DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750.
PREFAZIONE
DI
LODOVICO ANTONIO MURATORI
Dappoichè ebbi condotto gli Annali d'Italia fino all'anno di Cristo 1500, aveva io deposta la penna con intenzione di non proseguir più oltre, e ne avea anche avvertiti i lettori. Dopo quel tempo abbondando in Italia le storie, e facili anche essendo a trovarsi, sembrava a me superfluo il volere ristrignere in brevi Annali ciò che potea la gente con tanta facilità raccogliere dagli storici moderni, essendo per lo più da anteporre i fonti ai ruscelli. Ma d'altro parere sono stati non pochi degli amici miei, ed altre persone che han creduta non inutile questa mia qualsisia fatica. Si riduce a pochissimi il numero di coloro che posseggono tutte le storie italiane. Chi ne ha alcuna; i più neppur una ne hanno. Il presentar dunque raccolta da tante e sì varie storie la sostanza de' principali passati avvenimenti delle italiche contrade, può chiamarsi un benefizio che si presta a tanta gente, la quale, per mancanza di libri, è condannata ad ignorare i fatti de' secoli addietro, oppur dovrebbe mendicarli con fatica dalla lettura di non poche differenti Storie. Non può se non essere grato il vedersi poste davanti sotto un punto di vista quelle principali vicende che di mano in mano son succedute in ciascun anno nelle diverse parti dell'Italia. Il perchè, secondo l'avviso di tali persone, mi determinai di continuare l'edifizio, e di condurre questi Annali sino al compimento della pace universale, che nel presente anno 1749 ha rimessa la concordia fra i potentati d'Europa. So che, in trattando di avventure lontane da' nostri tempi, e di persone che, passate all'altra vita, si ridono delle dicerie de' posteri, maggior libertà gode, o dovrebbe godere lo storico per proferire i suoi giudizii. So altresì che non va esente da pericoli e doglianze altrui, chi esercita questo mestiere in parlando di cose de' nostri tempi e di persone viventi, stante la delicatezza che in esso noi ingenera l'amor proprio. Noi accogliam volentieri la verità in casa altrui: non così nella nostra. Contuttociò spero io di non aver oltrepassato i limiti della libertà che conviene ad ogni onorato scrittore: perchè non l'amore, nè l'odio, ma un puro desiderio di porgere il vero a' miei lettori, ha, per quanto ho potuto, regolata la mia penna. Se anche questo vero io talora non l'avessi raggiunto, ciò sarà avvenuto per mancanza di migliori notizie, e non già per mala volontà.
ANNALI D'ITALIA
DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750
MDI
| Anno di | Cristo MDI. Indizione IV. |
| Alessandro VI papa 10. | |
| Massimiliano I re de' Rom. 9. |
I maggiori pensieri di papa Alessandro in questi tempi aveano per mira l'ingrandimento di Cesare Borgia, appellato il duca Valentino, suo figliuolo. Gran copia di danaro, raccolta con profusioni di grazie nel giubileo dell'anno precedente, era venuta a tempo per promuovere e sostenere i bellicosi impegni di questo suo idolo. Nella Romagna restava tuttavia Faenza che ricusava di sottoporsi al di lui giogo: però esso duca aveva tentato indarno sul principio dell'anno di prendere quella città con una scalata; andò poi a strignerla nella primavera con poderoso esercito d'Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Due assalti, furiosamente dati a quelle mura, costarono la vita a molti de' suoi. Vigorosa fu la difesa de' cittadini, per l'amore che portavano ad Astorre, ossia Astorgio de' Manfredi, loro signore, giovinetto di rara avvenenza, e di età di circa diciassette anni. Ma da lì a non molto, veggendo essi crescere il pericolo, e tolta ogni speranza di soccorso capitolarono la resa della città nel dì 26 di aprile, salvo l'onore, la vita e l'avere delle persone, e con patto che Astorgio restasse in libertà e possesso de' suoi allodiali [Alessandro Sardi, Storia MS. Annali MSS. di Bologna. Guicciardini, Storia.]. Il Valentino, che misurava tutte le cose colle sole regole del proprio interesse, conservò il popolo che dovea restar suo suddito; ma contro la fede condusse poi a Roma l'innocente garzone Astorgio, e tanto a lui che ad un suo fratello bastardo levò dipoi barbaricamente la vita. Dopo sì fatto acquisto non fu difficile al Valentino di ottenere dal papa suo padre, a cui nulla sapea negare il sacro concistoro, l'investitura e il titolo di duca della Romagna. Quindi si rivolsero le di lui mire e brame alla città di Bologna, con entrar minaccioso in quel territorio, e richiedere l'ingresso in castello San Pietro. Giovanni de' Bentivogli, che in questi tempi veniva considerato come signore di Bologna, e seco il reggimento d'essa città s'erano dianzi posti sotto la protezione di Lodovico XII re di Francia; nè alcun impegno aveano preso in soccorso di Faenza, tuttochè il giovine Astorgio fosse nipote d'esso Bentivoglio. A questo improvviso assalto prese l'armi tutto il popolo di Bologna, ed assoldò quella gente che potè. E perciocchè fu creduto che il Borgia tenesse intelligenza con Agamennone, Giasone, Lodovico e Lancilotto de' Marescotti, famiglia potente (vero o falso che fosse), da alcuni giovani nobili partigiani de' Bentivogli furono essi dopo qualche tempo uccisi. Fu anche scritto che il Valentino stesso rivelasse al Bentivoglio l'intelligenza sua con que' gentiluomini, e che da ciò procedesse la loro morte. Ossia che esso duca avesse riguardo alla protezione accordata dal re di Francia a' Bolognesi, oppure che conoscesse, tali essere le forze loro da non potere eseguire i suoi disegni, e massimamente venuta meno la speranza, come fu divulgato, di qualche tradimento nella città, spedì Paolo Orsino a Bologna, per trattare d'accordo. Si convenne di cedergli Castel Bolognese, di dargli passo e vettovaglia pel territorio, e una compagnia di cento uomini d'armi pagati per tre anni al di lui servigio, con mille o due mila fanti. Scrive il Guicciardini che s'obbligò il Bentivoglio di pagare al Borgia nove mila ducati ogni anno. Ma gli Annali di Bologna, che esistono manoscritti nella biblioteca estense, e sono di autore contemporaneo, siccome ancora il Buonaccorsi [Buonaccorsi, Dario.], nulla dicono di questo pagamento. Alessandro Sardi nella Storia Estense manoscritta scrive che al Valentino furono promessi da' Bolognesi trenta mila scudi in tre anni, e cento uomini d'armi, pagati per tre mesi.