevare in suo favore; ma niuno si mosse, amando tutti il presente legittimo governo. Portato con tutta fretta sì disgustoso avviso al duca Ercole, tosto montò a cavallo per venire a Ferrara; ma per via fattogli credere che Niccolò era venuto con quattordici mila persone, ed essere perduta la città, mutato cammino, s'inviò alla volta d'Argenta, e andò a fortificarsi a Lugo. Intanto, accortosi Niccolò che non batteano i conti da lui fatti sopra il popolo, e che anzi cominciavano i cittadini a prendere l'armi contra di lui, ed era uscito don Sigismondo con gente per venirgli addosso, uscì frettolosamente di città, e, passato il Po con parte dei suoi, se ne fuggì pel territorio del Bondeno. Ma que' contadini, già informati dell'affare, tanto l'inseguirono, ammazzando quanti cadevano nelle lor mani, che fecero prigione lui ed alcuni de' suoi capitani. Fu condotto l'infelice Niccolò a Ferrara, dove nel giorno seguente arrivato il duca Ercole, ed accolto con festose acclamazioni dal popolo, nel caldo del suo sdegno fece tagliare la testa a lui, ed impiccare per la gola alcuni dei di lui seguaci rimasti prigioni. Tale fu il fine di questa breve tragedia. Avea il duca nel dì 21 di luglio avuta la consolazione della nascita d'un figliuolo a lui partorito da Leonora d'Aragona sua moglie, al quale, in memoria del re Alfonso avolo suo materno, fu posto il nome di Alfonso. Questi poi col tempo riuscì uno dei più prodi e celebri principi d'Italia.

Era da molto tempo stabilito il matrimonio di Beatrice figliuola di Ferdinando re di Napoli, e sorella della suddetta Leonora duchessa di Ferrara, coll'insigne re d'Ungheria Mattia Corvino [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Se gli diede effetto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, in cui questa principessa fu sposata in Napoli, e coronata regina d'Ungheria dal cardinale Olivieri Caraffa. S'imbarcò ella nel dì 2 d'ottobre a Manfredonia con quattro galee e molti altri legni, per passare in Ungheria: pure certo è che la medesima pervenne a Ferrara nel dì 16 di ottobre, dove con grande onore fu ricevuta dal duca suo cognato, e si fecero molte feste, finchè nel dì 21 si rimise in viaggio. Avea fin qui Galeazzo Maria Sforza duca di Milano governati i suoi popoli, non già secondo le saggie massime di Francesco suo padre, ma con quelle che gli dettava il suo capriccioso e tirannico genio [Corio, Ist. di Milano.]. Benchè non gli mancassero delle belle qualità, pure l'eccesso della sua ambizione, libidine e crudeltà produsse il frutto ordinario de' vizii, cioè l'odio quasi universal della gente. Per motivi particolari di sdegno contra di lui congiurarono insieme Gian-Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconte, nobili milanesi, di levarlo di vita; ed aspettarono a fare il colpo nel dì 26 di dicembre, in cui esso duca soleva portarsi alla basilica di Santo Stefano [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Giunto colà il duca colle sue guardie, e con una fiorita corte, i tre congiurati in mezzo a quella gran truppa arditamente se gli avventarono addosso, e con più ferite lo stesero morto a terra. In quel fiero miscuglio intricatosi nel fuggire fra le gonnelle delle donne il Lampugnano, restò anch'esso ucciso. Ebbero l'Olgiato e il Visconte la fortuna di trapelar per la gente, e di correre a nascondersi; ma, scoperti, furono consegnati alla giustizia, e poi squartati vivi. All'Olgiato, giovine di gran fuoco, non vi fu maniera di far conoscere il fallo suo, non iscusabile davanti a Dio [Anton. Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.], sostenendo egli sempre, anzi pregiandosi di aver fatto un sacrifizio, di cui dovea aspettarsi premio da Dio e dagli uomini. Così terminò sua vita quel principe, e la morte sua fu principio di non poche calamità, che afflissero dipoi la misera Italia, avendo egli lasciato dopo di sè Gian-Galeazzo Maria suo primogenito di età di soli otto anni, e però incapace del governo, che fu bensì quietamente proclamato duca, ma con pervenire la reggenza di quegli Stati alla duchessa Bona di Savoia sua madre. Trovossi tosto quella saggia principessa attorniata e battuta da Sforza duca di Bari, e Lodovico, Ascanio ed Ottaviano fratelli dell'ucciso duca, e dianzi banditi, che non tardarono a sconvolgere tutta la lor casa e il ducato di Milano, siccome vedremo. Andarono da tutte le parti ambasciatori a condolersi colla duchessa dell'atroce caso, e ad esibir soccorsi; ma cominciò nel cuore stesso della famiglia Sforza a formarsi un tarlo, i cui perniciosi effetti compariranno in breve. Nel dì 23 di febbraio di quest'anno [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer Ital.] essendo mancato di vita Pietro Mocenigo doge di Venezia, in luogo suo fu sostituito Andrea Vendramino.


MCCCCLXXVII

Anno diCristo MCCCCLXXVII. Indiz. X.
Sisto IV papa 7.
Federigo III imperadore 26.

Era restato vedovo Ferdinando re di Napoli, e tuttochè avesse figliuoli grandi, e il primogenito Alfonso duca di Calabria si trovasse arricchito anch'esso di prole, pure pensò ad accasarsi di nuovo. Sembra che la politica il conducesse a questo. Il non aver mai il re di Aragona e Sicilia Giovanni approvato che fosse pervenuto al bastardo re Ferdinando il regno di Napoli, regno conquistato col sangue e col danaro de' suoi popoli, cagion fu che mala corrispondenza fin qui durasse fra loro [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Diede il re Giovanni nell'anno presente al re Ferdinando Giovanna sua figliuola in moglie. Per tal via fra questi principi tornò la buona armonia. Nel settembre del presente anno con magnifica solennità furono celebrate cotali nozze; ed essendo, per tale occasione, stato spedito colà il cardinale Rodrigo Borgia con titolo di legato, egli fu che coronò la nuova regina. Ferdinando, per levar di testa ad Alfonso duca di Calabria suo primogenito qualunque gelosia che gli potesse nascere per cagion di tali nozze, nel dì 20 del suddetto settembre gli fece giurare omaggio da tutti i baroni come ad immediato successore della corona dopo sua morte. Nel dì 10 di dicembre di quest'anno [Raynaldus, Annal. Eccles. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] papa Sisto fece la promozione d'alcuni nuovi cardinali. Uno d'essi fu Giovanni d'Aragona figliuolo del medesimo re Ferdinando. Due altri suoi nipoti ornò Sisto della sacra porpora. Si può ben credere che ciò non piacesse agli altri porporati, e massimamente a chi disapprovava gli eccessi del nepotismo. In questi tempi Carlo da Montone, figlio naturale di quel Braccio che già vedemmo sì famoso capitano, essendo già avvezzo all'armi, e condottiere d'alcune squadre, concepì speranza di assoggettarsi Perugia, siccome avea fatto il padre; e a tal fine assoldata molta gente, s'indirizzò a quelle parti [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.]. Gli andò fallito il colpo, perchè trovò sicura quella città per una lega nuovamente fatta co' Fiorentini. Si volse dunque addosso ai Sanesi, e, trovandoli sprovveduti, fece loro gran danno, e più n'avrebbe fatto, se i Sanesi, ricorsi ai Fiorentini, non avessero ottenuto il lor patrocinio, per cui fu d'uopo che Carlo cessasse dall'offenderli.

Ciò che maggior rumore fece nell'anno presente fu la rivoluzione di Genova [Corio, Istor. di Milano. Antonius Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Quel popolo, oltre al suo genio portato sempre alla novità, e a mutar padrone e governo, era da gran tempo mal soddisfatto dell'estinto duca di Milano Galeazzo Maria. Specialmente i Fieschi per danni ricevuti grande odio nudrivano contro la casa Sforza. Dacchè dunque fu morto esso duca, Matteo del Fiesco fece massa di gente, e con intelligenza di varii cittadini, nel dì 16 di marzo [Giustiniani, Storia di Genova, lib. 5.], entrò di notte con una scalata in Genova, gridando: Libertà. Tutto il popolo fu per lui in armi. Sopravvennero poscia Obietto e Gian-Luigi fratelli del Fiesco, che maggiormente animarono i cittadini alla ribellione, e fecero tornare in città i Fregosi. Ma il castelletto restava in mano del duca, e questo con grossa e fedel guarnigione, il quale cominciò colle artiglierie a far guerra alla città. All'avviso di tal sedizione, la duchessa Bona mise tosto in ordine circa dodici mila armati, la maggior parte fanteria, e la spedì a quella volta sotto il comando di Roberto da San Severino, capitano di gran credito in questi tempi. Seco erano Lodovico il Moro ed Ottaviano, zii del picciolo duca, e inoltre Prospero Adorno, il quale, già confinato in Milano, con dolci parole e larghe promesse fu in questa occasione condotto ad imprendere anch'egli l'assunto di ridurre di nuovo la patria all'ubbidienza del duca. Mirabilmente servì la presenza ed industria dell'Adorno per calmare gli animi sediziosi di quel popolo, in maniera che dopo alquante calde scaramuccie si trattò di pace, e tornò Genova, nel giorno ultimo d'aprile, a riconoscere per suo signore il duca di Milano, con aver poi tutti nel dì 9 di maggio prestato il giuramento di fedeltà. Restò ivi per governatore a nome del duca il suddetto Prospero Adorno. Era allora il principal ministro di Bona duchessa di Milano Cecco Simonetta Calabrese, personaggio d'insigne attività, fedeltà ed accortezza; e perchè tale, promosso ai principali onori da Francesco Sforza, ottimo discernitore dell'altrui abilità. Avea per fratello quel Giovanni Simonetta, che ci diede la Vita di esso duca Francesco, scritta elegantemente in latino [Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Ma cotanta sua autorità gli tirò addosso l'odio di moltissimi, e massimamente dei nobili della fazion ghibellina. Più nondimeno degli altri il miravano con occhio bieco i principi zii del duca, cioè Sforza duca di Bari, Lodovico, Ottaviano ed Ascanio, perchè da lui tenuti stretti, non volendo egli che sì pericolosi strumenti s'ingerissero nel governo. Perciò cominciarono a cercar le vie di abbatterlo, e tirarono nel loro partito Roberto da San Severino, voglioso anch'esso di metter mano negli affari dello Stato. Non dormiva il Simonetta; e però nel dì 25 di maggio fece che la duchessa, chiamato nel castello Donato del Conte, ch'era il principale manipolatore della congiura, il ritenne prigione, e mandollo nelle carceri di Monza. Diedero per questo alle armi i fratelli sforzeschi; nè le voleano deporre senza vedere rimesso in libertà Donato. Si quetarono infine; ma non andò molto che Roberto da San Severino, accortosi che a lui si faceva la caccia, perchè creduto mantice di quel fuoco, prese la fuga, ed, avendo accortamente deluso chi gli tenea dietro con armati per prenderlo, si ritirò poi ad Asti. Non ebbe così favorevole la fortuna Ottaviano Sforza, che parimente se ne fuggì, perciocchè inseguito, nel voler passare a guazzo il fiume Adda, quivi annegato lasciò la vita. Furono appresso relegati gli altri fratelli Sforza, cioè Sforza duca di Bari al suo ducato in regno di Napoli, Lodovico a Pisa ed Ascanio a Perugia: con che tornò in Milano la quiete, ma per durarvi poco. Era stata occupata la signoria di Faenza a Galeotto de' Manfredi da Carlo suo fratello [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Ebbe ordine Giovanni Bentivoglio dalla duchessa di Milano di prestare aiuto a Galeotto, e infatti si trovò obbligato Carlo a dimettere la preda. Se n'andò egli a Napoli, ma fu mal veduto dal re Ferdinando. Abbiamo dal Diario di Parma che sul fine d'ottobre dell'anno presente [Cronica MS. di Bologna.] circa trenta mila Turchi a cavallo dalla Bossina all'improvviso comparvero nel Friuli sin presso ad Udine, i quali, dopo avere sconfitto un corpo di gente mandato contra d'essi dai Veneziani, saccheggiarono e misero a fuoco centocinquanta ville, uccidendo i vecchi e le donne, e ritenendo i fanciulli. Gran paura fu in Venezia, e gran preparamento di gente vi si fece; ma i Barbari, sopravvenuto il verno, se ne ritornarono in Bossina.


MCCCCLXXVIII

Anno diCristo MCCCCLXXVIII. Indiz. XI.
Sisto IV papa 8.
Federigo III imperadore 27.