Con questa felicità passavano gli affari del re Ferdinando II, nel qual mentre gli venne il pensiero di accasarsi. La moglie ch'egli prese, e con dispensa del papa, ma non senza ammirazione, anzi con mormorazione de' saggi, fu una sua zia, cioè Giovanna figliuola del re Ferdinando I avolo suo paterno, e sorella del re Alfonso suo padre. Corse voce non mal fondata, che, trovandosi egli alquanto infermo, l'eccessivo uso del matrimonio gli cagionasse una tal violenza di male, che per esso terminasse il corso di sua vita nel dì 5 di ottobre, come ha Burcardo [Burchardus, Diar., apud Raynaldum.]: di settembre lasciarono scritto il Nardi [Nardi, Istoria di Firenze.] e il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.]. Fu la perdita di questo principe compianta da tutti per le sue amabili qualità. Perchè egli non lasciò figliuoli, don Federigo conte di Altamura, suo zio paterno dimorante all'assedio di Gaeta, corse a Napoli, e fu proclamato re. Tornò egli dopo questa funzione sotto Gaeta, e gli riuscì d'indurre quella guarnigion franzese a capitolare la resa. Imbarcossi questa in due navi per tornarsene in Francia; ma per fortuna di mare quasi tutta perì in faccia di Terracina. Quindi il novello re Federigo con rara prudenza ed amorevolezza diede principio al suo governo, studiandosi di guadagnar gli Angioini, e di pacificar tutti i malcontenti. All'incontro, per la decadenza dei Franzesi nel regno di Napoli, il pontefice Alessandro diede fuoco al suo sdegno contra di Virginio e di Paolo Orsini, che aveano fin qui militato in favor della Francia senza curarsi de' divieti del papa. Indotto il vivente allora re Ferdinando II a violare i patti della capitolazione, li fece imprigionare; ed egli poi spedì l'esercito contra delle loro castella nell'ottobre dell'anno presente, e molte ne occupò, meditando già di arricchir colle loro spoglie i proprii figliuoli. Valorosamente nondimeno resisterono gli aderenti e sudditi degli Orsini, nè finì poi quella guerra a tenore dei desiderii del papa. Gran bollore d'azioni militari fu eziandio per quest'anno nella Toscana. I Fiorentini, il maggior negozio de' quali era quello di ricuperar Pisa e le altre terre loro tolte, tempestavano con frequenti ambascerie e lettere Carlo VIII re di Francia, perchè ordinasse al signore d'Entraghes, governatore della cittadella di Pisa, di rimetterla in loro mano. Ordini pressanti spediva il re di farne la consegna, e con credenza comune che egli sinceramente li desse; ma con provarsi dipoi che i suoi uffiziali non doveano capire il tenore di quelle lettere. Anzi tutto il contrario avvenne. Il governatore di Sarzana per venticinque mila scudi d'oro vendè ai Genovesi la città di Sarzana. Sborsato immantenente il danaro, ne presero i Genovesi con gran festa il possesso; e nella stessa maniera tornarono ad impadronirsi di Sarzanello. Aveano essi trattato anche col governatore di Pietrasanta; ma i Lucchesi più diligenti l'ottennero essi, non senza aspre doglianze de' Genovesi. Per conto di Pisa, il signor d'Entraghes, invece di cedere quella cittadella ai Fiorentini, la vendè anch'egli al popolo di Pisa, il quale non tardò a demolirla. Tante trafitture erano queste al cuor de' Fiorentini. Perlochè cominciarono a far guerra ai Pisani, e ad espugnar alcune loro castella. Fioccavano intanto le lettere de' Pisani al papa, al duca di Milano, a' Veneziani, e ad altri potentati e signori, per ottener forze da difendersi: essendo chiaro che non poteano sostenersi contro la potenza de' Fiorentini. Entrarono in questa contesa specialmente i Veneziani, siccome quelli ch'erano malcontenti della repubblica fiorentina, collegata co' nemici franzesi, e molto più perchè, mischiandosi in quella briga, non mancava loro desiderio e fondamenti di assoggettar Pisa al loro dominio, anzi ne veniva lor fatta l'esibizione. Adunque mandarono a Pisa de' possenti soccorsi, e ne inviò anche Lodovico duca di Milano, giacchè anche a lui davano speranza i Pisani di sottomettersi a lui. Con questi aiuti quel popolo andò poscia difendendo sè stesso.
Non d'altro intanto per tutta Italia si pasceva la curiosità degli oziosi, che dei mirabili apparecchi d'armi che si diceano fatti da Carlo VIII re di Francia per tornare di qua da' monti, tenendosi per fermo ch'egli comincerebbe il ballo contro a Lodovico il Moro duca di Milano, pretendendo che questi avesse in più forme mancato ai patti, e delusa la corte di Francia. Tre eserciti doveano calare in Italia, uno condotto da Gian Jacopo Trivulzio nobile milanese, che nel regno di Napoli entrato al servigio d'esso re, s'era già acquistato il credito d'uno dei più savii e valorosi capitani italiani. Il secondo sotto il comando di Lodovico duca d'Orleans, padron d'Asti; e il terzo, maggiore degli altri, guidato dal medesimo re Carlo. In sì fatti racconti gran parte avea la bugia. Il solo Trivulzio venne ad Asti per sicurezza di quella città. Contuttociò Lodovico Sforza, a cui tremava il cuore, determinò di muovere Massimiliano re de' Romani, già suo collegato, a calare in Italia [Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istor. di Firenze, ed altri.]. E gli riuscì il maneggio. Venuto l'ottobre, arrivò Massimiliano per la Valtellina, scese nel territorio di Milano, accolto con gran festa e magnificenza da esso Lodovico; e, senza toccar Milano, continuò il viaggio alla volta di Genova, con disegno di passare a Pisa, dove ancora quel popolo con grande istanza l'avea chiamato. Non menava seco più di cinquecento cavalli e di otto bandiere di fanti. Nel dì 25 d'ottobre arrivò a Genova, e da lì a due giorni imbarcatosi se n'andò a Pisa, dove, pensando d'immortalare il suo nome, dopo aver preso alcuni castelletti, s'accinse all'assedio di Livorno, detenuto allora da' Fiorentini. Ma quando si fu per dare l'ultimo assalto, insorse dissensione fra lui e i commissarii dei Veneziani, perchè questi pretesero di voler essi quel luogo. Oltre a ciò, una fiera burrasca dissipò tutti i legni che erano a quell'assedio. Altro perciò non si fece. Propose dipoi Massimiliano di dare il guasto al distretto di Firenze; ma non vollero i Veneziani uscir di Pisa, per paura di restarne poi esclusi. Insomma andò a finire la mossa di questo gran principe in sole dicerie svantaggiose al di lui nome. Se ne tornò egli sul finire dell'anno in Germania, portando seco dell'amarezza contra de' Veneziani, perchè questi, oltre all'avere sturbati i suoi disegni, aveano anche scoperta la di lui intenzione di occupar Pisa come città dell'imperio. Erano allora in gran voga essi Veneti, e il loro Lione stendeva le ali facilmente dovunque scorgeva apertura di dilatar la signoria. In quest'anno ancora i Franzesi che erano in Taranto mandarono ad offerir per danari quella città al senato veneto. Benchè fosse contro i patti, e il re di Napoli protestasse contro, non lasciarono per questo i Veneziani d'impossessarsi di quell'importante luogo. Il picciolo duca di Savoia Carlo Giovanni Amedeo in quest'anno mancò di vita [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] a dì 16 d'aprile in età di circa otto anni; e però a lui succedette Filippo di Savoia suo gran zio, figliuolo di Lodovico duca di Savoia, in età avanzata, perchè nato nell'anno 1438. Ma poco sopravvisse, siccome vedremo. Il Senarega, scrittore di questi tempi [Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.], riferisce la morte di esso duca Carlo nell'anno seguente. Altrettanto s'ha da Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., Histor.] scrittor contemporaneo anche esso, laonde può restare suggetta a qualche dubbio l'asserzion del Guichenone.
MCCCCXCVII
| Anno di | Cristo MCCCCXCVII. Indiz. XV. |
| Alessandro VI papa 6. | |
| Massimiliano I re de' Rom. 5. |
In quest'anno mandò Iddio de' buoni ricordi a papa Alessandro, de' quali nondimeno egli punto non seppe profittare [Guicciardini, Istoria d'Italia, lib. 1.]. Era egli vicino ad ingoiare il resto delle terre degli Orsini, per farne poi il sospirato regalo a' proprii figliuoli; avea ancora l'esercito suo, sotto il comando di Guidobaldo duca d'Urbino e del duca di Gandia suo figlio, posto l'assedio a Bracciano. Non solamente convenne loro ritirarsi di là, ma si venne anche a battaglia nel dì 24 di gennaio colla picciola armata di Carlo Orsino, che unito a Bartolomeo d'Alviano, giovane di grande espettazione pel suo valore, e con Vitellozzo Vitelli da Città di Castello, capitano accorto, s'affacciò all'esercito pontificio fra Bassano e Soriano. Per più ore ferocemente si combattè, e restò infine sbaragliata l'oste del papa, prigione lo stesso duca d'Urbino, ferito leggermente il duca di Gandia. Questa percossa fece calar lo spirito guerriero al papa, e l'indusse ad ascoltar volentieri chi parlò di pace. Seguì essa fra poco, e gli Orsini ricuperarono le lor terre, andando a terra tutti i castelli in aria che il pontefice avea dianzi formato. Venne dipoi per la quaresima a Roma Consalvo Fernandez, ricevuto con distinti onori, per avere ricuperato Ostia alla Chiesa, ed anche pel grado suo. Ma perchè Alessandro gli fece alcune doglianze del re Cattolico [Raynaldus, Annal. Eccles.], Consalvo gli lavò ben bene il capo senza sapone, ricordandogli le obbligazioni ch'avea la sua casa alla real d'Aragona, e toccando la scandalosa vita di lui medesimo, troppo bisognava di riforma: al che il papa non seppe che rispondere. Ma perchè gli era andato fallito il colpo di accomodare il figliuolo suo primogenito Giovanni duca di Gandia colle terre degli Orsini, si rivolse ad un altro partito, cioè a quello di arricchirlo col patrimonio della Chiesa [Burchardus, in Diar.]. Pertanto nel dì 7 di giugno eresse la città di Benevento in ducato, e di quella e insieme delle contee di Terracina e di Pontecorvo investì il suddetto suo figliuolo. A riserva del cardinal Piccolomini, ch'ebbe il coraggio nel concistoro di opporsi a questo scialacquamento degli Stati pontificii, tutti gli altri cardinali consentirono ed applaudirono, per aver poi favorevole il papa al conseguimento di nuovi benefizii, commende e vescovati. Ma che? nel dì 14 di giugno, dopo una lauta cena fatta da esso duca e da Cesare cardinal suo fratello alla Vannozza lor madre, il duca di Gandia, giovine dissoluto e perduto in amorazzi, nella notte a cavallo con un solo staffiere andò per solazzarsi non si sa in qual casa. Fu egli in quella notte ucciso; il corpo suo gittato nel Tevere; e ritrovato fra pochi dì, accertò ognuno di quella tragedia. Non si seppero già gli autori dell'omicidio; ma comunemente fu creduto che Cesare cardinale per gelosia, o per altri motivi della smoderata sua ambizione, sperando, come infatti avvenne, di divenir egli solo arbitro del papa e del papato, arrivasse a questo eccesso di crudeltà. Era egli infatti capace di tutto. Si afflisse indicibilmente, farneticò ed ebbe ad impazzire il pontefice per questo funestissimo colpo; e riconoscendola infine dalla mano di Dio, proruppe nelle più belle promesse di emendar sè stesso, e di riformar la Chiesa di Dio: promesse nondimeno che il vento in breve si portò via. Avvenne finalmente, che nati in questi tempi alcuni disgusti fra Lugrezia Borgia sua figliuola e Giovanni Sforza signore di Pesaro suo consorte, essa da lui si ritirò: il papa dipoi per cagioni note a sè solo disciolse quel matrimonio. Corse pericolo lo Sforza di perdere in tal congiuntura Pesaro; ma, dichiaratisi per lui i Veneziani, cessò il pericolo.
Prima della morte del fratello s'era già preparato il cardinal Valentino alla sua legazione, siccome destinato dal pontefice suo padre, per portarsi a coronare il nuovo re di Napoli don Federigo. Dappoichè fu assicurato che non più vivea suo fratello, cavalcò con ismisurata magnificenza a Capoa, ed ivi diede la corona ad esso re Federigo, il quale nel presente anno attese a ristorare il desolato suo regno; a schiantare gli assassini e malandrini che dappertutto commetteano incredibili danni ed omicidii; e a dare non meno buon ordine agli affari pubblici, che pace ai popoli, con riceverne il premio di mille benedizioni. Tuttavia restavano in quel regno alcuni baroni pregni d'odio contro la casa d'Aragona, e convenne al re di far loro la guerra, con restare specialmente abbattuto il principe di Salerno. Ma intanto non cessava la discordia in Toscana per cagion di Pisa [Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Ist. di Firenze.]. Anche Pietro de Medici, saputo ch'ebbe trovarsi Firenze involta in calamità per un'atroce carestia, ed essere entrati in reggimento alcuni antichi amici della sua casa, tentò di ritornar nella patria. Venne con gran copia d'armati sino alle porte di Firenze, ma non udendo alcun movimento favorevole a lui nella città, più che di fretta se ne ritornò indietro. In Milano [Corio, Ist. di Milano. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] nel dì 2 di gennaio morì di parto Beatrice Estense moglie del duca Lodovico Sforza; del che si mostrò egli inconsolabile, e con grande sfoggio di funerali e limosine onorò la di lei memoria. Furono novità nel Genovesato, perchè Giuliano dalla Rovere cardinale, tutto allora dei Franzesi, e Battistino da Campofregoso con molti armati andarono verso di Savona, patria d'esso cardinale, sperando d'insignorirsene [Navagero, Istor. Veneta, tom. 24 Rer. Italic.]. Nulla venne lor fatto per le buone precauzioni prese dai Genovesi e dal duca di Milano. Anche Gian-Giacomo Trivulzio co' Franzesi usciti d'Asti infestò lo Stato di Milano; ma sovvenuto il duca da' Veneziani, rendè inutili i di lui sforzi. Poco potè godere di sua fortuna Filippo duca di Savoia; imperciocchè nel dì 7 di novembre terminò la carriera del suo vivere. A lui succedette Filiberto II suo primogenito in età di diecisette anni. Così scrivo io, fidato nell'autorità del Guichenone [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.]. Ma Jacopo Filippo da Bergamo, storico che in questi tempi fioriva, mette nel marzo dell'anno presente il principio del governo ducale d'esso Filippo, soggiugnendo dipoi ch'egli necdum plene duobus annis regnavit: lo che meriterebbe riflessione, se il Guicciardino non sostenesse il racconto del Guichenone. Avea finquì Ercole duca di Ferrara tenuto in deposito il castelletto di Genova: lo restituì nell'anno presente a dì 11 di novembre a Lodovico Sforza duca di Milano con somma di lui consolazione. Non potè egli far di meno: tante furono le istanze ed anche minacce de' Veneziani e di Lodovico per disbrogliare Genova; e le ragioni del duca Ercole alla corte di Francia furono credute legittime.
MCCCCXCVIII
| Anno di | Cristo MCCCCXCVIII. Indiz. I. |
| Alessandro VI papa 7. | |
| Massimiliano I re de' Rom. 6. |