MDXXXVIII

Anno diCristo MDXXXVIII. Indiz. XI.
Paolo III papa 5.
Carlo V imperadore 20.

Lo straordinario apparato del sultano dei Turchi Solimano contro dei confinanti regni cristiani [Raynaldus, Annal. Eccl. Spondanus, Annal. Eccl.], quel fu che indusse finalmente papa Paolo, Carlo imperadore, Ferdinando suo fratello re dei Romani e d'Ungheria, e i Veneziani a stabilire una lega in lor difesa. Si obbligarono queste potenze a fare un armamento di ducento galee, di cento navi, di quaranta mila fanti, e di quattro mila e cinquecento cavalli tedeschi. Furono compartite a rata le spese fra i contraenti; Andrea Doria creato capitan generale di sì potente flotta. Non contento di ciò il pontefice, vedendo che tante lettere ed ambasciate sue nulla aveano servito per condurre alla pace gli animi troppo esacerbati dell'imperadore e del re di Francia, si lusingò che la presenza ed eloquenza sua potesse ottenere di gran bene alla cristianità, cotanto allor conculcata dagli eretici, e minacciata dai Turchi. Maneggiò pertanto un abboccamento suo con que' due monarchi nella città di Nizza in Provenza, dove convennero di ritrovarsi tutti e tre. Insorsero poscia delle gravi discrepanze, perchè il pontefice richiedeva in sua balia il castello d'essa città, ed altrettanto pretendeano Cesare e il re Cristianissimo; e il duca di Savoia, padrone d'essa città, non fidandosi nè dell'uno nè dell'altro, si trovò in molto imbroglio. Si mosse da Roma nel dì 23 di marzo papa Paolo III, e, giunto a Parma, fu con gran solennità accolto; ma insorta lite fra chi pretendeva la mula pontificia, si venne ad una baruffa tale, che il suo mastro di stalla vi restò morto; e il papa con tutti i cardinali spaventati scappò a nascondersi in duomo. Arrivato a Savona, e, quivi imbarcatosi, nel dì 17 di maggio approdò a Nizza. Curiosa non poco riuscì quella scena. Non solamente non potè entrare il papa nel castello, ma neppure nella stessa città. Inoltre, per quanto egli studiasse, non potè indurre al desiderato abboccamento Carlo V e Francesco I. Trattò dunque separatamente esso pontefice con amendue. Il primo, venuto di Spagna a Villafranca, si portò a visitar il papa, alloggiato fuori di Nizza, dove sotto un padiglione per un'ora intera parlarono dei loro affari. Nel dì 21 di maggio si abboccarono di nuovo. Poscia nel dì 2 di giugno, un miglio di là da Nizza, si presentò al pontefice il re di Francia coi figli, e seguì fra lor due un lungo ragionamento. Tornò esso re ad un altro congresso nel dì 13 dello stesso mese. Al lodevolissimo zelo del papa non venne fatto di condurre ad accordo alcuno que' due monarchi, creduti dalla gente savia per irreconciliabili; pure tanto si affaticò, che gl'indusse amendue a conchiudere nel dì 18 di giugno [Du-Mont, Corps Diplomat.] una tregua di dieci anni fra loro, con che restasse ognuno in possesso di quel che aveano preso: il che se dispiacesse al duca di Savoia, divenuto bersaglio di questi due potentati contendenti, ognun sel può immaginare. E tanto peggior divenne la sua condizione, perchè l'imperadore, sdegnato per non aver esso duca contro la promessa voluto concedere al papa il castello di Nizza, volle dipoi tener guarnigione spagnuola in Asti, Vercelli e Fossano. Parlò ancora premurosamente il pontefice della tenuta dell'intimato concilio in Vicenza; ma ritrovò varie difficoltà in que' monarchi; laonde convenne differirlo. Promosse eziandio vivamente presso il suddetto Augusto la guerra da farsi contro il Turco, e ne riportò molte promesse.

Questi al certo furono i veri motivi per li quali papa Paolo, benchè con tanti anni addosso, e mal provveduto anche di sanità, prese a fare un viaggio sì lungo da Roma a Nizza. Ma la gente maliziosa d'allora, ed altri ancora dipoi si figurarono che lo sprone principale del vecchio papa fosse l'ardente suo desio di maggiormente ingrandire il figlio Pier-Luigi e i nipoti. Nè si può negare che in cuor suo non avesse alte radici questo affetto, familiare a quasi tutti i papi di que' tempi corrotti. Pretende Bernardo Segni [Segni, lib. 8.] che non fosse tenuta in quel secolo cosa degna d'infamia che un papa avesse figliuoli bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici tali. Ma è ben lecito a noi di credere che in ogni secolo e tempo nel tribunale dei buoni e dei veri amatori della religione, queste fossero considerate per gravi macchie in chi è prescelto per sì alto e santo grado nella Chiesa di Dio. E benchè il primo neo non abbia impedito a taluno d'essere egregio pontefice, e sia almeno tollerabile il secondo, quando si tenga fra i limiti della moderazione; pure l'eccedere in questa passione sempre fu e sempre sarà un abusarsi di quella dignità che Dio per tutt'altro conferisce ai ministri suoi. Ne abbiam veduto in addietro de' perniciosi esempi. Quanto a papa Paolo III, convien confessare che più al pubblico bene della Chiesa e della repubblica cristiana, che al nepotismo, in imprendere quel viaggio furono rivolte le sue mire; il che chiaramente apparisce da una relazione stampata di Nicolò Tiepolo ambasciatore di Venezia. Che egli poi pensasse seriamente ancora a prevalersi di tal congiuntura per promuovere i vantaggi della sua famiglia, il fatto lo dimostra. Allorchè accadde la morte del duca Alessandro de Medici, Margherita d'Austria sua moglie, dopo aver fatto uno spoglio di tutte le gioie e del meglio della casa de Medici, ritirossi nella fortezza di Firenze, occupata da Alessandro Vitelli. Da lì a qualche tempo passò a Prato, indi a Pisa, per aspettar gli ordini dell'Augusto Carlo suo padre. Cominciò di buon'ora Cosimo de Medici le sue pratiche alla corte d'esso imperadore per ottenerla in moglie; ma a questo mercato concorreva anche papa Paolo, e in Nizza ottenne quanto volle. Premeva più a Cesare di mantenersi amico il pontefice che Cosimo, e già avea disegnato qual moglie avesse a darsi al nuovo signor di Firenze. Fu dunque dall'imperadore promessa la figlia sua naturale ad Ottavio figlio di Pier-Luigi Farnese; nè questo bastò al pontefice, perchè impetrò ancora che l'imperadore lo investisse della città di Novara con titolo di marchese. Aggiungono che l'accorto vecchio si fosse anche lusingato di poter indurre in que' congressi l'imperadore e il re di Francia a concedere a persona neutrale il ducato di Milano, per finir tutte le loro liti: il che se gli riusciva, sperava appresso di far succedere il figlio in quel riguardevole Stato. Dicono che anche ne fece la proposizione, ma che que' monarchi non si sentirono ispirazione alcuna di far questo sacrifizio. Di ciò tornerà occasion di parlare.

Nel dì 19 di giugno il re di Francia si partì da' contorni di Nizza, e nel dì seguente imbarcatosi il papa, ed accompagnato dall'imperatore sino a Genova, continuò poi il viaggio, con arrivare a Roma nel dì 24 di luglio. Appresso dirizzò le prore verso la Spagna l'Augusto Carlo; ma, sorpreso da venti contrarii, fu forzato a ritirarsi alle isole di Ieres. Non volle entrare in Marsilia. Cresciuto poi il furore del vento, che disperse la sua flotta, e lui stesso condusse in pericolo, andò ad approdare ad Acquamorta. Ivi era con Leonora regina sua moglie, e sorella dello stesso imperadore, il re Francesco, il quale non ebbe difficoltà di passare in un battello alla galea d'esso Augusto, con dirgli: Mio fratello, eccomi per la seconda volta vostro prigione. Lo abbracciò Carlo, e mostrando anch'egli egual finezza, scese dipoi a terra, e fu in ragionamenti stretti con esso re, facendo comparire, siccome accortissimo signore il più bel cuore del mondo, e buona intenzione d'accomodarsi: il che diede speranza ad ognuno di pace, fuorchè a papa Paolo, il quale avea abbastanza scandagliato l'interno dello stesso imperadore. Passò dipoi esso Augusto in Ispagna, e attese alla guerra contro il Turco. Intorno a questa io non dirò altro, se non che non fu fatto quel magnifico armamento che per li capitoli della lega si dovea: pure Andrea Doria con una fiorita armata navale si congiunse colle forze de' Veneziani, del papa e dei cavalieri di Malta, e formò uno stuolo di cento e trentaquattro galee, sessanta navi grosse ed altri navigli minori. Da più secoli non s'era veduto un sì forte armamento in mare, ed ognuno ne prediceva meraviglie. Ma il Doria, quando venne il tempo della battaglia, con perpetuo suo scorno si ritirò, lasciando esposti i Veneziani al furore del Barbarossa, con perder essi due galee, ed aver come miracolosamente salvato a Corfù il lor galeone che facea acqua da tutte le bande. Ricuperò poi il Barbarossa nell'anno seguente Castelnuovo, con mettere a fil di spada quattro mila fanti spagnuoli veterani, lasciati ivi di presidio: il che più sonoramente accrebbe le mormorazioni contra del Doria. Scuse o giustificazioni si recarono della sua condotta, che qui non importa riferire. Fu in pericolo di perdere nell'anno presente anche la Goletta in Africa, restata in potere dell'imperadore, e ciò perchè sei mila fanti spagnuoli quivi di guarnigione, per mancanza di paghe, si ammutinarono, e convenne condurne la maggior parte in Sicilia, dove, durando la lor sedizione, commisero de' gravi danni e spogli di que' cristiani nazionali. Don Ferrante Gonzaga, vicerè d'essa Sicilia, non ebbe altra via per metterli in dovere, che di ricorrere all'inganno. Cioè colle più forti promesse, autenticate da solenni giuramenti, prestati davanti al sacro altare, impegnò il perdono per cadaun d'essi. Ma dacchè gli ebbe separati e sbandati, a poco a poco fatti pigliare i loro capi, e moltissimi degli stessi soldati, barbaramente contro la fede data, e conculcata la religione d'essi giuramenti, fece impiccare: cosa di eterna infamia per lui, e che gli tirò addosso l'odio di tutta la nazione spagnuola.

Mancò di vita nel dì 28 di dicembre dell'anno presente Andrea Gritti doge di Venezia, celebre per la sua prudenza e per le sue militari imprese, ed ebbe per successore Pietro Lando, eletto nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. Parimente terminò i suoi giorni nel dì primo di ottobre Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, mentre si trovava in Pesaro, con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria per le sue azioni. Secondo il Sardi [Alessandro Sardi, Storie MSte.], morì egli di veleno, datogli ad istanza di Luigi Gonzaga, soprannominato Rodomonte. Il Giovio parla dello stesso veleno, ma senza attentarsi di palesarne l'autore, benchè dica che risultasse dal processo e dalla confessione chi fosse il reo, lasciando sospetto contro di chi aspirava al dominio di Camerino. Già dicemmo che contro il volere e le pretensioni della curia romana s'era messo in possesso del ducato di Camerino Guidubaldo figlio del suddetto duca d'Urbino, il quale fin qui vi si seppe mantener contro l'armi del papa colla riputazione del valoroso suo padre, e molto più per la protezione de' Veneziani, de' quali esso duca Francesco Maria era generale. Ma mancato di vita suo padre, e cessata l'assistenza della repubblica veneta, il pontefice, che nell'anno addietro avea con contraccambio d'altri beni indotto Ercole Varano a cedere le sue ragioni sopra Camerino ad Ottaviano Farnese suo nipote, non tardò a farle valere, inviando Stefano Colonna, oppure Alessandro Vitelli, come altri vogliono, coll'esercito pontificio contro quella città. Tuttochè essa fosse ben forte, pure il nuovo duca Guidubaldo, conoscendo di non potersi quivi mantenere, e temendo inoltre di perdere anche il ducato d'Urbino, venne poi nell'anno seguente a concordia col papa, e gli rilasciò quella città e il suo ducato, di cui egli non tardò ad investire il suddetto suo nipote Ottavio. Nel dì 3 di novembre entrò in Roma Margherita di Austria, destinata in moglie ad esso Ottavio, il quale era allora in età solamente di quindici anni, dichiarato prefetto di Roma. Si celebrarono quelle nozze con gran sontuosità, feste ed allegrezze. Confessò il papa d'aver avuto in dote trecento mila scudi d'oro, ma non si sa qual banchiere glieli coniasse. Racconta il Segni che questa principessa si trovò sui principii malcontenta di un tal maritaggio, e che, essendo ita a Castro e Nepi, disse che la più vile terricciuola del duca Alessandro suo primo marito valeva più di Castro, e di quanto avea casa Farnese. Ai motivi dunque del pontefice di sempre più ingrandir la sua casa si dovette aggiugnere ancor questo. Cosa mirabil avvenne nel dì 29 di settembre di quest'anno [Summonte.]. Fra il porto di Baia e di Pozzuolo apertosi il terreno, cominciò a vomitare fuoco, sassi, fumo e cenere, che portata per aria si stese più di cento cinquanta miglia verso la Calabria, e ne fu coperta tutta la città di Napoli. Cagionò questo nuovo vulcano tremuoti per otto giorni. Restarono inceneriti tutti gli alberi, spianati gli edifizii, e desolato un gran tratto di paese, pieno dianzi di amene selve di agrumi e d'altri frutti. Della vomitata materia fetente di zolfo si formò all'intorno di quella bocca un monte, alto più d'un miglio, di circuito al piano di quattro miglia, occupante i bagni delle Trepergole, e gran parte del lago Averno e del Lucrino. Non avrei ardito di scrivere tanta altezza di quel monte, sembrando a me un'iperbole, se non ne facesse fede anche Alessandro Sardi [Sardi, Storia MS.] storico contemporaneo. Furono in questo anno da papa Paolo con sua gran lode creati cardinali due insigni letterati italiani, cioè Girolamo Aleandro e Pietro Bembo.


MDXXXIX

Anno diCristo MDXXXIX. Indiz. XII.
Paolo III papa 6.
Carlo V imperadore 21.

A cagion della tregua stabilita fra Carlo imperadore e Francesco re di Francia si godè in quest'anno una felice quiete per l'Italia. Intanto i Veneziani, dopo la pruova fatta del poco capitale che poteva farsi degli aiuti dell'imperadore contro il Turco, scorgendo sè soli rimasti in ballo, ed esposti alla straordinaria potenza di Solimano, cominciarono a trattar seco di pace. A questo fine nel mezzo dell'anno presente ottennero da lui una tregua di tre mesi, la qual fu anche dipoi prorogata. Non furono ascosi all'imperadore e al re di Francia questi negoziati del senato veneto col tiranno d'Oriente; e però amendue (verisimilmente non per vera voglia di guerreggiar contra degl'infedeli, e molto meno il re Francesco I amico d'essi, ma per comparire presso la gente credula zelanti del bene della cristianità) nel dicembre di questo anno spedirono a Venezia i loro ambasciatori, cioè Cesare il marchese del Vasto, e il re il maresciallo di Annebò, per esortar quel senato a desistere dalla pace con esso Turco, con far loro sperare dei possenti soccorsi. Ma gli avveduti e saggi Veneziani, che sapevano qual divario passi fra parole e fatti, grandi onori bensì fecero a que' regi ministri, e tennero più conferenze con essi, ma infine trovando troppo allignata la discordia fra que' due monarchi, li rimandarono ben corrisposti d'altrettante belle parole, e senza conclusione alcuna. Determinarono poscia di cercar pace col sultano a qualunque condizione. Mancò di vita in quest'anno nel dì primo di maggio l'imperadrice Isabella; perdita, per cui fu inconsolabile l'imperador Carlo V suo marito, che molto la amava. Già dicemmo negata da Cesare a Cosimo de Medici la figlia Margherita, per darla ad Ottavio Farnese. Premendogli nondimeno di tenerselo amico, l'avea, nell'anno addietro, confermato signore e duca di Firenze: con che Cosimo cominciò ad esercitare un pieno dominio in quelle contrade. E perciocchè, siccome signore di molta avvedutezza, si voleva in tutto mostrar dipendente da esso imperadore per più ragioni, e massimamente per essere tuttavia in man degli Spagnuoli le cittadelle di Firenze e di Livorno, lasciò ancora all'elezione di lui il destinargli una moglie. Dall'Augusto fu dunque prescelta donna Leonora figlia di don Pietro di Toledo vicerè di Napoli. Mandò il duca Cosimo a prenderla, e giunta nel dì 22 di marzo a Livorno, la condusse con gran pompa a Firenze, dove sontuosamente furono celebrate le sue nozze.