Furono cagione questi movimenti, e gl'imbrogli del regno di Napoli, de' quali parleremo fra poco, che il re Lodovico tornasse in Italia, portando seco non lieve sdegno contra del papa e del duca Valentino. Concorsero ad Asti e a Milano varii principi e signori d'Italia; e siccome tutti erano in sospetto di ulteriori disegni di esso Borgia, così aggiunsero legna al fuoco. Già s'aspettava ognuno di mirar l'armi del re volte alla depression del Valentino. Ma così ben seppe maneggiarsi il papa, che, mitigato l'animo del re, questi ad altro non attese dipoi che a far guerra in regno di Napoli, restando deluse le speranze di tutti i potentati. Era questa guerra insorta fin l'anno precedente; perchè, appena furono entrati in possesso Franzesi e Spagnuoli della porzione lor destinata, che si venne a contesa fra loro per li confini. Consalvo tacque, finchè si fu impadronito di Taranto; ma poi, sfoderate le pretensioni del re Cattolico, cacciò improvvisamente dalla Tripalda e da altri luoghi i presidii franzesi, e si appropriò la Basilicata. Perchè s'era per le malattie estenuata di molto l'armata franzese, il duca di Nemours vicerè giudicò meglio di trattar colle buone, e di stabilire una tregua col gran capitano sino all'agosto dell'anno presente, contentandosi che pro interim si dividesse fra loro la dogana di Foggia e il Capitanato, e si ritirassero i Franzesi dal principato. Ma, cresciute dipoi le forze del vicerè per le genti inviategli dal re Lodovico, nel mese di giugno diede l'Aubigny principio alle ostilità manifeste contro gli Spagnuoli. E, dopo avere occupato tutto il Capitanato, si accampò a Canosa, e l'ebbe infine a patti. Inferiore in possanza trovandosi allora Consalvo, si ritirò a Barletta, restando ivi sprovveduto di vettovaglie e danari. Se avessero saputo i Franzesi profittar di questa sua debolezza, forse sbrigavano le lor faccende in quel regno. Attesero essi a insignorirsi della Puglia e Calabria; presero Cosenza, e le diedero il sacco; venuto colà soccorso dalla Sicilia, lo misero in rotta. Tale prosperità dell'armi rendè poi negligente il re di Francia a sostener con vigore la sua fortuna nel regno di Napoli, e ad altro non pensò se non a tornarsene di là dai monti.
Era ito travestito e con pochi cavalli per la posta il duca Valentino ad inchinare esso re a Milano; e siccome gli stava bene la lingua in bocca, tanto seppe dir per dar buon colore alle malvagie sue azioni passate, e tanto commendò la svisceratezza del papa verso la corona di Francia, che riguadagnò l'affetto e la protezione del re: il che recò non poco spavento a Vitellozzo, al Baglione, a Giovanni Bentivoglio, a Pandolfo Petrucci, ad Oliverotto da Fermo, che s'era, con uccidere Giovanni suo zio, fatto signore di quella città, e a Paolo Orsino. Nè tardò molto il Valentino a richiedere colle minaccie la signoria di Bologna. Il perchè, scorgendo ognun d'essi di trovarsi giornalmente esposti alle insidie e all'ambizione del duca Valentino, fecero lega insieme contra di lui. Richiamarono da Venezia Guidubaldo duca di Urbino, e dall'Aquila Giovanni da Varano, figlio dell'esimio signor di Camerino, con ricuperar dipoi quasi tutte quelle contrade: il che frastornò le idee del Borgia sopra Bologna. Ma inteso avere avuto ordine lo Sciomonte, generale del re Lodovico, di assistere ad esso duca Valentino, e che aveano da calare tre mila Svizzeri assoldati da esso Borgia; cadaun di que' collegati scorato cominciò a pensare alle cose proprie, e a trattar separatamente di concordia con chi pur sapeano nulla aver più a cuore che la loro rovina. Non si può esprimere quante dolci parole, quante belle promesse usasse verso ognun di essi il perfido duca. A questo amo si lasciarono prendere tutti, e seguì accordo con lui, approvato dal papa. Perchè Bologna era osso duro, contentossi il Valentino di far lega con Giovanni Bentivoglio, e col reggimento di quella città, la quale con nuovo accordo (se pur due furono quegli accordi) si obbligò di pagargli per otto anni dodici mila ducati d'oro l'anno, a titolo di condotta di cento uomini d'armi, e di fornirlo per un anno di cento altri uomini d'armi e di ducento balestrieri a cavallo. Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo ed Oliverotto, incantati dalle lusinghe e carezze del Borgia, tornarono agli stipendii di lui. Dopo di che colle lor forze costrinsero il duca Guidubaldo e il Varano impauriti ad abbandonar di nuovo i loro Stati d'Urbino e Camerino, che tornarono in potere del Borgia [Guicciardini. Sardi. Paulus de Clericis. Carmelita, in Annal. MSS. Raphael Volaterranus, et alii.]. Per ordine di lui andarono poscia questi condottieri a mettere il campo a Sinigaglia, città di Francesco Maria della Rovere prefetto di Roma, e la forzarono alla resa. Per li quali servigi si aspettavano forse qualche gran ricompensa dal Valentino, ma l'ottennero ben diversa dalla loro immaginazione. Imperocchè, venuto costui a quella città, da cui prima avea ordinato che uscissero le loro genti, e chiamati a parlamento i suddetti Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo, Oliverotto, Lodovico da Todi ed altri, fece lor mettere le mani addosso; e nel giorno seguente, ultimo dell'anno presente (il Sardi scrive che fu nel primo dell'anno appresso), furono strangolati in una camera esso Vitellozzo e Oliverotto. Uscito in questo mentre il Valentino per la rocca colle sue milizie, piombò all'improvviso addosso a quelle degl'imprigionati signori, e tolse loro armi e cavalli. Ne restarono assai morti, e più feriti, e il resto si sbandò. Pandolfo Petrucci, che non era entrato in gabbia, ebbe la fortuna di salvarsi. Alla misera Sinigaglia fu dato il sacco. Con queste scelleraggini compiè il detestabil Valentino l'anno presente, non senza orrore e terrore dell'Italia tutta. Or vatti a fidar di tiranni.
MDIII
| Anno di | Cristo MDIII. Indizione VI. |
| Pio III papa 1. | |
| Giulio II papa 1. | |
| Massimiliano I re de' Romani 11. |
Ricco di novità gravissime fu l'anno presente, e non meno di tradimenti, che erano alla moda in questi tempi. Non sì tosto ebbe il duca Valentino oppressi in Sinigaglia i due Orsini cogli altri condottieri, che ne spedì l'avviso a papa Alessandro. Aveva questi fatta dianzi una solenne, ma canina, pace con tutti gli Orsini; ed inteso poi come felicemente fossero riuscite le insidie tese a que' condottieri d'armi, tenendo in petto cotal notizia, sotto colore d'alcune faccende, chiamò a palazzo il cardinale Giambatista Orsino, ed, appena giunto, il fece far prigione e metterlo nella torre Borgia [Sabellicus. Raphael Volaterranus. Bembus. Guicciardini, ed altri.]. Nello stesso tempo, per ordine suo, furono presi Rinaldo Orsino arcivescovo di Firenze, il protonotario Orsino ed altri di quella nobil casa. Avuti poi i segnali delle fortezze e terre de' medesimi, mandò a prenderne il possesso. Durò la prigionia dell'infelice tradito cardinale sino al febbraio, in cui la morte il liberò non solo da essa, ma da tutti i guai del mondo; e voce comune fu che il veleno gli avesse abbreviata la vita, benchè il papa facesse portarlo scoperto alla sepoltura, per farlo credere morto di naturale infermità. Così il duca Valentino, andando ben d'accordo con lui, dacchè intese la cattura di esso cardinale, trovandosi a Castel della Pieve, si sbrigò col laccio di Paolo Orsino e di Francesco duca di Gravina della medesima famiglia, il qual ultimo nondimeno altri fanno morto prima. Erasi il Valentino, senza perdere tempo, portato a Città di Castello, e trovato che ne erano fuggiti tutti quei della casa Vitelli, se ne impadronì. Altrettanto fece di Perugia, dacchè Gian-Paolo dei Baglioni, il quale, più accorto degli altri, s'era guardato dalla trappola di Sinigaglia, nol volle aspettare nella patria sua. Quindi sempre più avido il Borgia si avvisò di tentare la città di Siena, facendo sapere a quel popolo che cacciassero Pandolfo Petrucci, come nemico suo; e senza aspettare risposta, s'inoltrò a Sartiano e a Buonconvento, occupando que' luoghi con altre castella. Il bello era che nel medesimo tempo tanto egli che il papa scrivevano al Petrucci delle lettere le più dolci e piene d'affezione che mai si leggessero. Gran bisbiglio e timore insorse per questo in Siena; ma Pandolfo, per bene del pubblico suo ritiratosi a Pisa, tentò di levare al Valentino i pretesti di passare a maggiori insulti. Nè questi veramente osò di più, tra perchè Siena, città forte di gran popolazione, si faceva assai rispettare, e perchè essendo accorso Gian-Giordano Orsino duca di Bracciano con gli altri di sua casa, sottratti alla perfidia Borgia, e coi Savelli a difendere il resto delle lor terre, il pontefice richiamò il figlio colle sue truppe a Roma. Andò il Valentino, mosse guerra a quei baroni, senza riguardo sulle prime ad esso duca di Bracciano, che era sotto la protezione del re di Francia, e senza rispetto al conte di Pitigliano, che era ai servigi della repubblica di Venezia. A riserva di Bracciano e di Vicovaro, prese tutto. Ma fattosi udire per tanti acquisti e tradimenti il risentimento del re Cristianissimo, si mise in trattato quella pendenza fra il papa e i ministri del re, i quali per altre cagioni erano insospettiti, anzi disgustati forte del medesimo pontefice, siccome consapevoli del proverbio che allora correva: cioè, che il papa non faceva mai quello che diceva; e il Valentino non diceva mai quello che faceva.
Ancorchè il papa per suoi fini politici licenziasse allora gran parte delle sue genti, pure il duca Valentino secretamente molte ne raccoglieva, gravido sempre di più grandiose idee. Dava di grandi sospetti a' Sanesi e Fiorentini, aspirava al dominio di Pisa. Cercava anche il papa di tirare i cardinali a consentire che si desse al figlio il titolo di re della Romagna, Marca ed Umbria. E giacchè era a lui riuscito di abbattere Colonnesi, Orsini e Savelli, principali baroni di Roma, stavano gli altri minori in continuo sospetto e timore dell'infedeltà ed ambizione della regnante casa Borgia, in guisa che molti ancora per loro meglio si assentarono; quando la morte, che sovente sconcerta o concerta le cose de' mortali, venne a fare impensatamente scena nuova. Cadde malato papa Alessandro, e nel dì 18 di agosto fu chiamato da Dio a rendere conto della vita tanto scandalosa da lui menata non men prima che durante il pontificato suo. Talmente divulgata e radicata si è la voce che egli morisse avvelenato, che non sì facilmente si potrà svellere dalla mente di chi specialmente inclina in tutti gli avvenimenti alla malizia. Così parlano il Guicciardini, il Volaterrano, il Giovio, il Bembo, per tacere di tant'altri. Dicono che in una cena preparata, per cagione de' caldi eccessivi, in una vigna, essendo approntati alcuni fiaschi di vino con veleno, per iscacciar dal mondo Adriano cardinale di Corneto (esecranda iniquità, esercitata già verso altri porporati ricchissimi, per ingoiar le loro facoltà e molto più sopra i nemici per vendicarsi), cambiati inavvertentemente essi fiaschi, toccasse il malefico beveraggio al papa stesso. Diede maggior fomento a questa fama l'essere sopraggiunta nel tempo stesso a due altri di que' commensali, cioè al duca Valentino e al sopraddetto cardinal di Corneto, una mortale infermità, che essi poi superarono con potenti rimedii e col vigore dell'età lor giovanile; ma non già il papa, a cui nel medesimo tempo fecero guerra settantadue anni di sua età, avvegnachè egli per la sua robustezza senile si promettesse molto più lunga carriera di vita. Ma, quel che finì di persuadere alla gente che il veleno avesse liberata la Chiesa di Dio da questo mal arnese, fu che il corpo suo, esposto alla vista di ognuno, comparve gonfio, troppo sfigurato e puzzolente: lo che fu attribuito all'attività del micidiale ingrediente.
Ora qui convien distinguere due punti, malamente confusi dal giudizio del volgo. Il primo è che veramente dovette succedere quella scena, e che in essa, per malizia del Valentino, restò avvelenato il cardinal di Corneto, e per balordaggine dello scalco anche il duca Valentino. Non si può mettere in dubbio l'infermità dell'uno e dell'altro, nè si dee dare una mentita al Giovio, il quale nella Vita di Consalvo scrive d'aver saputo dalla bocca del medesimo cardinal di Corneto, come egli restò allora avvelenato, con aver poi perduta tutta la pelle. Ma per conto del papa, o egli non intervenne a quella cena, o, seppur vi fu, a lui non toccò di quella mortifera bevanda. Secondo il Volaterrano [Volaterranus.], la diceria del veleno dato anche al pontefice si sparse incerto auctore. Odorico Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.] produce un Diario romano manuscritto, da cui papa Alessandro nel dì 12 di agosto fu preso da febbre; che nel dì 15 di agosto gli furono cavate tredici once di sangue, o circa, e sopravvenne la febbre terzana. Nel dì 17 prese medicina. Nel dì 18 passò all'altra vita, probabilmente per una di quelle terzane perniciose che anche a' dì nostri o nella quinta o nella settima portano via gl'infermi, se ad esse non si taglia il corso colla china, l'uso della quale in quel secolo era ignoto all'Europa. Aggiungasi quanto lasciò scritto Alessandro Sardi, contemporaneo del Guicciardini e del Giovio, nella Storia che si conserva manuscritta nella libreria estense. Dopo aver egli accennata la fama del veleno, seguita a dire [Sardi, Istoria MS.]: Ma Beltrando Costabile, che allora era ambasciatore del duca Ercole di Ferrara in Roma, e Niccolò Boncane Fiorentino, amico intrinseco del gonfaloniere Soderino, con dieci lettere in cinque diversi giorni da loro scritte al duca e al cardinale da Este, e lette da noi, mostrano la morte del papa, succeduta in otto giorni per febbre terzana, in quel tempo estivo regnante in Roma, dalla quale egli il decimo giorno di agosto assalito, nè mitigata per apertura di vena, nè rinfrescata per manna presa, spirò la sera che dicemmo. Poi per la subbullizione del sangue putrefatto in que' giorni restando il cadavero annerito e gonfio, sorse la fama del veleno da chi non conobbe la causa di quegli effetti. Basta questo per abbattere l'insussistente voce, sparsa allora intorno alla morte di questo pontefice. La corte di Ferrara, dove era una di lui figlia, si può credere che fosse molto ben informata di questi affari.
Non lascia Raffaello Volaterrano di rappresentare ciò che di lodevole si osservò in Alessandro VI, il suo ingegno, la sua memoria, l'eloquenza in persuadere, la destrezza in governare, con altre doti spettanti ad un principe, ma che sovente non si ricordava d'essere principe cristiano, e, quel ch'è più, pontefice vicario di Cristo. Certo è, tanti essere stati i suoi vizii, tante le sue azioni malvage d'impudicizia, d'infedeltà, di crudeltà, d'ambizione, delle quali parlano tante storie, e che lo stesso Volaterrano non dissimulò, che il pontificato suo resterà in una deplorabil memoria per tutti i secoli avvenire. Roma perciò era divenuta una sentina di iniquità; niuno vi si trovava sicuro, perchè piena di soldati e di sgherri, a' quali tutto veniva permesso. Guai se alcuno sparlava: dappertutto erano spie, e una menoma parola costava la vita. Quanto poi patisse la religione (non già ne' dommi, che Dio questi ha preservato sempre e preserverà, ma nella disciplina) per tanti scandali, per le indulgenze allora più che mai messe all'incanto, e per li benefizii che, secondo il Bembo, si vendevano, e per altre biasimevoli invenzioni di cavar danaro, affine di far guerra ed ingrandire l'iniquissimo suo figlio Cesare Borgia: tutti i buoni lo conobbero allora, con dolersene indarno. E maggiormente si conobbe da lì a qualche anno, pel pretesto che di là presero le nuove eresie. Nulla io dico qui che non dicano tante altre storie manuscritte e stampate: e nulla appunto da me si dice in paragone del tanto che altri ne scrissero. Fortuna che in questa mutazione di cose si trovasse gravemente infermo il duca Valentino, perchè non gli mancavano forze, volontà e coraggio per tentar cose grandi, ed accrescere od assodare la sua potenza. Non s'era mai aspettato costui un sì strano contrattempo. Contuttociò anche in quello stato ebbe tanta libertà di mente, che si assicurò di tutte le ricchezze del padre, e chiamò a Roma tutte le sue soldatesche, sperando per tal via di costringere il sacro collegio a creare un papa ben affetto a lui, contando egli specialmente sopra i tanti cardinali spagnuoli creati dal padre suo. E perciocchè non sì tosto s'udì la morte del papa, che tutti i baroni romani fuggiti o disgustati ripigliarono l'armi, tanto per ricuperar le lor terre, quanto per vendicarsi del barbaro e disleale duca Valentino, egli si pacificò coi Colonnesi, restituendo loro le terre occupate; e cominciò a trattare coi ministri di Francia e Spagna, cadaun de' quali si studiava di tirarlo dalla sua, sì per essere assistito da lui nella guerra di Napoli, che per averlo favorevole nell'elezione del nuovo papa. Conchiuse egli dipoi co' soli Franzesi, perchè l'esercito loro s'era avvicinato a Roma, ed avea promessa la protezione del re a lui e agli Stati da lui posseduti. Promise anch'egli, all'incontro, di militar colle sue squadre in favore del re per l'impresa di Napoli.
Intanto erano in armi gli Orsini ed altri baroni romani. I Vitelli se ne ritornarono a Città di Castello. A Gian-Paolo Baglione riuscì colla forza e coll'aiuto de' Fiorentini di rientrare in Perugia. Quei di Piombino richiamarono l'antico lor signore Jacopo di Appiano. Si mossero eziandio il duca d'Urbino, i signori di Camerino, Pesaro e Sinigaglia, per ricuperare i loro Stati. Ora trovandosi Roma in gran discordia per la commozion de' baroni, per le milizie del duca Valentino che aveano fatto degl'insulti ai cardinali ed occupavano il Vaticano, ma vieppiù per le armate franzesi e spagnuole che erano accorse a quelle vicinanze, tutte in apparenza per sostenere la libertà nell'elezion del novello pontefice: ai maneggi de' cardinali, che andavano tenendo le lor sessioni nella Minerva, riuscì di far uscire di Roma il Valentino colle sue truppe, e d'indurre gli eserciti stranieri a fermarsi otto miglia lungi da quella nobilissima città. Era con somma fretta accorso da Francia Giorgio di Ambosia cardinale di Roano, tutto voglioso della tiara pontifizia, e seco avea condotto il cardinal di Aragona e il cardinale Ascanio Sforza, cavato due anni prima dalla prigione, con obbligo di trattenersi in quella corte. Entrati i cardinali in numero di trentasette in conclave, si videro presto abortite le speranze ambiziose del cardinal di Roano, e nel dì 22 di settembre concorsero i voti nella persona di Francesco Piccolomini Sanese, diacono cardinale, ed arcivescovo eletto della patria sua, il qual prese il nome di Pio III. Era egli della famiglia Todeschina; ma papa Pio II l'avea innestato nella sua, perchè figlio di Laodamia sua sorella. Nel dì primo di ottobre fu egli coronato; ma poco godè egli dell'onore, poco di lui la Chiesa di Dio; perciocchè nel dì 18 dello stesso ottobre, a cagion di una piaga che avea nella gamba, dopo soli ventisei giorni di pontificato, passò a miglior vita, in età poco più di sessantaquattro anni; nè mancò sospetto di veleno: ciarla familiare nella morte de' principi in que' secoli di tanta ambizione ed iniquità. Gran perdita che fu questa per la religione. L'integrità della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo zelo faceano sperar dei considerabili vantaggi alla Chiesa di Dio. In fatti, appena salito sul trono pontificio, attese a convocar tosto un concilio generale per la riforma della disciplina ecclesiastica, ancorchè, in vigore de' capitoli saggiamente stabiliti nel conclave, a ciò non fosse tenuto, se non dopo due anni: il che fa conoscere che neppure allora mancavano in Roma personaggi zelanti dell'onore di Dio e del ben della Chiesa. Se questo succedeva, oh quanti mali, che poi sopravvennero alla religione, si sarebbono forse impediti! Abborriva ancora la guerra, e non meditava se non consigli di pace. Però mancò di vita con dispiacere di tutti i buoni. Ne' pochi giorni del suo pontificato passò a Roma da Nepi, ove s'era ritirato, il duca Valentino, per congratularsi col papa, e per acconciar seco i suoi interessi, impetrato prima un salvocondotto. Ma Gian-Paolo Baglione, che anch'egli quivi si trovava, e gli Orsini, tutti ardendo di voglia di vendicarsi di questo odiatissimo tiranno, fatta raunata di gente, andarono ad assalirlo. Ne seguirono morti e ferite; e, prevalendo le forze degli Orsini, altro scampo e ripiego non ebbe il Valentino che di rifugiarsi nel palazzo del Vaticano. Poscia o spontaneamente, o per consiglio del papa, cercando maggior sicurezza, si ritirò in castello Sant'Angelo; il che tenuto fu per un colpo della divina provvidenza, affin di mettere fine alle ribalderie di questo pestifero mostro; perchè si dissiparono, a tale avviso, le genti sue, e si squarciò tutta la sua potenza.