Erano entrati in cuor di Ferdinando il Cattolico non piccioli sospetti contra di Consalvo gran capitano, e vicerè per lui nel regno di Napoli. Nè mancavano invidiosi e malevoli che li fomentavano ed accrescevano, facendogli credere che Consalvo, colla liberalità che usava per affezionarsi i regnicoli con discapito del regio erario, meditasse di usurpare per sè quel regno; ovvero (il che è più probabile) inclinasse a tenerlo per l'arciduca Filippo suo genero, il quale aveva assunto il titolo di re di Castiglia. Nel gennaio dell'anno presente s'era esso arciduca con cinquanta vele e grande accompagnamento di nobiltà fiamminga inviato per mare alla volta di Spagna. Battuto da fiera tempesta, fu spinto in Inghilterra, ma, ripigliato il cammino, sbarcò finalmente in Ispagna. Fu ad incontrarlo il re Ferdinando, e si trovò maniera di calmare i lor dissapori, e di conchiudere un accordo fra essi. Ora i suddetti sospetti di Ferdinando, avvalorati sempre più da qualche disubbidienza di Consalvo, e massimamente perchè, richiamato colle più affettuose parole, alla corte di Aragona, egli con varie scuse e pretesti mai non s'era voluto movere; indussero il re a venir egli in persona a Napoli. Mostravasi questa sua risoluzione in apparenza nata dal forte desiderio e dalle vive istanze de' Napoletani di vedere di nuovo il lor sovrano. Ma l'interno motivo era di assicurarsi che Consalvo, caso che macchinasse delle novità, non le potesse eseguire, con levargli destramente il governo. Avvisato Consalvo del disegno del re, spedì persona apposta in Ispagna per mostrarne il suo contento; e fu allora, seppur non avvenne più tardi, che Ferdinando colla sua dote primaria, cioè colla dissimulazione, gli confermò tutti i feudi e le rendite ascendenti a venti mila ducati d'oro, ch'egli dianzi godeva in regno di Napoli, e il grado di gran contestabile. Imbarcatosi dipoi, dopo avere ricevuto nel suo passaggio per mare regali e segni di grande stima dai Genovesi e Fiorentini, arrivò alle spiagge di Napoli sul fine di ottobre. Consalvo, ancorchè molti vogliano (ed è ben probabile) che fosse assai informato e persuaso del mal animo del re verso di lui, pure con tutto coraggio ed ilarità di volto, affidato forse nella sua innocenza, andò a presentarsi a lui. Son qui discordi il Guicciardini e il Giovio. Quegli scrive che andò sino a Genova; e l'altro, secondo le apparenze, più degno di fede, per avere scritta la Vita di lui, dice che si portò ad inchinarlo al Capo Miseno presso Napoli. Non potea Consalvo desiderare accoglimento più dolce e benigno; e finchè il re si fermò in Napoli, la confidenza in lui fu grande, e nulla chiese che non ottenesse. Nella sua venuta, per cagion dei venti contrarii obbligato esso Ferdinando a fermarsi alquanti giorni a Porto Fino, quivi avea ricevuta la nuova, come Filippo suo genero re di Castiglia (verisimilmente perchè troppo amico de' lauti conviti) era caduto infermo in Burgos, e che nel dì 25 di settembre nel fiore della sua età era passato all'altra vita. Fece questo impensato accidente credere a molti che Ferdinando fosse per voltare le prore, e tornarsene in Ispagna a riassumere le sospirate redini della Castiglia. Ma standogli più a cuore il provvedere ai bisogni di Napoli, colà passò: e poscia un bel funerale, ma senza lagrime, fece ivi alla memoria dell'estinto genero.
A chiunque ha letto i precedenti Annali, uopo non è che io ricordi che la discordia avea sempre in addietro tenuto il principal suo seggio nella città di Genova. Ora le principali case fra esse, ora i popolari coi nobili erano in rotta: effetti della superbia, dell'opulenza, dell'ambizione e di altri malanni in quel popolo, a cui in vivacità d'ingegno pochi altri d'Italia si possono paragonare. Tutte nondimeno le lor gare parea che dovessero cessare sotto il dominio e governo d'un re di Francia, padrone ancora di Milano. Non fu così. Mossosi a sedizione il popolo contro la nobiltà, andò tanto innanzi il bollore degli animi, che furono forzati i nobili, cedendo al matto furore del popolo, di uscire dalla città, con restar perciò saccheggiate le lor case. Ridotto il governo in mano della plebe più vile, costoro andarono ad occupar le terre de' Fieschi, e passarono infino ad assediar Monaco, che era di Luciano Grimaldi. Filippo di Ravensten regio governatore, dopo aver fatto il possibile per ismorzar questo incendio, veduto che non vi era più il suo onore in mezzo a tanta disubbidienza, si ritirò, lasciando buon presidio nel castelletto. Al re Lodovico XII diedero degli affanni e non poco da pensare sì fatte insolenze, temendo egli che questa piaga avesse più profonde radici. Infatti, mentre egli era, secondo lo stile francese, portato a favorir la parte de' nobili, scoprì che il papa, siccome Savonese di nascita, si era dichiarato favorevole al partito de' popolari. Diedesi perciò il re a fare armamento per terra e per mare, affin di rimediare al disordine colla forza, giacchè a nulla aveano servito le amorevoli insinuazioni e le minaccie. Nel luglio del presente anno si scoprì anche in Ferrara una congiura contro la vita del duca Alfonso [Antichità Estensi, Par. II.]. Era questa tramata da don Ferdinando suo fratello minore per voglia di regnare, e da Giulio suo fratello bastardo per ispirito di vendetta, non avendo esso duca fatto risentimento in occasion d'avere il cardinal d'Este tentato di fargli cavar gli occhi con barbarie detestata da ognuno. Convinti e confessi amendue, furono condannati a morte; ma mentre aveano il capo sotto la mannaia, Alfonso, facendo prevaler la clemenza alla giustizia, li rimise ad una prigione perpetua. Campò dipoi don Ferdinando sino al 1540; Giulio sino al 1559, in cui riebbe la libertà.
MDVII
| Anno di | Cristo MDVII. Indizione X. |
| Giulio II papa 5. | |
| Massimiliano I re de' Romani 15. |
Trattenevasi papa Giulio in Bologna, ma non assai contento al vedere non ben per anche assodato il dominio suo in quella città, perchè i Bentivogli si fermavano nello Stato di Milano. Ne fece doglianze col re Lodovico, il quale si alterò non solo per questo, ma ancora perchè esso papa non avea restituiti i suoi benefizii al protonotario, figlio di Giovanni Bentivoglio, ancorchè la facoltà di dimorar nel Milanese ai Bentivogli, e la restituzione suddetta fossero state dianzi accordate dal medesimo papa. Crebbe lo sdegno di Giulio dacchè intese risoluto il re di procedere coll'armi contra di Genova; laonde, senza più attendere il concerto fatto col re di abboccarsi seco, allorchè egli fosse venuto in Italia, nel dì 22 di febbraio si partì da Bologna, e s'inviò alla volta di Roma. Pria nondimeno di abbandonar quella città, ordinò che si rifacesse alla porta di Galiera una fortezza, col pretesto consueto della sicurezza della città, ma infatti per tenere in briglia quel popolo: due azioni che rincrebbero non poco, la prima agli amici de' Bentivogli, e l'altra ad ognun di que' cittadini. Arrivò il papa a Roma nel dì 27 di marzo, dove tutto si applicò ai maneggi d'una forte lega contro i Veneziani, per ricuperar le città da loro occupate in Romagna. E perciocchè i Bentivogli nell'aprile seguente fecero un tentativo per rientrare in Bologna; e veniva lor fatto, se Ippolito cardinal di Este non si opponeva: nel dì primo di maggio fu diroccato il palazzo di essi Bentivogli in Stra' San Donato, che era de' più belli d'Italia di que' tempi. Crebbe nell'anno presente il tumulto di Genova [Agostino Giustiniani. Senarega. Guicciardini.]. Perchè fu forzato quel sedizioso popolo dai Franzesi a ritirarsi dall'assedio di Monaco, senza più rispettare la maestà e padronanza del re Lodovico, creò doge Paolo da Novi, tintore di seta, uomo della feccia della plebe, e venne ad un'aperta e total ribellione: tutto pazzamente fatto, perchè niun v'era che lor facesse sperar soccorso per sostenere un sì ardito disegno. Per quanto il cardinal del Finale, cioè Carlo del Carretto, gli esortasse ad implorare il perdono, di cui si faceva egli mallevadore, crebbe la loro ostinazion sempre più. Il re Lodovico, che a sue spese avea imparato qual differenza vi sia tra il fare in persona la guerra e il commetterla ai capitani, passato in Italia, si fermò ad Asti; e, dacchè ebbe fatto venir per mare molti legni armati, si mosse verso il fine d'aprile coll'esercito di terra per passare il Giogo. Poca resistenza potè fare alla di lui possanza lo sforzo dei popolari di Genova, di modo che inviarono ad offerirgli l'ingresso nella città; ed egli, nel dì 28 di esso mese, colla spada nuda in mano, senza volere che si parlasse di patti, vi entrò. Contuttociò non pensò il buon re ad imitare i tiranni, ma sì bene a seguir l'esempio de' saggi ed amorevoli principi, che mai non si dimenticano d'esser padri, ancorchè i sudditi si scordino d'essere figli. Mise buona guardia alle porte della città, affinchè gli Svizzeri e venturieri non vi entrassero e mettessero tutto a sacco. Trovati gli anziani inginocchiati e dimandanti misericordia, rimise la spada nel fodero, contentandosi poi di mettere al popolo una taglia di trecento mila scudi, da pagarsi in 14 mesi, con rimetterne da lì a poco cento mila. Ordinò la fabbrica di una fortezza al Capo del Faro, e, dopo aver fatta giustizia di alcuni, e data nuova forma a quel governo, nel dì 14 di maggio se ne tornò in Lombardia, dove licenziò l'esercito per quetare i sospetti insorti in varii potentati. Bramava egli di ripassare in Francia, ma perchè udì vicina la partenza di Ferdinando il Cattolico da Napoli, che desiderava di seco abboccarsi in Savona, si fermò ad aspettarlo.
Dalle lettere de' suoi ministri d'Aragona e dalle istanze di Giovanna sua figlia regina di Castiglia, veniva esso re Cattolico sollecitato a tornarsene in Ispagna, per ripigliare il governo anche della stessa Castiglia; perciocchè Giovanna dopo la morte del marito arciduca, tanto dolore provò di tal perdita che s'infermò in lei non meno il corpo che la mente. E intanto i due suoi figliuoli, Carlo che fu poi imperadore, e Ferdinando, per la loro età non erano peranche atti al comando. Dopo aver dunque il re Ferdinando lasciate molte buone provvisioni in Napoli e pel regno, e mutati tutti gli uffiziali messi nelle fortezze da Consalvo, nel dì 4 di giugno sciolse le vele verso ponente colla regina sua consorte, e senza volersi abboccare col papa, che si era portato ad Ostia per questo, continuò il suo viaggio. Obbligato da venti contrarii prese porto in Genova, e poscia nel dì 28 di giugno arrivò a Savona, accolto con gran pompa e finezze dal re Cristianissimo, ma con aver prima esatte buone sicurezze per la sua persona. Furono per quattro giorni in istretti e segreti ragionamenti, dimenticate le precedenti nemicizie, siccome conveniva a principi d'animo grande [Giovio. Guicciardino. Mariana, De Reb. Hispan.]. Avea Ferdinando, colle maggiori dimostrazioni di benevolenza e promesse di vantaggi, menato seco da Napoli anche il gran capitano Consalvo. Non si saziò il re Lodovico di mirare ed onorare un personaggio che con tante pruove d'accortezza e valore avea tolto a lui un regno; impetrò ancora da Ferdinando che questo grand'uomo cenasse alla medesima tavola, dove erano assisi essi due re e la regina. Sì graziosa finezza del re franzese verso di Consalvo ad altro non servì che ad accrescere le gelosie nella testa spagnuola del re Cattolico. In fatti, siccome avvertirono il Giovio e il Guicciardino, quello fu l'ultimo giorno della gloria di Consalvo; imperocchè, giunto in Ispagna, non potè mai ottenere il grado di gran mastro de' cavalieri di San Iago, per cui gli aveva il re impegnata la parola. Insorsero anche altri dissapori e contrattempi, per cagion dei quali mai più di lui si servì il re nè in affari politici, nè in militari. Mancò di vita Consalvo nel dì 2 di dicembre nel 1515; nè lasciò il re a lui morto di far quegli onori che in vita gli avea negato, con ordinare che dappertutto gli fossero celebrati sontuosi funerali: ricompensa ben meschina ad uomo di tanto merito. Stette poi poco a tenergli dietro lo stesso Ferdinando, siccome dirassi al suo luogo e tempo.
MDVIII
| Anno di | Cristo MDVIII. Indizione XI. |
| Giulio II papa 6. | |
| Massimiliano I re de' Rom. 16. |