La guerra fra papa Paolo ed Ascanio Colonna diede in questi tempi pascolo ai cacciatori di nuove. Andò l'esercito pontificio, comandato da Pier-Luigi Farnese, a mettere campo a Rocca di papa, e cominciò a batterla colle artiglierie. Trovavasi allora Ascanio a Ginazzano, ed avendo inviato alquante schiere in soccorso di quella terra, ebbe la mala ventura; perchè, rotte le sue genti, in gran parte rimasero uccise o prigioniere. Perciò da lì a qualche tempo quella rocca capitolò la resa. Passarono l'armi pontificie sotto Palliano, e vi trovarono alla difesa Fabio Colonna con un grosso presidio di mille e cinquecento fanti, che, tosto usciti fuori, diedero il ben venuto ai papalini, uccidendo i bufali che tiravano le artiglierie, e poco mancò che queste non inchiodassero. Furono fatte molte azioni sotto quella terra e sotto Ceciliano, a cui nello stesso tempo fu posto l'assedio. Dopo gran tempo s'impadronì il Farnese di Palliano e della sua cittadella, di Ceciliano, Ruviano e d'ogni altro castello posseduto da Ascanio Colonna in quel della Chiesa. Furono, d'ordine del papa, smantellate dai fondamenti le loro fortezze; nel qual tempo tanto il vicerè di Napoli, quanto l'imperadore, della cui protezione godevano i Colonnesi, con tutto il desiderio di dar loro aiuto, nulla si attentarono di fare in lor favore, per non inimicarsi il papa. Intanto Carlo Augusto dalla Fiandra passò in Germania, per quetar, se potea, i torbidi funestissimi della religione, e per disporre un buon argine alla guerra che veniva minacciata dal sultano de' Turchi all'Ungheria. Per conto della religione, niun vantaggio se ne ricavò. Fece nuove premure il legato pontificio per la celebrazione d'un concilio generale, desiderato sommamente anche dall'imperadore; ma perchè insorsero discrepanze intorno al luogo, bramandolo il papa in Italia, e gli altri in Germania, intorno a questo importante punto nulla per allora si conchiuse. Quanto all'Ungheria, mandò bensì il re Ferdinando l'esercito suo all'assedio di Buda, occupata dalla regina vedova del re Giovanni, ma ne riportò una considerabil rotta dall'armata di Solimano, che in persona accorse colà, ed appresso s'impadronì della stessa città di Buda, capitale di quel regno.
Ora l'imperador Carlo, tuttochè paresse necessaria la presenza sua in quelle parti, esigendola i bisogni della Cristianità, cotanto malmenata dai Turchi; pure, siccome avido di gloria, avendo disegnato un'altra impresa, s'incamminò alla volta d'Italia. Cioè si era messo in animo di far guerra ad Algeri, gran nido di corsari, e sede del formidabil Barbarossa che tenea tanto inquiete le coste del Mediterraneo cristiano, e massimamente la Spagna. A questo fine avea egli approntata una poderosissima flotta in Ispagna e in Italia sotto il comando di Andrea Doria. Calò dunque Cesare nel mese di agosto a Trento, dove fu ad inchinarlo il marchese del Vasto colla nobiltà milanese, e comparve ancora a fargli riverenza Ercole II duca di Ferrara, ed Ottavio Farnese duca di Camerino. Passato a Milano, fu in quella città accolto con ogni possibil onore e magnificenza. Altrettanto fecero i Genovesi, allorchè pervenne alla loro città. Erasi già concertato un abboccamento da tenersi tra il papa ed esso Augusto in Lucca; però il pontefice si mosse da Roma nel dì 27 di settembre, senza far caso de' medici, che gli sconsigliavano questo viaggio pei pericolosi caldi della stagione, e per la sua troppo avanzata età. Ma prevalse in lui la premura di levar le difficoltà insorte pel concilio generale, e d'impedir una nuova guerra che già si presentiva aversi a destare dal re Francesco contra d'esso imperadore. Imperocchè, manipolando sempre il re franzese le maniere di sminuire la potenza austriaca, e mantenendo perciò non senza discredito suo una stretta corrispondenza ed amicizia con Solimano imperadore de' Turchi, avea nel precedente luglio messo in viaggio due suoi oratori alla Porta ottomana, cioè Antonio Rincone Spagnuolo, che, bandito dalla patria, era passato molto tempo prima al suo servigio, ed, inviato a Costantinopoli, era stato ben veduto dal sultano. Di costui e delle sue trame in Venezia parlammo di sopra. Il Rincone adunque con Cesare Fregoso, confidando nella tregua che tuttavia durava fra Carlo V e Francesco I, venuto in Italia, s'imbarcò sul fiume Po, meditando di passare a Venezia. Per quanto gli dicesse il Fregoso, che trovandosi egli dichiarato ribelle dell'imperadore, non era compreso nella tregua, e poter senza pena essere secondo le leggi ucciso da chicchessia; pure si ostinò in quel viaggio. Arrivati che furono il Rincone e il Fregoso alla sboccatura del Ticino, eccoti sopraggiugnere gente incognita in barca, che li colse amendue, e poi li trucidò. Fortunatamente un'altra barca, dove era il segretario del Rincone colle istruzioni, si salvò a Piacenza. A tale avviso montò nelle furie il re Francesco, e, imputando al marchese del Vasto la loro cattura e morte, pretese rotta la tregua, e contravvenuto al diritto delle genti.
Arrivò nel dì 8 di settembre papa Paolo a Lucca, e nel dì 10 vi fece la sua entrata anche l'Augusto Carlo, che tenne poi varie conferenze colla santità sua. Osserva il Segni che Carlo portava una cappa di panno nero, un saio simile senza alcun fornimento, e in capo un cappelluccio di feltro, e stivali in gamba, coprendo con quest'abito semplicissimo un'ambizion superiore a quella d'Ottavio Augusto monarca del mondo. Al corteggio di sua maestà si trovarono i duchi di Ferrara e di Firenze; e perciocchè il primo prese la mano sul secondo, col tempo insorsero liti di precedenza tra Alfonso II duca di Ferrara e lo stesso Cosimo, che servirono di passatempo ai politici, e di scandalo presso d'altri. Si trattò in Lucca del concilio, e sebben più d'uno lasciò scritto che ivi si determinò di tenerlo in Trento, pure il Rinaldi, annalista pontificio, con buoni documenti ci assicura che niuna determinazione fu presa allora intorno al luogo. Vi si parlò di lega contra il Turco, e di conservar la pace; ma colà giunto il signor di Monì ambasciator franzese, alla presenza del papa richiese i suoi due presi oratori (che non erano già in vita), e giustizia contro il marchese del Vasto. Tanto l'imperadore che il marchese stettero saldi in negar d'essere autori consapevoli del fatto: il perchè maggiormente adirato il re di Francia, fece ritenere in Lione Giorgio d'Austria arcivescovo di Valenza e vescovo di Liegi. Quindi, acciecato dallo spirito di vendetta, contrasse la lega coi re di Svezia e Danimarca, e con altri principi tutti eretici; e sempre più strinse l'amicizia con Solimano gran signore ai danni dell'imperadore. Ancor qui vien preteso che neppur trascurasse il buon pontefice in questa occasione di procurare i vantaggi della propria casa, con proporre a Cesare, che quando a lui non piacesse di soddisfare alle richieste del re Cristianissimo, con cedergli il ducato di Milano, si compiacesse di metterlo almeno in deposito nelle mani del duca Ottavio Farnese, nipote d'esso papa, e genero del medesimo Augusto; il quale, finchè fossero decise le controversie fra la maestà sua e il re di Francia, pagherebbe censo, e lo renderebbe poi a chi fosse di dovere. Se questo ripiego riusciva all'accorto pontefice, sperava ben egli che di quel deposito o tardi o non mai si sarebbe veduto il fine. Che l'imperadore non rigettasse affatto la proposizione, si rende non inverisimile da quanto diremo altrove.
Affaticossi poi il papa, unito ad Andrea Doria e ad altri generali cesarei, per dissuadere a Carlo V l'impresa d'Algeri, siccome troppo pericolosa per la stagione avanzata, in cui suole imperversare il mare; ma non si lasciò egli smuovere punto, forse credendo di avere sposata la fortuna, che certo fin qui gli si era mostrata molto propizia; ma ebbe bene a pentirsene da lì a non molto. Non più di tre giorni si fermò egli in Lucca, e passato al golfo della Spezia, di là spiegò le vele alla volta di Maiorica, per ivi far l'unione di tutto il suo potente stuolo, dov'era imbarcata numerosa fanteria italiana, spagnuola e tedesca, con un rinforzo di cavalleria. Non potè sarpar le ancore se non il dì 18 d'ottobre, tempo disfavorevole alle imprese di mare in paese nemico. Arrivato sotto Algeri, diede principio all'assedio col fracasso delle artiglierie. Ma ecco nel dì 25 d'ottobre sorgere un vento di tramontana si fiero, che conquassò ben cento e trenta legni dei cristiani. Ruppersi molti di essi, e chi non perì nel mare, fuggendo a terra, trovava la morte per li Mori posti alla guardia de' lidi. Restò l'esercito cesareo sotto Algeri senza vettovaglie, senza paglia pei cavalli, senza fuoco, perchè combattuto da una dirotta pioggia e dal furiosissimo vento. Forza dunque fu di levare il campo, e d'imbarcare, come si potè, la gente nelle galee e navi che non erano perite; e perchè luogo non restava a' bei cavalli di Spagna, parte de' quali avea servito di cibo alle affamate soldatesche, se ne fece un macello. Molti poi di questi legni, tuttavia perseguitati dalla tempesta, colle genti che vi erano sopra, rimasero preda dell'onde. Gli altri sbandati, chi alla Spezia, chi a Livorno e chi alle spiagge di Spagna approdarono. Ridottosi l'imperadore a Bugia, porto dell'Africa mal sicuro, colle galee di Spagna ed altre navi, fu, per la continuata fierezza del mare, costretto a fermarsi ivi per venticinque giorni, dove anche si fracassarono alcune sue galee; e finchè venuta un po' di bonaccia, s'imbarcò; ma rispinto di nuovo colà, finalmente nel dì 28 di novembre fece vela verso la Spagna, e a dì 3 di dicembre prese porto a Cartagena, portando seco una memoria indelebile di sì grave sciagura che fece tanto strepito per tutta l'Europa, e insieme la gloria di aver mostrato un costante ed eroico animo in tutta quella lagrimevole occasione: gastigo della sua testardaggine o troppa fiducia della sua fortuna.
MDXLII
| Anno di | Cristo MDXLII. Indizione XV. |
| Paolo III papa 9. | |
| Carlo V imperadore 24. |
Pe' buoni uffizii di papa Paolo si era nell'anno addietro astenuto Francesco re di Francia dal muover guerra a Carlo imperadore, essendoglisi fatto conoscere il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso, se in tempo che Cesare facea l'impresa di Algeri in benefizio della cristianità di tutto il Mediterraneo, e per conseguente anche della Francia, egli avesse impugnate l'armi contra di lui. Ma dacchè vide sì infelicemente terminata quella spedizione, e che in tanto sconcerto delle forze di Cesare si poteano sperar maggiori progressi, raunato un potentissimo esercito, in quattro diversi siti sul principio della primavera portò la guerra addosso agli Stati di esso Augusto, pretendendo guasta la tregua fra loro per la morte del Rincone e del Fregoso. Inviò dunque Arrigo il delfino figlio suo primogenito con poderoso esercito all'assedio di Perpignano, capitale del Rossiglione, frontiera della Spagna. A Carlo duca d'Orleans suo secondogenito diede l'incumbenza d'assalire con altro vigoroso corpo d'armati il ducato di Lucemburgo. Il duca di Cleves col signor di Longavilla con altre milizie ebbe ordine di passare ostilmente contro il Brabante, e Antonio di Borbone duca di Vandomo contro la Piccardia. Disposto un sì grave apparato, nel dì 10 di luglio dichiarò pubblicamente la guerra allo imperadore, persuadendosi che, colto da tante parti, in alcuna almeno di esse avesse a soccombere. Non era approvata dai suoi generali più prudenti questa divisione di forze, sostenendo essi che più buona ventura si potea promettere da un gagliardissimo unito esercito, che da tanti ritagli; ma niuno osò di contraddire alla risoluzion già presa da un re che credea saperne più di loro. Altro a me intorno a quelle guerre non resta da dire, se non che bravamente si difese lo imperadore in tutti que' siti, e che incendii e guasti furon ben fatti, ma senza alcun rilevante guadagno dal canto dei Franzesi, e con avere esso re Francesco gittati più milioni per nulla ottenere.
Neppure dimenticò in questi tempi esso re Cristianissimo gli affari di Piemonte, dove i suoi capitani teneano ed aveano ben fortificate le città di Torino, di Pinerolo ed altri luoghi. Impadronissi il signor di Bellay di Cherasco, e di là passò sotto la città d'Alba; ma non vi si fermò gran tempo, per avervi trovato chi sapea difenderla. Arrivato intanto di Francia il signor di Annebò con sette mila fanti tra italiani e franzesi veterani, l'armata loro, forse ascendente a diciotto mila combattenti, imprese l'assedio di Cuneo, castello forte a piè de' colli di Tenda, dove si uniscono due fiumi discendenti dall'Alpi. Si era conservata questa terra sotto l'ubbidienza di Carlo duca di Savoia, senza voler ammettere guarnigione imperiale, siccome aveano fatto Asti, Vercelli, Ivrea, Fossano, Chieri, Cherasco ed altre terre, dove Alfonso marchese del Vasto governatore di Milano teneva presidio cesareo. Il popolo di Cuneo fu in tal congiuntura forzato a chiedere soccorso al marchese, che vi mandò sessanta cavalli con due compagnie di fanti. Questo picciolo aiuto, unito al valore de' terrazzani, che fecero una gagliarda difesa, obbligò dopo qualche tempo gli assedianti franzesi a ritirarsi di là: avvenimento non diverso da altri del secolo prossimo passato, e che abbiam veduto rinnovato nel 1744, in cui l'armi franzesi e spagnuole, dopo lungo assedio di quella forte terra o città, han dovuto battere la ritirata con gloria di Carlo Emmanuele re di Sardegna e duca di Savoia. Per mancanza poi di paghe si sbandò la gente condotta dall'Annebò. Di costoro, che voleano passare sul Piacentino, il marchese del Vasto ne uccise circa settecento a Monteruzzo, e gli altri si dispersero per le langhe, onde ancora furono cacciati. Riuscì al soprallodato marchese di prendere in quest'anno Villanuova d'Asti, Carmagnola, Carignano e qualche altro picciolo luogo; colle quali imprese terminò la campagna in Piemonte, stando il duca di Savoia a compiagnere la funesta scena che faceano le due nemiche armate sulle terre del suo dominio.
Lasciossi tanto accecare in questi tempi dalla malnata passione sua il re di Francia Francesco I, che giunse a commettere un'azione che sarà di perpetua infamia, non dirò già alla nazion franzese, che niun assenso prestò alle sconsigliate risoluzioni del re, anzi le detestò, come apparisce dalle storie; ma bensì allo stesso re Francesco, che, dimentico d'essere cristiano, nonchè Cristianissimo, per soddisfare al fiero appetito della vendetta insieme e dell'ambizione, spedì a Costantinopoli Antonio Polino e il signor di Ramon a trattar lega col gran signore Solimano a' danni dell'imperador Carlo V e del re d'Ungheria Ferdinando suo fratello. Restò conchiuso fra loro che il Barbarossa con potente armata navale verrebbe nel Mediterraneo ad unirsi co' Franzesi, e che Solimano in persona con ducento mila combattenti continuerebbe l'acquisto del regno di Ungheria. Ma perchè era di molto avanzata la stagione, si differì all'anno seguente l'effettuazione di sì obbrobrioso trattato. Non erano ascose a papa Paolo III queste mene del re franzese, e ne provava gran pena pel nero turbine che soprastava a tanti innocenti cristiani, esposti alla desolazion del paese o alla schiavitù, e ad abiurar la religione, e per l'evidente pericolo che crescesse la potenza turchesca, a cui anche potea venir fatto di occupar qualche sito importante nelle viscere della cristianità d'Occidente. Scrisse più lettere, spedì legati, inculcando sempre più ragioni e preghiere per condurre i due emuli monarchi alla pace: tutto nondimeno indarno, rovesciando cadaun d'essi sopra l'altro la colpa di tanti sconcerti, ed amendue ostinati ed accaniti l'un contro l'altro. L'anno fu questo, in cui pel buon maneggio di Giovanni Morone vescovo di Modena, insigne per la sua dottrina, prudenza ed eloquenza, e nunzio pontificio in Germania, rimasero spianate le difficoltà sin qui insorte intorno al luogo, dove s'avea a tenere il concilio generale; e si fissò la risoluzione di aprirlo nella città di Trento. Sopra di che formò lo zelante pontefice Paolo nel dì 22 di maggio una bolla, rapportata dal Rinaldi, in cui informò tutti i regni cattolici che nel dì primo del prossimo novembre se ne farebbe l'apertura nella città suddetta. Di buon'ora si scatenarono i protestanti contra di questo santo decreto, quasichè dovesse da loro prender legge la Chiesa cattolica. Ma neppur in questo anno si potè dar principio a quella sacra assemblea per cagion delle guerre che più che mai continuarono.