Ciò fatto, il duca, benchè abbandonato dalle milizie franzesi che erano destinate pel regno di Napoli, pure s'inviò col resto della sua armata verso Firenze. Mandò a chiedere il passo, e di aver di che vivere per quel dominio; e intanto, senza aspettarne risposta, e tenendo a bada gli ambasciatori de' Fiorentini, valicò l'Apennino, e andò a postarsi a Barberino. Trovavasi allora Firenze in poco buono stato, sprovveduta d'armati, con interna disunione, e con popolo dominante, pieno di gelosia, per sospetto che i nobili fossero autori di questa mossa, affin di mutare lo stato, e far ripatriare Pietro de Medici. Il peggio era, che il re di Francia si dichiarava malcontento d'essi per crediti di danari che pretendea da loro: cose tutte che animavano il Valentino a pescare in quel torbido. Però, inoltratosi cinque miglia lungi da Firenze, mandò a chiedere che si facesse altro governo in quella città, e che vi fosse rimesso infatti Pier de Medici: benchè i più credono ciò da lui proposto con secondi fini, e non con intenzione di aiutarlo davvero. Fu dunque concordato che fosse lega tra i Fiorentini e lui; e che niun soccorso venisse da essi a Piombino, dov'egli intendeva di andare a mettere il campo; e che per tre anni fosse condotto da quella repubblica con salario di trentasei mila ducati d'oro l'anno, obbligandosi di mantenere trecento uomini d'armi al servigio d'essa, ma senza dover egli servire colla persona. Fu questo tutto il suo guadagno, giacchè non vide disposizione alcuna di alterar quello Stato, nè avea gente da far paura ad una sì riguardevol città, benchè guarnita allora quasi non d'altro che di contadini fatti venire dal Casentino e dal Mugello. Intanto non pochi saccheggi commetteano le sue genti nel contado, ed egli chiedea una prestanza di danaro e di artiglierie, non trovando via per uscire di que' contorni: finchè, venutigli ordini efficaci dal re di Francia di desistere da quella molesta danza, passò in quel di Piombino, e, preso ivi qualche luogo, se ne andò poscia a Roma, per ivi pigliar quelle risoluzioni che occorressero nell'impresa di Napoli, già determinata da Lodovico re di Francia.

Non mancano mai ragioni o pretesti a chi ha sete di nuovi acquisti, e forze per effettuare i suoi disegni. Nel re Lodovico si faceano trasferiti tutti gli antichi diritti della casa d'Angiò; e i recenti di Carlo VIII suo predecessore, già padrone di Napoli; il perchè siccome principe magnanimo, e già grande in Italia per l'acquisto del ducato di Milano e della signoria di Genova, si accinse in questo anno alla conquista ancora di Napoli. A tale effetto avea prese le sue misure, cioè guadagnato papa Alessandro coll'assistenza data al duca Valentino, e con altri mezzi. Addormentò parimente Massimiliano I re de' Romani, con fargli sperare Claudia, unica sua figliuola per isposa di Carlo duca di Lucemburgo di lui nipote, che fu poi Carlo V; amendue di tenera età, e collo sborso di non so quale quantità di danaro: con che ottenne una tregua di molti mesi. Era Federigo re di Napoli ben consapevole della voglia dei Franzesi d'invadere il regno suo, e però avea fatto ricorso per protezione al medesimo re de' Romani, con pagargli quaranta mila ducati, e prometterne quindici mila il mese, acciocchè, occorrendo, movesse guerra allo Stato di Milano, e ne riportò anche la promessa di non venir mai ad accordo alcuno, senza inchiudervi ancor lui. Ma il buon Massimiliano, lasciatosi abbagliare da' Franzesi, tutto dimenticò, senza neppur avvertire che crollo potesse avvenire alle ragioni dell'impero dal lasciare cotanto ingrandire in Italia un re di Francia. Le maggiori speranze adunque d'esso re Ferdinando erano intanto riposte nell'aiuto di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, il quale, per esser padrone della Sicilia, facilmente potea, e come stretto parente si credea che volesse prestargli soccorso in così brutto frangente. Ma le parentele fra i principi son tele di ragno, e cedono troppo facilmente al proprio interesse, che è il primo e potente lor consigliere. Di belle parole dunque e di promesse ne ebbe quante ne volle il re Federigo: diversi poi furono i fatti. Imperocchè il re di Francia, conoscendo quale ostacolo potesse venire dall'Aragonese alle sue idee, segretamente entrò seco in un trattato, e fu conchiuso che amendue facessero l'impresa di Napoli; e al re di Francia toccasse Napoli con Terra di Lavoro e coll'Abbruzzo; e al re cattolico le provincie di Puglia e di Calabria. Il Summonte ed altri prendono qui a giustificar l'azione del re Ferdinando, allegando come giusta la di lui pretensione sul regno di Napoli, acquistato colle forze dell'Aragona dal re Alfonso, quasichè non fosse stato lecito ad esso Alfonso di lasciarlo a Ferdinando suo figliuolo, benchè bastardo. Altri, all'incontro, il condannarono d'insaziabilità, di tradimento e d'ingiustizia, perchè i discendenti dal re Alfonso godeano quel regno coll'investitura della santa Sede, e il re cattolico dava ad intendere di fare armamento in Sicilia, tutto in difesa del re Federigo; quando unicamente tendeva alla di lui rovina, e ad appagare la propria cupidità.

Pertanto si mossero i Franzesi dalla Lombardia, condotti parte dal duca di Nemours e dal signore d'Aubigny per terra alla volta della Toscana, mentre un'altra armata per mare si mosse da Genova. Fece allora Federigo re di Napoli istanza a Consalvo, generale del re cattolico in Sicilia, di unir seco le sue forze, e di venir a Gaeta, con andar egli stesso intanto a San Germano per contrastare il passo ai Franzesi. Mostrossi Consalvo simulatamente pronto; e richiesto ed ottenuto il possesso di alcune terre in Calabria col pretesto di difenderle, cominciò in essa ad esercitare la signoria di parte della division fatta co' Franzesi. Giunti in questo mentre a Roma i Franzesi, si svelò il loro trattato col re cattolico, e ne fu chiesta l'approvazione al papa, palliando la loro lega e dimanda per essere più vicine queste due potenze a soccorrere la cristianità contro al Turco, anzi vantando di voler portare nella Asia la guerra. Impetrarono quanto vollero; anzi lo stesso papa con loro si collegò. A tali avvisi il re Federigo, tuttavia deluso da Consalvo, che mostrava di non credere l'accordo del suo sovrano coi Franzesi, mandò il nerbo maggiore delle sue genti alla difesa di Capoa, a cui da lì a non molto i Franzesi misero l'assedio, e diedero anche un fiero assalto, ma con loro danno. Dentro v'era Fabrizio Colonna, Ugo di Cardona con altri capitani, i quali, conoscendo di poter poco lungamente resistere, massimamente perchè il popolo s'era mosso a sedizione, cominciarono a trattar d'accordo. Ma, ossia che intanto si rallentasse la guardia della città, o che qualche traditore, giudicando di farsi benevoli gli assedianti, gl'invitasse a salir per le mura [Buonaccorsi, Giovio, Guicciardini, Sardi.], certo è che nel dì 24 di luglio entrarono i Franzesi furibondi per un bastione nella misera città, e le diedero il sacco, colla strage, chi dice fin di otto mila persone, e chi di sole tre mila. Il Buonaccorsi, forse più veritiero degli altri, parla solo di due mila. Non si può leggere senza orrore la crudeltà usata dai vincitori, che non contenti, in tal congiuntura, dell'avere de' cittadini e de' sacri arredi delle chiese, sfogarono la lor libidine sopra le donne d'ogni condizione, senza neppur risparmiare le consecrate a Dio, con essersi trovate alcune che, per non soggiacere alla lor violenza, si precipitarono nel fiume e ne' pozzi. Non poche d'esse furono condotte prigioni, e vendute poscia in Roma. Il duca Valentino, che coi Franzesi si trovava a quella impresa, fattane una scelta di quaranta delle più belle, le ritenne per sè, per non essere da meno de' Turchi.

La disavventura di Capoa tal terrore mise nelle altre città del regno, che quasi niuna si attentò di far da lì innanzi resistenza, ed ognuna mandò le chiavi incontro all'esercito vittorioso. Il re Federigo, scorgendo già il popolo di Napoli tumultuante e disposto a ricevere un nuovo principe, si ritirò in Castel Nuovo. Laonde la città inviò subito a trattare la resa, che fu accettata a mani baciate, con obbligar nondimeno i Napoletani allo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Non mantenne dipoi l'Aubigny questi patti, perchè da lì a qualche tempo impose una taglia di altri cento mila ducati in pena della ribellion fatta a Carlo VIII, che questa bagattella gli dovette scappar di mente quando fece la convenzion suddetta. Non passarono molti giorni che l'infelice re Federigo capitolò coll'Aubigny di consegnargli tutte le fortezze che si teneano per lui, con riserbarsi solamente per sei mesi l'isola e rocca d'Ischia, e di poter non solo portar seco ogni suo avere, a riserva delle artiglierie, ma anche andarsene liberamente ovunque a lui fosse in grado. Tanto era l'odio ch'egli avea conceputo contra del re Cattolico pel tradimento e per l'oppressione a lui fatta, che elesse piuttosto di passare in Francia e di rimettersi alla conosciuta generosità di quel re, che di fidarsi mai più di chi egli avea sperimentato troppo infedele. Impetrato dunque un salvocondotto, e lasciati andare al servigio di Consalvo, Prospero e Fabrizio Colonnesi, che egli avea riscattati, con cinque galee sottili fu condotto in Francia, dove sulle prime freddamente accollo dal re Lodovico, poscia fu provveduto della ducea d'Angiò con rendita di trenta mila ducati, dove poi nel dì 9 di settembre 1504 diede fine al suo vivere. Non istette in questo mentre punto in ozio Consalvo Fernandez, chiamato il gran capitano, perciocchè si impadronì di tutte quante le terre destinate al re Cattolico suo signore in Puglia e Calabria. La sola città di Taranto fece una gagliardia difesa. Colà, sul primo avvicinamento delle armi nemiche, avea il re Federigo inviato, come in un luogo di ricovero, don Ferrante suo primogenito, duca di Calabria, appellato da alcuni con errore don Alfonso, fidandolo a don Giovanni di Ghevara conte di Potenza; e fattogli poi sapere che, in caso di disgrazie, andasse a trovarlo in Francia. Perduta infine la speranza di soccorso, convennero i rettori di Taranto di dar quella forte città a Consalvo, facendolo prima giurare sull'ostia consacrata di lasciare in libertà il giovinetto duca di Calabria. Ma Consalvo, in cui prevaleva più l'interesse del re Ferdinando che il timor di Dio, ritenne il duca, non senza grande infamia del nome suo, e col tempo lo inviò in Ispagna, dove, come in una libera ed onorata prigione, dopo aver avuto due mogli (che, perchè sterili gli furono date, niuna prole lasciarono di sè), diede fine al suo vivere nel 1550. Alfonso secondogenito del re Federigo, passato col padre in Francia, terminò i suoi giorni in Grenoble nel 1545 con sospetto di veleno. E Cesare terzogenito, ritiratosi a Ferrara, quivi anche egli in età d'anni diciotto cessò di vivere.

Di tempo sì favorevole si servì ancora il pontefice Alessandro per abbattere le nobili case de' Colonnesi e Savelli, che s'erano dichiarati in favore di Federigo re di Napoli. Fulminate prima contra di essi tutte le pene spirituali e temporali, mosse guerra alle lor terre, e, portatosi in persona all'assedio di Sermoneta, commise, come ha Giovanni Burcardo nel suo Diario [Raynaldus, Annal. Eccl.], tutta la camera sua e tutto il palagio e i negozi occorrenti a donna Lucrezia Borgia sua figliuola, la quale, nel tempo di tale assenza abitò le camere del papa. E diedele autorità d'aprire le lettere sue; e se occorresse alcuna cosa ardua, avesse il consiglio dei cardinali di Lisbona e d'altri, ch'ella potesse perciò chiamare a sè. Questa maniera di governo se facesse onore al papa, poco ci vuole per conoscerlo. Vennero all'ubbidienza sua tutte le terre di que' baroni; per le quali vane vittorie insuperbito, e insieme dimentico dell'ufficio apostolico, e delle minaccie di morte a lui fatte dal cielo nell'anno precedente, lasciò la briglia ad ogni sfrenata licenza. Continuò parimente il duca Valentino la guerra contro di Piombino, ed avendo spedito colà Vitellozzo e Gian-Paolo Baglione con nuove genti, questo bastò ad intimidire sì fattamente Jacopo d'Appiano, signore di quella terra, che, lasciato ivi buon presidio, se ne ritirò, per andare in Francia ad implorare gli effetti della protezione di quel re, già a lui accordata. Ma andò indarno, perchè al re maggiormente premeva di soddisfare alle premure del papa, da cui molto potea sperare, e molto ancora temere. In questo mezzo, per opera di Pandolfo Petrucci da Siena, si arrendè quella terra, e poscia la fortezza al suddetto duca. Diede fine al corso di sua vita nell'anno presente Agostino Barbarigo doge di Venezia, e a lui succedette, a dì 5 d'ottobre, Leonardo Loredano. Trovavasi allora la veneta repubblica in non pochi affanni per la guerra col Turco, il quale ogni dì più insolentiva, e non meno in Grecia che in Ungheria sempre più s'ingrandiva alle spese de' cristiani. Erasi ben fatta lega fra essa repubblica, il papa, i re di Francia, Aragona ed Inghilterra, e con altri sovrani contro quel comune nemico; ma, attendendo ognun d'essi a' proprii comodi e vantaggi, e nulla avendo operato una bella flotta di Portoghesi che venne apposta nei mari di Levante, convenne a' Veneziani di sostener soli tutto il peso della difesa delle lor terre e dell'Italia. Nè si dee tacere, che trovandosi in Pavia la nobile biblioteca dei duchi di Milano, ricca di antichi e preziosi manoscritti, circa questi tempi, per ordine del re Lodovico, fu trasportata a Bles in Francia. Di questo spoglio, e d'altri di antiche scritture, indarno si lagnò la povera Lombardia.


MDII

Anno diCristo MDII. Indizione V.
Alessandro VI papa 11.
Massimiliano I re de' Romani 10.

Quanto più andava crescendo in potenza il duca Valentino, tanto più s'aumentava in lui la brama di nuovi acquisti, secondato in ciò dal papa suo padre, che nulla più meditava e sospirava che di formare in lui un gran principe in Italia. Non avea esso pontefice meno amore e premura per l'ingrandimento di Lucrezia sua figlia; e però con forti maneggi fatti alla corte del re Cristianissimo fin l'anno precedente, e col mezzo specialmente del cardinal di Roano, che era, per concessione d'esso Alessandro, come un secondo papa in Francia, avea indotto quel re a proporre e a far seguire l'accasamento della stessa Lucrezia con don Alfonso d'Este, primogenito di Ercole I duca di Ferrara. Tante batterie furono adoperate per questo affare, con far soprattutto i mediatori conoscere che questo parentado portava seco l'assicurarsi dall'ambizione e dalle armi del duca Valentino (seppure, come dice il Guicciardino, contro tanta perfidia era bastante sicurtà alcuna), che gli Estensi condiscesero a tali nozze. Portò ella in dote cento mila ducati d'oro contanti, immense gioie e suppellettili, colla giunta ancora delle terre di Cento e della Pieve, cedute al duca di Ferrara, oltre ad altri vantaggi della casa d'Este. Gran solennità si fecero per questo in Roma e Ferrara, nella qual città entrò essa principessa nel dì 2 di febbraio. Quanto al duca Valentino, amoreggiava egli forte il ducato d'Urbino; ma essendo il duca Guidubaldo ubbidientissimo in tutto al papa, e per le sue belle doti quasi adorato da' suoi popoli, nè pretesto si trovava, nè facilità appariva di poterlo spogliare di quegli Stati. Si rivolse dunque l'iniquo Borgia ai tradimenti [Raphael Volaterranus. Guicciardini. Buonaccorsi. Bembo, ed altri.]. Portatosi a Nocera con poderoso esercito, e fingendo di voler assalire lo Stato di Camerino, fece richiesta di artiglierie e di genti d'armi al duca d'Urbino. Tutto gli fu dato, perchè troppo pericoloso si considerò il negarlo. Ciò fatto, con tutta celerità s'impadronì di Cagli, e continuò la marcia alla volta di Urbino, dove il disarmato duca Guidubaldo, con Francesco Maria della Rovere, suo nipote, ad altro non pensò che a salvare la vita, abbandonato tutto. Se ne fuggì egli travestito; e, benchè inseguito, ebbe la fortuna di potersi infine ritirare a Mantova, dove poco prima era giunta la duchessa Isabella sua moglie, sorella di Francesco II marchese d'essa Mantova, la quale, dopo avere accompagnato a Ferrara Lucrezia Borgia, colà s'era portata per visitare il fratello. Con queste arti fece acquisto il duca Valentino di quattro città e di trecento castella componenti quel ducato.

Gran rumore per tutta Italia fece un'azione sì proditoria, niuno tenendosi più sicuro dalle insidie di costui, il quale, ito poscia contra di Camerino, mentre andava trattando d'accordo con Giulio da Varano signore di quella città, ebbe con inganni maniera d'entrare in essa città. Imprigionato Giulio con due suoi figliuoli, da lì a non molto lo spietato Valentino, con farli strozzare, se ne sbrigò. Fu ancora da' Fiorentini creduto che lo stesso Borgia e il papa avessero mano nelle rivoluzioni che accaddero nel presente anno in Toscana; dappoichè il re di Francia non avea acconsentito che lo stesso Borgia divenisse signor di Pisa. Vogliosi sempre essi Fiorentini di ricuperar quella città, altro mezzo più non conosceano che di vincerla colla fame. Però, venuta la primavera, andarono a dare il guasto alle biade del territorio di quella città, e quindi posero il campo a Vico Pisano, tolto loro poco innanzi per tradimento di alcuni soldati. Ma eccoti muoversi a ribellione il popolo di Arezzo, che tenea segreta corrispondenza con Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello, il quale non tardò ad accorrere colà, e ad imprendere l'assedio della cittadella. Ed ancor questa, perchè non venne mai sufficiente aiuto da' Fiorentini, costretta fu ad arrendersi, dopo di che fu smantellata. Con Vitellozzo erano congiunti Gian-Paolo Baglione, principal direttore della città di Perugia, Fabio Orsino, il cardinale e Pietro de Medici fuorusciti di Firenze, e Pandolfo Petrucci, che era come signor di Siena. Impadronironsi costoro dopo Arezzo anche di Castiglione Aretino, della città di Cortona, d'Anghiari, di Borgo San Sepolcro e di altri luoghi. Sarebbe andata più innanzi questa tempesta, se i Fiorentini non avessero fatto ricorso al re di Francia, rappresentandogli come procedenti dall'avidità del papa e di suo figlio sì fatte novità, e facendogli costare il pericolo che soprastava anche agli Stati del medesimo re in Italia, se si lasciava andar troppo innanzi l'ingrandimento del Borgia. Per questo, e insieme pel danaro, la cui virtù suole aver tanta efficacia, il re Lodovico XII non solamente fece comandare al Valentino e agli altri suoi aderenti che desistessero dalle offese dei Fiorentini, ma anche spedì alcune compagnie di genti d'armi in Toscana, lo aspetto delle quali fece ritornar in breve Arezzo e le altre terre perdute all'ubbidienza di Firenze.