Allorchè l'Italia si trovava agitata dall'apprensione che Carlo VIII re di Francia tornasse a lacerar queste contrade con forze superiori alle passate [Mèmoir. de Comines lib. 7, cap. 18.], eccoli giugnere nuova ch'egli nel castello d'Ambosia era mancato di vita per accidente di apoplessia nel dì 7 d'aprile dell'anno presente in età di ventisette anni e nove mesi. La taccia che a lui fu data, consistè nello smoderato amor dei piaceri e nella sfrenata sua libidine, per gli stimoli della quale andava frequentemente mutando pastura. Del resto egli fu uno de' più mansueti, amorevoli e benigni principi del mondo, nè sapea far male ad alcuno, in guisa che tanta sua bontà ridondava talvolta in suo danno, perchè i ministri ed uffiziali faceano tutti a lor modo per la fidanza di non esser mai gastigati. Negli ultimi mesi di sua vita, scorgendo che appoco appoco veniva meno la sua sanità e forza, diede un calcio ai solazzi e piaceri, e massimamente ai vietati dalla legge santa di Dio, e con opere di pietà e carità si dispose a comparire davanti al giudice dei vivi e de' morti. L'esser egli mancato di vita senza lasciar successione maschile (giacchè un Delfino, nato qualche mese prima, poco tempo visse sopra la terra) diede luogo a succedergli a Lodovico duca di Orleans suo cugino in quarto grado, e il primo fra' principi del real sangue d'allora, che sotto i due precedenti re avea patito di molti affanni e contraddizioni con pericolo della vita. Fu egli coronato re di Francia a Rems nel dì 27 di maggio, e portò il nome di Lodovico XII, principe di gran mente, abilità e coraggio. Si scoprirono ben tosto le sue idee, perchè prese anche il titolo di duca di Milano e di re delle Due Sicilie. La maggior prima sua cura fu di far sciogliere il matrimonio da lui contratto molti anni prima con Giovanna figliuola del re Lodovico XI, sì perchè da essa, assai brutta e mal sana, non avea mai potuto ricavar successione, e sì perchè gli premeva di sposare Anna vedova del poco fa defunto re, siccome quella che portava in dote l'importante ducato della Bretagna, e di cui dicono ch'egli anche prima era stato innamorato. Ricorse perciò a papa Alessandro VI, e si trovarono in quegli sconcertati tempi delle ragioni per dichiarar nullo il primo matrimonio, e far valere il secondo. Di questo affare volle nondimeno far mercato il papa, e coglierne profitto per Cesare suo figliuolo. Costui, non avendo gran genio all'abito ecclesiastico, perchè meditava già di comandare a popoli, ottenne in quest'anno di poter deporre la sacra porpora, e di ritornare al secolo, allegando che contro sua volontà e per timore del padre avea dianzi preso il diaconato; nè vi fu chi ad uomo sì dabbene negasse fede. Fu scelto Cesare per portare in Francia le bolle dello scioglimento del matrimonio del re [Nardi, Istor. di Firenze, lib. 4.], ed insieme il cappello cardinalizio a Giorgio d'Ambosia arcivescovo di Roano. Il fasto con cui egli andò, parea che superasse la grandezza delle stesse corti regali. Il re Lodovico, che per li suoi disegni sopra l'Italia bramava già di guadagnar in suo favore l'animo del papa, slargò la mano verso del di lui figliuolo, dichiarandolo duca di Valenza nel Delfinato, dandogli una compagnia di cento uomini d'armi, ed assegnandogli l'annua pensione di venti mila lire di Francia, con promessa ancora di qualche bel feudo nel Milanese, dacchè l'avesse conquistato. Prese poscia il re Lodovico in moglie Anna di Bretagna nel gennaio dell'anno seguente, e, siccome voglioso al maggior segno di conquistare il ducato di Milano per le ragioni di Valentina Visconte avola sua (voglia a lui accresciuta dall'essere dimorato per tanto tempo in Asti, e dall'aver conosciuta la bellezza della Lombardia), così cominciò di buona ora a disporsi per ottener questo fine.
Il fuoco acceso in Toscana per cagion di Pisa tuttavia durava [Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Ist. di Firenze, lib. 4.]. Quanto più quella città veniva angustiata dai Fiorentini, tanto più i Pisani si raccomandavano alla potenza de' Veneziani, e questi maggiormente s'insperanzivano di ridurre quella città sotto il loro dominio. Perciò, avendo il senato veneto condotti al suo soldo Guidubaldo duca d'Urbino, Astorre Baglioni Perugino, Bartolomeo d'Alviano, Paolo Orsino ed altri condottieri d'armi, misero in viaggio alla volta della Toscana delle grosse brigate in aiuto de' Pisani con aver mosso anche i Medici ed altri fuorusciti ad unirsi alle lor genti. Lo stesso marchese di Mantova Francesco fu poi spedito anche egli con titolo di generale colà. Per lo contrario, non cessarono i Fiorentini d'accrescere le lor genti d'armi, prendendo al soldo loro i signori d'Imola e Forlì ed altre milizie. Quel ch'è più, trassero nel lor partito Lodovico Sforza duca di Milano. Non poteva questi senza invidia mirare, e senza grave sdegno sofferire che i Veneziani fossero dietro ad accrescere la lor già formidabile grandezza coll'acquisto di Pisa; e però, accordatosi co' Fiorentini, pensò sulle prime d'aiutarli segretamente a ricuperar quella città, ma infine apertamente inviò loro de' soccorsi. Capitan generale dell'esercito fiorentino fu scelto Paolo Vitello, uomo di credito nel mestier della guerra, a cui fu dato con gran solennità il bastone in un giorno determinato dagli astrologi. Quanto costoro dessero nel segno, in breve si scorgerà. Prese il Vitelli Buti, Vico-Pisano e Librafatta. Corse la guerra pel Casentino, e per altre contrade del dominio fiorentino; succederono varii piccioli fatti d'armi ora all'uno ora all'altra parte favorevoli. L'anno poi fu questo, in cui Firenze mirò la tragedia di frate Girolamo Savonarola Ferrarese dell'ordine di san Domenico, uomo per l'austerità della vita, pel suo raro sapere, e per la sua forza e zelo nel predicare la parola di Dio, ammirato da tutti, e degno di miglior fortuna. Reggevasi la maggior parte del popolo col consiglio di lui anche ne' politici affari; ed egli fu che il tenne lungamente saldo nella dipendenza dal re di Francia. Ma non mancavano a lui nemici, e molti e potenti nella stessa città di Firenze; e specialmente i Medici fuorusciti l'odiavano a morte, perchè direttamente opposto alle loro intenzioni di signoreggiar nella repubblica [Raynaldus, Annal. Eccl. Nardi, Istor. di Firenze.]. Chi gli volea male l'accusò alla corte di Roma, come seduttore e seminator di falsa dottrina. Però gli fu proibito dal papa di predicare, e tanto più perchè egli non avea saputo astenersi dal toccar nelle sue prediche i vizii dello stesso regnante pontefice, troppo per altro palesi, e i depravati costumi della corte romana. Disprezzò frate Girolamo i comandamenti del pontefice, tornò sul pulpito, maggiormente inveendo da lì innanzi contro la corruttela d'allora. Fu scomunicato dal papa, intimate le censure a chi l'ascoltasse, il favorisse, e mandate finalmente replicate lettere ai magistrati di Firenze, con ordine di mettere le mani addosso al frate, minacciando scomuniche ed interdetti se non si ubbidiva. Temeva forte papa Alessandro uno scisma; e guai a lui se persona d'autorità avesse allora alzato un dito contra di lui. Non vi era chi non detestasse un pastore di vita sì contraria al sublime suo grado. Ora avvenne che un frate Francesco di Puglia dell'osservanza di san Francesco predicò pubblicamente contra del Savonarola, impugnando specialmente queste di lui proposizioni: La Chiesa di Dio ha bisogno d'essere riformata e purgata. La Chiesa di Dio sarà flagellata, e dopo i flagelli sarà riformata e rinovata, e tornerà in prosperità. Gl'infedeli si convertiranno a Cristo. Firenze sarà flagellata, e dopo i flagelli si rinoverà, e tornerà in prosperità; ed altre che tralascio.
Chi teneva e chi tien tuttavia il Savonarola per uomo di santa vita, e che egli ispirato da Dio predicesse le cose avvenire, fra non molti anni trovò il tutto avverato. Altre simili predizioni fatte da lui, e nominatamente a Carlo VIII re di Francia, ebbero il loro effetto. Si esibì ancora frate Francesco di confermare alla pruova del fuoco la falsità delle proposizioni suddette; E all'incontro fra Domenico da Pescia domenicano accettò di sostener giuste e verificabili le medesime, con esibirsi di entrar anch'egli nel fuoco. Perchè il frate minore trovò maniera di sottrarsi all'impegno preso, per lui sottentrò un frate Andrea Rondinelli. Adunque, nel dì 17 d'aprile per ordine de' magistrati acceso un gran fuoco, vennero alla presenza d'innumerabil popolo i due contradditori, per provare, se in quella avvampata catasta si sentisse fresco o caldo. Ma non volendo comportare i frati minori che fra Domenico vi entrasse vestito con gli abiti sacerdotali, nè che egli portasse in mano il Sacramento dell'altare, in sole contese terminò tutto quell'apparato, e nulla si fece. Scapitò molto per questo del suo buon concetto il Savonarola, e crescendo l'ardire della fazione a lui contraria, e massimamente degli scapestrati, nella seguente domenica dell'Olivo si alzò contra di lui gran rumore, in guisa che i magistrati, timorosi ancora delle tante minaccie del papa, fecero prendere e menar nelle carceri il Savonarola. Allora fu che infierì contra di lui chi gli volea male. Corse tosto a Firenze un commessario del papa per accendere maggiormente il fuoco, ed accelerar la morte dell'infelice. Si adoperarono i tormenti per fargli confessare ciò che vero non era; e si pubblicò poi un processo contenente la confessione di molti reati, che agevolmente ognun riconobbe per inventati e calunniosi. Venuto dunque il dì 23 di maggio, vigilia dell'Ascensione, alzato un palco nella piazza, quivi il Savonarola degradato insieme con due frati suoi compagni, cioè Silvestro e Domenico, fu impiccato, i loro corpi dipoi bruciati, e le ceneri gittate in Arno, per timore che tanti divoti di questo religioso le tenessero per sante reliquie. Restò appresso involta in molte dispute la di lui fama, riguardandolo gran copia di gente, cioè tutti i buoni, qual santo e qual martire del Signore; ed all'incontro tutti i cattivi per uomo ambizioso e seduttore. Dio ne sarà stato buon giudice. Certo è ch'egli mancò al suo dovere, dispregiando gli ordini del papa, i cui perversi costumi non estinguevano già in lui l'autorità delle chiavi. Parimente lodevole non fu nel Savonarola il cotanto mischiarsi nel governo secolare della repubblica fiorentina: cosa poco conveniente al sacro suo abito e ministero. Per altro, ch'egli fosse d'illibati costumi, di singolar pietà e zelo, tutto volto al bene spirituale del popolo, con altre rarissime doti, indicanti un vero servo di Dio, le cui opere stampate contengono una mirabil unzione e odore di santità, non si può già negare. Ma di questo avendo pienamente trattato Gian-Francesco Pico conte della Mirandola, dottissimo scrittore suo contemporaneo, nella Vita ed Apologia del medesimo Savonarola, e Jacopo Nardi Fiorentino, anch'esso allora vivente, nella sua Storia di Firenze, senza che io osi di far qui da giudice, rimetto ai loro scritti il lettore che più copiosamente desideri d'essere informato di quella lagrimevol tragedia.
MCCCCXCIX
| Anno di | Cristo MCCCCXCIX. Indiz. II. |
| Alessandro VI papa 8. | |
| Massimiliano I re de' Rom. 7. |
Bolliva tuttavia la discordia e guerra di Pisa, quando non meno i Veneziani che Lodovico duca di Milano, cangiati sentimenti, mostrarono genio che si trattasse d'accordo [Guicciardini, Istoria d'Italia. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Istoria di Firenze.]. I Veneziani, siccome accennerò fra poco, ad una preda di maggior loro soddisfazione aveano già rivolto il pensiero. Il duca di Milano, oramai presentendo un fiero temporale che contra di lui si preparava in Francia, volea pensare a difendere sè stesso, e non già l'altrui con tante inutili spese. Quanto poi ai Fiorentini, nulla più desideravano che la pace, perchè troppo stanchi e smunti per così lunga e dispendiosa guerra. Fu dunque da tutti gl'interessati fatto compromesso di questa pendenza in Ercole I Estense duca di Ferrara. Profferì egli il suo laudo nel dì 6 d'aprile; decretando che i Fiorentini tornassero padroni di Pisa, con restare i Pisani in possesso delle rendite pubbliche e delle fortezze; e che dovessero i Fiorentini pagare ai Veneziani in dodici anni cento e ottanta mila scudi. L'insaziabilità delle persone cagion fu che tulle e tre le parti rimanessero mal contente, anzi disgustate di questo laudo. Con tutto ciò i Veneziani, sebben ricusarono di ratificarlo, pure l'effettuarono con ritirar da Pisa le loro milizie. V'acconsentirono anche i Fiorentini. Ma i Pisani, protestando di non volerlo accettare, si accinsero a sostener soli la guerra: tanta era la loro avversione a tornar sotto il giogo de' Fiorentini. Perciò eccoli ricominciar la guerra. Paolo Vitelli, generale d'essi Fiorentini, ebbe ordine di uscire in campagna: lo che eseguì nel mese di giugno; e, dopo la presa d'alcuni luoghi, andò nel dì primo d'agosto a mettere il campo intorno a Pisa. Impadronitosi da lì a dieci giorni della fortezza di Stampace, tal terrore diede a' cittadini, che fu creduta inevitabile la presa anche della città; ma il Vitelli non si seppe servir della fortuna, e questa, spirato quel dì, non tornò più. Fecero i Pisani dei ripari, ma quel che più gli aiutò fu l'aria della state, madre di sì copiose malattie nell'esercito de' Fiorentini, che quando il Vitelli determinò di dare un assalto generale alla città, gli convenne desistere per mancanza di gente. Vennero per questa e per altre apparenti ragioni in sospetto della di lui fede i Fiorentini, e chiamatolo a Firenze, ancorchè ne' fieri tormenti a lui dati nulla confessasse di pregiudiziale al suo onore, pure nel dì primo di ottobre fu decapitato, con lasciare esempio ai posteri dell'evidente pericolo a cui si espone chi pretende il generalato dell'armi delle repubbliche, perchè dove son tante teste, quivi più facilmente che altrove la poca fortuna diventa delitto. Vitellozzo suo fratello con più giudizio si salvò a tempo, ed, entrato in Pisa, vi fu ben veduto. Così per ora vergognosamente ebbe fine la guerra dei Pisani, e si mormorò forte d'essi dappertutto per la morte data al Vitelli. Nello stesso giorno, che tolta dicemmo la vita al Vitelli, pagò il suo debito alla natura Marsilio Ficino Fiorentino, ristoratore in Italia della filosofia platonica, ed uno de' più insigni letterati che s'abbia avuto l'Italia.
Niun interesse stava in questi tempi più a cuore al novello re di Francia Lodovico XII che la meditata conquista del ducato di Milano e del regno di Napoli, de' quali si pretendeva egli erede: dell'uno, per le ragioni di Valentina Visconte avola sua; dell'altro, per la cessione fattane già dalla casa d'Angiò alla corona di Francia [Belcaire. Hist. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Giovio, ed altri.]. Prese egli le necessarie misure per tali imprese, facendo pace coi re di Spagna e d'Inghilterra, e con Massimiliano re de' Romani, e nello stesso tempo procacciando di aver le potenze d'Italia a sè favorevoli, o almeno non opposte a' disegni suoi. Colle grazie compartite a Cesare duca Valentino s'era egli affezionato papa Alessandro VI; e più ancora se ne prometteva, dacchè esso pontefice, in cuore di cui il primo mobile era l'ingrandimento de' proprii figliuoli, non avea potuto indurre Federigo re di Napoli a concedere una sua figliuola in moglie del suddetto duca Valentino, e il principato di Taranto in dote; e però tutte le mire della grandezza del figliuolo avea rivolte alla corte di Francia. Infatti l'accorto re Lodovico non ebbe difficoltà di promuovere le nozze d'esso duca Valentino con una figliuola di Giovanni d'Albret re di Navarra del real sangue di Francia, con condizione nondimeno che il papa la dotasse di ducento mila scudi, e promovesse al cardinalato monsignor d'Albret fratello di quella principessa. In questa maniera tanto il papa, quanto il duca suo figliuolo diventarono affatto franzesi, e alli dieci di maggio seguì il matrimonio suddetto: del che sommamente si rallegrò il papa. Ma niuno potea maggiormente ostare in Italia alle idee del re Lodovico, che la potenza veneta. Trovò egli la via di guadagnare ancor questa. Oltre all'essere i Veneziani mal soddisfatti di Lodovico il Moro, considerato da essi per uomo pieno sempre di doppiezze, e per traditore, massimamente pel fresco affare di Pisa, il re gli invitò ad entrar seco in lega contro del medesimo Lodovico, con esibir loro Cremona, città comodissima agli Stati di quella repubblica. Per sì vantaggiosa esibizione prestò volentieri l'orecchio quel senato alle proposizioni del re, e solamente fece istanza che a Cremona s'aggiugnesse anche la Ghiaradadda; e il re liberalmente accordò quanto vollero, pensando forse fin d'allora di ripigliarsela, e con buona derrata, a suo tempo [Navagero, Istoria di Venezia, loro. 24 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Fu pubblicata questa lega nel dì 25 di marzo, ed in essa entrò dipoi anche il papa, con patto che il re prestasse aiuto al duca Valentino, per conquistare Imola, Faenza, Forlì e Pesaro.
Intanto il re di Francia, essendosi collegato ancora con Filiberto duca di Savoia, cominciò a spedir soldatesche ad Asti sotto il comando di Gian-Giacomo Trivulzio, sperimentato capitano, e nemico del duca di Milano, che l'avea spogliato di tutti i suoi beni. Mandò ancora il conte di Lignì e il signor d'Obignì con altre genti d'armi; ed egli, per dar più calore alla guerra già determinata contra d'esso duca di Milano, e per essere maggiormente a portata per li bisogni occorrenti, si portò in persona a Lione. Fra il Trivulzio e i Guelfi del ducato di Milano passavano intelligenze ed intrinsichezze di molta conseguenza. Lodovico poi per li suoi vecchi peccati e per le nuove sue estorsioni era odiato dai più, nè gli sconveniva il nome di tiranno. Fece egli un potente armamento di gente, e general d'essa Gian-Galeazzo San Severino genero suo; ma contra di lui era lo sdegno di Dio [Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Navagero, Istoria di Venezia. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Nell'agosto diedero i Franzesi principio alla guerra. Dopo aver preso i due forti castelli d'Arazzo ed Anone, s'impadronirono di Valenza. Tortona spontaneamente mandò loro le chiavi, e, senza voler aspettare la forza, s'arrenderono Voghera, Castelnuovo e Ponte Corone. Nel medesimo tempo i Veneziani coll'esercito loro entrarono nella Ghiaradadda, e s'impossessarono di Caravaggio. Passò l'esercito franzese sotto Alessandria. V'era dentro il general dello Sforza, cioè il San Severino, con una poderosa guarnigione; ma vi era eziandio il conte di Gaiazzo suo fratello, capitano altresì dello Sforza, segretamente già accordato co' Franzesi. Lo stesso Gian-Galeazzo due dì dopo l'assedio all'improvviso se ne fuggì di Alessandria, con dir poi d'essere stato ingannato da una lettera finta sotto nome di Lodovico Sforza duca di Milano: il che gli fece dubitar della sua testa. Comunque sia, certo è che la sua partenza sbigottì sì forte il presidio di quella città, che molti si diedero alla fuga, e i Franzesi entrati spogliarono il resto di quei soldati, e misero poi a sacco l'infelice città. Mortara e Pavia neppur esse fecero resistenza. Tutte queste disavventure, e in poco tempo succedute, fecero conoscere a Lodovico il Moro che era venuto il tempo di provar la mano di Dio sopra di sè e sopra la sua famiglia. E però, deliberato di ritirarsi in Germania, mandò innanzi i figliuoli, e con loro il tesoro, consistente in ducento quaranta mila scudi d'oro oltre alle gioie e perle. Dopo aver deputato alla custodia del castello di Milano, benchè contro il parere dei suoi, Bernardino da Corte con tre mila fanti, e munizioni senza fine, perchè conservandosi questo, sperava coll'aiuto dell'imperador Massimiliano e degli Svizzeri di ritornare in casa; nel dì 2 di settembre ito a Como, passò dipoi nel Tirolo. Allora il popolo di Milano spedì ambasciatori al campo franzese, invitandolo a venire, e restò in breve consolato. Tutte le altre città del ducato di Milano prestarono anch'esse ubbidienza ai Franzesi, fuorchè Cremona che, secondo i patti, venne in potere de' Veneziani. Successi tali e mutazioni sì subitanee, accadute senza spargere una stilla di sangue, fecero inarcar le ciglia a tutti gl'Italiani, ed empierono di terrore Federigo re di Napoli, il quale nelle disgrazie di Lodovico ii Moro cominciava già a leggere le proprie. Non passarono dodici giorni dopo la fuga del duca che il creduto sì fedele Bernardino da Corte, senza aspettare un colpo d'artiglieria, per gran somma di danaro vendè l'allora creduto inespugnabil castello di Milano ai Franzesi, con tanta infamia del suo nome, che venne dipoi riguardato come un mostro, e fuggito e maledetto da ognuno, e fin dagli stessi Franzesi, in guisa tale che, non potendo reggere al dolore e all'obbrobrio, da lì a pochi giorni finì di vivere, seppur non fu aiutato a terminare la vita.
Di così prosperosi avvenimenti informato il re Lodovico, da Lione calò in Italia, e fece la sua solenne entrata in Milano nel dì 6 d'ottobre [Diar. di Ferrari, tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano. Guicciardini, Istor. d'Italia. Belcaire, Histoire, ed altri.], accolto con istrepitosi viva da quel popolo, che, liberato dall'aspro giogo di Lodovico il Moro, sperava giorni più lieti sotto il governo franzese. Essendo stato lasciato in Milano Francesco Sforza picciolo figliuolo del morto duca Gian-Galeazzo colla duchessa Isabella sua madre, fu poi condotto dal re in Francia, e dedicato alla vita monastica. Isabella nell'anno seguente se ne ritornò a Napoli ad essere spettatrice della final rovina della real sua casa Gian-Giacomo Trivulzio, da cui principalmente riconobbe il re un sì presto e felice acquisto del ducato di Milano, ebbe in dono la nobil terra di Vigevano. Nè fu pigra la città di Genova a spedire ambasciatori, e a darsi con onorevoli condizioni al trionfante re di Francia. Giunsero a fargli riverenza anche gli ambasciatori de' Fiorentini, i quali, non ostante molta contrarietà, conchiusero lega con lui. Intanto asprissima guerra ai Veneziani facea Baiazetto imperador de' Turchi non solo in Levante, ma sino nel Friuli, dove penetrarono que' Barbari, commettendo innumerabili crudeltà. Persona non vi fu che non credesse avere Lodovico il Moro sollecitati quegl'infedeli contra de' Veneziani per vendicarsi di loro, siccome principal cagione della rovina di lui e della felicità de' Franzesi, della quale non di meno cominciarono essi Veneziani a pentirsi ben tosto, e maggiormente poi ebbero a pentirsene ne' primi anni del secolo susseguente. Ed ecco darsi principio negli ultimi mesi di quest'anno ad un'altra guerra in Romagna. Era tutto lieto papa Alessandro per li progressi delle armi franzesi in Lombardia, perchè, secondo i patti, doveano queste aiutare il duca Valentino suo figliuolo a conquistare le città d'essa Romagna, destinata più di ogni altra contrada ad essere il magnifico principato della casa Borgia. Trovò egli in questi tempi delle ragioni di torre alla casa de' Gaetani Sermoneta con altre terre, delle quali immediatamente investì Lucrezia Borgia sua figliuola, moglie in questi tempi di don Alfonso d'Aragona duca di Biseglia, e dichiarata governatrice perpetua di Spoleti e del suo ducato. Poscia si diede il pontefice a spronare il re Lodovico, acciocchè prestasse la promessa gagliarda assistenza al duca Valentino per la guerra disegnata contra dei signori di Romagna e della Marca, cioè contra degli Sforza di Pesaro, de' Malatesti di Rimini, de' Manfredi di Faenza, dei Riarii d'Imola e Forlì, de' Varani di Camerino e de' conti di Montefeltro duchi d'Urbino: Teneano questi signori con bolle pontificie le loro città: non importa; doveano queste cedere al bisogno di stabilire la grandezza della casa Borgia; e pretesti di spogliarne i padroni non mancavano a chi voleva alzare un maestoso edilizio sopra la loro rovina: che questa fu di ordinario l'origine e la mira delle guerre fatte dai pontefici di que' tempi, non mai contenti, finchè non alzavano i suoi figliuoli o nipoti al grado e dominio principesco, con tradire manifestamente l'intenzione di Dio e della Chiesa nel sublimarli a quella sacrosanta dignità. Venuto dunque il duca Valentino, accompagnando sempre il re Lodovico da Lione a Milano, e spalleggiato dai pressanti uffizii del pontefice, ottenne dal re un grosso corpo di gente; che, unito colle soldatesche pontificie, si trovò capace di eseguir poscia felicemente i di lui disegni. Dopo un mese di dimora in Milano se ne tornò il re in Francia, lasciando il governo dello stato di Milano nelle mani del valoroso maresciallo suo Gian-Giacomo Trivulzio [Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]; ed allora, cioè nella metà di novembre, anche il duca Valentino con due mila cavalli e sei mila fanti venne a piantar l'assedio ad Imola. Poca resistenza fece quella città: la rocca si tenne lo spazio di venti giorni, e poi capitolò. Passò di là all'assedio di Forlì. Dentro v'era Caterina Sforza, donna d'animo virile, vedova del già conte Girolamo Riario, che vigorosamente si mise alla difesa. Con tali strepitosi avvenimenti ebbe fine l'anno presente.