Nell'autunno di quest'anno scoppiò in Fiandra la ribellione della città di Gante, originata dai troppi aggravii nuovamente imposti dai ministri cesarei. Mi sia lecito lo scorrere colla penna colà, perchè gli affari d'Italia andavano congiunti con quei di chi n'era imperadore, e ci possedeva tanti Stati. Nulla curando il popolo di Gante il pregio d'essere lo stesso Augusto Carlo uscito alla luce nella loro città, prese l'armi, uccise, o cacciò quanti ministri v'erano dell'imperadore. Nè solamente fece ricorso per aiuto al re di Francia, ma si diede anche ad attizzar le altre provincie, affinchè scuotessero il pesante giogo degli Spagnuoli. Portatone il disgustoso avviso a Cesare, dimorante allora in Ispagna, conobbe egli tosto essere necessaria la pronta sua presenza in quelle parti per ispegnere il nato fuoco, o per trattenerlo che non si dilatasse. V'ha chi scrive, aver egli disegnato di passare in Italia per mare, e poi per la Germania trasferirsi in Fiandra, e che Francesco re di Francia, ciò inteso, gli esibisse il libero passaggio a quella volta pel suo regno. Altri poi, e con più fondamento, sostengono che Carlo, ben conoscente del generoso animo del re Cristianissimo, facesse maneggi per impetrare il sicuro transito per la Francia: al qual fine indorò la richiesta con isperanze di terminar le pendenze sue con esso re. Aggiungono i politici, procurato da lui principalmente questo passaggio, acciocchè i Fiamminghi, al mirar la buona armonia che passava fra lui e il re di Francia, cessassero di lusingarsi ch'esso re condiscendesse a prendere la loro protezione contra dello stesso imperadore. Partito dunque di Spagna l'Augusto monarca, e ricevuto dal figlio minore del re con immenso onore ai confini della Francia, e poscia dal delfino e dal re stesso, sul fine dell'anno arrivò a Fontanablò, dove il lasseremo. Allorchè giunse a Roma la nuova dell'abboccamento che avea da seguire di que' due monarchi, non fu pigro papa Paolo a destinare un legato verso Cesare, col pretesto di condolersi seco della morte dell'imperadrice, ma singolarmente per procurar la pace e vegliare agl'interessi della Chiesa, dello Stato pontificio e della casa Farnese. Perciocchè si credeva allora dagli indovini dei gabinetti principeschi che il pontefice amoreggiasse Siena, oppure il ducato di Milano, siccome di sopra avvertimmo. Scelto fu nel giorno 24 di novembre per la suddetta legazione Alessandro cardinal Farnese suo nipote, giovine di circa diecinove anni, ma di soavissimi costumi, di eccellente ingegno e di grandissima espettazione, come lasciò scritto Alessandro Sardi, con cui vanno d'accordo gli altri scrittori di questi e de' susseguenti tempi.
MDXL
| Anno di | Cristo MDXL. Indizione XIII. |
| Paolo III papa 7. | |
| Carlo V imperadore 22. |
Nel primo giorno del presente anno [Belcaire. Spondano. Adriani. Giovio. Segni.] entrò Carlo imperadore come in trionfo nella real città di Parigi, accompagnato dal re Francesco, da' suoi figli e da tutta la magnifica sua corte. In tal congiuntura incredibile fu il concorso di nobili e popolo, non solo di Francia, ma anche di Spagna e d'Italia, in maniera che, quantunque sì vasta anche allora fosse quella metropoli, pure si trovava per tutte le sue strade così gran calca d'uomini e cavalli, che alcuni per la folla perderono la vita. Non lasciò indietro il re Cristianissimo sorta alcuna di divertimenti, come conviti, giostre, tornei ed altri spettacoli, tutti fatti con somma magnificenza e spesa, per far onore a sì grand'ospite. Tenne l'imperadore dei segreti e lunghi ragionamenti col re e co' suoi ministri, nel che pareano divenuti due fratelli que' possenti monarchi. Carlo V, da quell'accortissimo principe ch'era, incantò ognuno con belle parole di voler cedere lo Stato di Milano ad uno dei figli del re, ma con riserbarsi il compimento di così generose promesse (fatte nondimeno solamente in voce) dappoichè fosse sbrigato dall'impresa di Gante. Allorchè questa fu finita, sparirono quelle sì amichevoli intenzioni della maestà sua, venendo sempre più ad apparire che nell'Augusto Carlo, per mezzo della madre, era passato l'ingegno di Ferdinando il Cattolico, il quale osservava la fede a misura dell'utile suo. Perlochè trovandosi il re Francesco oltremodo deluso, ad altro non pensò da lì innanzi che a nuocergli e a muover guerra ai di lui regni. Arrivato l'imperadore a Brusselles, si applicò tutto alle maniere di gastigar i Gantesi: al qual fine raunò alcune migliaia di fanti tedeschi e cavalli borgognoni. Allora fu che il popolo di Gante, giacchè era venuta meno ogni speranza di soccorso dalla parte dei Franzesi, nè si trovavano in istato da poterla durare contra del potente sovrano, spedirono inviati a chieder misericordia, facendogli anche sperare che troverebbe aperte le porte della città, ed ogni persona ubbidiente a' suoi cenni. Intanto alcuni de' più colpevoli, conoscendo che l'aria d'Inghilterra sarebbe più salutevole per loro, colà si rifugiarono. Ito poscia Cesare a Gante colle sue schiere, armato vi entrò, fece tagliare il capo a nove di que' cittadini, e da lì a qualche tempo a molti altri, con privar la città di tutti i suoi privilegii, ed obbligar la cittadinanza a fabbricar ivi alle sue spese una fortezza: al qual lavoro destinò Carlo per presidente Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, che ogni dì più facea progressi nella grazia di lui. Questo esempio di severità fece che tutti i Paesi Bassi col capo chino pagassero e sofferissero da lì innanzi qualsivoglia gravezza loro imposta. Ed appunto osserva il Segni che questo imperadore con mostra di gran religione e giustizia aggravava poi smisuratamente di tributi i suoi popoli di Fiandra, Milano, Napoli e Sicilia; e che i governatori suoi cavavano il cuore ai sudditi con esorbitanti aggravii: del che non si allegava esempio simile di crudeltà sotto i precedenti principi. Che libri di religione leggesse questo monarca, non vel saprei dire. Di questa sfigurata religione viene accusato da esso Segni anche Cosimo de Medici, novello duca di Firenze.
Sembrò ad alcuni che di questa maligna influenza partecipasse alquanto eziandio lo stesso pontefice Paolo III. Oltre ad altre gravezze da lui imposte ai popoli della Chiesa e al clero d'Italia, mise nel presente anno un dazio sopra il sale, che increbbe molto ai suoi sudditi. In Ravenna insorse per questo qualche tumulto, ma di poca durata. All'incontro, i Perugini, pazzamente dato di piglio alle armi, proruppero in un'aperta ribellione. Per metterli in dovere raunò il papa otto mila fanti italiani; quattro mila Spagnuoli ottenne da Napoli; ed aggiuntivi ottocento Tedeschi, fece marciar questa gente addosso a Perugia sotto il comando di Pier-Luigi suo figlio e di Alessandro Vitelli. Le principali prodezze di costoro si ridussero a bruciare il bello e fruttifero paese intorno a quella città, non meritando nome alcune picciole scaramuccie, seguite fra essi e i Perugini. Questi avevano chiamato alla lor difesa Ridolfo Baglione, e confidavano forte che il duca di Firenze Cosimo, siccome principe disgustato per non poche ragioni del papa, accorrerebbe in loro aiuto. Ma fallito questo lor disegno, trovandosi sprovveduti d'ogni cosa necessaria alla difesa, mandarono a trattar di concordia. Altro non ottennero, se non che il papa li volle a discrezione. Entrativi i ministri e soldati pontificii, per non essere da meno di Cesare in gastigare i Gantesi, fecero decapitare sei di que' gentiluomini, dieci altri ne mandarono a' confini; e, spogliato d'armi il popolo, e d'ogni autorità e privilegio quel comune, ordinarono che alle spese loro si piantasse una fortezza nella città, comprendendo in essa i palagi de' nobili Baglioni. Rimasero per questo ben umiliati i Perugini; ma non si dee tacere che tredici anni dopo il papa Giulio III restituì loro i magistrati e gli onori, con ridurre quella città al reggimento, come era prima. Terminata questa festa, ad un'altra si diede principio, perchè i Colonnesi, capo de' quali era Ascanio Colonna, ricalcitrarono all'accresciuto prezzo del sale. Però papa Paolo, che anche senza di questo mirava di mal occhio quella nobile e potente casa, siccome quella che avea in altri tempi fatto fronte a' suoi predecessori, mosse lor guerra con un esercito di dieci mila persone. Ma perchè quest'altra scena più precisamente appartiene all'anno prossimo, allora ne parleremo.
Seriamente intanto avea trattato Luigi Badoero, ambasciator de' Veneziani a Costantinopoli, di far pace colla Porta ottomana, e gli convenne conchiuderla, non come egli volle, ma come pretese Solimano [Andr. Maurocenus. Alessandro Sardi. Segni ed altri.]. Fu obbligato il senato veneto a cedere al Turco Napoli di Romania, e Malvasia nella Morea, due terre di grande importanza, e di pagare trecento mila scudi d'oro nel termine di tre anni. Il trovarsi abbandonata quella repubblica da chi le dovea dar braccio contro le troppo superiori forze della potenza turchesca, la indusse ad accettar sì dura legge. Giunta a Venezia la nuova di questa svantaggiosa pace nel dì 27 d'aprile, grande strepito, fiere mormorazioni si suscitarono contra del Badoero, che a tanto prezzo l'avesse comperata. Era in pericolo la sua vita, non che la sua fama per questo; ma si venne col tempo a scoprire un tradimento, cosa rara in quella saggia e sì ben regolata repubblica. Dimorava in Venezia Antonio Rincone, ambasciatore di Francia; e siccome il re Francesco, non senza infamia del suo nome, teneva con Solimano non solo stretta amicizia, ma anche una specie di lega; così il ministro suo andava spiando tutto ciò che poteva essere di vantaggio al Turco. Venne poi a scoprir per mezzo di Costantino e Niccolò Cavazza, segretarii della repubblica, e di alcuni altri gentiluomini veneti, avere il consiglio accordato segretamente al Badoero di poter cedere, se così portasse il bisogno, le suddette due città o, per dir meglio, la Morea; e fecelo il Rincone suddetto sapere a Solimano. Però allorchè l'ambasciatore veneto affermò di non aver ordine dalla repubblica di far quella cessione, Solimano il trattò da bugiardo e sleale, e stette saldo in voler quelle due città. Leggesi presso il Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.] lo strumento di questa pace, fatto nel dì 20 d'ottobre dell'anno presente. Furono poi da lì a molto tempo scoperti in Venezia i traditori, e coll'ultimo supplizio gastigati alcuni d'essi, e gli altri si sottrassero alla giustizia col fuggirsene in Francia. Venne anche licenziato il menzionato Rincone, come persona che si abusava della sua autorità in danno della repubblica. Trovavasi in questi tempi a Messina Andrea Doria principe di Melfi con cinquantacinque galee, andando in traccia de' corsari africani. Pervenutogli l'avviso che Dragut Rais, famoso corsaro, subordinato al Barbarossa, andava in corso contro i Cristiani, spedì Giannettino Doria valoroso nipote suo con ventuna galee e una fregata a cercarlo. Trovò egli avere il corsaro furiosamente dato il sacco a Capraia, menato più di secento anime in ischiavitù, ed essere passato ad infestare i lidi della Corsica. Il raggiunse Giannettino, il combattè, e fatto acquisto di molti de' suoi legni, prigione fra gli altri ebbe lo stesso Dragut, che fu messo alla catena col remo. Tornossene il vittorioso Doria a Messina, e presentò costui al principe suo zio, che, datone l'avviso all'imperadore, ricevette per risposta, che sua maestà il donava a lui. Rimise poi Andrea Doria questo mal arnese in libertà, con fargli pagare una grossa taglia, ma con guadagnare eziandio un biasimo non lieve presso de' cristiani; perciocchè Dragut divenne più implacabil persecutore de' medesimi e cagionò loro da lì innanzi dei gravissimi danni. Stando l'Augusto monarca in Brusselles nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente, investì il principe don Filippo figlio suo del ducato di Milano, come consta dal diploma rapportato dal Du-Mont. Nel dì 28 di giugno (altri scrivono nel giorno ottavo di aprile) mancò di vita Federigo II duca primo di Mantova, con lasciar dopo di sè Francesco III primogenito, che a lui succedette nei ducato; Guglielmo, che dopo Francesco regnò; Lodovico, che passato in Francia divenne poi duca di Nevers; e Federico, che fu poi cardinale. Erano tutti questi figli in età pupillare, e però il cardinale Ercole loro zio colla duchessa Margherita prese il governo di quegli Stati.
MDXLI
| Anno di | Cristo MDXLI. Indizione XIV. |
| Paolo III papa 8. | |
| Carlo V imperadore 23. |