Non mostrò minor zelo de' predecessori il pontefice Sisto per opporsi agli smoderati progressi delle armi turchesche in Levante [Raynaldus, Annal. Eccl.]. A questo fine intimò le decime agli ecclesiastici in varii regni, e spedì legati per raccogliere la pecunia. Uno di questi fu il cardinal Rodrigo Borgia vescovo di Valenza (poscia Alessandro VI papa), che, in ricompensa di avere co' suoi maneggi aiutato Sisto a conseguire il papato, ottenne d'andar legato in Ispagna, dove, per testimonianza del cardinal di Pavia [Jacobus Papiensis Cardinal., Epist. 134.], fece un gran bottino per sè, con aggravio degli Spagnuoli, e senza profitto della guerra contra del Turco. Armò dunque il papa trentaquattro galee, e ne diede il comando al cardinale Olivieri Caraffa. Cinquanta altre ne misero in mare i Veneziani, e ventiquattro il re di Napoli Ferdinando. Saccheggiò varii paesi de' Turchi, prese, mise a sacco e poi diede alle fiamme la città delle Smirne; e qui terminarono tutte le prodezze, che certo non guastarono punto gli affari del tiranno d'Oriente, al quale con più fortunati successi fece negli stessi tempi guerra Usumcassano re di Persia. Con tutto ciò tornato a Roma nel gennaio seguente esso cardinale, vi fece la sua entrata come trionfante con venticinque Turchi prigioni, e dodici cammelli che portavano le spoglie de' nemici. In mezzo a questi pensieri militari non ommetteva papa Sisto quello d'ingrandire i suoi nipoti bassamente nati; che questa era la principal cura dei papi d'allora. Creò prefetto di Roma Leonardo dalla Rovere, figliuolo d'un suo fratello, e gli procurò un riguardevole accasamento, cioè una figliuola bastarda del re Ferdinando. Diede parimente la sacra porpora a Giuliano, figliuolo anch'esso di un suo fratello, il qual poi fu papa Giulio II. Ma spezialmente inclinava il suo amore a due suoi nipoti, cioè a Pietro e Girolamo Riarii, con tale eccesso, che fu creduto esser eglino piuttosto figliuoli che nipoti suoi. Pietro, di vil fraticello francescano che era, divenne amplissimo cardinale del titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli e poi arcivescovo di Firenze. Come in fine esaltasse l'altro nipote Girolamo, lo vedremo a suo tempo. Seppe ben profittare il re Ferdinando del soverchio genio di questo papa verso i nipoti, perchè col mezzo del sopraddetto matrimonio ricuperò da lui il ducato di Sora [Jacobus Papiensis, Ep. 134, 439. Raynaldus, Annales Eccl.], ed ottenne non solamente la remission de' censi non pagati in addietro pel regno di Napoli, ma anche l'esenzione dal pagar censo in avvenire sua vita naturale durante: il che diede occasione di non poche doglianze ai cardinali zelanti.

Per cagione d'una miniera d'allume di rocca scoperta circa questi tempi nel territorio di Volterra, nacque non lieve discordia nell'anno presente fra la repubblica fiorentina, padrona di quella città, e il popolo della medesima [Anton. Hyvan., Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 23.], pretendendo non men gli uni che gli altri l'utile di quella scoperta. Vennero per questo litigio i Volterrani alla ribellione; laonde i Fiorentini, preso per loro generale Federigo conte d'Urbino, inviarono il campo intorno a Volterra, da ogni parte bloccandola. Anche il papa vi mandò molte delle sue milizie per timore che questo picciolo fuoco crescendo producesse un incendio maggiore. Ne ebbero ancora dal duca di Milano. Per alcun tempo fu angustiata quella città in maniera che, non apparendo speranza di soccorso, furono obbligati i cittadini a sottomettersi. I capitoli dell'accordo erano già sottoscritti, e dovea restar salva la città; ma uno scellerato Veneziano, per nome Giovanni, di nascosto v'introdusse i soldati, e gli animò al sacco. Restò la misera città preda di quella sregolata gente, contuttochè il conte d'Urbino facesse ogni sforzo per frenare tanta iniquità, e facesse poi impiccare quel Veneziano. Così tornò Volterra alle mani de' Fiorentini, e laddove essa dianzi si pretendea piuttosto collegata che suddita loro, perdè tutti i suoi privilegii, e si vide piantare addosso una fortezza capace di tenerla in freno da lì innanzi. Passò a miglior vita nel dì 28 di marzo [Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.], vigilia di Pasqua Amedeo IX duca di Savoia in età di soli trentasette anni. Nei bei giorni della sua vita fu egli afflitto dal mal caduco, ossia dall'epilessia; ma egli, siccome pieno delle massime sante del Vangelo, riceveva questa afflizione col medesimo volto, con cui altri riceve la felicità di questa vita. Inesplicabil era il suo amore e la sua liberalità verso de' poveri; in una parola, tali furono le sue virtù, e massimamente la religione e pietà, che meritò da' suoi popoli il titolo di beato; e fu anche detto che alla sua tomba erano per virtù divina succedute varie miracolose guarigioni. A lui succedette nel ducato di Savoia e principato di Piemonte Filiberto suo figliuolo primogenito.


MCCCCLXXIII

Anno diCristo MCCCCLXXIII. Indiz. VI.
Sisto IV papa 3.
Federico III imperadore 22.

In quest'anno ancora la flotta delle armi cristiane, composta di galee pontifizie, veneziane e napoletane, passò a' danni de' Turchi, ma senza che si possa contare impresa alcuna degna di memoria. Quel che è peggio, i Turchi vennero sino in Friuli, e recarono a quel paese incredibili danni [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Già vedemmo che Ercole Estense, figlio legittimo e naturale di Niccolò III marchese di Ferrara (e non già solamente naturale, come qualche disattento storico lasciò scritto), era stato nemico di Ferdinando re di Napoli, ed avea militato contra di lui in favore del duca d'Angiò. Ora dacchè egli fu creato duca di Ferrara, ravvivò l'antica amicizia con esso re, e nell'anno precedente si accordò di prendere in moglie Leonora d'Aragona, figliuola legittima e naturale del medesimo re [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Con suntuoso accompagnamento nel mese di giugno si partì da Napoli questa real principessa, condotta da don Sigismondo d'Este fratello del duca Ercole, e giunse a Roma. Che grandiosi spettacoli e magnifiche feste si facessero quivi per onorarla, s'io volessi ridirlo, non la finirei sì tosto. Se n'ha un'ampia descrizione nella Storia del Corio [Corio, Istor. di Milano.] e negli Annali Piacentini del Rivalta [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]. Ne parla anche l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Cardinal. Papiensis, Ep. 558. Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], oltre altri autori, e n'ho parlato anch'io nella parte II delle Antichità Estensi. Di singolari finezze ed onori le fece il papa; ma il cardinal Pietro Riario suo nipote diede in tali sfoggi di magnificenza, che se non superò, certo uguagliò i più splendidi monarchi degli antichi secoli. Per ordine suo fu coperta di velami tutta la piazza de' santi Apostoli, alzato in essa un superbo palagio di legname con tre sale sostenute da colonne messe a oro, e ornate con fregi mirabili, fontane, credenze piene di vasi d'oro e d'argento, dove varie rappresentazioni si fecero. Tralascio il resto. In un solo convito fu creduto ch'egli spendesse venti mila ducati d'oro: cose tutte applaudite sommamente dalla gente mondana, ma che con ribrezzo si miravano dai più saggi, non sapendo digerire che questo cardinale, riputato un altro papa, logorasse in tante vanità i tesori della Chiesa [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]. Arrivò poscia a Ferrara questa principessa nel dì 3 di luglio [Antichità Estensi, P. II.], e quivi ancora con suntuosissime feste di molti giorni furono solennizzate le nozze.

Non visse oltre a quest'anno Niccolò Tron doge di Venezia, essendo succeduta la morte sua nel dì 28 di luglio [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer Ital.], di cui fu successore Niccolò Marcello, eletto doge nel dì 13 d'agosto, uomo degno per le sue buone qualità di quel trono. Parimente nel presente anno andando a Venezia Alessandro Sforza signor di Pesaro, fratello del fu celebre Francesco I duca di Milano, infermatosi in una osteria per viaggio, quivi fece fine ai suoi giorni [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], sul principio di aprile, con lasciare dopo di sè un'illustre memoria di essere stato uno dei più magnifici e prodi capitani del tempo suo. Pervenne il dominio di Pesaro a Costanzo Sforza suo figliuolo. Non contento il cardinal Pietro Riario suddetto delle smoderate spese fatte in Roma pel ricevimento di Leonora d'Aragona, volle inoltre che la Lombardia co' suoi occhi imparasse fin dove sapea giugnere la pazza sua magnificenza. Pertanto dal papa suo zio, o padre, il quale nulla sapea negargli, ottenuto il titolo di legato di tutta l'Italia [Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Annal. Foroliviens., tom. 20 Rer. Ital.], venne a visitare il duca di Milano, e nel dì 12 di settembre pervenne a quella città. Tale era la comitiva sua, che di più non avrebbe fatto il pontefice stesso. E fu anche sì onorevolmente accolto, trattato e regalato dal duca, quasi come fosse un papa. La voce che corse allora, per attestato del Corio [Corio, Istor. di Milano.], fu, essere nei lunghi e scambievoli ragionamenti loro convenuti che il cardinale farebbe creare Galeazzo Maria re di Lombardia, con aiutarlo ad acquistar quelle città e terre che convenivano a tal dignità, e che il duca all'incontro aiuterebbe il cardinale con danari e genti d'armi a succedere nel papato. Certamente di gran discredito alla sacra corte di Roma doveano essere queste eccessive pompe e spese d'un cardinale nipote del pontefice, e i suoi passi, che davano campo a tali dicerie probabilmente false dei politici d'allora. Ma vedremo presto che Dio vi provvide. Secondo il Platina [Platina, Vita Sixti IV.], allora fu che il medesimo cardinale per quaranta mila ducati d'oro comperò la città d'Imola da Taddeo Manfredi, cacciato di là per una sedizione della moglie e del figliuolo. Di questa similmente col consenso del papa fece un dono a Girolamo Riario suo fratello. Se n'andò poscia il cardinale a Venezia, ma contro il parere del duca di Milano. Quantunque gli fosse fatto ogni possibil onore in quella città, nulladimeno comune credenza fu che i Veneziani in segreto il mirassero di mal occhio, attesa la stretta fratellanza osservata fra lui e il duca di Milano.


MCCCCLXXIV

Anno diCristo MCCCCLXXIV. Indiz. VII.
Sisto IV papa 4.
Federigo III imperadore 23.