Dopo la morte di Pio III si seppe così ben maneggiare il cardinal Giuliano della Rovere, vescovo d'Ostia e penitenzier maggiore, nato assai bassamente in Savona, ma d'animo sommamente signorile, e nipote di papa Sisto IV, che guadagnò i voti di tutti i porporati, per le ragioni che ne adduce il Guicciardini: laonde, con maraviglia universale, restò, nel dì primo di novembre, proclamato papa, primachè si chiudesse il conclave, ed assunse il nome di Giulio II. Concorrevano in lui le doti d'uomo magnifico, di gran mente ed accortezza, di non minor coraggio e di lunga sperienza nelle cose del mondo, col concetto ancora di persona leale e veritiera. Conoscevano i migliori abbondare in lui l'alterigia, e il genio inquieto, bellicoso e vendicativo anche delle offese immaginate; ma convenne loro seguitar la corrente. Aveva anche egli giurato di rimettere nel suo primiero lustro la disciplina ecclesiastica, di raunare il concilio generale, e di non far guerra senza il consenso di due terzi del sacro collegio. Come egli mantenesse la parola, in breve ce ne accorgeremo. Non potea certo crearsi pontefice, da cui fosse più alieno l'animo del duca Valentino; perciocchè fra Roderigo, che fu poi Alessandro VI papa, suo padre, quando era cardinale, ed esso Giuliano della Rovere erano state nemicizie pubbliche e private, talmente che un dì si strapazzarono con tante villanie, che di peggio non avrebbe operato qualsivoglia più insolente plebeo. Per questa cagione esso cardinal Giuliano, creato che fu papa il Borgia, di cui aveva assai scandagliato il doppio e perverso animo, destramente si ritirò ad Avignone e in Francia, dove si guadagnò l'affetto e la stima de' re Carlo IX e Luigi XII. Nè, per quante esibizioni e carezze gli facesse papa Alessandro, mai volle ritornare in Roma, solendo dire fra sè: Giuliano, Giuliano, non ti fidar del marrano. Contuttociò il novello pontefice, perchè s'erano imbrogliati gli affari della Romagna, e già egli meditava di ricuperar gli Stati della Chiesa, giudicò bene di far servire a' suoi disegni il medesimo Valentino. Cavatolo perciò fuori di castello Sant'Angelo, con varie promesse, e col confermargli tutti i suoi titoli ed onori, il trasse dalla sua. S'era, dissi, già sconvolta la Romagna, perchè i Veneziani, persuasi che starebbe meglio in mano loro, o de' signori esclusi, quella provincia, che in potere del Borgia, s'ingrossarono di gente in Ravenna, da loro signoreggiata, e tanto fecero, che si misero in possesso di Faenza e della sua rocca. Entrò in Forlì Antonio Maria degli Ordelaffi. Rimisero in Rimini Pandolfo Malatesta; poscia, fatto accordo con lui, ne acquistarono il dominio. Tentarono Fano, ma questa città tenne per la Chiesa. Si impadronirono parimente di Porto Cesenatico, di Sant'Arcangelo, e di altre assai terre in quel d'Imola e Cesena, ed erano dietro a mettere il piede anche in Forlì.

Solamente restarono in potere degli uffiziali del Valentino le rocche o fortezze di Cesena, di Forlì, di Bertinoro, d'Imola e di Forlimpopoli. Sommamente increbbe al papa il movimento de' Veneziani, conoscendo quanto poi sarebbe malagevole il trarre di mano alla lor possanza la Romagna. E giacchè dall'un canto la spedizione de' suoi oratori a Venezia, per lamentarsi di quella occupazione, a nulla giovò; e dall'altro ne' principii del suo governo genti e danari gli mancavano per farsi giustizia colle armi; giudicò bene di spedir colà il duca Valentino, colla speranza che la presenza di lui potesse far mutare l'aspetto delle cose in quelle contrade, seppur questo fu il suo vero disegno. Andò il Valentino ad imbarcarsi per passare alla Specia. Ma eccoti sopraggiugnere il cardinal Soderino e Francesco Remolino a chiedergli i segnali delle suddette fortezze, mostrando essi mutata la risoluzion del papa per sospetto che i Veneziani con esibizioni larghe di danaro gli cavassero di mano quelle fortezze. Ricusò il Borgia di consegnarli, e però, d'ordine del papa, fu ritenuto come prigione in una delle galee pontificie. Cagion fu questo trattamento ch'egli poi s'indusse a darli: cosa nondimeno che a nulla servì, perchè ito con essi l'arcivescovo di Ragusi, come commessario apostolico, i castellani di quelle fortezze negarono di consegnarle, se non aveano altro ordine dal Valentino, posto in luogo di libertà. Per questo fu condotto esso Valentino a Roma, alloggiato in palazzo, ed accarezzato dal papa, acciocchè tal dimostrazione il facesse comparir libero. Ma spedito dal Valentino Pietro d'Oviedo suo familiare a que' castellani con ordine di lasciar le fortezze ai ministri del papa, altro non potè impetrare da don Diego Ramiro castellano di Cesena, che se l'intendeva cogli altri, se non che gli fu posto un laccio alla gola, e tolta la vita, come a traditore del suo signore. Ciò udito in Roma, fu ristretto il Valentino in quella stessa torre Borgia che era stata in addietro il ricettacolo di tanti miseri caduti in mano della sua barbarie. Produsse anche la sua depressione che le genti spedite da lui innanzi alla volta della Toscana furono tra Cortona e Castiglione Aretino svaligiate e disperse dai Fiorentini.

Bollì più che mai in quest'anno la guerra fra gli Spagnuoli e Franzesi nel regno di Napoli. A me non permette lo istituto mio di darne se non un breve ragguaglio. Erasi interposto Filippo arciduca, marito di Giovanna, figliuola del re Cattolico Ferdinando, per acconciar le differenze insorte in quel regno; e gli riuscì di stabilire una convenzione di tregua o pace con Luigi re di Francia, per la quale esso re addormentato non attese più col vigore che occorreva a sostenere i proprii interessi in quelle contrade. Restò egli poscia deluso, perciocchè il re Cattolico fece intanto varii preparamenti per continuare la guerra, con poi disapprovare l'accordo fatto dal genero. Però il gran capitano Consalvo, senza ubbidire all'ordine venutogli dall'arciduca di desistere dalle offese, seguitò ad impiegare il suo senno, e i rinforzi di gente che di mano in mano gli andavano arrivando, contra dei Franzesi, benchè sovente si trovasse inferiore ad essi di forze. Varia era la fortuna della guerra in quelle parti, grande la costanza di Consalvo in sostenere Barletta. Memorabile fu, fra le altre azioni, un duello nel febbraio di quest'anno. Ossia che ito un trombetta franzese a Barletta per riscuotere alcun prigione, qualche soldato italiano sparlasse de' Franzesi, come scrive il Guicciardini; oppure (come è più probabile, e fu scritto dal Sabellico e dal Giovio) che scappasse detto ad alcun Franzese di nulla stimare i soldati italiani (ingiusta sentenza, in cui anche oggidì prorompe chi non sa ben pesare la situazion delle cose): certo è, che volendo l'una e l'altra nazione sostenere il suo decoro, per non dire la maggioranza, ne seguì pubblica sfida fra tredici uomini d'arme italiani scelti dalle brigate di Prospero e Fabrizio Colonna, militanti cogli Spagnuoli, ed altrettanti dalla parte dei Franzesi, eletti dal duca di Nemours. Il Giovio registra il nome de' primi, tace per rispetto quel de' secondi. La scommessa fu, che cadaun dei vinti pagasse cento ducati d'oro, e perdesse armi e cavalli. Alla vista degli eserciti seguì il fiero combattimento a Traili fra Andria e Quarata. Dichiarassi la vittoria in favor degl'Italiani. Dal canto dei Franzesi uno restò morto, e detto fu che sel meritava, perchè, essendo da Asti, avea prese le armi contro la propria nazione. Gli altri quasi tutti feriti, perchè seco non aveano portato il danaro pattuito (tanta era la lor baldanza e vana fiducia di vincere), furono menati prigioni a Barletta, dove ben accolti e consolati da Consalvo, dappoichè ebbero pagato, fu loro concesso licenza di tornarsene al campo franzese per predicare ai lor nazionali la moderazion della lingua, e il rispettar gli uomini onorati e valorosi di qualsivoglia nazione. Monsignore di Belcaire vescovo di Metz si credette di poter qui sminuire la riputazion degl'Italiani [Belcaire, Comment. Rer. Gallic., lib. 9.], adducendo alcune particolarità toccate dal Sabellico intorno a quel duello, quasichè la frode, e non la virtù, avesse guadagnata la pugna. Ma quel prelato non s'intendeva del mestiere dell'armi; e per la gloria degl'Italiani non occorre rispondergli, se non che i giudici deputati a quel conflitto dichiararono legittima la vittoria; nè mai i vinti o i lor compagni pretesero di darle taccia alcuna.

Venuti poscia per mare nuovi rinforzi di gente a Consalvo tanto di Spagna quanto di Germania, uscì vigoroso in campagna. Prese Ruvo, lungi sette miglia da Trani, con farvi prigione il signor della Palizza. Nel qual tempo anche ad Ugo di Cardona riuscì di dare una rotta in Calabria all'Aubigny, che vi restò ferito. Più strepitoso poi fu un fatto d'armi, accaduto alla Cirignuola in Puglia nel dì 28 di aprile dell'anno presente, in cui lasciarono la vita circa tre mila Franzesi, e da lì a non molto finì anche di vivere il duca di Nemours generale de' medesimi. Il caldo e il rumore di questa vittoria non solamente fece venire in poter di Consalvo più di sessanta terre nella Puglia; ma indusse ancora Capoa ed Aversa, e fin la stessa città di Napoli, a chiamar gli Spagnuoli, giacchè per mare venivano impedite le vettovaglie, e si mosse a tumulto per la carestia il popolo di quella gran città. Entrò in Napoli il gran capitano nel dì 14 di maggio con buona disciplina, e senza nuocere ad alcuno, e tosto prese a battere colle artiglierie Castel Nuovo e l'altro dell'Uovo. Fu preso il primo nel dì 22 di giugno per assalto: il che fu giudicato cosa meravigliosa. Eransi ritirati i Franzesi a Gaeta e al Garigliano. Consalvo, a cui non mancò mai diligenza nel suo mestiere, uscito in campagna, li fece ritirar tutti a Gaeta, della qual città non tardò a cominciar il blocco. Al primo avviso ch'ebbe il re Luigi, deluso dalla pace o tregua fatta dall'arciduca, come i suoi affari prendeano brutta piega nel regno di Napoli, mise insieme un forte armamento per mare e per terra, dichiarando suo generale monsignor della Tremoglia, e poscia Francesco marchese di Mantova. Per varie cagioni venne lentamente questo esercito, composto di Franzesi, Svizzeri, Grigioni ed Italiani; e solamente alla fine di luglio passò per Pontremoli in Toscana, e di là a Roma, intorno alla qual città, per la morte sopraggiunta a papa Alessandro VI, si fermò non pochi giorni. E intanto il castello dell'Uovo in Napoli per una mina (cosa allor nuova), che fece saltar colla polvere da fuoco Pietro Navarro, venne in poter di Consalvo.

Finalmente s'inviò alla volta del regno l'armata franzese, e giunse ad unirsi co' suoi a Gaeta. S'era postato Consalvo a San Germano. Vennero anche i Franzesi al Garigliano, e riuscì loro di far un ponte su quel fiume, e senza alcun progresso in que' contorni si accamparono. Era quel sito assai disagiato, perchè i soldati stavano come impantanati nel fango; nè potendo reggere a quei patimenti, essendo anche mal pagati, parte s'infermavano, parte disertavano, di maniera che molto s'infievolì l'esercito loro. Anche Francesco marchese di Mantova, che fin qui avea esercitato fra loro la carica di generale, essendo caduto malato, oppur fingendosi tale, per non poter più reggere o alla superbia o alla discordia o alla disubbidienza de' Franzesi, impetrata licenza dal re, se ne tornò a casa. Si rinforzò intanto il gran capitano coll'arrivo di Bartolomeo d'Alviano, famoso condottiere, innestato nella casa Orsina, che con altri di quel cognome al servigio del re Cattolico menò varie compagnie d'armati. Voce comune fu, aver lo stesso Alviano con tante ragioni incitato Consalvo ad un fatto d'armi, che, ad onta de' suoi capitani di contrario parere, egli vi si lasciò indurre. Gittato dunque allo improvviso un ponte nella notte del dì 27 di dicembre (ma dovrebbe essere il dì 28) sul Garigliano a Suio, quattro miglia al di sopra di quel dei Franzesi, senza che questi se ne avvedessero, passò buona parte dell'armata spagnuola di qua. La mattina seguente, giorno di venerdì felice alla lor gente, fatto assalire col resto di sue truppe il ponte de' Franzesi, nello stesso tempo Consalvo co' suoi spronò verso il loro campo. Più a ritirarsi che a combattere pensarono i Franzesi, e, lasciata addietro la maggior parte delle munizioni (il Guicciardini dice anche nove pezzi grossi di artiglieria), ordinatamente s'inviarono verso Gaeta, ma inseguiti sempre e battuti dagli Spagnuoli sino alle mura di quella città. Grande fu la lor perdita per li morti, feriti e prigioni, ma più per lo sbandamento di assaissimi che andarono qua e là dispersi. Vi perì fra gli altri Pietro de Medici, fuggendo pel fiume sopra una barca, che carica di quattro pezzi di cannoni si affondò. Stette poco il gran capitano ad impadronirsi del monte di Gaeta; dopo di che si accampò intorno a quella città. E tali furono i prosperosi avvenimenti dell'armi spagnuole nel regno di Napoli, correndo quest'anno: in cui ancora verso la metà di giugno tornarono i Fiorentini a dare la mala pasqua alle campagne di Pisa, e venne lor fatto di acquistar la Verucola, e di ricuperar Vico Pisano. Perchè nè il papa nè gli altri monarchi cristiani, perduto ciascuno dietro ai proprii interessi, porgevano aiuto alcuno alla repubblica veneta, la prudenza di quel senato giudicò spediente il far pace, come potè, co' Turchi. Gli convenne restituir Santa Maura, e accomodarsi ad altre dure condizioni, tollerabili nondimeno, perchè troppo pericoloso era l'ostinarsi nella guerra contro di sì possente nemico. Fece il papa in quest'anno nel dì 29 di novembre una creazione di quattro cardinali, fra i quali due suoi nipoti.


MDIV

Anno diCristo MDIV. Indizione VII.
Giulio II papa 2.
Massimiliano I re de' Romani 12.

Uno de' maggiori pensieri di papa Giulio II cominciò e continuò ad essere quello di ricuperar tutti gli Stati della Chiesa romana. Per conto de' Veneziani, che occupavano Ravenna, Faenza e Rimini, con parole forti intimò ad Antonio Giustiniano orator veneto la restituzione di quelle città [Bembo. Guicciardini. Raynaldus, Annal. Eccles.]. Spedì ancora lettere risentite, che furono presentate a quel senato dal vescovo di Tivoli; e pulsò il re di Francia e Massimiliano Cesare a prestargli aiuto per questo fine. Ma indarno tutto, perchè i Veneziani adducevano varie ragioni in lor difesa. Voltossi il pontefice al duca Valentino, per carpire almeno da lui le fortezze che già dicemmo tuttavia conservate da' suoi fedeli uffiziali. E perciocchè questi si erano già espressi di non volerle consegnare, se non venivano gli ordini di esso duca, posto in libertà, ed egli era tuttavia ritenuto prigione dal papa, trovossi il ripiego che esso Valentino fosse posto in mano di Bernardino Carvajal cardinale di Santa Croce, ed inviato ad Ostia, per essere poi rilasciato e condotto in Francia, subito che si avesse certezza che le rocche suddette fossero in potere de' ministri pontifizii. Segretamente, da Ostia procurò il Borgia da Consalvo un salvocondotto; ed appena fu giunto l'avviso che i castellani di Cesena, Imola e Bertinoro aveano fatta la consegna di quelle fortezze, che il cardinale il lasciò in libertà, dandogli campo di ritirarsi occultamente a Napoli, dove fu molto ben accolto dal gran capitano nel dì 28 di aprile. Il pontefice, perchè senza saputa sua seguì la liberazion di questo scellerato, nè la rocca di Forlì era stata consegnata, se l'ebbe forte a male. Ne scrisse con vigore ai re Cattolici, cioè a Ferdinando ed Isabella (principessa gloriosa, che appunto nell'anno presente a' dì 26 di novembre passò a miglior vita), acciocchè rimediassero al tradimento fattogli. Quali ordini venissero di Spagna, si scoprì dopo qualche tempo. Facea credere il Valentino a Consalvo di poter imbrogliare le cose di Toscana in favor di Pisa e degli Spagnuoli; e a questo effetto per lui, e per alcune milizie da lui assoldate, s'erano preparate le galee per trasportarlo a Pisa. Prese egli congedo da Consalvo la notte con abbracciamenti vicendevoli; ma la mattina seguente, giorno 27 di maggio, allorchè usciva di camera per andare ad imbarcarsi, fu fatto prigione, toltogli il salvocondotto, e da lì a non molto inviato in Ispagna sopra una galea sottile, servito da un solo paggio [Giovio. Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinio. Alessandro Sardi.]. Per quasi tre anni stette ritenuto nella rocca di Medina, altri dicono nel castello di Ciattiva, daddove finalmente essendo fuggito, e passato a militare in Navarra, quivi, ucciso in un aguato, terminò miseramente la vita, e vilmente fu seppellito. Ed ecco dove andò a terminare la grandezza di Cesare Borgia, cioè di un mostro, aspirante al dominio dell'Italia: grandezza procurata a lui dal disordinato amore del papa suo padre, e da lui ottenuta col mezzo di tanta iniquità. Non si può neppure oggidì rammentar senza orrore e indignazione il suo nome; e Niccolò Macchiavello, che prese a lodare non che a difendere un tiranno sì detestabile, di troppo anch'egli oscurò la sua riputazione, ed aggiunse questo a tanti altri reati della sua penna. Riuscì poi a papa Giulio col potente segreto del danaro di cavar dalle mani del castellano la rocca di Forlì, giacchè la città dianzi a lui si era data. Mentre il papa mostrava tanto zelo per ricuperar gli Stati pontifizii, ed annullava perciò le concessioni fatte dai suoi predecessori, non pensò già che dovesse essere sottoposta a questo rigore la propria casa. Imperocchè non solamente confermò il ducato d'Urbino al duca Guidubaldo della casa di Montefeltro; ma, perchè egli si trovava senza prole, l'indusse ad adottare in figliuolo Francesco Maria della Rovere, suo nipote, prefetto di Roma e signore di Sinigaglia; al quale, col consentimento di tutto il sacro collegio, fu confermata la successione in quel ducato. Ciò fece parere ai Veneziani ingiusta l'ira del papa contra di loro, dacchè si esibivano anch'essi di pagar censo, e di riconoscere dalla Chiesa quanto essi aveano tolto al Valentino, cioè ad un tiranno, in Romagna.

Trovavansi i Franzesi ristretti in Gaeta, e poco sperando soccorsi, e molto desiderando di salvar le vite e gli arnesi; però, vinti ancora dal tedio, non tardarono a capitolar la resa di quella città. Stabilissi l'accordo nel primo giorno di quest'anno, e ne uscì quel presidio con tutto onore, menando via le sue robe, e con libertà di passare in Francia per mare e per terra. Gl'imbarcati per mare perirono quasi tutti o in cammino o in Francia. Gli altri inviati per terra, parte per freddo, parte per fame e per malattie, miseramente lasciarono le lor vite nelle strade. In tal guisa, a riserva di qualche luogo, restò possessore del regno di Napoli Ferdinando il Cattolico; e la Francia, all'incontro, si trovò piena di mestizia e rabbia per tanto oro inutilmente speso, per la riputazion sminuita, e per tanta nobiltà e milizie sacrificate all'ambizione del re, che, non contento di un sì fiorito regno, qual è la Francia, si era voluto perdere dietro alla conquista de' regni altrui e lontani. Per cagione di questi sì fastidiosi contrattempi si diede il re Luigi a maneggiare col re Cattolico una tregua, di cui cadauno avea una segreta voglia e bisogno; e questa infatti si conchiuse, restando le parti in possesso di quel che tenevano. Trattossi poi di ridurre questa tregua in pace, con proporsi ivi che si restituisse il regno di Napoli al re Federigo. Ma perchè i ministri del re Ferdinando aveano ben in bocca parole di pace, quando nell'interno del loro sovrano si covavano altre intenzioni, il negoziato andò in fascio. Si conchiuse bensì il trattato di pace fra esso re Luigi, Massimiliano Cesare e Filippo arciduca suo figlio, il quale, per la morte della regina Isabella, cominciò in quest'anno a suscitar delle liti contro il re Cattolico pel regno di Castiglia, decaduto a Giovanna sua moglie. Ma le condizioni di quel trattato poco effetto ebbero col tempo; se non che fin da allora fu creduto che l'una e l'altra potenza si accordassero per muover guerra a' Veneziani: il che dopo qualche anno vedremo eseguito. In questo anno ancora i Fiorentini verso la metà di maggio spinsero l'esercito loro addosso a' Pisani, per dare il guasto a quel territorio, sperando sempre che alla perdita delle biade terrebbe dietro la fame, e a questa la resa della città. Più che ne' precedenti si stese tal flagello per quelle campagne. Assediata Librafatta, l'ebbero a discrezione. Lusingaronsi parimente i Fiorentini di poter levare Arno a Pisa: tante belle promesse ne riportarono dagli architetti ed ingegneri. Se ciò avveniva, di più non occorreva per ridurre in agonia quella città. Di vasti fossi, di somme spese si fecero a questo fine. Ma il fiume si rise di chi gli volea dar legge, e seguitò a correre nel suo grand'alveo come prima: disinganno non poche altre volte accaduto, e che accadrà a chi prende simili grandiose imprese, per mutare il sistema de' grossi fiumi. Venne a morte in quest'anno Federigo già re di Napoli, nella città di Tours in Francia, dacchè erano svanite le lusinghevoli speranze sue di ricuperare il regno, troppo vanamente credendo egli che non burlasse il re Cattolico, qualor mostrava sì graziose intenzioni di spogliarsi dell'acquistato: al che ogni principe si sente in cuore un troppo gran ribrezzo [Pingon. Guichenon.]. Finì ancora di vivere nel dì 10 di settembre Filiberto duca di Savoia e principe del Piemonte in età solamente di venticinque anni, lasciando vedova Margherita d'Austria sua moglie, figlia di Massimiliano re de' Romani, che, divenuta poi governatrice dei Paesi Bassi, si acquistò gran nome nelle storie. Al duca Filiberto succedette Carlo III suo fratello.