L'anno fu questo in cui i principali potentati dell'Europa meridionale si unirono per atterrar la potenza della repubblica veneta, sfoderando cadauno sì le recenti che le rancide pretensioni loro sopra la Terra ferma posseduta da essi Veneti. Ma prima di questo fatto avvenne che Massimiliano re de' Romani si era messo in pensiero di calare in Italia, non tanto per prendere, secondo il rito dei suoi predecessori, la corona e il titolo imperiale in Roma, quanto per ristabilire i diritti dell'imperio germanico in queste provincie, e recare a Pisa, continuamente infestata da' Fiorentini, quel soccorso che tante volte promesso e non mai eseguito, fece poi nascere il proverbio del Soccorso di Pisa [Continuator Sabellici. Guicciardino. Istoria Veneta MS.]. Chiesto a' Veneziani il passo e l'alloggio per quattro mila cavalli, ebbe per risposta da quel senato, che s'egli volea venir pacificamente e senza tanto apparato d'armi, l'avrebbono con tutto onore ben ricevuto; ma che apparendo con tanto armamento diversi i di lui disegni, non poteano acconsentire al suo passaggio. A questa risoluzione de' Veneziani diede maggior fomento Lodovico XII, re di Francia, che con esso loro era in lega, perchè troppo si era divolgato, non mirare ad altro i movimenti di Massimiliano, che a spogliar lui dello Stato di Milano in favore dell'abbattuta casa Sforzesca. Per questo rifiuto e per altri motivi sdegnato Massimiliano, circa il fine di gennaio col marchese di Brandeburgo mosse lor guerra dalla parte di Trento, dove i Veneziani possedevano Rovereto, tentando di aprirsi per le montagne un passaggio verso Vicenza. Poscia con altre forze entrò nel Friuli, e s'impadronì di Cadore con altri luoghi. Abbondava allora l'Italia di valenti capitani, e il senato veneto non fu lento a sceglierne i migliori, e ad ingrossarsi di gente. Niccolò Orsino conte di Pitigliano, generale, fu spedito con Andrea Gritti provveditore a Rovereto, Bartolomeo di Alviano, altro generale, con Giorgio Cornaro alla difesa del Friuli. Mosso a questo rumore il re di Francia, per sospetto che la festa fosse fatta per lo Stato di Milano, ordinò anch'egli a Carlo d'Ambosia signor di Sciomonte, governatore di Milano, di accorrere in aiuto de' Veneziani insieme col famoso maresciallo di Francia Gian-Giacomo Trivulzio.

Seguirono molte baruffe e saccheggi sul Trentino, e in que' contorni, ma non di conseguenza, perchè i Franzesi teneano ordini segreti di attendere alla difesa, e non alla offesa, per non irritar maggiormente Massimiliano. Così non fu dalla parte del Friuli. L'animoso Alviano, entrato nella valle di Cadore, e messi in rotta i Tedeschi, nel dì 23 di febbraio, cioè nell'ultimo giovedì di carnevale, ebbe a patti quel castello. Nel dì seguente pose il campo a Cormons, castello assai ricco e forte di sito, che ricusò di rendersi. Si venne all'assalto e alla scalata, che costò molto sangue agli aggressori, e fra gli altri vi perì Carlo Malatesta, giovane amatissimo nell'esercito, e di grande espettazione. Il Guicciardino e il Bembo mettono la di lui morte sotto Cadore; la Cronica veneta manoscritta, che presso di me si conserva, scritta da chi si trovò presente a tutta la seguente guerra, il fa morto sotto Cormons. Ebbe poi l'Alviano a patti quel castello, e per rallegrare i suoi soldati, loro lasciollo in preda. Quindi si spinse addosso a Gorizia, e in quattro giorni che le batterie giocarono, ridusse nel dì 28 di marzo quel presidio a renderla. Di là si inviò per istrade disastrose a Trieste, città molto mercantile e popolata, il cui distretto fu in breve messo tutto a saccomano. Posto l'assedio per terra, secondato da una squadra di navi venete per mare, fu anch'essa obbligata a capitolare la resa, salvo l'avere e le persone. Lo stesso avvenne a Porto Naone e a Fiume. Allora fu che Massimiliano, al vedere andar ogni cosa a rovescio delle sue speranze, crescere il pericolo suo, cominciò dalla parte di Trento a trattar di tregua, la quale nel dì 30 d'aprile fu conchiusa per tre anni fra esso re dei Romani e i Veneziani, senza voler aspettar le risposte del re di Francia.

Si rodeva di rabbia Massimiliano contra de' Veneziani, per essere uscito con tanta vergogna e danno dal preso impegno, essendo restati in man d'essi i luoghi occupati. Al che si aggiunse ancora il suono di alcune canzoni satiriche pubblicate in Venezia contra di lui. Mostravasi parimente mal soddisfatto dei Veneti il re Lodovico per l'accordo seguito senza consentimento suo con Massimiliano. Ciò servì poscia a riunir segretamente gli animi di questi due potentati contro la repubblica veneta; e tanto più, perchè nelle lor massime concorreva il pontefice, acceso di somma voglia di ricuperar le città della Romagna, e che perciò maggiormente accendeva il fuoco altrui. Sotto dunque lo specioso titolo di acconciar le differenze vertenti fra Massimiliano e il duca di Gueldria patrocinato da' Franzesi, Giorgio d'Ambosia cardinale di Roano, personaggio di grande accortezza, primo mobile della corte di Francia e legato del papa, passò a Cambrai, per trattar ivi di lega con Margherita vedova duchessa di Savoia, munita d'ampio mandato da Massimiliano suo padre. Al qual congresso intervenne ancora, col pretesto di accelerar la pace, l'ambasciatore di Ferdinando il Cattolico, principe che forse fu il primo a promuovere questa alleanza. Nel dì 10 di dicembre fu segnata la suddetta lega offensiva contro la repubblica di Venezia, in Cambrai fra Massimiliano Cesare, Lodovico re di Francia, e Ferdinando re d'Aragona, e per parte ancor di papa Giulio II, ancorchè il cardinal di Roano non avesse mandato valevole a tal atto. Fu insieme lasciato luogo di entrarvi a Carlo duca di Savoia, ad Alfonso duca di Ferrara e a Francesco marchese di Mantova, i quali a suo tempo vi si aggiunsero anch'essi; e fu questa non meno ratificata dai principali contraenti, che dal papa nel marzo dell'anno seguente. Per ingannare il pubblico, altro non si pubblicò allora, se non la concordia ivi stabilita fra Massimiliano e Carlo suo nipote dall'un canto, e il duca di Gueldria dall'altro, e si tenne ben segreta la macchina preparata contra de' Veneziani. Le pretensioni di queste potenze erano, per conto del pontefice, di ricuperar le città di Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza, occupate le prime un pezzo fa, ed ultimamente le altre. L'autore della bella storia franzese della Lega di Cambrai, creduto da molti il cardinale di Polignac, vi aggiugne ancora Imola e Cesena, quasi che ancor queste fossero in mano de' Veneziani, il che non sussiste. La verità nondimeno è, che negli atti di essa lega, dati alla luce da più d'uno, e in questi ultimi anni dal signor Du-Mont nel suo Corpo Diplomatico, si leggono anche le suddette due città per negligenza del cardinal di Roano. Pretendeva Massimiliano, chiamato ivi imperadore eletto, le città di Verona, Padova, Vicenza, Trivigi e Rovereto, il Friuli, il patriarcato di Aquileia, coi luoghi occupati nell'ultima guerra. Così Lodovico re di Francia intendeva di riacquistare Brescia, Crema, Bergamo, Cremona e Ghiaradadda, ch'erano una volta pertinenze del ducato di Milano, quasi che la repubblica veneta non le possedesse da gran tempo in vigore di legittimi trattati. Finalmente il re Cattolico volea riavere i porti del regno di Napoli, già impegnati ai Veneziani dal re Ferdinando, figlio d'Alfonso I, cioè Trani, Brindisi, Otranto e Monopoli nel golfo Adriatico. Delle altre condizioni di questo trattato non occorre ch'io parli, se non che per disobbligar Cesare dal fresco giuramento della tregua di tre anni, fu creduto sufficiente che il papa fulminasse a suo tempo un interdetto ed altre censure orribili contro i Veneziani, se in termine di quaranta giorni non restituivano le terre della Chiesa: dopo il qual tempo richiedesse di assistenza lo eletto imperadore, come avvocato della Chiesa Romana.

Diede fine in quest'anno al suo vivere e a' suoi affanni Lodovico Sforza, soprannominato il Moro, già duca di Milano, dopo aver avuto tempo di far buona penitenza in carcere de' suoi trascorsi peccati. E siccome in que' tempi troppo era familiare il sospetto de' veleni, corse anche voce ch'egli per questa via fosse giunto al termine de' suoi giorni, ma senza apparire alcun giusto motivo di abbreviargli la vita. Nel giugno eziandio dell'anno presente tornarono i Fiorentini a dare il guasto alle biade dei Pisani, con giugnere sino alle mura della città. Questo tante volte replicato flagello estenuò talmente le forze del popolo pisano, che sarebbe oramai stato facile ad essi Fiorentini di ridurlo a rendersi, se non si fossero ritenuti per li riguardi che aveano al re di Francia e al re Cattolico, cadaun de' quali volea far mercatanzia di quella città: cioè esigea di grosse somme, se ne doveano permettere l'acquisto. Diedero inoltre essi Fiorentini un altro guasto a buona parte del Lucchese, perchè non cessava quel popolo di mandar soccorsi a Pisa.


MDIX

Anno diCristo MDIX. Indizione XII.
Giulio II papa 7.
Massimiliano I re de' Rom. 17.

Di grandi avventure o, per dir meglio, disavventure fu ben gravido l'anno presente in Italia. Non si potè tener così occulto il trattato conchiuso in Cambrai, che non traspirasse al senato veneto; e tanto più all'osservare i grandi armamenti che si faceano in più parti. Si cominciarono perciò molti consigli in Venezia per provvedere a turbine sì minaccioso. Trovavasi certamente allora la repubblica veneta nel più bell'auge della sua fortuna. Per l'Istria, per la Dalmazia, in Candia, in Cipri, e in altre parti del Levante si stendea la sua potenza. Uno de' più fertili e ricchi pezzi dell'Italia era sotto il suo dominio. La sola meravigliosa e sì popolata città di Venezia potea dirsi un emporio di ricchezze tanto del pubblico che de' privati, a cagione del gran commercio che da più secoli faceano i Veneti per mare, della gran copia delle lor navi, del dovizioso loro arsenale che non avea pari in Europa. Colà si portavano le merci dell'Oriente, e particolarmente le specierie, che si distribuivano poi per la maggior parte delle città dell'Italia, Germania e Francia. Immenso era questo guadagno, se non che solamente circa questi tempi cominciò a calare, per avere i Portoghesi trovato il passaggio per mare alle Indie Orientali, e sempre più s'andò sminuendo da lì innanzi per l'industria d'altre potenze marittime che passano oggidì a dirittura nelle stesse Indie. Chi vuol avere un saggio delle ricchezze che nel secolo decimoquinto colavano in quella potente città, non ha che da leggere una parlata fatta nell'anno 1421, dal doge Tommaso Mocenigo, e registrata nella Cronica Veneta di Marino Sanuto da me data alla luce [Marino Sanuto, Vita de' Dogi di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. pag. 949.]. Perciò al bisogno grandi erano le forze di quella repubblica non meno in mare che per terra; grande ancora il coraggio, la fedeltà, l'unione. Soprattutto la saviezza, dote inveterata in quel senato, presedeva ai lor consigli; e per le buone e puntuali paghe che dava essa repubblica, facilmente correvano a lei le genti d'armi e i bravi condottieri de' quali allora abbondava l'Italia. Tentarono bensì i Veneziani coll'offerta di Faenza, e fors'anche di Rimini, di placare il pontefice. Fecero altri tentativi presso Cesare e presso il re Cattolico: tutto indarno, perchè niun d'essi credette compatibile col suo onore il recedere dal pattuito nella lega. Si accinsero dunque animosamente i Veneti ad accrescere le lor forze, risoluti alla difesa, e misero insieme un esercito di due mila e cento lancie, ossia d'uomini d'arme, di mille cinquecento cavalli leggieri italiani, di mille e ottocento stradioti greci, e di dieciotto mila fanti da guerra, a' quali aggiunsero ancora dodici mila altri fanti delle cernide de' contadini. La Cronica scritta a penna di autore Anonimo Padovano, ma contemporaneo, la qual si conserva presso di me, riferisce il nome di tutti i capitani [Storia Veneta MS.]; e poi confessa che almeno secento di questi uomini d'arme erano vili famigli, perchè scelti in fretta, ed essere stati que' contadini più atti al badile e all'aratro, che a' fatti di guerra. Poteano questi nondimeno servire per guastatori, e per fianco ai presidiarii, secondo le occorrenze. Oltre a ciò, gran preparamento si fece di legni armati per mare, e ne' fiumi, e nel lago di Garda. Condussero ancora alcuni della casa Orsina e Savella, e Fracasso da San Severino, condottieri di molta gente d'armi. Ma il papa impedì loro il venire. Fu anche impedito il passo a Giovanni conte di Comania, a Michele Frangipane e a Bothandreas capitano della Liburnia, che doveano condurre mille e cinquecento cavalli. Chiamati in consiglio Bartolomeo d'Alviano e il conte di Pitigliano, generali delle lor armi, per intendere i lor sentimenti, l'ultimo d'essi, come più vecchio, fu di parere che si fortificassero le città di Terra ferma, e provvedute che fossero di buon presidio, si stesse alla difesa, menando la cosa in lungo, per li vantaggi che poteano venire dal guadagnar tempo contra una lega facile a disciogliersi per varii avvenimenti [Guicciardino, Storia Veneta MS.]. Giudicò all'incontro l'Alviano, che si avesse ad uscire in campagna, prima che fosse calato in Italia col preparato nuovo esercito il re Lodovico, meglio essendo il far la guerra in casa altrui, che l'aspettarla nella propria; e potendo anche avvenire che si prendesse qualche città dello Stato di Milano, la cui conquista frastornasse i primi disegni de nemici. Prese il senato un partito di mezzo, cioè ordinò che l'esercito non passasse l'Adda, ma si tenesse in que' contorni. Nel mese d'aprile attaccatosi il fuoco nell'arsenale di Venezia, ne bruciò gran parte colla perdita di dodici corpi di galee sottili, e di molte monizioni. Da lì a pochi giorni a cagion d'un fulmine si bruciò la rocca del castello di Brescia con tutta la polve da fuoco e tutte le munizioni. Cadde ancora l'archivio della repubblica: avvenimenti che dalla gente superfiziale furono presi per preliminari e presagi di maggiori sciagure.

Arrivarono di Francia in Italia nella primavera di quest'anno mille e ducento lancie, due mila cavalli leggeri, sei mila fanti Svizzeri, e sei altri mila Guasconi e Piccardi, che si unirono con cinquecento lancie, mille arcieri ed otto mila fanti, che erano nello Stato di Milano. Giunse molto più tardi anche lo stesso re Lodovico col duca di Lorena e copiosa nobiltà franzese. Nel dì 5 d'aprile ebbe ordine Carlo d'Ambosia signor di Sciomonte, di dar principio alla danza con una scorreria. Passato l'Adda a Cassano, prese Treviglio, Rivolta, ed altre castella, mettendo a sacco il territorio. Nello stesso tempo Francesco Gonzaga marchese di Mantova, entrato nella lega, assalì il Veronese, ma fu respinto da Bartolomeo d'Alviano. Prese eziandio Casal Maggiore, ma gli convenne abbandonarlo. In questo mentre fulminò il papa interdetti ed orribili censure contro i Veneziani, e diede principio anch'egli alle offese. Francesco Maria della Rovere, nipote d'esso papa, già divenuto duca d'Urbino per la morte del duca Guidubaldo, e generale dell'esercito pontificio, corse sul Faentino, ed assediò Brisighella, dove perirono fra soldati e abitanti più di due mila persone: e fu dato il sacco alla misera terra, con trattar chiese e donne come avrebbono fatto i Turchi. Ebbe esso duca anche il castello di Russi, e di là andò a mettere il campo a Ravenna, città creduta allora inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi da' Veneziani. Dacchè si furono i Franzesi impadroniti di Treviglio, il conte di Pitigliano generale primario dell'armata veneta, che s'era postato a Pontevico, si affrettò a raunar le sue genti, e mossosi contro i nemici, gli obbligò a ritirarsi di là dall'Adda. Ricuperati alcuni dei luoghi perduti, perchè un buon presidio franzese tenea saldo Treviglio, convenne adoperar le artiglierie, e venire all'assalto. Lo sostennero i Franzesi, ma provata la risolutezza degli aggressori, e perduta la speranza di soccorso, appresso si renderono prigioni. Dionisio de' Naldi capitano della compagnia de' Brisighelli, che innanzi agli altri era stato all'assalto, inviperito ancora per le disgrazie della sua patria, ottenne il sacco dell'infelice terra. Neppur ivi tralasciato fu alcuno sfogo dell'empietà, della crudeltà e della libidine, con rivolgersi nondimeno in grave danno dell'armata veneta siffatta barbarie, perciocchè non poterono i capitani ritener gran copia d'altri soldati, che non corresse a cercar ivi bottino, di maniera che per farli uscire di là, si ricorse al brutto ripiego di attaccare il fuoco alla terra, la quale, dianzi ricca ed amena, si ridusse all'ultima miseria. Di questo scompiglio profittando il re Lodovico, potè a man salva far transitare tutto il suo esercito per li ponti che avea sull'Adda a Cassano.

Furono a vista le due potenti armate, e il re non sospirava che di venir ad un fatto d'armi: lo che non meno era desiderato e proposto dall'Alviano governatore del campo veneto, ed uomo assai caldo. Ma il saggio conte di Pitigliano stette costante in sostenere che il meglio era di temporeggiare, e vincere colla spada nel fodero, oppure di aspettar buona congiuntura per assalirli. Vedutosi dal re, che neppur colla sfida inviata potea tirare i Veneziani ad un conflitto, s'inviò in ordine di battaglia dietro l'Adda per la via che conduce a Pandino. La vanguardia era guidata da Gian-Giacomo Trivulzio, celebre capitano di questi tempi. Il re con lo Sciomonte era nel mezzo. Il signor della Palissa conducea la retroguardia. Similmente si mosse l'armata veneta, e per altro cammino andò fiancheggiando la nemica. L'Alviano guidava la vanguardia, il conte di Pitigliano il corpo di battaglia, e Antonio de' Pii coi legati veneti la retroguardia. O per accidente delle strade, o per industria dei Franzesi, tanto s'avvicinarono i due eserciti, che l'Alviano, quando men sel pensava, si trovò necessitato a menar le mani, e si venne ad un terribil fatto di armi nel dì 14 di maggio, due miglia lungi da Pandino, in luogo appellato l'Agnadello. Con sommo valore si combattè da ambe le parti. Ma non passarono tre ore, che toccò la vittoria ai Franzesi. Circa dieci mila restarono morti sul campo, i più nondimeno italiani. V'ha chi dice otto, e chi solamente sei mila, secondo il costume dell'altre battaglie. Slargò ben la bocca il Buonaccorsi con dire uccisi quindici mila e più de' Veneziani. L'Alviano, ferito in volto, restò prigione, e solamente dopo tre anni fu rimesso in libertà. La strage fu nella fanteria veneta, perchè la cavalleria non tenne saldo. Rimasero padroni i Franzesi del campo, di molta artiglieria, insegne e munizioni. Più strano è il trovar qui discordia fra gli scrittori in un punto di somma importanza: cioè, se crediamo al Guicciardino [Guicciardino.], il conte di Pitigliano colla maggior parte si astenne dal fatto di arme, o perchè già vide disperato il caso per la rotta dell'Alviano, o per isdegno contra di lui per avere, contro l'autorità sua, preso a combattere. Fra Paolo dei Cherici carmelitano veronese, che fiorì in questi tempi, e condusse la sua Storia manoscritta sino al 1537, scrive [Paoli de Clerici, Hist. MS.], che esso conte e i provveditori veneti, sbaragliato che fu l'Alviano, vergognosamente se ne fuggirono. L'autore Anonimo Padovano della Storia Veneta sopraccitata asserisce [Storia Veneta MS.] che il Pitigliano entrò colle sue schiere nel fatto d'armi, e gli convenne voltar le spalle. Lo che vien confermato da un'altra Storia veneta manoscritta, il cui autore veneziano pretende [Altra Storia Veneta MS.] che alcuni capitani italiani usassero tradimento, conchiudendo infine che il Pitigliano con pochi si salvò a Caravaggio. Il Bembo [Bembo.] e Pietro Giustiniano [Petrus Justinian. Rer. Venet.] passano sotto silenzio questo punto. Ben pare che se il Pitigliano fosse stato colle mani alla cintola in sì gran bisogno, si sarebbe tirato addosso un rigoroso processo.