Certo è che tutto l'esercito franzese unito combattè, laddove il Pitigliano arrivò a combattere solamente dappoichè l'Alviano era in rotta. Se unita tutta l'armata veneta fosse stata a fronte de' nemici, poteva essere diverso il fine di quella giornata.
Dappoichè il re Luigi ebbe solennizzata in più forme questa vittoria, appellata dipoi di Ghiaradadda, e ordinato che ivi si fabbricasse una Chiesa col titolo di santa Maria della Vittoria, non perdè tempo a profittare di sì buon vento. Impadronissi di Caravaggio e di tutta la Ghiaradadda; e giacchè era corso il terrore per tutte le città venete, poco stette a rendersegli Cremona, per opera di Soncino Benzone, di cui troppo s'erano fidati i Veneziani. Appresso vennero i Cremonesi alla divozion de' Franzesi, e da lì a qualche tempo anche la fortezza. Altrettanto fece Bergamo. La nobiltà parimente e il popolo di Brescia, veggendo imminente l'assedio, e prevedendo la propria rovina, al primo comparir delle armi franzesi, mandarono al re le chiavi della loro città, giacchè aveano dianzi ricusato di ricevere dentro il presidio veneto. Cavalcò dipoi il re al forte castello di Peschiera, dove il Mincio esce dal lago, e, fatta colle artiglierie buona breccia, si venne all'assalto. Stanchi finalmente i cinquecento fanti che erano ivi di presidio, più volte fecero segno di volersi rendere, ma non esauditi, furono infine tagliati tutti a pezzi dai Franzesi, entrati colà a forza d'armi. Pietro Giustiniano, il Guicciardino e il Buonaccorsi scrivono che Andrea Riva provveditor veneto vi fu impiccato ai merli col figliuolo. Con questa barbarie turchesca si facea la guerra in que' tempi da' principi cristiani. Avrebbe anche potuto il re Luigi passare il Mincio, e insignorirsi di Verona, perchè quel popolo, sull'esempio de' Bresciani, non avea voluto ammettere la guarnigion destinata dai Veneziani. Ma perchè il paese di là dal Mincio era riserbato a Massimiliano Cesare, non se ne volle ingerire. Per tante calamità, e perchè riparo non v'era alla diserzion continua delle poche milizie che s'erano salvate somma era la costernazione in Venezia. Il creduto migliore ripiego, a cui s'appigliò quel saggio Senato, fu di tentare ogni via per placare il papa, Cesare e il re Cattolico, giacchè si scorgea inesorabile il re Cristianissimo. Diedero dunque ordine ai cittadini di Verona e Vicenza di rendersi a Massimiliano, subitochè si presentassero l'armi, senza fargli resistenza. Altrettanto fecero sapere a' loro uffiziali esistenti in Faenza, Rimini, Cervia e Ravenna, che rendessero quelle città; e ciò prima che spirassero i giorni prescritti nel monitorio. Questi ordini furono eseguiti, eccettochè per la rocca di Ravenna, che tenne forte, e infine o per comandamento del Senato, o per mancanza di vettovaglie, venne in potere del papa. Un brutto esempio di fede violata si vide allora, perchè i governatori veneti di quella città, contro le capitolazioni, furono ritenuti prigioni. Il duca d'Urbino entrò in possesso di quelle città, e le guarnigioni si ritirarono a Venezia. Ai ministri del re Cattolico nel regno di Napoli s'arrenderono poi le città che i Veneziani possedeano ivi sulle spiaggia dell'Adriatico: del che contento il re più non s'impacciò in guerra contro di loro. Quanto a Massimiliano Cesare, mirabil era la negligenza sua in questo frangente, raunando egli assai lentamente il suo esercito in Trento. Venne finalmente quel dì, in cui il vescovo di quella città ebbe ordine di calare in Lombardia con un corpo di gente. Se gli diedero tosto Verona e Vicenza. Mandato un araldo anche a Padova, che non avea voluto ricevere le genti d'arme de' Veneziani, quel popolo a' dì 4 di giugno consegnò la città a Leonardo Trissino, che vi andò per parte dell'imperadore con soli trecento fanti tedeschi. Anche la nobiltà di Trivigi mandò ambasciatori a Padova ad offerir la città al re dei Romani; ma quegli uffiziali affaccendati in rubare, e in bere il buon vino, tanto tardarono, che sollevatosi in Trivigi un certo Marco Calegaro, gridando: Viva San Marco, mosse la plebe contra de' nobili, diede il sacco agli Ebrei, e tempo a' Veneziani di spedir colà ottocento fanti che quetarono il tumulto, e tennero salda la città, molti de' cui nobili furono mandati a provar cosa fossero i camerotti di Venezia.
Nella lega di Cambrai era entrato anche Alfonso duca di Ferrara, e per maggiormente animarlo il papa l'avea nel dì 19 d'aprile creato gonfaloniere della Chiesa romana [Muratori, Antichità Estensi, tom. 2.]. Mandò egli, nel dì 10 di maggio, trentadue pezzi di artiglieria al campo della Chiesa, ch'era sotto Ravenna. Poscia uscito colle sue genti in campagna, nel dì 30 di quel mese s'impadronì di Rovigo e di tutto il suo Polesine, e poscia d'Este, Montagnana e Monselice, antichi retaggi della Casa d'Este. Così Cristoforo Frangipane prese nell'Istria alcune castella de' Veneziani; ed il duca di Brunswich s'impadronì di Feltre e di Belluno con varie terre del Friuli. Tutto insomma era in conquasso il dominio veneto in terraferma. Per tanta confusione e tracollo delle cose sue volle il senato veneto tentar, se potea, di raddolcir l'animo di Massimiliano Cesare: al qual fine gl'inviarono Antonio Giustiniano con ordine di fare ed esibir tutto, purchè potesse rimuoverlo dal continuar le offese. Leggesi nella Storia del Guicciardino la parlata d'esso oratore, piena di tanta umiltà, che sembrando piuttosto viltà a chi visse parecchi anni dopo quello storico, la giudicarono una mera invenzione di lui, come son tante altre concioni, fatture del solo suo ingegno, ancorchè egli scriva di aver tradotta questa dal latino, nel qual linguaggio fu recitata dal Giustiniano. Io non entrerò in questa disputa, per cui si son molto scaldati vari autori, come diffusamente si può vedere nella Storia franzese della Lega di Cambrai. Solamente dirò, che lo stesso Bembo attesta, dato ordine al Giustiniano di procurare la pace con qualsivoglia dura condizione, e di riconoscere da Cesare qualunque terra dell'impero che la repubblica possedesse in Friuli e Lombardia. Questa ambasciata, ossia che seguisse dopo tante perdite, come vuole il Guicciardino, oppure prima, secondochè s'ha dal Bembo, credendo altri, che due volte il Giustiniano fosse inviato a Massimiliano, a nulla servì. Perciò il senato veneto, non obbliando l'antica sua generosità, diedesi a fare ogni possibile sforzo per accrescere il quasi annichilato esercito suo. Vennero a Venezia i presidii, che abbandonarono la Romagna e il regno di Napoli; giunsero dall'Istria, Albania e Dalmazia non poche schiere di gente bellicosa; e il conte di Pitigliano generale, coll'esibir grosso ingaggiamento, trasse alle sue bandiere assaissimi soldati italiani, di maniera che si mise insieme un esercito capace di campeggiare. Intanto i cardinali Grimani e Contarino aveano fatti buoni uffizii in Roma presso il papa, facendo conoscere che la repubblica coll'avere restituite le città della Romagna entro il termine dei ventiquattro giorni prescritti dal monitorio, non era incorsa nelle censure; e parve loro di scoprire qualche buon raggio di animo mitigato del pontefice: del che avvisato il senato, mandò tosto a Roma ambasciatori con isperanza di guadagnar molto più con questa sommessione. Non furono pubblicamente ricevuti. Pretese il papa non adempiuto quanto era intimato dalla bolla, e però incorse le censure. Mosse ancora varie altre dure pretensioni contra della repubblica. Venuti siffatti disgustosi avvisi al senato veneto, si scatenarono le lingue de' più contra del papa, con giugnere (siccome abbiamo dal Bembo) Lorenzo Loredano figlio del doge a dire ad alta voce, che giacchè il Turco, informato delle lor disgrazie, si era esibito di mandar loro soccorsi, conveniva prevalersene contra di questo non pontefice, ma carnefice, d'ogni crudeltà maestro. Il doge ed altri più saggi presero poi la risoluzion di scrivere al papa lettere piene d'umiltà e d'ubbidienza, confessandosi rei, e rimettendosi alla clemenza di sua santità: lettere che produssero poi buon frutto, siccome diremo.
Aveano già cominciato i Padovani ad assaggiar più d'un poco qual fosse il disordinato governo dei loro ospiti novelli. Frequenti si provavano i rubamenti; non era salvo l'onore delle donne; le risse, che spesso succedeano coi soldati, costavano la vita ai cittadini e il sacco alle lor case. Però non istette molto quel popolo infermo a desiderare di mutar fianco. Di questa lor disposizione, e del poco presidio, e della mala guardia che si faceva in Padova, essendo informati i Veneziani, fu proposto in senato di ricuperar Padova. Vi fu chi arringò in contrario; ma sì efficacemente perorò Lodovico Molino [Petrus Justinian., Rer. Ven., lib. 10.], che fu decretato di tentarne l'impresa. Trovavasi in questi tempi sotto Asolo, terra nobile del Trivigiano, lo smilzo esercito imperiale, di cui era stato creato generale da Massimiliano Cesare Costantino despota della Morea, spogliato dal Turco de' suoi Stati. L'armata veneta, che era a Trivigi, gli diede un giorno una buona spelazzata: lo che accrebbe il coraggio per cose maggiori. Si fece poi correre voce fra i villani del Padovano che si avea da prendere Padova, e permetterne il sacco: sinfonia che mirabilmente infiammò il cuore di quella gente, dimentica di ogni dovere verso la propria città, per sì fatta maniera, che otto mila d'essi, prese l'armi, volarono all'armata, invasati dalla speranza di sì ricco bottino. Anche da Venezia gran copia di nobili e plebei accorse alla desiderata conquista e preda, venendo in barche per la Brenta e pel Bachiglione. Staccatosi dunque da Trevigi l'esercito veneto sotto il comando del conte di Pitigliano, e passato a Noale, fu spedito innanzi Andrea Gritti legato con cinquecento cavalli leggeri; il quale, unitosi con altri fanti che erano a Mirano, e colle brigate dei contadini, sul far del giorno tacitamente s'avvicinò a Padova, e, mandate innanzi alcune carra di fieno, che fecero buon giuoco, ebbe la fortuna di prendere la porta di Codalunga, col cui capitano per altro passava intelligenza. Arrivando poi di mano in mano genti fresche a sostenerlo, s'inoltrò più avanti. Gli uffiziali cesarei sì per questo, come per udire il popolo gridar Marco, Marco, spaventati si rifugiarono nel castello; e contuttochè seguisse qualche battaglia, pure poco stettero i Veneti ad impadronirsi di tutta la città. Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe. Rimasero saccheggiati tutti i banchi, le case e botteghe de' Giudei, e circa ottanta case di nobili padovani aderenti agl'imperiali, con perdita di grandi ricchezze. Tutto era in confusione, urli e grida. Volle Dio che tardasse molto a giugnere il grosso della armata, e che le infinite barche vegnenti per li canali trovassero del contrasto: altrimenti, se giugneva tanta gente, che difficilmente si sarebbe frenata, tutta restava desolata l'infelice città. Ma in questo mentre si proclamò un bando, che sotto pena della forca niun più osasse di saccheggiare; laonde, arrivato nello stesso giorno il Pitigliano col maggior nerbo dell'armata, e chiunque veniva per acqua, trovarono per lor conto sparecchiata la tavola.
Se ascoltiamo l'autor franzese della Lega di Cambrai, fu ricuperata Padova dall'armi venete nel dì 18 di giugno. La verità si è, che sì bel colpo riuscì loro nel dì 17 di luglio di quest'anno, correndo la festa di santa Marina, poi da lì innanzi, ed anche oggidì, molto solennizzata in Venezia per memoria di questo avvenimento, che fu il principio del risorgimento della repubblica. Così ha il Bembo [Bembo.], il Guicciardini [Guicciardini.], Pietro Giustiniano [Giustiniani, Rer. Venet.], la Storia Veneta manoscritta [Storia Veneta MS.]. Nell'altra Storia Veneta, scritta a penna che è di un autor padovano, il quale si trovò presente a questi fatti, è scritto [Anonimo Padovano, Storia Veneta.]: Questo fu a dì 17 del mese di luglio, l'anno di nostra salute 1509, giorno di santa Marina, in martedì: che tale appunto, secondo la lettera dominicale G, fu il dì 17 di quel mese; e non già del 1510, come per errore si legge negli almanacchi di Venezia. Nè si dee tacere, avere quest'ultimo storico con gran franchezza attribuito a un tradimento di Costantino despoto della Morea, che comandava allora le soldatesche italiane di Massimiliano, il riacquisto di Padova fatto dai Veneziani. Pretende egli che papa Giulio avesse già riconosciuto essere il meglio della Chiesa e della Italia che si conservasse la repubblica di Venezia, per opporla non meno ai Turchi, che alle potenze cristiane, le quali venivano a conculcare e mettere in ceppi le provincie italiane: laonde, dati ordini segreti ad esso Costantino di favorir sotto mano i Veneti, il mandò a Trento a Massimiliano Cesare con cinquanta mila ducati per sollecitarlo a calare in Italia, per paura che i Franzesi non prendessero il rimanente dello Stato veneto. Fu inviato costui a Padova colle genti imperiali. Per quanto que' Padovani che amavano il nome imperiale lo scongiurassero di non ispogliar la città dell'opportuno presidio, volle egli andare a campo ad Asolo. Crebbero le apparenze che Padova fosse in pericolo; ma per quanto anche i suoi capitani, cioè Pandolfo Malatesta, Lodovico e Federigo da Bozzolo, il marchese d'Ancisa ed altri, il consigliassero di cacciarsi in Padova troppo sprovvista di gente, nulla mai volle consentirvi. Potrebbe essere che costui non peccasse d'infedeltà, ma bensì di superbia e d'imperizia nel maneggio della guerra. E quando mai fosse stato reo d'infedeltà, sembra più verisimile che da' saggi Veneziani fosse egli segretamente guadagnato, e non già imbeccato dal pontefice, il quale non per anche avea sposati gl'interessi della repubblica veneta. Ebbe Padova motivo di ringraziar Dio per essersi salvata da un sacco universale; ma non potè per altro verso schivare la propria rovina. Imperocchè, bisogna confessarlo, quasi tutta quella nobiltà s'era mostrata vogliosa di mutar governo, e dichiarata in favore degli imperiali. Non ne mancò loro il castigo. Preso che fu da' Veneziani il castello di Padova a discrezione, sì quei nobili che colà s'erano ritirati, che molti altri presi nella città, furono inviati nelle carceri di Venezia, dove Leonardo de' Trissini finì presto la vita, altri sul fine di novembre furono pubblicamente giustiziati (rigore nondimeno fin dallo stesso Bembo disapprovato), e que' pochi che poterono durar ivi per molti anni, si videro poi confinati in varii luoghi delle coste marittime. Oltre a ciò, la maggior parte degli altri nobili padovani fu chiamata a Venezia, con ordine di presentarsi ogni dì a un certo ufficio. Molti di essi e delle principali famiglie, per paura e per altre cagioni, se ne fuggirono dipoi, con venire perciò dichiarati ribelli, ed applicati al fisco tutti i lor beni. L'autor padovano registra il nome di chiunque soggiacque a tal flagello, per cui perì il fiore di quella nobiltà. Qui nondimeno non finirono le sciagure di quel povero popolo.
L'avere in questa maniera, cioè quasi dissi tanto vilmente, Massimiliano Cesare lasciata perdere la nobil città di Padova, mosse allora le voci di ognuno, e poi le penne, degli storici a proverbiare la di lui somma disattenzione e indolenza nel non mai unire il suo esercito e calare in Italia. Già titubavano anche le città di Verona e Vicenza, nella qual ultima si ritirò in fretta il despota Costantino; e d'uopo fu che, per sostenerla, accorresse il signor della Palissa con settecento lancie franzesi. Intanto i Veneziani ricuperarono tutto il contado di Padova, e venne lor fatto di acquistar anche Lignago, terra ossia castello forte sull'Adige, che mirabilmente servì loro in questa guerra. Riuscì eziandio ai medesimi un colpo che fece grande strepito per Italia. Se ne stava Francesco marchese di Mantova nell'isola della Scala con poche truppe, dimentico della vigilanza e delle precauzioni che ogni accorto capitano dee prendere in tempo di guerra. Di ciò avvisato dai villani Carlo Marino provveditor di Lignago, segretamente disposte le cose, spedì colà Lucio Malvezzi con ducento cavalli leggeri, e Citolo da Perugia con ottocento fanti e molte brigate di contadini, che, giunti la notte, svaligiarono d'armi, cavalli e arnesi tutti i soldati del marchese. Fuggì egli in camicia, e nascoso in un campo di miglio o saggina, promise molto ad un villano, se il salvava; ma, da costui tradito, cadde in mano di chi gli faceva la caccia. Fu condotto a Lignago, e quindi a Venezia, dove fu carcerato nella prigion delle Torreselle, e quivi per lungo tempo si riposò. L'Equicola [Equicola, Cronica di Mantova.] e fra Paolo carmelitano [Paul. de Cler., Hist. MS.] riferiscono al dì 9 d'agosto la prigionia di questo principe. Il Buonaccorsi scrive [Buonaccorsi, Diario.] che nel dì 7 dì agosto s'intese questa nuova in Firenze. Ma falla, perchè il Bembo [Bembo.] va d'accordo coll'Equicola. Intanto il re Lodovico era tornato in Francia. Per ordine di Massimiliano, il principe di Analto, il duca di Brunsvich e Cristoforo Frangipane fecero guerra ai Veneziani, e misero sossopra il Friuli e l'Istria, dove seguirono saccheggi, incendii e baruffe non poche. Udine capitale del Friuli fece buona difesa; più ancora ne fece Cividale contro le artiglierie e gli assalti d'esso duca. E perciocchè ben conoscevano i Veneziani che il pigro Massimiliano Cesare, dopo aver tante volte detto di voler calare in Italia, una volta infine calerebbe e che il suo turbine s'andrebbe a scaricar sopra di Padova, si diedero colla maggior sollecitudine a fortificar la città, e a provvederla di meravigliosa quantità di viveri e munizioni da guerra. Colà ancora spinsero il nerbo maggiore della lor fanteria e cavalleria, colla giunta di ducento giovani veneti volontarii, cadauno de' quali menò seco a sue spese dieci o quindici o venti uomini armati. Il doge Loredano servì d'esempio agli altri col mandarvi due suoi figliuoli. Lo stesso conte di Pitigliano generale dell'esercito, quando fu il tempo, s'andò quivi a rinchiudere.
Circa gli ultimi dì d'agosto venne alla perfine alla volta di Padova l'esercito di Massimiliano re de' Romani; esercito formidabile pel numero de' combattenti, ma senza ordine, senza unione, perchè composto di varie nazioni e di molti volontarii. Lo stesso re v'era in persona, ma seco non era venuto quell'oro che occorreva al bisogno delle grandi imprese, avendo questo principe sempre avuto non minor cura di raunarne, che di lasciarselo fuggire di mano, avaro insieme e prodigo. Cento cinquanta cinque mila scudi d'oro, a lui pagati del re Luigi per l'investitura di Milano, ottenuta nel dì 14 di giugno dell'anno presente [Du-Mont, Corp. Diplomat.], c circa cento sessanta mila ducati d'oro che per più capi esso Augusto avea ricavato dal papa, fecero presto le ali. Però la principal paga, che si dava a questa gente, era di permetter che saccheggiassero tutto il Padovano. Terribile fu infatti la desolazione di quel fertilissimo paese; ma costò anche non poco a quei nobili assassini, perchè i contadini, oltre all'essere sempre stati ben affetti e fedeli alla repubblica, irritati dal crudel trattamento d'essi imperiali, quanti ne poterono cogliere, tanti sacrificarono alla loro vendetta. Venne a rinforzare l'armata cesarea Ippolito cardinale d'Este, personaggio intendente delle cose di guerra, spedito da Alfonso duca di Ferrara suo fratello con cento lancie, ducento cavalli leggeri, due mila fanti, pagati a sue spese, e gran copia di artiglierie. Giunse ancora Lodovico Pico conte della Mirandola, mandato da papa Giulio, con ducento lancie della Chiesa e ducento cavalli leggeri. Mandovvi parimente il governator franzese di Milano molti uomini d'armi e munizioni da guerra in abbondanza. Quando ognun si credeva che Massimiliano con sì potente esercito avesse da assorbire Padova, cominciò egli a perdere il tempo in impadronirsi di Limene, Monselice, Este, Montagnana ed altri luoghi. Lo storico padovano attribuisce ancor questo ai consigli del despota della Morea e del conte della Mirandola per le segrete commissioni date loro dal papa. Si venne pure una volta a stringere d'assedio Padova nel mese di settembre: assedio strepitoso, descritto dal Guicciardini, dagli storici veneti e dall'Anonimo Padovano. Altro a me non permette di dire l'istituto mio, se non che per quindici giorni vi si fecero di grandi prodezze dall'una parte e dall'altra, e vi perirono migliaia di persone; finchè, nel dì 27 di settembre, fu sì valorosamente difeso un bastione dall'assalto degl'imperiali, che loro calò la voglia di tentarne di più. Avendo dunque assai conosciuto Massimiliano l'insuperabil difficoltà dell'impresa, scemata di molto l'armata sua, vicine le pioggie, che poteano fargli più guerra che gli stessi avversarii, nel principio di ottobre si ritirò con tutte le sue genti in Vicenza. E quindi, licenziata buona parte di esse, con poco onore se ne tornò in Germania.
Dopo sì felice successo, maggiormente cresciuto l'animo ai Veneziani, ricuperarono con facilità Vicenza, aiutati da quel popolo, che sospirava di tornare alla loro ubbidienza. Quindi s'inoltrarono sotto Verona, città che sarebbe caduta anch'essa, se il signor di Sciomonte non l'avesse rinforzata con trecento lancie franzesi, con somministrare anche le paghe a quel presidio, a cui non poteva o sapeva provvedere Massimiliano. Per questo l'armata veneta prese quartiere nel verno a Soave, San Bonifazio e Cologna, continuamente scorrendo poi sino alle porte di Verona, e tenendola molto angustiata. Ricuperarono eziandio i Veneti Feltre, Cividal di Belluno, ed altri luoghi nel Friuli. Ma il loro sdegno maggiore era contra di Alfonso duca di Ferrara, non solamente per aver egli tolto loro il Polesine di Rovigo, ma per essersi anche fatto investire da Massimiliano Cesare di Este e Montagnana, antichi dominii della sua casa. Pertanto a' suoi danni spedirono per Po un'armata di diciotto galee, di alcuni galeoni e di assaissime altre barche tutte piene di combattenti, sotto il comando di Angelo Trevisano. I saccheggi ed incendii di qua e là dai gran fiume, furono per più giorni il continuo loro esercizio; il che riempiè di spavento la stessa città di Ferrara. A questo improvviso temporale non punto sbigottito il duca Alfonso, unite che ebbe le sue genti, ed ottenuto anche un rinforzo di Franzesi, uscì contro i Veneti, premendo a lui specialmente di sloggiar li da una bastia che essi aveano piantata di qua dal Po in faccia alla Polesella Sanguinoso ed inutile riuscì l'assalto dato a quel sito nel dì 30 di novembre. Perì in quelle battaglie Lodovico Pico conte della Mirandola, stando a' fianchi del cardinal d'Este. Fu anche nel dì 4 di dicembre presa dai Veneziani la città di Comacchio, e saccheggiata con tutte le barbare appendici della licenza militare. Maniera non appariva di levarsi di dosso così malefici spiriti, se non che lo ingegno del cardinal d'Este seppe trovare un valevol esorcismo. Non pochi cannoni e colubrine fece egli postare di notte dietro gli argini del Po di sopra e di sotto della flotta veneta; e col taglio di essi argini formate le occorrenti troniere, sul fare dell'alba nel dì 21 di dicembre cominciò a salutar con que' bronzi le galee e barche nemiche. Due di quelle galee calarono a fondo, una restò consunta dal fuoco. Ognuno cercò di fuggire. Lo stesso Trivisano ebbe pena a salvarsi. Giunte ancora addosso a loro molte barche piene di soldati ferraresi, fecero del resto, in maniera che vi restarono circa tre mila Veneti o uccisi, o annegati, o presi. Vennero in potere di Alfonso tredici galee con assaissimi legni, molte bandiere, infinite munizioni da bocca e da guerra; e il tutto trionfalmente fu condotto a Ferrara, dopo aver presa a forza d'armi la bastia de' Veneziani, con tagliar a pezzi secento Schiavoni che ivi erano di presidio.
Con questi sì strepitosi successi terminò la campagna dell'anno presente in Lombardia. Altri se ne contarono in Toscana. Imperciocchè i Fiorentini, il maggior pensiero de' quali era la ricuperazion di Pisa, mentre le altre potenze erano impegnate altrove, si accinsero a dar l'ultima mano a quell'impresa. Sapeano che quell'ostinato popolo per la fame si trovava ridotto ad un miserabile stato, cibandosi la plebe de' più schifosi alimenti. S'erano preparati in Genova molti legni, per condurre a quella città una buona quantità di grano. Se n'ebbe notizia in Firenze, e però furono inviati uomini di arme e artiglierie alle foci dell'Arno e in Val di Serchio, per impedire il passo. Furono astretti, nel dì 18 di febbraio, i Genovesi a tornarsene indietro. Fabbricate poi due bastie con un ponte sopra Arno, strinsero i Fiorentini maggiormente quella città, i cui rettori finalmente, vedendo disperato il caso, mossi ancora da qualche interna sollevazione, inviarono ambasciatori a trattar della resa. Benchè avessero i Fiorentini potuto aver quella città da lì a poco tempo a discrezione, e vendicarsi di quel popolo da cui aveano ricevute non poche ingiurie, pure non lasciarono da saggi di accettar la resa con delle condizioni molto amorevoli e vantaggiose ai Pisani: capitolazione che fu anche religiosamente osservata, dal che ne venne loro gran lode. Vi entrarono dunque pacificamente nel dì 8 di giugno, e vi fecero tosto rifiorir l'abbondanza e la pace.