Fu circa questi tempi che in Roma venne istituita un'accademia d'uomini dotti [Platina, in Vita Pauli II Papae.]. Di questi abbondava anche allora quella gran città. Imperocchè, spezialmente nel presente secolo, gl'ingegni italiani si applicarono a far rifiorire le lingue greca e latina e l'erudizione; nè solo in Roma, città sempre asilo di chi si distinse nella letteratura, ma anche in Napoli, Venezia, Milano, Firenze, Ferrara, Brescia, e in non poche altre città, nelle quali si trovavano valentuomini, e fra essi molti che fecero e fan tuttavia grande onore all'Italia, grammatici, poeti, oratori, storici, ec. Applicaronsi in oltre alcuni a coltivar meglio di prima la filosofia, chi illustrando Aristotile, e chi resuscitando gl'insegnamenti di Platone; fra i quali ultimi salì in sommo credito per la singolar sua industria Marsilio Ficino Fiorentino. Nell'accademia romana, in cui si contavano Pomponio Leto, il Platina e molti altri cospicui letterati, si cominciò ancora a studiare ex professo l'erudizione romana, le antichità, le medaglie, e particolarmente la filosofia platonica. Ma insorsero tosto timori che studio tale tendesse a risvegliare la filosofia degli accademici, non quella che propriamente vien da Socrate e da Platone, ma la susseguente, che insegnava a dubitare di tutto. Nacquero inoltre sospetti, che si tramassero insidie alla vita del medesimo pontefice; e però di quei letterati chi fuggì, e chi, posto in prigione, non andò esente dai tormenti. Anche a Bartolomeo Platina toccò la medesima disavventura, e dopo il patimento di varii mesi di carcere, per interposizione di Francesco Gonzaga cardinale di Mantova, fu liberato [Ammirati, Istor. Fiorent.]. Restano tuttavia le sue doglianze nella vita del medesimo pontefice Paolo II, il quale perciò non fu creduto che contasse fra i suoi pregi quello d'amare e favorire chi amava e coltivava le buone lettere. Corse pericolo in questo anno ancora la Lombardia che si accendesse nuovo incendio di guerra, perchè Galeazzo Maria duca di Milano, sdegnato contra de' signori di Correggio, raccomandati de' Veneziani, avea già mosse le armi contra di loro, ed era venuto per questo a Parma. Il saggio duca Borso Estense, glorioso anche pel titolo di essere stato il paciere d'Italia [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], corse tosto a Parma, e tanto si adoperò, che si placò il di lui sdegno, e si deposero l'armi.


MCCCCLXXI

Anno diCristo MCCCCLXXI. Indiz. IV.
Sisto IV papa 1.
Federigo III imperadore 20.

Grande era la stima che professava il pontefice Paolo II alla persona e al raro merito del suddetto duca Borso; fra loro ancora passava stretta amicizia. Volle il papa in quest'anno accordare a lui una grazia, che Pio II non gli avea mai voluto concedere. Non portava Borso se non il titolo di duca di Modena e di Reggio, e conte di Rovigo, dignità a lui conferita, siccome già dissi, da Federigo III imperadore, come sovrano di quegli Stati. Desiderava egli ancora di potersi intitolare duca di Ferrara, nè il pontefice sovrano di essa città seppe negargli tal grazia [Infessura, Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital. Cron. di Ferrara.]. Mosse dunque Borso da Ferrara nel dì 13 di marzo alla volta di Roma con accompagnamento d'incredibil magnificenza. Centotrentaotto muli, parte coperti di velluto, parte di panno di varii colori alla sua divisa, portavano i suoi ricchi e preziosi arredi. Nobiltà a folla, cento staffieri, ed altri familiari e guardie l'accompagnavano a centinaia con tale sontuosità, che Roma stessa, benchè avvezza a cose grandi, ebbe di che maravigliarsi. Di molti onori e finezze ricevette egli dal sacro senato de' porporati, e non meno dal pontefice stesso, da cui nel dì 14 di aprile, giorno santo di Pasqua, nella basilica vaticana fu solennemente creato duca di Ferrara colle formalità solite a praticarsi in simili congiunture. Colmo di favori e di grazie se ne tornò poscia a Ferrara, ed arrivò colà nel dì 18 di maggio con somma allegrezza del popolo suo, ma allegrezza che da lì a non molto andò a finire in pianto. Portò egli seco da Roma certe febbri che diedero sospetti di lento veleno. Quel che è fuor di dubbio, nel dì 27 del mese suddetto egli terminò il corso di sua vita. Delle maravigliose doti di questo principe ho io favellato altrove [Antichità Estensi, P. II.], nè qui voglio ripetere il già detto. Basterà sapere, che laddove altri attendono ad acquistare i paesi altrui con sommo aggravio de' proprii [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], Borso altra applicazione non ebbe che quella di conquistar il cuore de' suoi sudditi con tutte le virtù e maniere necessarie per questo, e di farsi amare e rispettare da tutti i principi dell'Italia: il che gli riuscì; tanto era affabile e protettor della giustizia, sommamente magnifico in tutte le sue azioni, e pieno d'amorevolezza e clemenza; di modo che il savio e soavissimo suo governo passò in proverbio, e dura tuttavia in queste e in altre contrade, dove si dice: Che non è più il tempo del duca Borso. È da vedere il nobilissimo elogio fatto a questo glorioso principe dal vivente allora Jacopo Filippo storico bergamasco [Jacobus Philippus Bergom., Chron.]. Sperava Niccolò d'Este, figliuolo legittimo del fu bastardo marchese Lionello, di succeder egli nella signoria di Ferrara. Più diligente, ed assistito anche dal popolo di Ferrara, fu Ercole d'Este, fratello di Borso, ma legittimo, perchè nato da Ricciarda da Saluzzo, moglie del marchese Niccolò III signor di Ferrara. Si mise egli in possesso prontamente di Ferrara; e questo esempio si tirò ancora dietro le altre città, che subito il proclamarono per loro signore. Ritirossi Niccolò a Mantova, aspettando miglior tempo per far valere le sue pretensioni. Così dagl'illegittimi tornò nei legittimi principi della casa d'Este il dominio di Ferrara e degli altri Stati; ed Ercole I duca si diede a governar con giustizia, liberalità ed amore i suoi popoli, guardandosi nondimeno dalle insidie del suddetto Niccolò suo nipote. Imperocchè non solo il marchese di Mantova Lodovico, ma anche Galeazzo Maria duca di Milano aveano presa la protezione di lui, ed era dopo la morte di Borso venuto sul Parmigiano l'esercito d'esso duca con brutta disposizione d'intorbidar la successione del duca Ercole, se non fosse avvenuto che anche i Veneziani mossero le lor armi in favore d'Ercole: il che veduto dal duca di Milano, mostrò di avere per tutt'altro fatta quella mossa di gente.

Poco stette a mancare di vita anche il pontefice Paolo II. Godeva egli buona sanità, avea anche allegramente cenato; pure nella notte del dì 25 venendo il dì 26 di luglio si trovò morto in letto per accidente d'apoplessia. Pochi in questi tempi erano i principi, massimamente dei rapiti da subitanea morte, che non fossero suggetti alle dicerie del volgo, quasi che violento fosse stato il lor passaggio all'altra vita. Non mancò dunque chi sospettasse tolto questo pontefice dal mondo col veleno, e giunsero fino a dire ch'egli morì strangolato [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]: tutti vani giudizii, e senza buon fondamento spacciati da chi forse non amava questo vicario di Cristo, pontefice, al qual certo non perdonarono le penne d'alcuni, e massimamente del Platina [Platina, Vita Pauli II Papae.], dell'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], del Corio [Corio, Istor. di Milano.] e dell'Ammirati [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.]. Ma son da vedere i di lui pregi nella Vita che ne compose Marco Cannesio [Cannesius, Vita Pauli II, P. II, tom. 3 Rer. Italic.], e nelle Epistole del Fidelfo [Philelphus, in Ep.] e presso altri autori. Soprattutto è stata abbondantemente difesa da varie imputazioni la memoria di questo pontefice dal vivente insigne e chiarissimo cardinale Angelo Maria Querini vescovo di Brescia e bibliotecario della santa romana Chiesa, la cui erudita penna, nel dare alla luce la Vita scritta dal suddetto Cannesio, ci ha anche provveduti d'una nobile apologia del medesimo pontefice, ed ha messi in chiaro i pregi che in lui si osservarono. Quel solo che forse non si può negare, per testimonianza di Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., in Chron.], egli morì amato da pochi, e odiato quasi da tutti, senza che ne apparisca alcuna patente ragione. Successor suo nel pontificato fu Francesco dalla Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, già stato generale dell'ordine di san Francesco, bassamente nato in una villa del territorio di Savona, ma versatissimo nella teologia e nei sacri canoni. Se a questo gran sapere corrispondessero poscia i fatti, non tarderemo a vederlo. Eletto nel dì 9 d'agosto [Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Infessura, Diar. tom. eod. Platina, Vita Sixti IV Papae.], prese il nome di Sisto IV, e nel dì 25 d'esso mese fu coronato; ma in quella magnifica funzione tal tumulto insorse nella plebe, ch'egli andò a pericolo della vita, e gli toccarono anche molte sassate. Si stese la cattiva influenza di quest'anno anche a Cristoforo Moro doge di Venezia, perchè nel dì 9 di novembre compiè il corso del suo vivere con cattiva fama d'ipocrita, di vendicativo, di doppio ed avaro, come lasciò scritto Marino Sanuto [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu poscia eletto doge Niccolò Tron, uomo ricco, liberale e di grand'animo.

Col pretesto d'un voto, volle in questo anno, sul principio di marzo [Corio, Istoria di Milano.], Galeazzo Maria Sforza duca di Milano fare un viaggio a Firenze colla duchessa Bona sua consorte. La straordinaria pompa con cui egli andò (matta pompa, perchè fatta senza necessità veruna) vien descritta dal Corio. Basterà sapere, che oltre all'immensa comitiva di nobili, cortigiani, staffieri e guardie, tutti superbamente vestiti, ascendente al numero di due mila cavalli e di ducento muli da carico, egli si fece condur dietro anche cinquecento coppie di cani di diverse maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. Spese in questo borioso apparato ducento mila ducati d'oro. Gli onori a lui fatti da' Fiorentini parve che andassero anche essi all'eccesso [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 23.]. Tre sontuosissimi spettacoli furono in tale occasione fatti in Firenze, che riempierono d'ammirazione i Lombardi. Sopra tutti sfoggiò allora nella magnificenza Lorenzo de Medici, nel cui palazzo presero alloggio il duca e la duchessa. Servì questa visita a strignere maggiormente l'amicizia tra esso duca e Lorenzo. Strana cosa è, come il Corio scrive, che, mentre allora soggiornava il duca in Firenze, accadde la battaglia della Molinella tra Bartolomeo Coleone e i collegati. Abbiam veduto che tal fatto d'armi avvenne nell'anno 1467, ed essere diversa questa andata da quella. Passò dipoi il duca di Milano a Lucca, dove da quella repubblica ricevette riguardevoli onori e grossi regali. E di là si trasferì a Genova [Giustiniani, Istor. di Genova. Anton. Gall., Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Non mancò questa nobil città di accogliere con tutti i segni di onorevolezza e decoro il suo principe, e il regalò ancora; ma ossia che i regali e gli onori paressero a lui molto meno che i ricevuti da chi non era suo suddito, oppure che gli desse negli occhi l'alterigia di quel popolo: certo è ch'egli mostrò poco gradimento del loro operare, e da lì innanzi parve che odiasse, o almen poco amasse i Genovesi. Però appena fermatosi ivi per tre giorni, all'improvviso quasi fuggendo, se ne tornò a Milano, e cominciò poi ad accrescere le fortificazioni al castelletto e alle fortezze di quella città, con dispiacere e mormorazione di quei cittadini. Cosa producesse un tal contegno, non istaremo molto a vederlo.


MCCCCLXXII

Anno diCristo MCCCCLXXII. Indiz. V.
Sisto IV papa 2.
Federigo III imperadore 21.