Dissi poco fa rivolti i pensieri del magnanimo Carlo V in questi tempi all'impresa di Tunisi, e quantunque sì strepitosa spedizione propriamente non appartenga al mio suggetto, pure non posso dispensarmi dal darne un po' d'idea; e tanto più perchè a quella gloriosa azione ebbero gran parte i capitani e combattenti italiani. Dopo la morte di Oruccio re di Algeri, avea Ariadeno Barbarossa suo fratello, e gran corsaro, occupato quel regno. Crebbero poi le forze di costui, perchè creato ammiraglio dal gran signore Solimano, e accresciuta a dismisura la sua armata navale colla giunta de' legni turcheschi, era divenuto il terrore del Mediterraneo. Già vedemmo all'anno precedente quai terribili insulti e paure egli facesse all'Italia. Essendo guerra fra due fratelli pretendenti al regno di Tunisi, tanto seppe fare l'accorto Barbarossa, che finì le lor controversie, con impadronirsi egli di Tunisi, città di gran popolazione, e capitale di tutto il suo regno, con discacciarne Muleasse, che quivi allora signoreggiava. Ciò fatto, colla formidabil sua potenza si disponeva all'acquisto di tutta l'Africa, minacciando non solamente Orano, città degli Spagnuoli in quelle coste, ma anche i circonvicini paesi, con paventar gravi mali da costui anche i lidi dell'Italia, Francia e Spagna. Ora, essendo ricorso Muleasse con varie vantaggiose condizioni all'invittissimo imperadore Carlo, questi, sì per desiderio di dar nella testa al troppo crescente Ariadeno, come anche per vaghezza di gloria (e gloria veramente pura e legittima, che tale è allorchè i monarchi cristiani prendono l'armi per difendere i popoli fedeli dagli infedeli e dai corsari, e non già per perseguitarsi e scannarsi fra loro), determinò di portar la guerra addosso a Tunisi. Gran preparamenti di navi e galee fece egli non meno in Ispagna che in Italia e Fiandra. Molti legni ebbe dal re di Portogallo e dai Genovesi, e dieci galee dal pontefice, che erano comandate da Virginio Orsino. Ammiraglio di sì gran flotta, piena di valorosi combattenti spagnuoli, tedeschi, italiani, fu creato il valoroso Andrea Doria, principe di Melfi; e sopra la medesima imbarcatosi il generoso imperadore col marchese del Vasto, col principe di Salerno, col duca d'Alva e gran copia d'altri insigni baroni, arrivò circa il principio di luglio alla Goletta, isola e fortezza sommamente forte in faccia al porto di Tunisi.

Con immenso valore fu espugnato quel sito dai cristiani, e sbaragliata la grossa armata navale del Barbarossa, restando presi più di cento de' suoi legni. Arrivò a tempo al soccorso dell'armata cristiana don Ferrante Gonzaga con assai navi cariche di vettovaglie, provenienti dalla Sicilia; perchè già il biscotto era muffito. Prese poi posto l'esercito cesareo intorno alla città di Tunisi, e seguirono varie scaramucce, ma col peggio sempre de' Mori, Turchi ed Arabi, che sopra ottanta mila erano accorsi alla difesa. Crebbe perciò lo spavento fra essi, talmente che un dì il Barbarossa, tutto infuocato di rabbia, determinò di far perire qualunque schiavo cristiano che si trovasse in Tunisi, o per vendetta, o per sospetto di qualche lor commozione o tradimento. Li fece a questo fine rinchiudere tutti in un sito della rocca. Il Giovio ed il Segni li fanno sei mila; altri quindici mila; e Pietro Messia li fa giugnere fino a ventidue mila. Trattenuto fu il Barbaro da sì enorme crudeltà da Sinam Ebreo che era il suo braccio dritto. Ma in questo mentre due rinegati cristiani, che sapeano la sentenza data dal tiranno, mossi a compassione di alcuni schiavi loro amici, sciolsero le lor catene; e questi poi con somma fretta aiutarono a scatenar tutta la folla degli altri miseri cristiani. Ruppero essi le porte dell'armeria, e prese l'armi, ed uccisi quanti Mori si vollero loro opporre, s'impadronirono della rocca, da cui cominciarono a far segni ai cristiani di fuori, ma senza essere intesi. Cagion fu questo inaspettato colpo che il Barbarossa disperato se ne fuggisse a Bona, e poscia ad Algeri. Entrò il vittorioso imperadore nel dì 21 di luglio coll'esercito in Tunisi; e non seppe negare, o non potè impedire a' suoi il sacco della città per un giorno. Molti di que' Mori e Turchi vi rimasero tagliati a pezzi colle altre iniquità consuete in simili casi; ma per conto del bottino, questo riuscì troppo inferiore alle speranze. Perì in questa congiuntura un'insigne biblioteca d'antichi libri arabi, che meritavano d'essere conservati. Conoscendo poi l'imperadore l'impossibilità di conservare in suo dominio quella gran città e il suo regno, la rilasciò a Muleasse (fuorchè la Goletta) con obbligo di riconoscerla in feudo dai re di Spagna, e di pagare un annuo censo, con altre condizioni favorevoli alla religion cristiana, che il Maomettano senza fatica accettò e giurò, ben sapendo che nulla poi durerebbe col tempo, siccome avvenne. Andrea Doria spedito a Bona, la prese e smantellò, a riserva della rocca, dove lasciò buon presidio.

Dopo sì gloriosa impresa il trionfante Augusto, licenziate le navi spagnuole e portoghesi, dirizzò le vele alla volta della Sicilia, e sbarcò a Trapani. Indi passò a Palermo, e poscia a Messina; e lasciato don Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia, pervenne a Napoli, dove fece la sua magnifica entrata nel dì 30 di novembre. Maravigliose furono le feste, gli archi trionfali ed altri spettacoli, co' quali solennizzarono tutte quelle città l'arrivo dell'invittissimo monarca. Nel dì 4 di dicembre comparve a Napoli Ercole II duca di Ferrara ad inchinare la maestà sua, che l'accolse con singolar degnazione. Parimente portatisi colà i fuorusciti fiorentini, ed ottenuta udienza, esposero tutte le loro querele contra del duca Alessandro de Medici. Il Varchi con una studiata aringa, in cui immaginò quanto di male intorno al duca dovea o potea dire il capo d'essi all'imperadore, non lasciò indietro alcuna delle iniquità vere o pretese di lui. Sospese l'Augusto Carlo ogni risoluzione, finchè fosse venuto alla corte anche il duca Alessandro, il quale nel dì 21 di dicembre si mosse da Firenze per passare colà. In questo mentre avvenne la morte di Francesco Sforza duca di Milano, che diede incentivo a nuovi incendii di guerra. Dopo avere lo sfortunato principe sofferta una lunga e molesta infermità, finalmente gli convenne soccombere alla legge universale dell'umanità nel dì 24 di ottobre, senza lasciar dopo di sè prole alcuna, e con dichiarar erede l'imperadore. In esso Francesco finì la linea legittima della celebre casa Sforza. Antonio da Leva prese tosto colla duchessa Cristierna il governo di quel ducato, finchè si sapessero le intenzioni dell'Augusto Carlo V. Pretendeva di succedere in quegli Stati Gian-Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, figlio naturale di Lodovico il Moro, siccome chiamato nelle investiture dopo i legittimi. Ma partitosi egli da Milano per passare a Roma ad implorare i buoni uffizii del papa presso l'imperadore, allorchè giunse a Firenze, nel pranzare fu sorpreso da un maligno accidente, per cui finì i suoi giorni. Fu poi dichiarato Antonio da Leva governatore cesareo del ducato di Milano. Intanto l'odio implacabile che si era allignato in cuore di Francesco I re di Francia contra dell'imperadore, non gli lasciava aver posa, nè riguardo alcuno alla religione. Fra le sue glorie certo non si conterà l'aver egli, che pur si gloriava del titolo di Cristianissimo, commossi e sostenuti i principi protestanti contra di Cesare, con giugnere, siccome vedremo, a far lega fino coi Turchi. Durava tuttavia in lui la brama di ricuperare il ducato di Milano, ancorchè ne' precedenti trattati avesse rinunziato a cotal pretensione. Vi ha chi scrive, che per la morte del duca di Milano si svegliasse il suo prurito di portar di nuovo la guerra in Italia, e che cominciasse sul fine di quest'anno a muoverla a Carlo duca di Savoia, per aver poi libero il passo in Lombardia. Le ragioni o pretesti, che egli adoperò per giustificare la sua rottura con quel principe, sono diversamente riferiti da varii storici. Cioè, che Nizza e Monaco erano state impegnate alla casa di Savoia (sarebbe da vedere se Monaco fosse allora in potere del duca), nè questi le volea restituire al re, tuttochè gli fosse esibito il rimborso. Che il duca avesse ottenuta la città d'Asti, che da tanto tempo apparteneva alla Francia, con altre ragioni ch'io tralascio. Ora il Guichenon, storico della real casa di Savoia, il quale si può credere meglio informato di questi affari, sostiene [Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.], avere il re di Francia richiesta la restituzion di Nizza, e di alcuni luoghi del marchesato di Saluzzo, con altre doglianze contra del duca, alle quali egli contrappose, ma indarno, delle forti ragioni. La verità si è, che il re non sapea digerire l'attaccamento del duca all'imperadore, l'aver negato il congresso di papa Clemente VII col re a Nizza, ed inviato il suo primogenito ad allevarsi nella corte di Spagna, che in questo medesimo anno fu rapito dalla morte. Se crediamo al menzionato scrittore, fin dal mese di febbraio dell'anno presente il re dichiarò la guerra ad esso duca; e siccome teneva in pronto una potente armata, con disegno d'invadere lo Stato di Milano, così gli riuscì facile di spogliarlo della Savoia, e d'altri paesi di là dall'Alpi, prima che terminasse quest'anno. Spedì il duca Carlo ambasciatori a Napoli ad informar l'imperadore di queste novità funeste, e ne riportò solamente buone parole e promesse, giacchè per ora egli non poteva di più.


MDXXXVI

Anno diCristo MDXXXVI. Indiz. IX.
Paolo III papa 3.
Carlo V imperadore 18.

Dacchè Alessandro de Medici duca di Firenze, coll'accompagnamento di trecento cavalieri, tutti ben all'ordine, fu giunto a Napoli, ed ebbe soddisfatto agli atti del suo ossequio verso l'imperadore, gli furono comunicate le accuse de' fuorusciti fiorentini, alle quali diede quella risposta che a lui parve più propria. Ma ossia che l'efficacia del danaro applicato ai ministri cesarei producesse que' buoni effetti che suol produrre dappertutto, oppure che l'imperadore, trovandosi in procinto d'una nuova guerra in Italia, conoscesse più profittevole a' suoi interessi l'avere in Firenze un solo dominante, dipendente da' suoi cenni, che una unione di molte teste, quasi sempre disunite fra loro, e inclinate piuttosto in favor de' Franzesi, come veramente erano i Fiorentini: certo è ch'egli sentenziò in favore del duca, e il riconobbe per signor di Firenze. Inoltre gli diede per moglie le tante volte promessa Margherita sua figlia naturale, con certi patti, co' quali trasse da lui buona somma di danari, da impiegare nell'imminente guerra. Decretò ancora, che fosse lecito ai Fiorentini fuorusciti di ritornare alla lor patria, e di goder dei lor beni e degli uffizii soliti a dispensarsi agli altri cittadini. Ma i più d'essi o per timore o per rabbia non si sentirono voglia di prevalersi di tal grazia. Nel dì ultimo di febbraio furono celebrate quelle nozze con gran pompa, e dopo alcuni giorni di solazzo se ne tornò il duca trionfante a Firenze. I movimenti de' Franzesi contro il duca di Savoia non permisero all'Augusto Carlo di trattenersi più lungamente a Napoli; e però si mosse alla volta di Roma, colla guardia di settecento uomini d'arme e di sei mila fanti spagnuoli veterani, con far la sua entrata in quella gran città nel dì 5 d'aprile, accolto con sommo onore e magnificenza dalla corte del papa e dal popolo romano. Se stiamo al giudicio del Varchi, papa Paolo mostrò veramente d'aver animo romano, perchè ebbe ardire d'accogliere senza forze forestiere un imperadore armato e vittorioso; quasichè l'alto grado di pontefice, e pontefice amante della pace, e l'animo grande e cattolico di quell'Augusto non fossero una più poderosa e sicura guardia del papa, che qualche migliaio di soldati venali. Il Segni nondimeno scrive che tutto il popolo romano era armato, ed avere il pontefice assoldati tre mila fanti per sua guardia. Furono a stretti e lunghi colloquii il papa e l'imperadore; e tenuto poi il concistoro, in cui furono ammessi anche gli oratori del re Cristianissimo, l'imperadore risentitamente si dolse dell'iniquità del re di Francia, il quale si mettea sotto i piedi tutti i trattati ed accordi precedenti, ed avea mossa un'indebita guerra al duca di Savoia suo zio, e volea turbar la cristianità colla rovina di tanti popoli innocenti. Studiossi il buon papa di calmar lo sdegno di Cesare, con esibirsi mediatore di pace. E siccome egli bramava di buon cuore essa pace, perchè lontano dalle massime turbolenti di alcuni suoi predecessori, ne trattò poscia coi ministri franzesi. Avea l'imperadore esibito, o esibì dipoi, d'investire il duca d'Angolemme, terzogenito del re di Francia, del ducato di Milano. Aggiunse che meglio sarebbe un personal duello per risparmiare il sangue di tanti cristiani. Ma il re Francesco ostinato ne' suoi voleri, richiedendo Milano pel duca d'Orleans suo secondogenito, marito di Caterina de Medici, mandò poi a monte le buone disposizioni di Cesare (se pur questi parlava di cuore), e certamente frastornò lo zelo e l'amorevole interposizione di papa Paolo.

Appena fu salito nella cattedra di san Pietro esso pontefice, che diede a conoscere al sacro collegio la sincera sua brama e risoluzione di convocare un concilio generale [Raynaldus, Annal. Eccl.], e nel concistoro tenuto a dì 17 di ottobre (il cardinal Pallavicino scrive [Pallavicino, Storia del Concil. di Trento.] nel dì 13 di novembre) del 1534 ne insinuò la necessità con sua lode, giacchè Leon X non vi pensò, Adriano VI non potè, e Clemente VII non ne trattò mai daddovero. Non avendo questo pontefice fin qui potuto eseguire così santa intenzione, colla venuta a Roma dell'imperadore, trovato ancora lui uniforme di desiderio e di parere, tenne concistoro nel dì 18 d'aprile (il Pallavicino ha il dì 8 d'esso mese), ed ivi pubblicò il decreto della convocazion del concilio. Fu poi per un tempo disturbato questo importante affare dalla mortal guerra che si svegliò fra i suddetti due emuli monarchi. Ma non per questo lasciò papa Paolo di far quanto era in sua mano, acciocchè si recasse questo gran bene alla Chiesa; anzi nel dì 29 di maggio dell'anno presente nel concistoro ne intimò il principio in Mantova pel maggio dell'anno susseguente. Tanto inoltre era il suo buon genio, che fin dai primi momenti del suo pontificato, e molto più di poi, ordinò che si cominciasse a riformar la corte e curia di Roma, e a notare gli abusi e disordini che esigevano correzione. Lasciarono scritto molti storici che l'Augusto Carlo non si fermò che quattro giorni in Roma, e, secondo essi, dovette partirne nel dì 9 di aprile. Ma siamo assicurati dal Panvinio, dal cardinal Pallavicino e dell'annalista pontificio Rinaldi, ch'egli vi dimorò sino al dì 18 d'esso mese, nel quale si mise in viaggio alla volta della Toscana. Prima nondimeno che partisse, attento il pontefice ai vantaggi del figlio Pier-Luigi e de' nipoti, procacciò loro da esso imperadore stabili e pensioni d'annua rendita di trentasei mila scudi d'oro. Magnifico accoglimento con archi trionfali e grandi feste all'Augusto Carlo fu fatto in Siena, arrivato colà nel dì 23 di aprile. Maggiormente poi in Firenze, dove egli entrò nel dì 29 d'esso mese, e si trattenne fino il dì 4 di maggio, godendo di que' solazzi e della bellezza della città. Di là passò poi a Lucca, trovandola ben governata da' proprii cittadini; ed ivi stette sino il dì 10 di maggio. Dovunque passò, riscosse danari, abbisognandone per le meditate imprese. Finalmente per la via di Pontremoli calò in Lombardia. Fu poi condotta da Napoli Margherita sua figlia di età di tredici anni, a Firenze; e con sommo tripudio ed allegrezza entrò essa in quella città nel dì ultimo di maggio. Seguitò appresso il dì delle nozze; ma perchè in quel giorno accadde una non lieve eclisse del sole, trasse da ciò la gente augurio d'infelicità a quel matrimonio.

Dacchè fu venuta la primavera, l'esercito franzese, senza trovare ostacolo veruno, passate l'Alpi, calò alle pianure del Piemonte sotto il comando di Filippo Sciabot ammiraglio di Francia, con cui si unì Francesco marchese di Saluzzo. Non avendo forze Carlo duca di Savoia per trattener questo torrente, mandò la moglie e il figlio co' più preziosi mobili a Milano, ed egli si fermò a Vercelli. Vennero in poter de' Franzesi Torino, Pinerolo, Fossano, Chieri ed altri luoghi. Poche forze allora si trovavano nello Stato di Milano; contuttociò Antonio da Leva governatore, raunate quelle milizie che potè, ed unito col duca di Savoia, si spinse avanti per impedire i maggiori progressi de' nemici, e mise un buon presidio in Vercelli. S'erano anche mossi i Veneziani, co' quali avea l'imperadore nel precedente anno contratta lega, ma solamente per la difesa dello Stato di Milano. Questa nondimeno non fu la cagione che frenasse il corso dell'armata franzese; ma bensì la premura del pontefice di trattar di pace, per cui avea scritte efficaci lettere al re di Francia, con fargliela anche credere assai facile, perchè l'imperadore ne dava colle parole buona intenzione: il che fu creduto dai politici una simulazione per guadagnar tempo, e per potersi mettere in istato di far guerra; che di questa più che della pace era riputato sitibondo per isperanza d'ingoiare la Francia. Su queste apparenze di poter conseguir co' maneggi quello che coi troppo dispendiosi e pericolosi impegni di guerra si andava cercando, il re Francesco addormentato, non solamente spedì in Italia il cardinal di Lorena per trattare d'accordo con esso Augusto, ma eziandio ordinò all'ammiraglio di non procedere innanzi, e richiamollo in Francia con parte dello esercito. Lasciò egli buona guarnigione in Torino, città che fu mirabilmente fortificata e provveduta di munizioni da bocca e da guerra; Gian-Paolo Orsino nella città d'Alba, ed altri capitani in altre fortezze; e poi se ne andò a trovare il re. Allorchè l'imperadore arrivò a Siena, vi giunse ancora il cardinal di Lorena, e con lui trattò più volte di concordia, accompagnandolo pel viaggio; ma infine altro non raccolse che parole. Pervenuto l'imperadore ad Asti, ed indi a Savigliano, dove il duca di Savoia ed Antonio da Leva furono ad inchinarlo, tenne varii consigli, ne' quali, contro il parere de' più, prevalse il sentimento suo di portar la guerra nel cuor della Francia, per vendicarsi del re Cristianissimo. Intanto Antonio da Leva assediò Fossano e lo costrinse alla resa, e il marchese di Saluzzo abbandonò il partito franzese. Aspettò l'Augusto Carlo che fossero giunte le grosse leve fatte da lui in Germania, ed unito che fu l'esercito tutto, si trovò, secondo i conti del Belcaire, ascendere a venticinque mila fanti tedeschi, otto mila spagnuoli, maggior numero d'italiani, con mille e ducento uomini d'armi. Altri gli diedero ventiquattro mila Tedeschi, quattordici mila Spagnuoli, dodici mila Italiani, con tre mila cavalli tra uomini d'armi e cavalli leggieri: voci ordinariamente insussistenti. Quel ch'è certo, una potente e fioritissima armata ebbe Cesare, in cui si contarono i duchi di Savoia, Baviera e Brunsvich, ed altri principi e baroni. Suoi generali erano Antonio da Leva, Alfonso marchese del Vasto, don Ferrante Gonzaga, il duca d'Alva, con gran copia d'altri condottieri.

Adunque per tre parti dell'Alpi si inviò sul principio di luglio sì poderoso esercito verso la Provenza, secondato per mare dalla flotta di Andrea Doria. Restò in Piemonte con un corpo di otto o dieci mila persone Gian-Giacomo signore di Musso, e poi marchese di Marignano, soprannominato o cognominato il Medeghino, acciocchè, congiunto col marchese di Saluzzo, assediasse Torino. Nello stesso tempo fu mossa guerra in Fiandra dall'armi cesaree al re di Francia. All'assunto mio basterà di accennare che con tante forze l'Augusto Carlo, entrato in Provenza, nulla operò di memorabile. Circa un mese si perdè nella valle d'Aix, tentò in vano di formar lo assedio di Marsilia, nè alcun fatto d'armi considerabile avvenne in quella spedizione. Intanto il gran caldo fece guerra alle sue truppe, alle quali mancavano bene spesso le vettovaglie. Sopravvenne poi l'autunno colle pioggie e col fango, e coll'avviso che il re di Francia si accostava con un esercito di quaranta mila combattenti, giacchè venti mila Svizzeri erano giunti al suo campo: laonde l'imperadore non volle maggiormente differire il ritornarsene in Italia. Ci ritornò, ma col rimprovero d'aver cantato il trionfo prima della vittoria, e coll'armata sua disfatta, perchè almen la metà delle sue truppe vi perì per gli stenti, per le malattie e per gli altri disordini. Seco ancora portò il rammarico di aver perduto sotto Marsilia il valoroso suo generale spagnuolo Antonio da Leva, morto d'infermità di corpo e di passion di animo per l'infelice successo dell'armi cesaree in Francia, essendo stato creduto ch'egli fosse il promotore di quella, quasi dissi, vergognosa impresa. Al re di Francia costò la guerra suddetta infinite spese e gravissimo danno a' suoi popoli di Provenza. Quel nondimeno che gli trapassò il cuore fu l'inaspettata morte del delfino, cioè di Francesco suo primogenito, giovinetto di mirabil espettazione, che, venuto all'armata, in quattro dì di malattia si sbrigò da questa vita. Nel bollore di quella doglia corse l'usuale sospetto di veleno, e ne fu imputato il conte Sebastiano Montecuccoli suo coppiere, onorato gentiluomo di Modena, a cui di complessione delicatissima, come attesta Alessandro Sardi, scrittore contemporaneo, [Sardi, Ist. ms.] colla forza d'incredibili tormenti fu estorta la falsa confessione della morte procurata a quel principe ad istigazione di Antonio da Leva e dell'imperadore stesso: perlochè venne poi condannato l'innocente cavaliere ad un'orribil morte. Non vi fu saggio che non conoscesse la falsità e indegnità di quella imputazione, di cui non era mai degno l'animo generoso di un Carlo V. Mentre si facea questa danza in Provenza, il conte Guido Rangone Modenese, decretato dal re di Francia generale delle armi sue in Italia, nel mese di luglio ridottosi alla Mirandola, quivi raunò un corpo di dieci mila fanti italiani e di settecento cavalli, sotto il comando di varii prodi capitani. Teneva ordine esso Rangone di tentar Genova in tempo che Andrea Doria col suo stuolo di galee era passato in Francia. Mossosi egli nel dì 16 d'agosto, arrivato che fu a Tortona, l'ebbe in suo potere. Marciò poscia a Genova, e fatta la chiamata a nome del re di Francia, trovò quel popolo ben disposto a difendersi. Nella notte seguente con una scalata diede l'assalto alle mura, sperando pure qualche favorevol movimento nella città; ma niun si mosse; e però, conoscendo egli che con sì poche forze era impossibile il vincere una tanto popolata città, se ne andò in Piemonte. Prese Carignano, Chieri, Carmagnola e Cherasco; ed indi passato Pinerolo, spedì Cesare Fregoso a Raconigi, che se ne impadronì a forza d'armi. Vi fu messo a fil di spada il presidio imperiale, e rimasero prigionieri Annibale Brancaccio e il conte Alessandro Crivello. Era da molto tempo la città di Torino assediata da Francesco marchese di Saluzzo, e da Gian-Giacomo de Medici. Lo arrivo del conte Guido fece sciogliere quell'assedio; e perchè egli avea trovata gran copia di artiglierie e di viveri in Carignano, tutto fece condurre a Torino. Gran disattenzione fu quella del Varchi, allorchè arrivò a scrivere che i soldati del Rangone dopo il tentativo di Genova se ne tornarono senz'ordine alcuno verso la Mirandola, dove si dissolverono e sbandarono del tutto. In questo ne seppe ben più di lui il Segni, per tacer d'altri storici.