Fu in quest'anno che papa Clemente proferì la sentenza sua contra di Arrigo VIII re d'Inghilterra, a cagione del suo divorzio da Caterina d'Austria sua legittima consorte: il che fece maggiormente peggiorare gli affari della religione cattolica in quel regno sotto un re perduto dietro alle femmine e crudele. Da molti fu lodata la costanza del pontefice in questa controversia; ma abbondarono ancora altri che biasimarono cotal risoluzione, perchè riuscì troppo funesta alla Chiesa di Dio. Gran terrore nel presente anno si sparse per l'Italia, e massimamente in Roma, per cagione di Ariadeno Barbarossa, gran corsaro, e generale dell'armata navale del sultano dei Turchi Solimano. Venendo costui di Levante con formidabil quantità di navi armate, passò per lo stretto di Messina, e, dopo aver saccheggiati varii luoghi in quelle coste, arrivò a Capri, vicino a Napoli. Fu ben creduto che s'egli avesse assalita essa città di Napoli, oppure Roma, l'avrebbe sottomessa: tanta era la costernazione di que' popoli. Diede costui il sacco a Procida, Fondi, Terracina ed altri luoghi, menando poi seco in ischiavitù gran copia di poveri cristiani. Dimorava in Fondi Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna duca di Traietto e conte di essa città di Fondi. Voce correa che in bellezza ella superasse tutte le altre donne d'Italia. Ne giunse la fama sino al Barbarossa, il quale perciò si mise in pensiero di far quella caccia per voglia di presentare al gran signore una sì vaga preda. Gli andò fallito il colpo. Mentre egli con due mila Turchi sbarcati era dietro una notte a scalare le mura di Fondi, svegliata la giovane duchessa, e conosciuto il pericolo, coi piè nudi ebbe tempo di fuggire, e di salvarsi il meglio che potè fuori della terra, lasciando scornato il barbaro cacciatore, il quale infierì poscia contro i poveri abitanti. Che Giulia cadesse fuggendo in mano de' banditi, fu una frangia fatta dagli scioperati maligni a questo avvenimento. Poco appresso il crudel corsaro indirizzò le prore verso Tunisi, di cui e del suo regno seppe poi a forza d'inganni insignorirsi. Gran rumore avea fatto in addietro, e maggior lo fece in quest'anno, quanto avvenne a Luigi Gritti. Era egli figlio di Andrea Gritti doge in questi tempi della repubblica veneta. Essendo egli tornato a Costantinopoli, dove era nato, allorchè il padre vi stette come bailo, talmente s'insinuò nella grazia di Solimano, che divenne suo confidente e generale nella spedizion da lui fatta contra di Ferdinando re de' Romani in favor di Giovanni re d'Ungheria: il che fu di non lieve scandalo fra i Cristiani. Ma trovandosi egli nell'autunno dell'anno presente nella Transilvania, per aver crudelmente ordinata la morte di Americo vescovo di Varadino, quei popoli, amanti dell'infelice ucciso prelato, sì Ungheri che Transilvani, raunato un potente esercito, volarono ad assediarlo in Cibach nel mese d'ottobre. Andò a finir quella festa nella morte di esso Gritti, che restò vittima del lor furore insieme con tutti i giannizzeri ed altri Turchi del suo seguito. Non si sa ch'egli avesse mai abiurata la religione cristiana. Solamente si sospettò ch'egli fosse per fare un dì questo salto; ma il Giovio lasciò difesa, per quanto si potè, la di lui memoria.
Desiderava il papa, e con esso lui tutti i principi d'Italia, che Francesco Sforza duca di Milano, accasandosi con qualche principessa, tentasse di lasciar successione nella sua casa, affinchè quel ducato, per mancanza di figli, non ricadesse in mano dell'imperadore, secondo i patti. Per quetare tanta gelosia, lo stesso Augusto Carlo gli procurò una ragguardevole alleanza, con dargli in moglie Cristierna figlia del re di Danimarca e nipote sua. Fu condotta questa real principessa nel mese d'aprile a Milano, città che, quasi dimentica di tante passate sciagure, fece mirabili feste di apparati, d'archi trionfali e d'altri spettacoli in sì gioiosa occasione. Vi entrò essa con incredibile accompagnamento di nobiltà e di popolo sotto ricco baldacchino, avendo ai lati suoi Ercole Gonzaga cardinale e Antonio da Leva generale di Cesare. Dopo essere stata al duomo, passò al castello, dove le venne incontro il duca, appena reggendosi col bastone in piedi, che in quel palazzo da lì a poco colle sacre funzioni della Chiesa solennemente la sposò. Riuscì di consolazione a tutta l'Italia questo matrimonio, per la speranza di vederne frutti a suo tempo; ma questi mai non si videro, ridendosi i saggi di questo tentativo, come di un matrimonio da commedia, perchè troppo era mal ridotta la sanità di quello sfortunato principe. Neppur molto contento della sua cominciò ad essere papa Clemente, perchè lo stomaco infiacchito non soddisfaceva al consueto suo uffizio. Questi sentori della nostra mortalità diedero a lui motivo di sollecitare in Firenze la fabbrica di una fortezza, per cui si venisse sempre più ad assicurare lo Stato del duca Alessandro suo nipote. Indusse ancora il duca di Ferrara, benchè odiato da lui, a fare sloggiar dai suoi Stati tutti i Fiorentini fuorusciti che colà si erano rifugiati. Dianzi ancora gli avea fatti cacciar da Roma, Venezia, Genova ed Ancona. Nel giugno sopraggiunse ad esso papa una lenta e leggiera febbre con qualche dolor colico, di cui andò talvolta migliorando, ma poi ricadendo. Comparve nel seguente luglio una cometa, ed ecco subito gli speculativi invasati dalla ridicola opinione che tali fenomeni predicano morti ed altre disavventure ai principi della terra, correre a credere disegnata in cielo la mancanza del pontefice. Il Varchi ancora lasciò scritto che da un santo monaco della riviera di Genova era stato predetto a papa Clemente VII non solamente il pontificato, ma anche il tempo della morte, cioè nell'anno stesso in cui fosse mancato di vita quel monaco; e che il pontefice, nel tornare da Marsilia, cercatone conto, il trovò poco fa defunto: laonde immaginò non lontano il suo fine. Può essere che ancor questa fosse una diceria o inventata da qualche cervello visionario dopo la morte di lui, o nata nel volgo ignorante e facile a sognare; perchè per altro la sconcertata sanità di Clemente bastò senza rivelazione a fargli comprendere che si appressava il passaggio alla altra vita.
Crebbero pertanto i suoi malori, di modo che nel settembre egli terminò la carriera del suo vivere. Grande imbroglio ch'è nella storia l'accertare i punti minuti della cronologia. Il Segni il fa mancato di vita nel dì 24 di settembre. Fra Paolo carmelita, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, mette la sua morte nel dì 26 d'esso mese. Con lui va d'accordo il Giovio, anch'esso contemporaneo, mentre la dice avvenuta sexto kalendas octobris, cioè nel dì 26 di settembre. Ma altri il fanno passato a rendere conto a Dio nel dì 25 del mese suddetto, come il Guicciardini e Paolo Gualtieri nei suoi Diarii manuscritti, citati dal Rinaldi, dove dice, che nel dì 25 di settembre alle ore diciotto e mezza, egli spirò, e fu seppellito nel seguente dì 26. A questo giorno riferiscono la morte sua eziandio il Panvinio, il Ciacconio, l'Ammirati ed altri, i quali non di meno si può credere che seguissero il Guicciardini. Io non mi sento di faticare per decidere questo punto, quantunque a me paia più certo il dì 25, giacchè a noi basta di sapere che cessò di vivere papa Clemente in questi tempi: pontefice, a cui certamente non mancò il concetto d'ingegno politico, di molla accortezza e gravità, e che sapea ben maneggiar affari, simulare e dissimulare secondo i bisogni, e che dai politici d'allora tenuto sempre fu per uomo di doppia fede. Per fare da principe, secondo il rito de' mondani, la natura e la sperienza l'aveano fornito di molti aiuti. Ma se cercate in lui le virtù di pontefice vicario di Cristo, e qual bene egli facesse alla Chiesa in que' gran torbidi della religione, e quali abusi e disordini egli levasse, benchè da essi prendesse origine e pretesto il terribile scisma che tuttavia divide tanti popoli della vera Chiesa di Dio; non sarà sì facile il trovarlo. Troverete bensì, che egli si servì del pontificato, delle sue forze e de' suoi proventi per suscitare o mantener guerre; che fra gli altri disordini costarono un orrido sacco a Roma stessa, e un gran vilipendio alla sacratissima sua dignità. Molto più se ne servì egli per ispogliare della libertà Firenze sua patria, e per ingrandire, non dirò in forme oneste e discrete (che queste non è vietato), ma con insigni principati e parentadi sublimi la propria casa. Se questo si accordi coll'intenzion di Dio, allorchè uno è intronizzato nella sedia di san Pietro, chiunque sa misurar le cose divine ed umane, non ha bisogno ch'io gliel dica. Certo è ch'egli morì odiato dalla corte per la sua stitichezza ed avarizia, quando poi scialacquava tanto nei volontarii suoi impegni di guerre; e più odiato dal popolo romano, perchè alla sua politica venivano attribuiti tutti i guai di quella città. A noi non è permesso l'entrare ne' giudizii occulti di Dio; ma i viventi d'allora non lasciarono d'osservare quasi un gastigo venuto dall'alto il miserabil fine di due suoi nipoti bastardi, cioè d'Ippolito cardinale e di Alessandro duca di Firenze, per la grandezza dei quali cotanto egli avea mosso e cielo e terra. Imperciocchè esso cardinale e vicecancelliere arricchito da Clemente suo zio con tanti vescovati e benefizii, per invidia continua che portava ad Alessandro, tentò fino i tradimenti per occupargli la signoria, e terminò poi miseramente i suoi giorni nel seguente anno. Alessandro, perduto nelle disonestà e in altri vizii, qual fine facesse, lo diremo a suo luogo: di modo che in pochi anni dopo la morte di Clemente si vide schiantata la di lui linea maschile, e diroccati amendue quegl'idoli dell'ambizione sua.
Prima di morire avea papa Clemente consigliato il cardinal suo nipote di promuovere al pontificato il cardinale Alessandro Farnese decano del sacro collegio; e però egli unitosi con Giovanni cardinal di Lorena, capo della fazione franzese, durò poca fatica ad assicurar la elezione di lui. Concorrevano nel Farnese molte degne qualità, perchè nato di antica e nobil casa, che ne' secoli addietro s'era acquistata gran riputazione nell'armi, e possedeva molte nobili castella. Era esso Alessandro, per li meriti di Giulia sua sorella, o parente, stato creato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Oltracciò, si distingueva il Farnese per la sua letteratura, per la lunga sperienza delle cose del mondo, e per la sua prudenza, mansuetudine ed affabilità. Aggiugnevasi l'età di sessantasette anni, e l'aver egli industriosamente fatto credere, per quanto potea, debole la sua complessione e sanità: il che trasse più facilmente a lui i voti degli altri porporati, inclinati sempre a desiderar scene nuove per la speranza di fare anch'eglino un dì la propria. Nè all'assunzione sua servì punto di remora l'avere egli un frutto dell'umana fragilità, cioè Pier Luigi suo figlio, perchè in quel corrotto secolo non si guardava sì per minuto a tali deformità, come, la Dio mercè, si fa da gran tempo nella Chiesa di Dio. Fu dunque eletto papa il Farnese con universal consentimento del sacro collegio, e prese il nome di Paolo III. È da stupire come neppur vadano d'accordo gli scrittori nell'assegnare il dì dell'elezion sua. Il Ciacconio scrive che ciò avvenne VI idus octobris, cioè nel di 10 di ottobre. Altrettanto hanno gli Annali manoscritti di Ferrara e Andrea Morosino. Il vescovo Spondano negli Annali Ecclesiastici la mette tertio idus octobris, cioè nel di 13, e di questo stesso giorno parla anche il Segni. L'Oldoino la riferisce die XI, seu verius ex MSto tabularii capitolini, die XIII octobris. Secondo il Varchi, nella notte susseguente ai quattordici giorni d'ottobre fu eletto papa il Farnese. Ma che questa elezione seguisse verso un'ora o due della notte susseguente al dì 12 d'ottobre, si dee credere, asserendolo il Panvinio e fra Paolo carmelitano, che in questi tempi scriveva i suoi Annali, e soprattutto il Rinaldi annalista pontificio, che cita i Diarii vaticani e gli Atti concistoriali. Gran festa fecero i Romani per l'assunzion di Paolo III, perchè lor nobile cittadino, giacchè per tanto tempo erano seduti nella cattedra di san Pietro solamente papi d'altre nazioni. Nè già mancarono turbolenze nello Stato ecclesiastico dopo la morte di papa Clemente VII. Imperciocchè nel dì ultimo di settembre Ridolfo, figlio del fu Malatesta Baglione Perugino, essendo bandito dalla patria, ammassate alquante schiere di fanti e cavalli, andò ad impossessarsi di un borgo di Perugia; ma uscito il presidio papalino, dopo un lungo conflitto, restò obbligato il Baglione a ritirarsi. Nella notte poi del dì seguente, entrato che fu egli di nuovo nel borgo di San Pietro, ecco aprirgli quella porta i suoi parziali, co' quali avea intelligenza, e impadronirsi della città suddetta. Qui non si fermò il suo furore. Diede il Baglione alle fiamme il palazzo del vice-legato, cioè del vescovo di Terracina; e scoperto dove egli era fuggito, il fece prendere coi due suoi auditori, col cancelliere e con alcuni de' priori. Furono essi posti alla tortura, affinchè rivelassero i lor danari, e nel dì seguente condotti nudi nella pubblica piazza, ad ognuno di essi fu reciso il capo. Con tali iniquità si fece egli signore di Perugia. Anche Mattia, figliuolo del vivente Ercole Varano, s'era mosso di Lombardia nel dì primo d'ottobre con una gran frotta d'armati in varie barche, inviandosi per mare con disegno di ricuperar Camerino, il cui ducato pretendeva appartenere a sè stesso. Ebbe egli a combattere colla furia del mare, e dopo aver perduto i più del suo seguito, altro non guadagnò, che di salvar la vita tornando all'imboccatura del Po.
Dacchè si partì da questa vita papa Clemente, Alfonso I duca di Ferrara si figurava oramai di godere il resto dei suoi giorni in pace, perchè libero da un pontefice che con tante insidie e con odio sì continuato l'avea tenuto fin qui sempre in allarme. E tanto più sperò tornata la calma, per essere stato assunto al pontificato il cardinal Farnese, personaggio fornito di miglior cuore e di massime più rette che il suo predecessore. Disegnava egli d'inviare a Roma don Ercole suo primogenito per congratularsi col novello pontefice, e trattare con lui quell'accordo che non avea potuto ottenere da papa Clemente. Ma nel dì 28 di settembre cadde malato, e tanto andò crescendo l'infermità sua, che nel dì 31 d'ottobre il condusse al fine de' suoi giorni: principe glorioso nel mondo, che in senno e valore ebbe pochi pari al suo tempo. E di queste sue doti abbisognò ben egli per potersi sostenere contra di tre potentissimi papi, che pieni di mondane passioni ardevano di voglia di spogliar la nobilissima casa d'Este degli antichi suoi dominii. Ma perchè di questo egregio principe, la cui vita fu scritta dal vescovo Giovio, ne ho parlalo io abbastanza nelle Antichità Estensi, nulla di più ne dirò qui. A lui succedette nel ducato Ercole II suo primogenito, signore di gran saviezza e d'ottimo cuore, che un buon governo fece anch'egli goder da lì innanzi ai sudditi suoi. Era in questi tempi governata la città di Camerino da Caterina Cibò, vedova del fu Giovanni Maria Varano, duca d'essa città, a nome di Giulia sua figliuola, creduta legittima erede di quello stato. Perchè il sopraccennato Mattia Varano, oppure Ercole suo padre, pretendeva a sè dovuto quel ducato, e coll'aiuto di non pochi fuorusciti teneva in continui timori e pericoli essa Caterina, questa trattò con Francesco Maria duca d'Urbino di dar per moglie a Guidubaldo di lui figliuolo primogenito la suddetta Giulia sua figlia. Colà dunque si portò esso Guidubaldo, e, dopo avere sposata quella principessa, si applicò in tutte le guise a fortificare e rendere come inespugnabile Camerino. Non doveano poi mancar delle buone ragioni alla menzionata Giulia su quel ducato, giacchè Clemente VII l'avea confermato al di lei padre e ai successori, ed era papa di tal animo e polso, che non avrebbe permesso alla figlia di continuare in quel dominio, senza che l'assistesse qualche legittimo titolo.
Non l'intese così il novello pontefice Paolo III. Per l'influsso che correva in que' tempi, bramando anch'egli di fabbricare in Pier Luigi Farnese suo figlio un gran principe, trovò che quel ducato era decaduto alla Chiesa romana. Però, pubblicati i monitorii contro di Caterina e di Giulia, venne alla sentenza e alle scomuniche. Fece quanto potè Francesco Maria duca d'Urbino per placare il papa, esibendosi di stare a ragione per questo. Passi, parole e suppliche furono impiegate indarno. Fin d'allora si pensò che quel paese sarebbe stato meglio in mano di Pier Luigi. Pertanto fu spedito da esso pontefice Gian-Batista Savello coll'esercito pontificio ad assediar Camerino. Scarseggiava quella città di viveri. Di mano in mano il duca d'Urbino ne andò inviando al figlio con potente scorta, di maniera che tra per questo, e per le sortite che di tanto in tanto faceva il duca Guidubaldo, quell'assedio dopo qualche mese dell'anno vegnente svanì. Di più non fece il papa per allora, perchè v'interposero i loro uffizii i Veneziani, e molto più l'imperadore. Oltracciò, Francesco Maria di lui padre fu dichiarato generale della lega contra il Turco; laonde convenne aspettar tempo più opportuno per iscacciarne Guidubaldo; e questo venne poscia, siccome vedremo. Terminò in quest'anno Francesco Guicciardini la rinomata sua Storia d'Italia, che se non è molto dilettevole al volgo, gode almeno il privilegio di piacere a tutti gli uomini sensati, per la finezza dei suoi giudizii, e per la professione sua di non adular chicchessia, e neppure i papi, de' quali fu per tanti anni ministro. Truovasi in questi tempi assai lodato papa Paolo, perchè, invitato dai ministri dell'imperadore di confermar la lega precedente, rispose di voler essere padre comune di tutti, e di nutrir solamente pensieri di pace, non già di guerra. Che ai pontefici per difesa de' proprii Stati, e contro i nemici del nome cristiano, o del cattolicismo convenga lo sfoderar la spada, niun ci sarà che lo nieghi. Per altri motivi o fini, se ne potrà disputare. Intanto non volle perdere tempo esso pontefice a creare nel dì 18 di dicembre cardinale Alessandro Farnese suo nipote, cioè figlio di Pier Luigi, giunto all'età di quattordici o quindici anni, che riuscì poscia un insigne porporato.
MDXXXV
| Anno di | Cristo MDXXXV. Indizione VIII. |
| Paolo III papa 2. | |
| Carlo V imperadore 17. |
Più lungamente non potè sofferire il pontefice Paolo l'usurpazion di Perugia fatta da Ridolfo Baglione, meritevole ancora di gravissimo gastigo per le crudeltà usate contra il vescovo di Terracina ed altri suoi concittadini. Però nel presente anno mandò il campo a Perugia. Non avea forze il Baglione per resistere; dubitava molto ancora de' cittadini, l'odio de' quali si era egli comperato colla sua barbarie: però cedendo uscì della città, e se n'andò con Dio. Fece poscia il pontefice diroccar sino a' fondamenti le mura di Spello anticamente città, di Bettona, della Bastia e d'altre terre ch'erano già di Ridolfo; e tornò la pace in quelle contrade. Svegliossi in quest'anno una fiera tempesta contra di Alessandro de Medici duca di Firenze. Moltissimi erano i nobili fiorentini fuorusciti o confinati, ed altri ancora che volontariamente, a cagione di vari disgusti, s'erano ritirati da quella città, fra i quali specialmente Filippo Strozzi co' suoi figli, che era il più ricco e potente cittadino di essa. Tutti portando odio al suddetto Alessandro, si ridussero a Roma, ed unironsi co' cardinali lor nazionali, cioè Salviati, Ridolfi e Gaddi, per rimettere, se poteano, la libertà nella lor patria. Entrò nel loro partito anche lo stesso Ippolito cardinale de Medici: tanta era l'invidia e il suo mal animo contro del duca Alessandro. Tenuti fra loro varii consigli, determinarono d'inviare in Ispagna all'imperador Carlo le loro doglianze per l'aspro governo che facea il duca, per la sua sfrenata libidine, e per aver egli contravvenuto a quanto lo stesso Cesare aveva ordinato nel 1530 intorno a Firenze, accordando la conservazion della libertà e i privilegii di repubblica: laddove Alessandro ne avea affatto usurpata la signoria. Trovarono questi deputati l'imperadore in Barcellona nel mese di maggio; ebbero udienza; ma fu rimesso l'esame delle lor querele, allorchè l'Augusto Carlo, tutto in quel tempo applicato all'impresa di Tunisi, sarebbe poi venuto a Napoli, come già egli meditava. Non erano ignoti al duca Alessandro questi maneggi, e anch'egli si studiava di sventar le mine degli emuli e nemici suoi. Fu poi risoluto che il suddetto Ippolito cardinal de Medici andasse in persona a trovar l'imperadore in Africa; ma questo porporato, amatore grandissimo d'ogni maniera di virtù, ma superbo a maraviglia, trovandosi ad Itri vicino a Fondi, preso da lenta febbre, nel dì 10 d'agosto miseramente morì, e con voce comune di veleno. Dai più fu creduto il duca Alessandro autore di sua morte. Il Varchi aggiugne che ne fu incolpato lo stesso papa Paolo, con addurre i fondamenti di tal conghiettura. Ma chi così dubitò, fece gran torto a questo pontefice, i cui costumi tali sempre furono, che non lasciarono fondamento alcuno a sospetti di sì nere iniquità. Inclinava troppo il Varchi alla maldicenza.