Tornato che fu da Venezia a Roma il soprammentovato Pietro Riario cardinale di San Sisto e vescovo di più chiese, gravemente si ammalò, e nel dì 5 di gennaio terminò colle sue grandezze la vita [Volaterranus, lib. 22. Infessura, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. L'eccesso de' piaceri, a' quali s'era abbandonato, probabilmente gli abbreviarono i giorni. Contuttociò comunemente fu creduto che il veleno lo avesse tolto dal mondo nel più bel fiore dell'età sua, forse a lui fatto dare da chi nol potea sofferire così onnipotente presso lo zio papa, e dissipatore scandaloso dell'erario pontificio [Corio, Istor. di Milano.]. Comunque sia, venne egli meno, e restò solamente una memoria troppo svantaggiosa di lui presso i saggi; poichè per conto del popolo e della prodigiosa copia de' suoi cortigiani, siccome tutti godevano della di lui prodigalità, così ancora tutti deplorarono l'immatura sua morte. Il savio cardinal di Pavia Jacopo Ammanati [Card. Papiensis, Epis. 548.] ci lasciò la descrizione de' costumi e delle azioni sue, tutti ridondanti in biasimo del pontefice zio, perduto nell'amore de' suoi nipoti. Mancò di vita in quest'anno in Ferrara, nel dì 6 d'agosto [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], Ricciarda figliuola del marchese di Saluzzo, già moglie di Niccolò III d'Este marchese di Ferrara, e madre d'Ercole I duca di Ferrara. Ed in quella città arrivò nel dì 4 di dicembre don Federigo figliuolo del re Ferdinando, e fratello della duchessa Leonora, che dopo aver quivi ricevuto grande onore, passò alla corte di Milano. Probabilmente fu egli mandato dal padre colà per aver penetrato il maneggio che si facea di una lega fra i Veneziani, Fiorentini e il duca di Milano [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Ma non dovette arrivare a tempo per disturbare il trattato, perchè essa lega fu conchiusa nel giorno 20 di novembre [Corio, Ist. di Milano.], con restarne escluso lo stesso re Ferdinando. Se l'ebbe egli sommamente a male, e ne nacque non lieve sdegno contra del duca di Milano, il quale avendo sempre in addietro avuti per nemici i Veneziani, si fosse ora unito con loro, abbandonando il vecchio amico e chi era padre d'Alfonso duca di Calabria cioè del marito d'Ippolita sorella di esso duca Galeazzo Maria [Ammirati, Istor. di Firen., lib. 24. Annal. Placentini, tom. 20 Rer. Italic.]. Però, tutto che fosse in quella lega lasciato luogo d'entrarvi al medesimo Ferdinando e a papa Sisto, niun di essi vi volle aver luogo. La somma intrinsichezza che passava fra esso papa e il re, quella appunto fu che mosse i Fiorentini a procurar quella lega.
Fu in quest'anno obbligato il pontefice a muovere le sue armi [Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], perchè in Todi nacque una pericolosa sedizione fra i cittadini per le fazioni guelfa e ghibellina. Accorsero gli Spoletini in soccorso de' Ghibellini, ed era per accendersi un gran fuoco per tutto quel ducato, se non fosse giunto colle sue brigate Giuliano dalla Rovere cardinale, che cominciò a fare il noviziato delle armi, e ad assumere spiriti guerrieri, continuato poi quand'anche asceso al pontificato prese il nome di Giulio II. Egli pacificò Todi, ed obbligò il popolo di Spoleti a rendersi ubbidiente a' suoi cenni. Ma perchè non prese ben le sue precauzioni, gli iniqui soldati, contro il di lui volere entrati in essa città di Spoleti, barbaricamente la misero tutta a sacco. Portossi dipoi il cardinal Giuliano a città di Castello per isloggiarne Niccolò Vitelli tiranno della medesima, che per un pezzo gagliardamente si difese, e diede anche delle buone percosse all'armata pontificia. Ottenne in oltre esso Vitelli soccorso dal duca di Milano e da' Fiorentini; eppure in fine, atterrito dalla venuta di Federigo conte d'Urbino, principe di molto valore, che circa questi tempi ottenne dal papa il titolo di duca, capitolò la resa della città. Poco tempo godè della sua dignità Niccolò Marcello doge di Venezia, perchè nell'anno presente ai primo dì di dicembre [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] fu chiamato da Dio a più felice vita. In luogo suo fu posto Pietro Mocenigo, signor valoroso, che in questo medesimo anno avea fatto levare ai Turchi l'assedio da Scutari. Conchiuse in questo anno il re Ferdinando il matrimonio di Beatrice sua figliuola col famoso Mattia re d'Ungheria; ma l'esecuzione sua la vedremo solamente all'anno 1476. Venne ancora in quest'anno per Lombardia, ed andossene a Roma Cristierno re di Danimarca, al quale non mancò papa Sisto di far godere molti onori e regali, in guisa che il rimandò contento alle sue contrade.
MCCCCLXXV
| Anno di | Cristo MCCCCLXXV. Indiz. VIII. |
| Sisto IV papa 5. | |
| Federigo III imperadore 24. |
L'anno presente fu anno di pace per l'Italia, e in Roma fu anno di giubileo [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Papa Sisto, che voglia avea di far questa sacra funzione, e desiderava nello stesso tempo di soddisfare alla divozion de' popoli, coll'accorciare gli anni del sacro giubileo, quegli fu che lo ridusse a venticinque anni, come tuttavia si costuma. Non si osservò gran concorso a Roma in tal congiuntura, perchè la Francia, l'Inghilterra, la Spagna, la Ungheria e la Polonia si trovavano in guerra. Vi andò bensì nel dì 6 di gennaio Ferdinando re di Napoli; ma colla sua divozione, secondo il solito de' principi, erano mischiati degli affari politici [Infessur., Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Sopprattutto a lui premeva di guastar la lega de' Veneziani col duca di Milano e co' Fiorentini, siccome poi gli venne fatto. Dicono inoltre, che avendolo o prima, o allora esentato il papa dal pagar censo pel regno di Napoli, cominciasse in quest'anno l'uso di presentar la chinea in luogo di censo nella vigilia della festa di San Pietro, in ricognizione della sovranità pontificia sopra quel regno; il che tuttavia è in uso, ma colla giunta alla chinea d'alcune migliaia di ducati. V'andò anche Carlotta regina di Cipri, scacciata da quel regno, per cagion del quale insorsero gravissime liti. Ne rimase infine padrona la repubblica di Venezia, la quale in quest'anno si disgustò col re Ferdinando, perchè si scopri a lei contrario nell'affare di Cipri [Andrea Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital.]; e ritirò anche il suo ambasciatore da Roma, trovandosi burlata dal pontefice, perchè, dopo aver egli tratto tanto danaro delle borse cristiane, non si prendeva pensiero di soccorrere essi Veneziani nell'infausta guerra co' Turchi. E riuscì ben deplorabile nell'anno presente l'acquisto fatto da que' Barbari dell'importante città di Coffa nella Crimea, posseduta per tanti anni dai Genovesi. Così, per negligenza di chi dovea accudirvi, ogni dì più cresceva la potenza degli Ottomani, e calava quella della cristianità.
Ma se papa Sisto si prendea poca cura dei progressi dell'armi turchesche, avea ben a cuore l'esaltazione de' propri nipoti. Abbiamo dal Platina [Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.] che in quest'anno egli procurò da Federigo duca d'Urbino Giovanna sua figliuola per moglie di Giovanni dalla Rovere suo nipote, e fratello del cardinal Giuliano, cioè di chi fu poi papa Giulio II. E perchè pareva indecente che la figliuola d'un principe fosse maritata con chi non possedeva Stati, Sisto vi trovò il ripiego, e fu quello di concedere al nipote in vicariato la città di Sinigaglia, colla bella terra e distretto di Mondavio: al che si opposero sulle prime i cardinali, ma con darla vinta infine all'autorità del papa, e alle preghiere d'esso cardinal Giuliano. Per tal maritaggio pervenne col tempo il ducato d'Urbino alla casa dalla Rovere. Nel novembre di quest'anno fu rapito dalla morte Leonardo nipote del papa e prefetto di Roma. Succedette in essa dignità l'altro suo nipote, cioè il suddetto Giovanni. Morì ancora nell'ottobre di quest'anno Bartolomeo Coleone da Bergamo [Corio, Ist. di Mil. Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Navagero, Ist. Ven., tom. 23 Rer. Ital.], rinomato generale de' Veneziani, con lasciar erede de' suoi beni lo stesso senato veneto, che ne ebbe in soli danari più di ducento mila ducati d'oro, oltre ad alcune belle terre. Gli fu alzata in Venezia sul piazzale della chiesa dei santi Giovanni e Paolo una statua equestre di bronzo, alla quale si trovò una mattina ch'era stata posta in mano una scopa e al collo un sacco: satira che rincrebbe assaissimo a quel saggio senato.
MCCCCLXXVI
| Anno di | Cristo MCCCCLXXVI. Indiz. IX. |
| Sisto IV papa 6. | |
| Federigo III imperadore 25. |